Benedire i soggetti ma non l’unione!

Benedizione dei “soggetti” dell’unione, ma non dell’”oggetto” di questa unione.

a) Il Responso “non esclude che vengano impartite benedizioni a singole persone con inclinazione omosessuale, le quali manifestino la volontà di vivere in fedeltà ai disegni rivelati di Dio così come proposti dall’insegnamento ecclesiale”. La benedizione alle singole persone con inclinazione omosessuale è concessa solo a coloro che “manifestano” di vivere da singoli il loro orientamento sessuale in castità. Il Responso non esclude che singole persone con inclinazione omosessuale possano vivere in un’unione di “casta” amicizia e che questa unione di amicizia – manifesta in quanto “casta” – possa in quanto tale essere lecitamente benedetta.

b) Il Responso riconosce come illecito riconoscere una benedizione all’unione di due persone dello stesso sesso, così come a persone di sesso diverso che contraessero un’unione o partenariati anche stabili, “che implicano una prassi sessuale fuori dal matrimonio (vale a dire, fuori dell’unione indissolubile di un uomo e una donna aperta di per sé alla trasmissione della vita)”. Ciò che il Responso vieta è l’esercizio della sessualità “al di fuori” del matrimonio in quanto solo l’ambito matrimoniale rende lecito ogni possibile attività sessuale. Ne segue che sia la masturbazione individuale, sia il rapporto prematrimoniale, sia l’unione di un uomo e una donna vissuta al di fuori del sacramento del matrimonio (unione civile) e sia l’unione di due persone dello stesso sesso, in quanto sono tutte prassi sessuali “fuori dal matrimonio” non possono essere “oggetto” di una benedizione. Solo il matrimonio rende lecito l’esercizio della sessualità il cui fine è la procreazione e l’unione tra un uomo e una donna.

Questo è il disegno rivelato di Dio sulla sessualità umana: il matrimonio – sacramentalmente celebrato e vissuto – tra un uomo e una donna.

Tutto ciò che è vissuto “sessualmente” al di fuori del matrimonio non ha senso e non può essere benedetto, poiché è “intrinsecamente” non ordinato al disegno divino sulla sessualità umana e quindi incapace di ricevere una benedizione. Ciò non significa che i soggetti siano incapaci di ricevere la benedizione o ne siano esclusi. I soggetti (uomo o donna che sia) possono singolarmente accostarsi al sacerdote a ricevere una benedizione “se” manifestano l’intenzione di vivere “senza esercitare” la loro sessualità: dunque, senza masturbarsi, senza avere rapporti con un’altra persona dello stesso o di altro sesso.

Ma chiediamoci: Sessualità è Matrimonio?

Fin quando “Sessualità” e “Matrimonio” vengono identificati tout court, per cui il fine della sessualità è il matrimonio, ed ogni atto sessuale senza questa finalità viene considerato intrinsecamente dis-ordinato, poiché non è ordinato al matrimonio (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2352), allora sono vane le aperture pastorali agli omosessuali. Basta leggere cosa la Chiesa cattolica romana dice della masturbazione: “Per masturbazione si deve intendere l’eccitazione volontaria degli organi genitali, al fine di trarne un piacere venereo. «Sia il Magistero della Chiesa – nella linea di una tradizione costante – sia il senso morale dei fedeli hanno affermato senza esitazione che la masturbazione è un atto intrinsecamente e gravemente disordinato». «Qualunque ne sia il motivo, l’uso deliberato della facoltà sessuale al di fuori dei rapporti coniugali normali contraddice essenzialmente la sua finalità». Il godimento sessuale vi è ricercato al di fuori della «relazione sessuale richiesta dall’ordine morale, quella che realizza, in un contesto di vero amore, l’integro senso della mutua donazione e della procreazione umana». Al fine di formulare un equo giudizio sulla responsabilità morale dei soggetti e per orientare l’azione pastorale, si terrà conto dell’immaturità affettiva, della forza delle abitudini contratte, dello stato d’angoscia o degli altri fattori psichici o sociali che possono attenuare, se non addirittura ridurre al minimo, la colpevolezza morale”.

Tutto ciò che è vissuto “fuori dal matrimonio” è “contro natura”, contro e fuori dal “fine” che è amore procreativo celebrato sacramentalmente tra uomo e donna.

