Monista sì, ma relativo

La visione dantesca dei tre cerchi della Trinità
e al centro l’umanità nostra dipinta dentro la divinità

Si può credere ancora in “Dio” senza credere in un Dio personale? La concezione teista non riesce a reggere di fronte al dolore umano. La sofferenza degli innocenti (cfr dilemma di Epicuro) chiama in causa l’esistenza di un Dio infinitamente giusto e buono, attributi indispensabili per un Dio personale.

Due sono le alternative all’idea del Dio personale: o l’idea stoica della ragione universale o l’idea spinoziana del deus sive natura.

Sostengo, invece, una terza soluzione. Il Dio (tri-)personale è ancora pensabile non più come un’entità separata da noi. Dio è personale solamente quoad nos, cioè nella sua relazione a noi la divinità si rivela come il Dio uno e trino. Uno potrebbe obiettare: questo è modalismo “rivelativo”! Sì, è modalismo rivelativo, cioè Dio è (tri-) personale solo in relazione alla creatura. Ma la differenza dal modalismo sabelliano è che la rivelazione di Dio è la sua essenza. Questo è il modalismo di Karl Rahner nelle sue ultime conseguenze.

Affermare che la trinità economica è la trinità immanente, e viceversa significa che tutta la trinità (immanente) è la sua rivelazione! Non c’è nient’altro oltre la trinità economica. Ciò che va affermato “oltre”, non è tanto la trinità immanente (che è invece “identica” con la trinità economica), quanto la natura di Dio, la divinità (deitas o divinitas) del Dio (deus sive trinitas). È necessario affermare – perché si dia un monismo relativo (posizione che sostengo) – che la divinità di Dio è la trinità (natura in divinis ipsa relatio). Ma se la trinità è la rivelazione di Dio a noi, significa che “noi” siamo inclusi nella stessa natura di Dio.

Distinguiamo, quindi, due aspetti di Dio. La trinità è l’aspetto personale di Dio in quanto la natura divina attualizza se stessa, dandosi a noi come Padre, Figlio, e Spirito Santo. Nella Sua relazione al creato, Dio è vissuto ed esperimentato come “persona” e quindi il nostro modo di rivolgerci a Dio assumerà toni personali e antropomorfici. Con un’immagine: la divinità di Dio è come la luna. Come noi vediamo solo una faccia della luna, quella a noi rivolta, così sperimentiamo solo una faccia della divinità – cioè la persona, il volto – cioè il Dio (trino) rivolto a noi. È questo il Dio “persona” o “tri-personale”, cioè il Dio rivolto a noi.

Ma c’è anche l’altra faccia della luna, quella invisibile che non è rivolta a noi. È sempre la stessa luna, ma quell’altra faccia della luna non ci è accessibile, poiché non è rivolta a noi. Ma sappiamo che è l’altra faccia della stessa luna. Seguendo tale analogia, possiamo dire che l’altro aspetto della divinità , quello che a noi non è dato conoscere ed esperimentare, è la pura relazionalità. Potremo chiamare questo aspetto della divinità “irrelato” o “assoluto”. La divinità di Dio (divinitas), la natura di Dio, è puro darsi. L’aspetto rivolto “a noi” definisce la divinità come Dio (deus sive trinitas), il suo essere persona. Questo è l’aspetto che conosciamo ed esperimentiamo di Dio.

La divinità è l’aspetto trans-personale di Dio in quanto è relazionalità pura: l’eterno darsi (zoé) e scaturire (physis) della divinità. Senza di noi (e quindi il creato), la divinità non è Dio (trino). Che la divinità sia il Dio (deus sive trinitas), è decisione eterna. L’essenza della divinità, ciò che è, è determinata dalla sua volontà. Come afferma Plotino (Enneadi VI, 8, 13), l’Uno è padrone di sé poiché il suo essere dipende dalla sua libertà. “Egli è come volle”. Questo è l’evento in cui l’in-determinato o im-personale nel senso di trans-personale(deitas) si determina come deus sive trinitas e si definisce nell’umano (e quindi nel creato). Per questo il finito che siamo “noi” (e il creato) siamo inclusi dall’eternità in questa decisione eterna.

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