Il “mito” della vocazione

Accompagnando persone nel loro cammino spirituale, molto spesso ritorna la richiesta: “Padre Paolo, mi può aiutare a capire cosa Dio vuole da me, dalla mia vita?”. Normalmente mi contattano per discernere la “vocazione”, in particolare se Dio li stia chiamando alla vita religiosa o sacerdotale. Come potete ben immaginare, si tratta di maschi adulti tra i 35 e 50 anni. In molti casi sono single con un lavoro che ancora vivono con i propri genitori, a volte impegnati in parrocchia, con una vita spirituale di preghiera quotidiana e desiderio di dare un senso maggiore alla propria vita. “Cosa vuole Dio da me?”

Un giorno, mi avvicinò un uomo di 42 anni, single, con un buon lavoro ed anche impegnato in parrocchia. E mi chiese: “Ho sempre pensato a farmi prete, ma non ho avuto mai il coraggio di fare il passo: ma Dio cosa vuole da me?”. Stetti ad ascoltare in silenzio, poi gli risposi: “Cerchi di amare?” E lui mi rispose: “Sì, cerco di voler bene alle persone che mi stanno vicino, di rispondere alle loro richieste, di rendermi utile. Sì, cerco di amare. Ma Dio cosa vuole da me? Devo farmi prete?”. Di nuovo feci silenzio. Poi gli dissi: “Ama lì dove sei, ama in ogni momento, quella è la vocazione per te”. E lui mi rispose: “Sì, Padre, ma devo capire se farmi prete o no”. Ed io gli risposi: “Scusami, ma ti vuoi far prete perché?”. Ora, fu lui a far silenzio. Mi ricordai quanto Agostino affermò e glielo ridissi: “Ama, e fa ciò che vuoi”. E aggiunsi: “Anche facendoti prete, ciò che conta, è l’aver amato. Questo salva te e gli altri”.

Mi ricordai anche di ciò che disse Teresa di Lisieux (Manuscrits autobiographiques, 227-229): “L’amore mi offrì il cardine della mia vocazione. Compresi che la Chiesa ha un corpo composto di varie membra, ma che in questo corpo non può mancare il membro necessario e più nobile. Compresi che la Chiesa ha un cuore, un cuore bruciato dall’amore. Capii che solo l’amore spinge all’azione le membra della Chiesa e che, spento questo amore, gli apostoli non avrebbero più annunziato il Vangelo, i martiri non avrebbero più versato il loro sangue. Compresi e conobbi che l’amore abbraccia in sé tutte le vocazioni, che l’amore è tutto, che si estende a tutti i tempi e a tutti i luoghi, in una parola, che, l’amore è eterno. Allora con somma gioia ed estasi dell’animo gridai: O Gesù, mio amore, ho trovato finalmente la mia vocazione. La mia vocazione è l’amore. Sì, ho trovato il mio posto nella Chiesa, e questo posto me lo hai dato tu, o mio Dio. Nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l’amore ed in tal modo sarò tutto e il mio desiderio si tradurrà in realtà”.

Abbandonare il “mito” della vocazione significa scoprire che l’amore è la volontà di Dio. Dio chiama ogni uomo e donna, anzi ogni essere creato, a rispondere lì dove è, così come è, con la sua intera vita, amando. Ti puoi far prete, suora; ti puoi sposare o non sposare. Ma alla fine della vita, Dio non ti dirà: “Perché non ti sei fatto prete, come avevo pensato dall’eternità per te?”, ma ti dirà: “Perché non hai amato, mentre eri prete, suora e sposato, o single?”.  Come dice il gesuita Rossi de Gasperis, “la volontà di Dio su di noi da cercare e da trovare non è una realtà già scritta, fissata e prefabbricata prima di noi e senza di noi, una cosa già bella e fatta che noi dovremmo solo scoprire, come si scopre un tesoro nascosto da qualcuno nel nostro giardino, per poi adeguarci passivamente a essa”. Conoscere la “Volontà di Dio” significa sintonizzarsi qui e ora con l’amore di Dio quanto più mi è possibile, e liberamente e amorosamente condizionato da questo amore di Dio, disegnare la mia vita secondo quello che io voglio. Dio infatti suscita in noi non solo l’operare, ma anche il volere secondo i suoi benevoli disegni (Fil 2,13). Fare la volontà di Dio, quindi, è fare quel che io liberamente voglio, mentre mi lascio abbracciare dall’amore di Dio.  La Volontà di Dio su di me io non la trovo fuori di me, ma in me: ascoltando e sintonizzandomi con l’energia vitale e la voce dell’amore che già opera in me. Gesù di Nazareth aveva proprio fatto questo ed è diventato così “Parola di Dio”, cioè l’incarnazione della Volontà di Dio.