Masturbazione ed atti omosessuali sono contro-natura e dis-ordinati intrinsecamente.

L’attenzione pastorale alle persone omosessuali, dunque, non è un attento ascolto della loro esperienza concreta ma avviene in base a un pre-giudizio e una mancanza che è loro costitutiva.

Masturbazione ed atti omosessuali sono “in-sensati”.

Mi chiedo allora: se tutte le cose create (tutte!!! anche i vermi e le pietre) “appetunt deum” come afferma Tommaso d’Aquino, non è il desiderio (appetitum) di Dio cioè di Colui che è amore fecondo, generante, comunicante la Vita, il fine della sessualità: l’amore come “forma” della corporeità che realizza nei vari esseri l’unione a vari gradi e differentemente: partecipazione dell’amore e vita abbondante di Dio?

La Rivelazione biblica e la riflessione antropologica suggeriscono di vedere nella sessualità una forma eminente dell’incontro con l’altro, dove l’altro, nel disegno di Dio è l’essere umano di sesso differente. “Il Signore Dio disse: ‘Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda’” (Gen 2,18). Non è né il solo maschio, né la sola donna creati ad  immagine di Dio; l’uomo “è” immagine di Dio non tanto nella mascolinità o nella femminilità, ma nella “relazione”. “L’immagine divina non va dunque anzitutto ricercata nella differenza sessuale, ma nell’umano unitariamente inteso, o meglio […] nella relazione, la quale sta a fondamento dello strutturasi dell’umano” (Piana 2000, p. 51). L’incontro con l’altro nella forma della differenza sessuale, dunque, è solo una delle espressioni in cui l’uomo fa esperienza di sé e giunge alla comprensione della propria identità (אָדָם – Adam). Come Dio è in se stesso relazione immanente (Padre, Figlio e Spirito Santo), così l’uomo è immagine di Dio in quanto essere relazionale “(maschio) e (femmina)” e non in quanto “maschio (e) femmina“. “Non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28). Ciò significa che la finalità e l’ordine, con metafora biblica il gan Eden,  dell’uomo è di divenire sempre più imago dei, cioè il Cristo.

«L’icona trinitaria rende perciò trasparente la priorità della relazione rispetto alle modalità secondo le quali si realizza, al punto che la stessa differenza tra le persone divine è piuttosto conseguenza o effetto (e non causa) della relazionalità» (Piana 2000, p.52)

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Benedizione dei “soggetti” dell’unione, ma non dell’”oggetto” di questa unione.

a) Il Responso “non esclude che vengano impartite benedizioni a singole persone con inclinazione omosessuale, le quali manifestino la volontà di vivere in fedeltà ai disegni rivelati di Dio così come proposti dall’insegnamento ecclesiale”. La benedizione alle singole persone con inclinazione omosessuale è concessa solo a coloro che “manifestano” di vivere da singoli il loro orientamento sessuale in castità. Il Responso non esclude che singole persone con inclinazione omosessuale possano vivere in un’unione di “casta” amicizia e che questa unione di amicizia – manifesta in quanto “casta” – possa in quanto tale essere lecitamente benedetta.

b) Il Responso riconosce come illecito riconoscere una benedizione all’unione di due persone dello stesso sesso, così come a persone di sesso diverso che contraessero un’unione o partenariati anche stabili, “che implicano una prassi sessuale fuori dal matrimonio (vale a dire, fuori dell’unione indissolubile di un uomo e una donna aperta di per sé alla trasmissione della vita)”. Ciò che il Responso vieta è l’esercizio della sessualità “al di fuori” del matrimonio in quanto solo l’ambito matrimoniale rende lecito ogni possibile attività sessuale. Ne segue che sia la masturbazione individuale, sia il rapporto prematrimoniale, sia l’unione di un uomo e una donna vissuta al di fuori del sacramento del matrimonio (unione civile) e sia l’unione di due persone dello stesso sesso, in quanto sono tutte prassi sessuali “fuori dal matrimonio” non possono essere “oggetto” di una benedizione. Solo il matrimonio rende lecito l’esercizio della sessualità il cui fine è la procreazione e l’unione tra un uomo e una donna.

Questo è il disegno rivelato di Dio sulla sessualità umana: il matrimonio – sacramentalmente celebrato e vissuto – tra un uomo e una donna.

