Gesù è stato salvato dal peccato?

La lettera agli Ebrei (4,15) afferma Gesù è in tutto simile a noi, eccetto che nel peccato. L’affermazione su Gesù è di carattere “escatologico”; si dice di Gesù quello che è diventato con la Pasqua: non quello che è stato nella sua vita terrena! Solo così si comprende perché il Gesù storico abbia chiesto a Giovanni il battesimo al Giordano. Gesù è “divenuto” senza peccato, quindi anche Gesù è stato salvato nell’atto della Resurrezione.

Per Giustino e Ilario di Poitiers, ricorda Luis F. Ladaria, hanno parlato della salvezza di Gesù (genitivo soggettivo). Così afferma Ilario di Poitiers (Tr. Ps 53, CCL 61,139): “dalla debolezza che ha in comune con noi ha chiesto per sé la salvezza da parte del Padre, perché si potesse intendere che si trovava dentro la nostra umanità nelle stesse condizioni della nostra umanità”. E così conclude Ladaria: “Cristo può essere il salvatore perché nella sua umanità ha sperimentato e ha ricevuto la salvezza da Dio; in una parola, è stato salvato”[1]. “[…] il noto assioma ‘quod non est assumptum non est sanatum’ ottiene pienezza di significato se pensiamo che in primo luogo è stato ‘salvato’ Gesù stesso nella sua umanità, che egli ha assunto nella sua integrità (corpo e anima), e per questo ha potuto essere salvato tutto il genere umano; la sua salvezza è passata ad ogni uomo”[2]. A questo punto, però, Ladaria entra in una palese contraddizione, affermando: “È evidente che, nel caso di Gesù, la ‘salvezza’ esclude la liberazione dal peccato, che non ha potuto commettere, ma che egli, però, si è caricato sulle sue spalle”[3]. Dunque, Gesù è stato salvato dal peccato ma non dal suo peccato. Assumendo l’umanità (con il peccato), la persona del Figlio di Dio ha salvato l’umanità dal peccato, cioè quell’umanità di cui partecipa l’uomo Gesù. Gesù non può essere stato salvato dal suo peccato, poiché il fondamento della volontà umana e dell’agire umano di Gesù è la persona divina del Verbo. Poiché Dio non può peccare – a motivo dell’impeccabilità della natura divina – ne segue che il Figlio di Dio in quanto persona divina “non può peccare” di diritto. Risulta chiaro da queste citazioni di Ladaria che il dato del Gesù storico, testimoniato dal Nuovo Testamento (cf la Lettera agli Ebrei, in particolare 4,15), viene interpretato non in modo “escatologico” (Gesù risorto e divenuto il Cristo) ma “protologico” (il Verbo preesistente, il Figlio di Dio consustanziale a Dio Padre). Questo è uno dei tanti esempi in cui il dogma (s-)piega la Scrittura, affinché lo confermi. 

Se interpretiamo il “senza peccato” di Eb 4,15 alla luce di Eb 5,8-9 “imparò l’obbedienza”, “reso perfetto”, ne segue che il “senza peccato” predicato di Gesù non è da considerarsi già dato ma da essere raggiunto nella perfezione, e quindi uno stato di non ancora compimento escatologico. Il verbo greco presente in Eb 5,9 è τελειωθεὶς, da τελειόω e significa: perfezionare, completare, realizzare. Si tratta di un processo o sviluppo di perfezionamento ed ha il suo fine nella Pasqua. A questo punto, mi sembra riduttivo quanto afferma Romano Penna, secondo cui il “perfezionamento” di Gesù si riferisce al suo essere costituito sacerdote e non ad un perfezionamento morale di Gesù verso la piena santità[4]. “[Gesù] ha perfezionato anche il proprio rapporto, sia nei confronti di Dio mediante una estrema docilità nei confronti della sua volontà, tale da fargli accettare una sorte che non meritava affatto (da questo punto di vista è possibile recuperare parte dell’interpretazione morale), sia attraverso la totale solidarietà con gli uomini (cf. 2,9-18; e 8,1)”[5]. A mio parere, è da notare una certa ambiguità nella comprensione del perfezionamento, vedendo questo come un accidente, che non definisce sostanzialmente l’identità escatologica di Gesù.

