Dio oltre Dio

Quando pensiamo alla parola “Dio”, emergono subito due domande:

1. Qual è il referente della parola Dio. Cosa abbiamo in mente, cosa hanno in mente le persone quando dicono o ascoltano la parola “Dio”;

2. Come si può parlare di Dio?

Vorrei iniziare con la prima domanda. La parola “Dio” e la realtà a cui si riferisce questa parola, fanno riferimento a due diverse comprensioni di Dio. Queste due diverse comprensioni sono presenti non solo nella tradizione cristiana ma anche nelle altre religioni.

In una prima fase della nostra vita, cresciamo con una determinata comprensione di Dio. La parola “Dio” si riferisce a un Ente supremo, ad un super essere: una persona divina che è separata dall’universo anche se in qualche modo relazionata all’universo. Questa persona “suprema”  è onnipotente e onnisciente; un Dio amorevole, ma allo stesso tempo  autoritario come un legislatore che occasionalmente interviene nei grandi eventi del passato proprio come si legge nella Bibbia (la creazione del mondo, l’Esodo, l’incarnazione del Verbo divino, la risurrezione di Gesù Cristo), e di volta in volta continua qualche volta ad intervenire nelle nostre vite, a volte anche in modo “molto” straordinario: apparizioni mariane, liquefazione del sangue di San Gennaro, miracoli eucaristici e guarigioni miracolose di Lourdes.

La definizione data a questo modo di pensare un tale Dio è “teismo soprannaturale”. Nella nostra vita da bambini quando andavamo ancora al Catechismo  questo modo di pensare Dio non ci creava grandi problemi. Qualche volta sorgeva la paura occasionale verso Dio, quando facevamo i peccatucci proibiti dalla religione cattolica. Questo “Dio”, Ente supremo, appariva come un genitore molto grande con un grosso bastone.

Crescendo nell’adolescenza, siamo poi passati ad una fase di agnosticismo molto confortevole. Abbiamo smesso di interessarci a questo tipo di “Dio e alla sua religione.  Poi cosa è successo? Ad un certo punto nella nostra vita è arrivato un momento in cui abbiamo iniziato a pensare a Dio in modo diverso. Non più un Ente supremo, ma con la parola “Dio” abbiamo iniziato a far riferimento ad una realtà che comprendeva tutto, abbracciava tutto; “Dio” visto come “spirito” che racchiudeva e custodiva ogni ente, non separato dal mondo ma in azione nel cosmo. Così come ne parla il libro degli Atti, abbiamo iniziato a sentire e percepire Dio come una realtà in cui viviamo e ci muoviamo e abbiamo il nostro essere. Siamo in Dio come i pesci sono nell’acqua; ora l’acqua è anche nei pesci ma la cosa veramente importante è che i pesci sono nell’acqua. Siamo arrivati a questa comprensione non principalmente attraverso uno sforzo intellettuale ma attraverso una serie di esperienze in cui ci ha condotto la vita, attraverso fasi di disintegrazioni e di crisi, e fasi di reintegrazione e di emergenza della vita in noi.

La realtà ha inizia così ad apparire luminosa (deus da dies: giorno, luce, splendore) e abbiamo visto come tutto non era più separato ma connesso: il sé, Dio e il mondo.  È stata l’emergenza di una consapevolezza segnata dallo stupore e dalla meraviglia. Questi sono stati e sono momenti di esperienza mistica del e nel quotidiano. Forse saranno durati per 40 minuti, forse di meno, a volte brevi istanti come rugiada nella nostra quotidianità. Non si tratta di grazie speciali ma del lento dischiudersi della propria consapevolezza a livelli sempre più profondi. I mistici di tutte le tradizioni religiose ne hanno parlato di tali esperienze. Lentamente la presenza luminosa di “Dio” diventa così evidente per cui è quasi naturale credere in Dio pur senza saperlo “collocare” dentro il mondo ordinario, “un oggetto” tra gli oggetti del mondo, così come non possiamo collocare la luce tra i colori della natura, poiché Dio che è quella luce, il “quo” attraverso cui tutto si vede e si comprende, senza che sia esso stesso compreso.

Con questa differente comprensione della parola “Dio” – come presenza avvolgente e spirito vitale da cui tutto continuamente emerge e in cui viviamo – molti dei problemi teologici su Dio e affini hanno iniziato a sciogliersi, poiché questi erano associati a quella precedente comprensione di Dio.  

Passiamo così alla seconda domanda. Come parlare di “Dio”? Com’è Dio, come è il Suo carattere e la sua natura? Come è la sua persona. Si può mai dire che Dio sente e vede, agisce e reagisce Dio alle creature?  Penso che ci siano fondamentalmente due modi di rispondere.

C’è un modo reattivo. Si parla di Dio come essere che ama e punisce. È questo il dio con cui siamo un po’ tutti cresciuti. Certamente, è un linguaggio molto bello e tenero: Gesù ti ama, ti vuol bene ed è pieno di grazia.  Ma abbiamo anche imparato che non potevamo dare per scontato l’amore di Dio e che se non rispondevamo nel modo giusto, cioè se non credevamo a certe cose che il catechismo ci insegnava o ci comportavamo in certi modi sbagliati, e di tutto questo non ci pentivamo sinceramente, allora questo Dio “reattivo” si sarebbe comportato di conseguenza, punendoci in vita o mandandoci per sempre all’inferno.