Tutto ciò che è vissuto “sessualmente” al di fuori del matrimonio non ha senso e non può essere benedetto, poiché è “intrinsecamente” non ordinato al disegno divino sulla sessualità umana e quindi incapace di ricevere una benedizione. Ciò non significa che i soggetti siano incapaci di ricevere la benedizione o ne siano esclusi. I soggetti (uomo o donna che sia) possono singolarmente accostarsi al sacerdote a ricevere una benedizione “se” manifestano l’intenzione di vivere “senza esercitare” la loro sessualità: dunque, senza masturbarsi, senza avere rapporti con un’altra persona dello stesso o di altro sesso.

Ma chiediamoci: Sessualità è Matrimonio?

Fin quando “Sessualità” e “Matrimonio” vengono identificati tout court, per cui il fine della sessualità è il matrimonio, ed ogni atto sessuale senza questa finalità viene considerato intrinsecamente dis-ordinato, poiché non è ordinato al matrimonio (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2352), allora sono vane le aperture pastorali agli omosessuali. Basta leggere cosa la Chiesa cattolica romana dice della masturbazione: “Per masturbazione si deve intendere l’eccitazione volontaria degli organi genitali, al fine di trarne un piacere venereo. «Sia il Magistero della Chiesa – nella linea di una tradizione costante – sia il senso morale dei fedeli hanno affermato senza esitazione che la masturbazione è un atto intrinsecamente e gravemente disordinato». «Qualunque ne sia il motivo, l’uso deliberato della facoltà sessuale al di fuori dei rapporti coniugali normali contraddice essenzialmente la sua finalità». Il godimento sessuale vi è ricercato al di fuori della «relazione sessuale richiesta dall’ordine morale, quella che realizza, in un contesto di vero amore, l’integro senso della mutua donazione e della procreazione umana». Al fine di formulare un equo giudizio sulla responsabilità morale dei soggetti e per orientare l’azione pastorale, si terrà conto dell’immaturità affettiva, della forza delle abitudini contratte, dello stato d’angoscia o degli altri fattori psichici o sociali che possono attenuare, se non addirittura ridurre al minimo, la colpevolezza morale”.

Tutto ciò che è vissuto “fuori dal matrimonio” è “contro natura”, contro e fuori dal “fine” che è amore procreativo celebrato sacramentalmente tra uomo e donna.

Masturbazione ed atti omosessuali sono contro-natura e dis-ordinati intrinsecamente.

L’attenzione pastorale alle persone omosessuali, dunque, non è un attento ascolto della loro esperienza concreta ma avviene in base a un pre-giudizio e una mancanza che è loro costitutiva.

Masturbazione ed atti omosessuali sono “in-sensati”.

Mi chiedo allora: se tutte le cose create (tutte!!! anche i vermi e le pietre) “appetunt deum” come afferma Tommaso d’Aquino, non è il desiderio (appetitum) di Dio cioè di Colui che è amore fecondo, generante, comunicante la Vita, il fine della sessualità: l’amore come “forma” della corporeità che realizza nei vari esseri l’unione a vari gradi e differentemente: partecipazione dell’amore e vita abbondante di Dio?

La Rivelazione biblica e la riflessione antropologica suggeriscono di vedere nella sessualità una forma eminente dell’incontro con l’altro, dove l’altro, nel disegno di Dio è l’essere umano di sesso differente. “Il Signore Dio disse: ‘Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda’” (Gen 2,18). Non è né il solo maschio, né la sola donna creati ad  immagine di Dio; l’uomo “è” immagine di Dio non tanto nella mascolinità o nella femminilità, ma nella “relazione”. “L’immagine divina non va dunque anzitutto ricercata nella differenza sessuale, ma nell’umano unitariamente inteso, o meglio […] nella relazione, la quale sta a fondamento dello strutturasi dell’umano” (Giannino Piana). L’incontro con l’altro nella forma della differenza sessuale, dunque, è solo una delle espressioni in cui l’uomo fa esperienza di sé e giunge alla comprensione della propria identità (אָדָם – Adam). Come Dio è in se stesso relazione immanente (Padre, Figlio e Spirito Santo), così l’uomo è immagine di Dio in quanto essere relazionale “(maschio) e (femmina)” e non in quanto “maschio (e) femmina“. “Non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28). Ciò significa che la finalità e l’ordine, con metafora biblica il gan Eden, dell’uomo è di divenire sempre più imago dei, cioè il Cristo. Il disegno divino è la creazione “in Cristo”.