Nella fine di Gesù (la sua morte) avviene ed è rivelato il fine di Gesù (la sua resurrezione). Ciò riguarda lo stato escatologico che Gesù ha raggiunto: “Dio ha costituito (ἐποίησεν) Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso!” (Atti 2,36); “costituito (ὁρισθέντος) Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti” (Rom 1,4)[6].

A partire dalla Pasqua, Gesù è “senza peccato” poiché è nella resurrezione che Gesù è divenuto Figlio di Dio e l’umano di Gesù ha raggiunto il suo pieno compimento: compimento che è possibile per ciascuno di noi.

A contraddire questa comprensione del “senza peccato” in Gesù, si potrebbe richiamare 2Cor 5,21 (cf Rom 3,20, Rom 7,7, 1Pt 2,22, Gv 8,46 e 1Gv 3,5) in cui Paolo afferma che Cristo non ha conosciuto peccato. L’espressione “conoscere peccato”, seguendo la prospettiva biblica, implica una conoscenza esperienziale del peccato, effettivamente commesso in un atto e momento preciso. Tuttavia, è indicativo quanto 1Gv 3,9-10 afferma: “Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché un germe divino dimora in lui, e non può peccare perché è nato da Dio. Da questo si distinguono i figli di Dio dai figli del diavolo: chi non pratica la giustizia non è da Dio, né lo è chi non ama il suo fratello”. Chiunque è nato da Dio (ὁ γεγεννημένος ἐκ τοῦ θεοῦ) è “senza peccato”. Ciò significa che “essere in Dio”, “nascere da Dio” implica essenzialmente “essere senza peccato“, “non conoscere peccato“. “Chiunque rimane in lui non pecca; chiunque pecca non lo ha visto né l’ha conosciuto” (1Gv 3,6). Poiché Dio è santo per essenza, “senza peccato”, essere “in Dio” implica essenzialmente essere “immacolati”, “impeccabili” e “senza macchia”: dunque, perfetti. Come intendere questa perfezione? Protologica o escatologica? Ritengo vada compresa in maniera escatologica. Dalla fine si comprende l’inizio (priorità gnoseologica), ma l’inizio si realizza alla fine (priorità ontologica). Il seme di quercia si realizza nell’albero di quercia (priorità ontologica della fine sull’inizio) e fa sì che questo seme sia conosciuto “come” seme dell’albero di quercia (priorità gnoseologica).

Ricomprendere la cristologia in chiave escatologica, piuttosto che esclusivamente protologica (come fa il dogma di Nicea e di Calcedonia), ha il vantaggio di far riconoscere pienamente l’umanità di Gesù nella sua crescita e sviluppo. Gesù è veramente divenuto il Cristo e il Figlio di Dio e non lo è “sempre stato”. I vangeli dell’infanzia (Mt e Lc 1-2) e il Prologo (Gv 1,1-18) rileggono il divenire umano, la storia di Gesù “in Dio”, nell’identità di Dio. Queste sono letture potremmo dire midrashiche della vita di Gesù che non hanno lo scopo di alterare l’umanità di Gesù ma di coglierne la sua profondità che “in Dio”. Gesù è veramente divenuto senza peccato e non lo è “sempre stato”. Dall’escatologia di Gesù si potrà elaborare una cristologia protologica in cui la storia di una vita umana e la sua condizione creaturale (di limite, di perfettibilità e di crescita) siano pienamente riconosciute e non neutralizzate o annientate nel divino. Questo è sempre stato l’esito di una cristologia in cui la protologia precede ed interpreta l’escatologia.