A sostegno di questa comprensione della vocazione, abbiamo lo stesso Tommaso d’Aquino, secondo il quale ogni essere creato è una singolare e particolare imitazione dell’essenza divina. Ogni ente è un pensiero unico ed irripetibile di Dio. “Ora, le diverse cose imitano l’essenza divina in modi diversi e ciascuna secondo il suo modo, dato che ciascuna ha un essere distinto da un’altra” (Tommaso d’Aquino, De Veritate, q. 3, art. 2). Ma ogni pensiero di Dio imita quell’essenza divina che è essenzialmente amore.

Per questo Tommaso d’Aquino prosegue dicendo che “la stessa essenza divina, insieme con la quale sono stati concepiti i rapporti che le cose hanno con essa, è l’idea di ciascuna cosa” (Ibid.). Cosa mai sono questi rapporti tra le cose, se non rapporti di amore? “Dato che i rapporti delle cose sono diversi, è necessario che ci siano molte idee. Precisamente, per tutte le cose c’è una sola idea dal lato dell’essenza [divina], ma se ne riscontrano molte dal lato dei diversi rapporti che le creature hanno con tale essenza” (Tommaso d’Aquino, De Veritate, q. 3, art. 2).

Abbiamo ridotto la vocazione e il discernimento sulla vocazione ad un mito, ad una specie di oracolo divino. Nulla di tutto questo. Capire la propria vocazione è, invece, immergersi nel profondo di sé per guardarsi come Dio ci guarda. Ognuno di noi è un pensiero unico, irripetibile ed eterno dell’essenza divina.

Illuminanti le parole di Martin Buber per capire il senso vero (e non il mito) della vocazione. “Tutti gli uomini hanno accesso a Dio, ma ciascuno ha un accesso diverso. E infatti la diversità degli uomini, la differenziazione delle loro qualità e delle loro tendenze che costituisce la grande risorsa del genere umano. L’universalità di Dio consiste nella molteplicità infinita dei cammini che conducono a lui, ciascuno dei quali è riservato a un uomo.

Alcuni discepoli di un defunto zaddik si recarono dal Veggente di Lublino e si meravigliavano che avesse usi diversi dal loro maestro. ‘Che Dio è mai – esclamò il Rabbi – quello che può essere servito su un unico cammino?’. Ma dato che ogni uomo può, a partire da dove si trova e dalla propria essenza, giungere a Dio, anche il genere umano in quanto tale può, progredendo su tutti i cammini, giungere fino a lui.

Dio non dice: ‘Questo cammino conduce fino a me, mentre quell’altro no’; dice invece: ‘Tutto quello che fai può essere un cammino verso di me, a condizione che tu lo faccia in modo tale che ti conduca fino a me’. Ma in che cosa consista ciò che può e deve fare quell’uomo preciso e nessun altro, può rivelarsi all’uomo solo a partire da se stesso. In questo campo, il fatto di guardare quanto un altro ha fatto e di sforzarsi di imitarlo può solo indurre in errore; comportandosi così, infatti, uno perde di vista ciò a cui lui, e lui solo, è chiamato.

Il Baal-Shem dice: ‘Ognuno si comporti conformemente al grado che è il suo. Se non avviene così, e uno si impadronisce del grado del compagno e si lascia sfuggire il proprio, non realizzerà né l’uno né l’altro”. Così il cammino attraverso il quale un uomo avrà accesso a Dio gli può essere indicato unicamente dalla conoscenza del proprio essere, la conoscenza della propria qualità e della propria tendenza essenziale. ‘In ognuno c’è qualcosa di prezioso che non c’è in nessun altro’. Ma ciò che è prezioso dentro di sé, l’uomo può scoprirlo solo se coglie veramente il proprio sentimento più profondo, il proprio desiderio fondamentale, ciò che muove l’aspetto più intimo del proprio essere’” (Martin Buber, Il Cammino dell’uomo, pp. 28-29).

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