Il Gesù storico e la fede in Cristo

Da anni assistiamo a un rinnovato interesse verso la figura di Gesù. A volte fede e ragione si isolano, girando così su loro stesse; a volte simpatizzano e (con)corrono insieme a cercare il Cristo. Tra colui che crede che Gesù è il Cristo (diremo il Cristo della fede) e colui che ricerca con i mezzi storico-critici il Gesù della storia la collaborazione è necessaria. Da un lato, lo storico-critico aiuta il credente a smascherare ogni mitizzazione indebita di Gesù Cristo; dall’altro lato, il credente aiuta il “pensante” – colui che cerca e ricerca il Gesù storico – a non insuperbirsi, ma anche a non desistere dalla sua ricerca. Venendo ai tratti fondamentali del Gesù storico, innanzitutto egli non era un cristiano, ma un giudeo. Il popolo ebraico ci dona Gesù così com’è: vere homo ma ancor più vere iudaicus. Di questa identità ebraica la ricerca recente sottolinea in particolare due aspetti. Il Gesù ebreo sarebbe stato un apocalittico, in stretta comunione con la missione di Giovanni Battista. Ci sono anche posizioni radicali – secondo le quali Gesù non avrebbe fatto altro che continuare la novità del messaggio e dell’opera del Battista – ma sono maggiormente in sintonia con chi sottolinea una differenza tra il prima e il dopo la morte del Precursore.

C’è una differenza tra apocalittica (la fine del mondo arriverà) e escatologia (la fine è già qui). Come dice Giuseppe Barbaglio: «Il presente, dunque, non è per Gesù il tempo del male e della perdizione, mentre al futuro sarebbe assegnata tutta la liberazione; così si esprimeva l’apocalittica; ma egli non fu un apocalittico. L’oggi è connotato, imperfettamente ma realmente, dalla grazia del futuro potere regale di Dio». L’altro aspetto è rapporto tra Gesù e la Legge. Essa aveva due dimensioni fondamentali: morale e cultuale; quest’ultima dà distinzione etnica ai giudei, contrapponendoli ai gentili. Tra gli autori noto varie tendenze, ma quasi tutti sono d’accordo nel sottolineare che Gesù ha osservato la Legge: è stato maestro della Legge, non ha mai rifiutato le istituzioni di Israele e non ha mai voluto iniziare una nuova religione.

Furono le comunità cristiane – dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme – a presentare un Gesù contro la Legge. Gesù attribuì priorità alla purezza morale sopra quella cultuale, senza con questa rifiutarla. Ciò che lo contraddistingue è aver posto il cuore della Legge – l’amore di Dio e del prossimo – quale particolare interpretazione (accanto ad altre diffuse al suo tempo) della Legge stessa. Questo “cuore nuovo” del codice di santità non sostituisce la Legge, bensì la realizza.

J.S. Spong afferma che lo studio critico della Bibbia è il riferimento per l’accademia cristiana eppure, dopo essersi addestrati perlopiù in quelle sedi, i membri del clero «sembrano partecipare alla congiura del silenzio per sopprimere questa conoscenza quando diventano pastori, per paura che il fedele medio, conosciuto il vero contenuto del dibattito, senta la sua fede distrutta e, cosa più importante, non sostenga più il cristianesimo istituzionale». C’è separazione tra i livelli della comunicazione della fede: il piano liturgico-devozionale; catechetico-tradizionale; formativo-intellettuale dei leader (laici, candidati al ministero e preti); infine, piano accademico (professori e ricercatori). Abbiamo bisogno di un linguaggio in grado di ridire la fede con nuove categorie, dialogando con la modernità.

La ricerca storico-critica obbliga la dogmatica a ripensare modelli e presupposti; il riferimento alla storia di Gesù costituisce una resistenza a certe forme fantastiche o addirittura docetiste di cristologia. L’identità etnica di Gesù, ebreo e galileo di Nazaret, ha una dimensione importante per la comprensione del mistero dell’incarnazione. L’impatto non può che essere purificatrice se mantenuto nella sua funzione critica nei confronti di qualsiasi formulazione che dimentica l’originaria intenzionalità della fede cristiana. Tra ricerca storico-critica e dogmatica ecclesiale si è giunti ad un’ambiguità: da un lato la ricerca storico-critica tende a “dis-sacrare” il Cristo, cioè ad abbandonare il terreno comodo del dogma per addentrarsi per i sentieri accidendati della ricostruzione del Gesù storico; dall’altro lato la dogmatica ecclesiale tenta di assorbire i risultati della ricerca storica senza modificare però la propria costruzione ideologica. Si accostano i testi sacri con devozione e senso critico, con l’incenso e lo scalpello. E quando si arriva a un punto in cui la rivestitura teologica cede sotto lo scalpello e fa emergere un possibile strato “dis-sacrato” interviene l’incenso per annebbiarne la visione.

