Due occhi … una visione

Molte persone vorrebbero mantenere la propria individualità nel loro rapporto con Dio: avere sé ed avere Dio, come l’Altro, a Cui pregare e adorare. Ci si giustifica anche teologicamente, affermando strenuamente la differenza ontologica tra l’essere di Dio e il proprio essere. Questo approccio dualistico si esprime in modo sublime nella relazione d’amore tra Dio e l’anima devota, attraverso la fede e l’abbandono a Dio.

Nella tradizione classica dell’advaita vedanta ci sono due modi di affrontare la questione di come approcciare Dio. Il primo modo è la pratica devozionale (bhakti) basata sul rapporto “io-Tu”, “brahman-atman”, la persona suprema di Dio e l’anima. Questo primo modo, tuttavia, è funzionale alla realizzazione “non duale”, che è la realtà a cui un classico advaita tende: la realizzazione che Io sono Brahman, Io sono l’infinito. Per giungere allo questo stadio finale dell’illuminazione e della liberazione, tale devozione dualista è certamente un buon trampolino di lancio per tuffarsi nell’oceano divino.

C’è anche un modo più tollerante di comprendere queste due prospettive. Come direbbe Sri Ramakrishna, invece di privilegiare la non-dualità (advaita) sulla dualità (dvaita), questi due approcci devono essere considerati legittimi percorsi equivalenti. Tutti e due ti liberano dal samsara: diremmo con un’espressione equivalente, ti liberano dalla vanità di tutte le cose. “Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità: tutto è vanità” (Qoh, 1,2).

Ciò che è importante sottolineare è che l’approccio duale, la devozione verso Dio è certamente un cammino molto prezioso, in quanto attenua e mitiga l’ego, però va detto che non lo non sradica. Perché l’ego venga sradicato deve essere dissolto, ovvero “sciolto” dalla presa dell’ego stesso e abbandonarsi alla Vita divina. “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). Io, non più io. “Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna” (Gv 12,25).

Una volta sciolto dalla presa, l’ego inizia a vivere nell’Assoluto. Più spesso si intende l’Assoluto come “ciò che è sciolto da ogni vincolo e da ogni legame. In altri termini, totalmente indipendente e libero, totalmente autosufficiente. Preferisco, invece, parlare dell’Assoluto come “scioltezza” e “libertà” da tutte le dipendenze e condizioni, perché l’Assoluto è relazione originaria ed originante. Per questo che la relazione assoluta non va pensata come costituita da tre persone o relazioni, che a sua volta sono “in” relazione, ma come “relazione irrelazionata”. Con “assoluto” non si intende un essere “auto-sufficiente, ma Vita eccedente e che si comunica: Vita abbondante, Vita senza morte, appunto Vita eterna. E dove c’è Vita, c’è generatività e relazione.

Prendiamo la metafora del sogno e paragoniamo la nostra relazione con Dio come in un sogno. Quando sogniamo ci localizziamo come soggetti separati di esperienza all’interno del nostro sogno e guardiamo al mondo sognato fuori di noi. Il soggetto sognante si sente piccolo, finito e limitato. Si percepisce come una parte di questo mondo ma allo stesso tempo un’essere di questo mondo. Il soggetto sognante si domanda cosa sia tutto questo “mondo” da cui è emerso. Se il singolo dal mondo, anche il mondo è emerso da qualcosa prima e di più grande. Questo essere “precedente” e “più grande” viene normalmente concettualizzato come “Dio”: Colui che è al di là, prima e superiore a tutti noi e all’universo. La “trinità” di Dio-universo-sé (l’esperienza cosmoteandrica) è la struttura ontologica di questa relazione. Questo meraviglioso e magnifico Dio infinito (deus) è il creatore di noi e del cosmo.

Anche da questo punto di vista, se il mondo è creato o emanato da questo Dio infinito e noi ci consideriamo parte di o separati all’interno del cosmo, l’essenza del mondo, in cui siamo differenziati e individualizzati, è “l’essenza di Dio”. Infatti, se si desse una vera distinzione tra l’essenza divina e l’agire divino, questa essenza di Dio sarebbe soggetta alla potenzialità, al mutamento e alla composizione. Dio non sarebbe più perfetto, semplice e Puro Atto di essere.

Se si segue l’approccio duale a Dio fino in fondo, ci si rende conto alla fine che l’essere che “Io sono” non è altro che una definizione, localizzazione o individualizzazione dell’essere di Dio.

Queste due prospettive, duale e non duale, sono entrambe differenti ed identiche. Sono diverse, perché la visione duale di Dio è orientata a quella non-duale. La visione duale e personale di Dio è l’apparenza della vera natura della realtà divina. Quando si persegue e si approfondisce sempre più l’approccio duale, ci si rende conto poi alla fine che Dio solo è. Non abbiamo a che fare nella vita spirituale di una visione doppia o diplopia: una relazione personale di amore con Dio, e un’identità trans-personale con Dio. La relazione personale con Dio può essere paragonata all’occhio destro e la relazione con se stessi, gli altri e il cosmo all’occhio sinistro. Perché l’unica realtà sia contemplata (tradizionalmente detta: visio beatifica), sono necessari entrambi gli occhi. Cosa è mai questa unica realtà? È l’essenza divina, la realtà divina: l’Assoluto che è incondizionato e libero dono-di-sé, sciolto da ogni dipendenza poiché è Dio che dà Dio, Luce che dà Luce, Vita che dà Vita.

Benché siano differenti, queste due prospettive si identificano, poiché attraverso l’approccio duale si giunge alla realizzazione che non c’è altro sé in me e in ogni altro essere, diverso dall’essere di Dio (il non aliud di Niccolò Cusano).

La vera devozione a Dio è la realizzazione di essere uno con Dio. “Io e il Padre siamo uno” (Gv 10:30).

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