Penso che qualsiasi forma di cristianesimo che parla così di Dio, cioè in modo “reattivo” (do ut des), come di un Dio amorevole “e” punitivo, non abbia fino in fondo assimilato quanto afferma Gv 3,16: “Dio ha tanto amato il mondo”. Sì, ci sono due diversi tipi di cristianesimo; due diversi tipi di religione. Entrambi usano il linguaggio cristiano, ma uno è basato sulla paura, mentre l’altro sulla vita che è essenzialmente libera dalla paura: una vita di relazione più profonda con una realtà che ci ha dato la vita che ci sostiene nella vita. Quindi è molto importante come pensiamo a Dio.

Ma c’è un altro modo di pensare e parlare di Dio: in modo non più reattivo ma attivo, cioè atto creattivo d’amore incondizionato. In tale differente prospettiva, anche il problema del male – in quanto problema – viene affrontato in modo diverso e fondamentalmente scompare. Rimane certamente la sua realtà drammatica, ed anche il suo aspetto di incomprensibilità, ma questa realtà non viene riferita più direttamente a Dio – perché Dio permette il male? – ma viene riferita alla finitezza della creatura. Se Dio crea altro da sé, quindi qualcosa che è non-Dio e se Dio è il Bene perfetto, tutto ciò che è altro da Dio, è inevitabilmente limitato, imperfetto e diveniente. Ila male, come non-bene, è dunque inevitabile ma allo stesso tempo è in cammino verso quella pienezza di bene (quindi assenza totale del “non bene”) che è il Bene stesso, cioè Dio.

In tale diversa prospettiva anche la nozione di intervento divino scompare. Dio è già presente nel mondo e non ha bisogno di entrarci di volta in volta. È la creatura, invece, che gradualmente e in modi sempre più differenti si dischiude al Dio della Vita e lo accoglie.  

E la preghiera? Certo, continueremo a pregare rivolgendoci a Dio “come se” Dio fosse il “Tu” a cui innalzare la nostra richiesta: Kyrie eleison. Abbiamo bisogno di pregare così, perché come creature siamo costitutivamente dipendenti da Altro/altri. Siamo relazione continuamente originati da A/altro. Per questo come chiedo aiuto alle persone create (uomini e santi), così chiedo aiuto anche alle persone “divine” (Padre, Figlio e Spirito Santo). Ma lo facciamo non perché pensiamo che Dio possa intervenire perché glielo ho chiesto o perché se non lo faccio Dio potrebbe dimenticarsene, ma semplicemente perché pregandolo esprimiamo così la nostra dipendenza da Dio.

Sì, preghiamo Dio come se Dio fosse “una” (o “tre”) persona e parlo con Dio “come se” Dio fosse proprio qui. Nel colloquio con Dio e nella preghiera di richiesta a Dio, non potremo rivolgerci allo Spirito avvolgente e continuamente all’opera nella creazione. abbiamo bisogno di Qualcuno “fuori” di noi, a cui parlare e confidarci. È la preghiera di richiesta che configura “Dio” in un certo modo e viene conosciuto in modo personale, a differenza della contemplazione in cui Dio – invece – trascende ogni esperienza e conoscenza.

Nella Sua relazione al creato, Dio è vissuto ed esperimentato come “persona” e quindi il nostro modo di rivolgerci a Dio assumerà toni personali e antropomorfici. Questo tipo di linguaggio personale ed antropomorfico su Dio che utilizziamo nella preghiera come colloquio con Dio e nella preghiera di richiesta, è qualcosa di naturale, cioè corrisponde alla nostra natura umana.

Vorrei qui utilizzare l’immagine della luna. Come vediamo solo una faccia della luna, quella a noi rivolta, così esperimentiamo solo la faccia di Dio – cioè la persona, il volto – di Dio rivolto a noi. È questo il Dio “personale” o “tri-personale”, cioè il Dio rivolto a noi.

Ma c’è anche l’altra faccia della luna, quella invisibile che non è rivolta a noi. È sempre la stessa luna, ma quell’altra faccia della luna non ci è accessibile (e dunque non è conoscibile o esperimentabile), poiché non è rivolta a noi. Ma “sappiamo” che c’è l’altra faccia della luna. Sarà una faccia probabilmente diversa, oppure identica? Non lo sappiamo.

Seguendo tale analogia, possiamo dire che l’altro aspetto di Dio, quello che a noi non è dato conoscere ed esperimentare, è la sua non-relazionalità a noi, il suo essere assoluto e irrelato. Potremo chiamare questo aspetto “irrelato” o “assoluto” di Dio la sua divinità (divinitas), la sua natura; mentre l’aspetto rivolto al creato è il suo essere Dio (deus), il suo essere persona. Questo secondo aspetto è l’aspetto che conosciamo ed esperimentiamo di Dio. La divinità, invece, è l’aspetto di Dio che “non-conosciamo”. L’anonimo inglese de “La Nube della non-conoscenza” parla di oscurità, “come se ci fosse una nube, la nube della non-conoscenza. Tu non ne sai niente, ma semplicemente senti dentro di te un puro anelito verso Dio. Qualunque cosa tu faccia, questa oscurità e questa nube restano sempre tra te e Dio, e non ti permettono né di vederlo chiaramente alla luce della comprensione razionale, né di sentirlo nel tuo cuore con la dolcezza del suo amore” (cap. 3).

Si tratta dello “spirito di Dio” che è il fondo della creatura ed è identico al profondo di Dio. Essenza divina ed immagine divina: una e medesima realtà. Dio è entrambi gli aspetti. Dio è la Sua relazione a noi (deus trinitas) ed è in se stesso relazione assoluta (deus divinitas o relatio subsistens). La conoscenza che avviene per fede rivelata (Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo) e la non-conoscenza di Dio che avviene per puro amore di nulla (Dio non è Padre, Figlio e Spirito Santo) sono intrinsecamente correlate. Così la preghiera (e meditazione) e la contemplazione. La parola e il silenzio. L’essere e il nulla.

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