Un esempio: la questione delle due letture (concepimento verginale o fornicazione) della illegittimità della nascita di Gesù. Un altro esempio: il racconto dei Vangeli sulla tomba vuota che rimanda sì ad un dato storico – la tomba che è vuota – ma è vuota perché Gesù è risorto oppure perché il suo corpo era stato posto in una fossa comune? La dogmatica rimane sorda a tutto questo. La ricerca storica ci aiuta a comprendere chi era questo Gesù, intorno a cui ruota la fede della comunità dei discepoli; è il punto di partenza di ogni cristologia, proprio perché il “chi è Gesù per i credenti” non può far a meno del “chi era Gesù per i suoi contemporanei”. È quindi il presupposto (conditio sine qua non), ma non potrà mai essere il fondamento della conoscenza di fede, poiché questa ha come suo “oggetto” proprio Dio e la Sua relazione al mondo e alla storia. Benché la ricerca storica non fondi l’oggetto proprio della conoscenza di fede, tuttavia influisce sul modo con cui esso viene espresso. Ripeto: questo “oggetto” di fede non è il Gesù storico in quanto tale (oggetto, invece, della ricerca storico-critica), ma la relazione che questo Gesù storico ha con un orizzonte trascendente, cioè l’essere di Dio. La relazione in quanto tale e l’orizzonte trascendente a cui la relazione rimanda (Dio) non possono mai de iure essere “oggetto” della ricerca storico-critica.

Tra giudizi dogmatici e giudizi storici c’è una differenza sia ontologica che epistemologica. Da un lato il giudizio dogmatico sulla realtà di Gesù di Nazareth (Gesù è Figlio di Dio) non può venire fondato sulla provvisorietà di giudizi storici che si esprimono secondo criteri probabilistici. Dall’altro lato il giudizio dogmatico non può interferire su quello storico ed (im)porre la propria certezza di fede su un dato che la ricerca storico-critica riconosce come “poco probabile” (menzionavo il concepimento verginale di Gesù e la tomba vuota). Dal punto di vista epistemologico sarebbe come applicare il modello del Dio tappabuchi – qui la conoscenza dogmatica – per supplire alla deficienza delle cause secondarie quando queste non riescono a sortire il proprio effetto.

Al modello teologico dell’interventismo divino corrisponde la conoscenza di fede che aggiunge per canali straordinari (tradizioni orali private o conoscenze soprannaturali) ciò che manca alla conoscenza storico-critica. Ma conoscenze storiche e conoscenze di fede non sono tra loro complementari: non appartengono allo stesso ordine di conoscenza, sono differenti. La prospettiva credente che si fonda sulla relazione tra questo Gesù storico e l’orizzonte teologico eccedente si serve di categorie, modelli, immagini con esprime nella cultura del proprio tempo la conoscenza teologica. A questo livello di formulazione di fede la ricerca storico-critica influisce criticamente sulle concezioni teologiche. Sussiste, pertanto, una circolarità ermeneutica tra conoscenza storica e conoscenza di fede: queste vanno tenute distinte, per evitare affrettate confusioni, pur in un rapporto asimmetrico tra loro.