La complementarietà non è quindi esclusiva dell’eterosessualità, ma sincere espressioni di amicizia e amore tra persone anche del medesimo sesso costituisco un’esperienza  di quella ricerca di alterità che non è altro che un lungo viaggio alla scoperta della propria identità.

L’incontro con l’altro è l’alveo in cui scorre il fiume impetuoso della sessualità. La fede cristiana esprime con agape la realizzazione piena di questo incontro con l’altro: eros ed agape non si lasciano mai separare l’uno dall’altro. Così si esprime papa Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est al n. 7: «Quanto più ambedue, pur in dimensioni diverse, trovano la giusta unità nell’unica realtà dell’amore, tanto più si realizza la vera natura dell’amore in genere».  Sessualità e relazionalità sono le due modalità concrete con cui si rapportano eros ed agape. Senza amore l’eros rischia di arenarsi nell’orizzonte dell’ego e dei suoi bisogni; senza passione l’amore finisce di degenerare nel comandamento. 

Come vari e molteplici sono le forme di questa relazionalità, così varie e molteplici sono le forme della sessualità: è  necessario pertanto recuperare una comprensione analogica della sessualità, che sappia riconoscere cosa ci sia di somigliante e di differente nell’orientamento omo– ed eterosessuale.

Un primo semplice passo per sdoganarsi dall’alternativa “omosessualità sì, omosessualità no” sarebbe quello di applicare alla comprensione dell’amore sessuale quel modello ecclesiologico utilizzato dal Concilio Vaticano II per dar ragione dell’ecclesialità di coloro che erano considerati “fuori” dalla Chiesa cattolica.

Prima del Concilio Vaticano II si diceva: o si è dentro la Chiesa cattolica o si è fuori. Tertium non datur. Chi non era cattolico era “eretico” e la sua chiesa era considerata una setta. Viveva in un vuoto ecclesiale.  La comprensione conciliare ha avviato, invece, una visione graduale dell’ecclesialità. C’è un più e un meno. Il documento conciliare Unitatis Redintegratio al n. 22 afferma che nelle comunità ecclesiali nate dalla Riforma del XVI secolo è presente un defectus ordinis. Secondo la dottrina ufficiale della Chiesa cattolica in queste comunità ecclesiali non ci sarebbe vero sacerdozio ministeriale, e dunque non può essere celebrata una “vera” eucaristia. Ma i teologi ecumenisti si interrogano se caso mai si tratti non di un’assenza (defectus ut nihil), ma di una mancanza, ovvero di una non-pienezza dell’ordine sacro (defectus ut minus). Anzi si può dire che queste comunità ecclesiali sono “chiese” non nel senso in cui quella cattolica vuole esserlo: sono “chiese” di un altro tipo, alle quali dal punto di vista cattolico “mancano” elementi essenziali per la concezione cattolica della Chiesa. Il defectus è in riferimento alla dimensione confessionale e categoriale della Chiesa cattolica; ciò non toglie che dal punto di vista ontologico ed ecclesiale queste Comunità ecclesiali siano propriamente e veramente “chiese”.

Questo modello ecclesiologico che ha fatto scoprire nelle chiese della Riforma elementi della ecclesia Christi, potrebbe aiutarci a far scoprire nell’amore omosessuale elementi di quella relazionalità che sono costitutivi della persona umana creata ad immagine di Dio. Medesima ermeneutica e applicazione analogica del modello ecclesiologico del Concilio si è riscontrata nell’intervento del card. Christoph Schönborn, durante il recente sinodo straordinario sulla famiglia. Il cardinale applica al matrimonio quanto la Lumen gentium n. 8 dice a proposito degli “elementa ecclesiae”. Il cardinale si domanda se parecchi elementi di santificazione e di verità possano trovarsi nelle forme imperfette di matrimonio e di famiglia: unioni di fatto, convivenza di non sposati e matrimoni senza certificato di nozze.

