Distacco da sé senza attaccarlo

Il compito di ogni spiritualità è quello tenerci completamente svegli, vigilanti e consapevoli della realtà. Restare “attenti” e “svegli” non deriva da uno sforzo di volontà, ma da un abbandono al momento presente, così com’è. Essere presenti nel presente alla Presenza è ciò che significa essere “in” Dio o con qualsiasi altro nome vogliamo far riferimento all’intrascendibile trascendenza. Si tratta di lasciar andare quelle resistenze che ci trattengono dall’immergerci nel presente, per trattenere presso di noi l’immagine del passato o le aspettative del futuro. Accogliere – invece – la realtà di ciò che è proprio qui e ora, pienamente.

Per essere veramente consapevoli, dobbiamo fare un passo indietro dalla nostra identificazione compulsiva con il nostro sé isolato. Questa identificazione avviene attraverso il corpo: le sue sensazioni, emozioni e immagini mentali. Il “lasciar andare” tale identificazione (“io non sono il mio corpo, io non sono le mie sensazioni ed emozioni, io non sono la mia mente”) è l’aspetto più difficile della contemplazione. Porre sotto la nube dell’oblio (Nube della non-conoscenza) il nostro sé isolato (chiamato anche “ego”) è un compito faticoso poiché implica il passaggio (conversione, metànoia)  dall’idea del nostro “sé” individuale alla realtà del Sé divino. Questa è l’illusione principale della nostra vita: pensare e volere “propria” vita per poterla possedere “Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 16,25). Io non sono il mio “io”. L’Io con cui mi osservo non è l’Io osservato. Quello “lì” è la mia realizzazione, cioè la mia opera, in tedesco Wirklichkeit (= realtà) da wirken che dà il sostantivo das Werk, opera. Ma “io” non sono la mia opera: le mie sensazioni, le mie emozioni, le mie idee, la mia mente e le mie immagini. “Io” sono, pur senza sapere “chi” sono poiché quello che sono è ormai sotto la nube dell’oblio.

Si tratta di pura consapevolezza, un’osservazione di “me” da una certa distanza, dalla piattaforma panoramica gentilmente offerta da Dio. “Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio” (Rom 8,16). In greco si tratta della “testimonianza” (συμμαρτυρεῖ) che lo Spirito dà al nostro spirito che siamo “relativi” cioè “figli” di Dio. Siamo “immagine” di Dio. Siamo il riflesso di Dio nello specchio che noi siamo. Come lo specchio è “nient’altro-che” riflessione (ma riflessione appunto seconda) della realtà che si riflette nello specchio (riflessione appunto prima). Vedersi con gli occhi di Dio; consapevoli della consapevolezza di Dio. Dimenticar-si (nube dell’oblio) per entrare nella nube (in greco: σκιά che vuol dire “ombra” e da cui deriva anche il verbo “attendarsi” ἐσκήνωσεν) della non-conoscenza. L’esperienza di consapevolezza, di perdere il “proprio” sé, è il vero processo di incarnazione.

La maggior parte di noi non comprende questa consapevolezza perché siamo totalmente identificati con i nostri pensieri, sentimenti e modelli compulsivi di percezione che vanno e vengono. Non abbiamo una distanza adeguata da noi stessi, il che ci impedisce di “vedere”, quindi contemplare, lo sfondo in cui esistiamo (ek-sistere) e così non vediamo la nostra radicale connessione con tutto il resto. Il distacco dal “proprio” sé è assolutamente necessario per iniziare a vedere lo sfondo da cui siamo: tuffarsi nel profondo dello Spirito, come ha insegnato Meister Eckhart.

Quanto più contempliamo, tanto più il senso della nostra autonomia e ciò che pensiamo sia il nostro “sé” svanisce. Di solito pensiamo che il “proprio” sé sia il nostro unico sé, mentre si tratta di una creazione della nostra mente: “sé come se”. Attraverso la pratica della contemplazione, diventiamo sempre meno interessati a considerare questa identità relativa che siamo (riflesso di Dio) come la “nostra” realtà.

È controproducente dichiarare guerra a questa immagine “falsa” di sé. Essa diventerebbe così solo più marcata e rigida. Basta non seguirla, non darle credito o importanza. Quando non la nutriamo, essa lentamente scompare con calma e sperimentiamo una sorta di naturale umiltà.

Se la nostra contemplazione scende in profondità, pervadendo anche il nostro inconscio, per così dire, tutta la nostra visione del mondo cambierà: da uno stato di paura e di isolamento, ad uno di connessione con tutto il cosmo e di fiducia. Non viviamo più dentro il nostro sé fragile e incapsulato, ma diventiamo sempre più pesci che liberamente si muovono nell’oceano. Così, lentamente, diminuisce in noi il bisogno di proteggere il nostro piccolo e fragile sé. Nella contemplazione, passiamo dalla percezione del “proprio” e dai racconti auto-biografici che continuamente ci facciamo, alla pura consapevolezza di sé. L’apostolo Paolo parla di questa consapevolezza che è “riflessione di Dio” con il termine “Cristo”. “Non sono più io che vivo ma Cristo vive in me” (Gal 2,20); “La realtà è di Cristo” (Col 2,7).

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