La tragedia della Shoah ha costretto le chiese a ripensarsi, in particolare a rimembrare; nel senso proprio della parola: re-inserire Gesù nel suo corpo originario che è il popolo ebraico. Penso che l’aspetto ebraico di Gesù sia stato recepito. Un altro elemento è la continuità tra la cultura religiosa del tempo – sia giudaica che ellenistica – e come questa ha influito nel pensare l’evento di Gesù Cristo. In tal senso, gli studi di Boyarin sulle categorie della letteratura inter-testamentaria illuminano l’interpretazione del Nuovo Testamento della figura storica di Gesù. Poi c’è l’aspetto della discontinuità tra Gesù e la comprensione prima e dopo il 70 d.C.; qui si pongono le discussioni su come interpretare ciò che c’è di continuità in Gesù: l’aspetto halachico, l’aspetto apocalittico e la dimensione della divinità, che è centrale. Infine, volendo superare lo strappo tra il Gesù storico e il Cristo della fede, presente nell’odierna esegesi e cristologia, Ratzinger nel suo Gesù di Nazaret ha optato per il minimo uso del metodo storico-critico, identificando così «il Gesù dei Vangeli come il Gesù reale, come il “Gesù storico” in senso vero e proprio». È necessario insistere, invece, che c’è una maggiore discontinuità tra Gesù della storia e Cristo della fede, pur in una grande continuità tra i due. L’attuale dibattito nella ricostruzione del Gesù storico invita il credente a comprendere la novità di Gesù ma all’interno dell’ambiente del suo tempo, e non proveniente dall’alto, cioè da Dio.

La ricerca storica su Gesù fa prendere coscienza di quanto sia sfaccettato il cristianesimo delle origini. Anche nella rilettura storica, come ricordava Albert Schweitzer, emerge una pluralità di prospettive. La ricostruzione attraverso i criteri della ricerca storica ci ha presentato un Gesù come uomo libero e contestatore non violento: così singolare da essere differente dagli altri suoi contemporanei (New Quest) oppure così ebreo tra ebrei da venir considerato una variante dei giudaismi (Third Quest). Ogni ricostruzione è sempre un’opera storiografica che parte da una ipotesi. Utilizzando gli stessi dati guadagnati con la ricerca storico-critica si possono ottenere contrastanti ricostruzioni a partire dalle ipotesi iniziali. Ma alcune dimensioni del Gesù storico pungolano la Chiesa. Ne individuo tre: Gesù vere homo, Gesù uomo libero; Gesù cosmico.

Innanzitutto, la ricerca sollecita la Chiesa a ritornare a questo Gesù. Per dirla con J.-N. Aletti: «La confessione dell’umanità del Figlio di Dio (è veramente uomo) non ha nulla di astratto, nella misura in cui consiste nel riconoscere questa umanità, in un secolo, una cultura, un paese, una religione, una società, una famiglia, una realtà sessuata: non esiste un’umanità se non con queste determinazioni, che nessuno – spero – oserà qualificare superficiali o secondarie. Confessare l’umanità del Figlio di Dio implica che si desidera conoscere questo Gesù, questo Galileo, le sue parole e le sue azioni, poiché è questo e nessun altro il Figlio di Dio, ormai vivente nella gloria. Tutto ciò che la ricerca storica intraprende non può dunque non interessare il credente – e quel credente particolare che è il teologo». La ricerca sul Gesù storico ci aiuta, perciò, a far emergere la dimensione umana di Gesù, evitando così che sia assorbita dalla divinità. Il vere homo della definizione di Calcedonia è assunto così nei termini del vere iudaicus, sua concreta espressione storica.

Una seconda dimensione è la libertà di Gesù contro un «apparato legalistico-rituale che voglia salvaguardare la diversità e superiorità di Dio a scapito delle sacrosante esigenze dell’uomo» (Sean Freyne). Specialmente i continui suoi movimenti nelle regioni di confine “esterne” di una Galilea essenzialmente ebraica rivelano un senso di libertà che Gesù aveva rispetto al contatto con i non ebrei, differente da quella dei suoi correligionari.

Infine, la ricerca storico-critica permette alla chiesa di prendere consapevolezza che questo Gesù non appartiene solamente a noi (chiesa) e a loro (popolo ebraico), ma a tutti. Con l’evento pasquale ogni uomo definisce l’identità di Gesù Cristo. Gesù è già il Cristo, ma non è ancora il Cristo totale. La ricerca storica permette di individuare un’eccedenza tra il Gesù ebreo e il Cristo totale o cosmico. Gesù non è il Cristo. La ricerca è allora indispensabile per sviluppare una cristologia in un orizzonte dinamico e relazionale, come è avvenuto con Rahner, che ha materializzato tale suo interesse nello studio “Cristologia. Prospettiva sistematica ed esegetica: basi operative per un corso di studio interdisciplinare”, scritto non a caso con l’esegeta Wilhelm Thüsing.

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