In una intervista, pubblicata dalla rivista dei gesuiti americani America, il card. Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga, ha ripreso questo concetto di gradualità nella valutazione delle relazioni omosessuali. Benché queste per la Chiesa non siano da porre allo stesso livello di quelle eterosessuali, non possono essere giudicate del tutto negativa. “Non è possibile vedere una persona solo da un punto di vista, senza considerare tutta la situazione di una persona. Questo è molto importante per l’etica sessuale. Proprio il mese scorso, il vescovo Johan Bonny di Anversa, in Belgio, ha detto che la Chiesa dovrebbe riconoscere una ‘diversità di forme’ e potrebbe benedire delle relazioni gay basate su questi valori di amore, fedeltà e impegno”.

Applicando ulteriormente questa ermeneutica della gradualità non solo al matrimonio ma più in generale alla sessualità, integrando la dimensione della gradualità con quella delle diverse forme di sessualità e del loro sviluppo, possiamo riconoscere all’amore coniugale tra uomo e donna la piena sussistenza/normatività, non è escluso che l’amore tra due persone dello stesso sesso possa essere espressione – benché imperfetta – di amore. Espressione “imperfetta” non significa che sia di “serie B” o sia inferiore a quella eterosessuale. Significa semplicemente che non gode di quella pienezza che ha l’amore coniugale eterosessuale, in quanto è privo del significato procreativo. Ciò non toglie che dal punto di vista della relazione affettivo-sessuale l’intimità tra due persone dello stesso sesso sia espressione di amore, ad immagine dell’amore trinitario.

Dal punto di vista “trascendentale-erotico” e non “categoriale-procreativo”, non si dà un più o un meno, ma una pienezza valoriale che varia a seconda della qualità morale della relazione, ben espressa dal comandamento: «Ama il prossimo tuo come te stesso». (Mt 22,39). Amare l’altro, secondo l’agape, significa ricercare il suo bene, amando l’altro/a in modo tale che questi diventi più forte, più indipendente, e non più debole e meno capace di assumere autonomamente la propria vita.

L’amore eterosessuale non esaurisce la totalità di quella relazionalità che fa sì che l’uomo sia immagine di Dio! Bisogna quindi comprendere la sessualità in maniera analogica e non univoca; piuttosto che concentrarsi sulla genitalità procreativa, si potrebbe tener conto della fecondità e della generosità presenti nelle relazioni omosessuali, per valutarne la loro moralità. Il teologo morale Giannino Piana ricorda che «è sufficiente qui ricordare il significato non esclusivamente procreativo della fecondità umana, la quale, se intesa nella sua valenza più profonda e spirituale, coincide, in ultima analisi con l’apertura della relazione agli altri, e può pertanto incarnarsi in molte forme di servizio alla vita della società».

Benché questa fecondità non sia dello stesso tipo di quelle eterosessuali, possono gli atti omosessuali esprimere una vera donazione ed amore. La bontà degli atti omosessuali non va giudicata, quindi, in maniera astratta ma nel contesto delle relazioni della persona. È necessario una morale del discernimento sulle relazioni e proporre alle persone omosessuali credenti un itinerario spirituale che aiuti a conformarle all’immagine di Dio.

«Il che evidenzia come la bontà morale di un rapporto è fondamentalmente data dalla capacità che esso ha di esprimere in modo profondo, autentico, coinvolgente il mondo interiore delle due persone, di creare cioè le condizioni per lo sviluppo di una vera interpersonalità , la quale si realizza solo nella misura in cui si abbandona la tentazione di trattare l’altro (l’altra) come oggetto e si riconosce invece la sua unicità irrepetibile e la sua inestimabile dignità. Il principio kantiano: “Agisci sempre trattando l’altro come fine, e mai come mezzo”, è il presupposto ineludibile per la costruzione di ogni serio rapporto umano e, di conseguenza, il metro ultimo di valutazione della moralità» (Giannino Piana).

Nel suo cammino di fede il credente omosessuale è chiamato a scegliere quegli atti e quello stile di vita che lo conforma sempre più all’immagine di un Dio che è relazione. Dire “cammino” significa movimento e “senso” (sia come direzione di marcia che di sentire). L’ideale della “perfezione” non si dà tanto nell’astratta valutazione (giusto o sbagliato) di atti morali compiuti in riferimento ad una norma, quanto nel “sentire” l’attrazione, benché faticosa, di questa dinamica spirituale verso l’Amore che è Dio: “progress not perfection”.