Il secondo vantaggio di questa lettura “escatologica” della cristologia è quello di riconoscere la verità radicale del legame essenziale che c’è tra noi e Gesù. Ladaria riconosce questo legame, affermando che Cristo, in quanto salvato, è unito indissolubilmente a noi. “Cristo, che è salvatore in quanto capo, è anche salvato in quanto capo unito indissolubilmente al corpo. […] sia la pienezza di Cristo come capo del corpo, che la salvezza di Cristo e la nostra, fatte le debite distinzioni, sono una e la stessa”[7]. Avviene nella salvezza quanto si dà nella filiazione divina. Come il Figlio di Dio rende noi partecipi della sua filiazione divina, così ci rende partecipi della sua salvezza. Ladaria è portavoce della Tradizione che legge la nostra filiazione come divinizzazione: nostra filiazione ontologicamente differente dalla sua filiazione in quanto Gesù è Figlio di Dio “consustanziale” (grazia ipostatica) mentre noi lo siamo “per partecipazione” (grazia santificante e abituale). Alla luce di questa interpretazione tradizionale la filiazione adottiva (υἱοθεσία) di cui parla Paolo (cf Rom 8,15; Ef 1,5) viene vista come distinta dalla filiazione reale di Gesù con il Padre. Così viene letta anche la differenza terminologica di Giovanni tra il Figlio unigenito (υἱός) e noi figli (τέκνα) e in modo icastico in Gv 20,17 – “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” – dove le due filiazioni vengono poste quasi in parallelo: lettura questa contestata da Raymond Brown poiché l’intenzione dell’evangelista è di affermare non tanto la distinzione quanto l’identità dell’una con l’altra. Con la Pasqua “il Padre mio e Dio mio” di Gesù è diventato “il Padre vostro e Dio vostro”. La differenza terminologica tra υἱός e τέκνα è il modo con cui Giovanni (nel Vangelo e nelle lettere) sottolinea il primato rivelativo di Gesù (Gv 1,18): “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato”. Dal punto di vista cristologico, infatti, μονογενὴς non dovrebbe essere tradotto “unigenito” (il termine sarebbe: ) ma con “unico”, l’unico nel suo genere o classe, ed è analogo al paolino (Rom 8,29; Col 1,18; Eb 1,6) “primogenito” (πρωτότοκος): “Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Rom 8,29).

La lettura escatologica della cristologia, quindi, ci permette di riconoscere che anche noicon Gesù siamo in cammino per diventare figli di Dio. Dal punto di vista escatologico si deve fare la distinzione tra uno stato “di diritto” e uno “di fatto”. Tutte le creature sono “sicut deus” di diritto, cioè non c’è alcuna differenza ontologica tra noi e Gesù. “Di fatto”, invece, dal punto di vista di realizzazione “escatologica”, c’è una differenza tra noi e Gesù. Lui è già la “piena” realizzazione del “sicut deus”, noi siamo ancora “in divenire”, “in progress”. Quando giungeremo anche noi a “il fine” escatologico come l’ha raggiunto Gesù, saremo anche noi “di fatto” il Cristo, il Figlio di Dio, “sicut deus”.


[1] Luis F. Ladaria, Gesù Cristo salvezza di tutti, EDB, Bologna 2009, 69.

[2] Luis F. Ladaria, Gesù Cristo salvezza di tutti, 72.

[3] Luis F. Ladaria, Gesù Cristo salvezza di tutti, 72.

[4] Romano Penna, I ritratti originali di Gesù il Cristo. Inizi e sviluppi della cristologia neotestamentaria, vol. II: Gli sviluppi, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1999, 290-291.

[5] Romano Penna, I ritratti originali di Gesù il Cristo, 290-291.

[6] Il termine ὁρίζω in greco significa: definire, determinare, nominare.

[7] Luis F. Ladaria, Gesù Cristo salvezza di tutti, 76.

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