È necessario rendersi conto del valore insostituibile che ha nella vita morale e spirituale l’esperienza dell’amicizia, o di amore se si vuole. Queste esperienze aiutano la  persona ad uscire da sé ed aprirsi all’altro. Il compito dell’etica non è in vista del mutamento della tendenza ma nel favorire per quanto possibile la crescita di relazioni più autentiche nelle condizioni date.  La persona omosessuale credente sarà tenuta in coscienza a scegliere ciò che l’approssima sempre più al “meglio” delle relazioni che sta concretamente vivendo: con il proprio corpo, con gli altri e con Dio. In tale contesto il bene morale sarà ciò che rende capace di esprimere e di potenziare (fecondità) le relazioni con gli altri e il mondo, con e con Dio:

«Buona è la relazione che promuove altre relazioni; buono è un comportamento  riconducibile a tale feconda dimensione relazionale […] Ne deriva allora che maggiormente conforme a tale condizione è quella relazionalità che promuove relazioni, non già quella che le blocca (finendo per bloccare anche se stessa) […] Quanto più la relazione è diffusiva di sé, vale a dire quanto più promuove altre relazioni, tanto più essa si configura come relazione etica. Risulta in grado, nei modi propri dell’azione, di realizzare il bene» (Rinaldo Fabris).

Questo criterio “relazionale” vale tanto per gli etero quanto per gli omosessuali. Nel tentativo di ripensare la moralità degli atti omosessuali, l’attuale dibattito tra teologi moralisti verte nel delineare un orizzonte più ampio, entro cui discernere la qualità degli atti sessuali, indicando norme, valori e virtù in base alle quali identificare come morali quelle relazioni che fanno crescere la persona, piuttosto che ferirla con atti perversi, libertini o nevrotici. Il vescovo ausiliare dell’Arcidiocesi di Sidney in Australia, ora emerito, Mons. Geoffrey James Robinson così afferma:

«Sono graditi a Dio quegli atti sessuali che fanno crescere le persone e le loro relazioni; non sono graditi a Dio quegli atti che le danneggiano. Se cerchiamo un’etica specificamente cristiana, è necessario che questa sia fondata sull’amore genuino o sulla ricerca del bene per l’altro/a, piuttosto che sul proprio interesse o sulla gratificazione di sé […] Se si vuole cambiare l’insegnamento della Chiesa sugli atti omosessuali, bisogna cambiare il suo insegnamento su tutti gli atti sessuali».

All’interno di questo percorso spirituale di discernimento e di confronto critico con sé, con la comunità ecclesiale, e fondamentalmente con Dio, la coscienza dell’omosessuale credente può maturare, in attento ascolto della sua esperienza vissuta e del radicato orientamento sessuale, la scelta di vivere con un partner dello stesso sesso. Il card. Martini invitava a non demonizzare e a non ostracizzare tale scelta. I criteri per giudicare una tale relazione sarebbero: fedeltà nella relazione, reciprocità ed amore responsabile. Che possa ricevere l’Eucaristia e il sacramento della riconciliazione sarà discrezione del sacerdote che segue spiritualmente la persona. 

Imporre la castità come “stato di vita” su chi non l’ha scelta, e ancor più su chi non è credente, significherebbe impedire alla persona omosessuale di ricercare il meglio per sé e indurla a considerare la castità più come una norma da osservare che una virtù,  che è invece normalmente intesa come quella  spontaneità a raggiungere il bene. Ricordiamo che la “castità” non è innanzitutto la soppressione del desiderio, ma vivere ed agire secundum rationem, cioè nel mondo reale, conformemente alla verità delle cose concrete (San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-IIe, q. 151, a.1). Piuttosto che farci evadere dalla realtà e rifugiare in una falsa immagine di noi stessi, la castità ci fa vivere nella realtà di ciò che siamo e di quello che sono le persone che amiamo attorno a noi (Radcliffe 2007, p. 23). La castità ci riporta con i piedi per terra: è sentire la relazione verso l’altro come dono e come tale favorisce sempre la buona relazione. La relazione omosessuale potrebbe costituire secundum rationem la miglior forma di apertura all’altro disponibile a un soggetto non in grado di scegliere il proprio orientamento sessuale. «La drastica imposizione di evitare l’uso della sessualità costituirebbe una grave penalizzazione, inflitta a chi peraltro è già spesso duramente provato da una situazione di disagio e di marginalità dovuta ai condizionamenti sociali» (Giannino Piana).

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