Esse est percipi

Dio è pura consapevolezza. Dio guarda, contempla attentamente come una sentinella fedele e vigile, ogni singola creatura. “Chino sulla creazione che sale verso di Lui, Egli lavora, con tutta la sua potenza, a beatificarla e ad illuminarla. Come una madre, Egli spia il suo neonato. Ma i miei occhi non saprebbero ancora percepirlo” (Teilhard de Chardin, Credo in questo mondo).

Proprio nel guardarla, questa “è”. In questo sguardo eterno ed amorevole, ogni creatura viene alla luce. Così ogni creatura viene alla luce quando percepisce di essere “guardata” e “percepita” dallo sguardo divino. Noi sappiamo che siamo, perché siamo guardati da Dio. Il nostro essere è essere guardati da Dio; se Dio non ci guardasse e custodisse noi saremmo nulla.

La differenza tra “noi” umani e le altre creature non è nello sguardo di Dio (genitivo soggettivo). Dio guarda – ed è per questo “presente eternamente” ad ogni creatura – ogni essere. E proprio perché “è guardato” … è creato e conservato nell’essere! “Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio” (Lc 12,6). Dio vede “ogni” essere – dall’inorganico all’organico, dal senziente al cosciente – ed “ogni” essere guarda Dio a seconda della capacità della sua anima: vegetativa, sensitiva e razionale.

Dunque, per vederci radicalmente esistenti e non superficialmente, dobbiamo vederci visti da Dio. La radice metafisica della nostra stessa esperienza è la contemplazione che Dio esercita nei nostri confronti e con la quale ci costituisce nell’essere. Per questo, il modo più vero  di percepirci è quello di percepirci in Dio. La fede è “sapersi” visti, osservati e guardati. Per questo ogni essere – guardato da Dio – è un essere di “riguardo”. La nobiltà di ogni essere. “Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo” (Sal 138,14).

Se il nostro essere è essere percepiti, il nostro percepire il nostro essere è tanto più radicale e profondo quanto più è un percepire il percepire che ci fa essere. L’ontologia si risolve nella contemplazione divina, cioè nell’atto con il quale e nel quale Dio ci contempla.

Se la mia ontologia consiste nell’essere percepito da Dio, allora la mia piena conoscenza la possiede Dio, così come il mio essere. “Tu mi scruti e mi conosci” (Sal 138,1).

Dunque, per conoscere il mio essere pienamente occorre che io mi percepisca in Dio. Essere “presenti” alla Presenza, nel Presente – l’istante del tota simul possessio – di Dio. Se il mio essere si risolve nell’essere percepito da Dio, la percezione che io ho del mio essere, ce l’ho in Dio.

Nulla è, fuori dal Suo sguardo. “Dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza?

“Se salgo in cielo, là tu sei. Se scendo negli inferi, eccoti. Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra. Se dico: «Almeno l’oscurità mi copra e intorno a me sia la notte»; nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è chiara come il giorno; per te le tenebre sono come luce” (Sal 138, 6-12).

L’essere percepito è essenziale ad ogni creatura. Sub specie temporis e in statu viatoris vediamo noi e il cosmo come una montagna che si riflette in uno specchio d’acqua. A tratti e in certi momenti l’immagine della montagna ( = Dio) è nitida, chiara e cristallina. “Ti vedo, Signore, eccoti!”. Così gridiamo. Ma in altri tempi e situazioni, Lo vediamo confuso, vago, quasi scomparso. E allora gridiamo: “Dove sei, Signore?”. Non ci rendiamo conto che non è “Dio” che va e viene, si fa presente e poi si fa assente. Ma è l’acqua che quando è tranquilla e pacifica riflette “nitidamente” e “chiaramente” Colui di cui è immagine: la Montagna, cioè Dio. Mentre, quando la nostra anima è turbata e inquieta, “sembra” scomparire quell’immagine. Non percepiamo più come siamo percepiti. “Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto” (1 Cor 13, 12). Ma non è Dio che se ne va o gioca a nascondino. Siamo noi che ne “veliamo” la presenza con il nostro “stato d’animo”.

Solo “restando” alla presenza, senza voler “muovere ancor più le acque della nostra anima” per capire, comprendere e risolvere ciò che capita, lasciamo che tutto s’acquieta e appaia Colui che per un istante (nostro istante) era svanito. “Dice il tuo Dio. Per un breve istante ti ho abbandonata, ma ti riprenderò con immenso amore. In un impeto di collera ti ho nascosto per un poco il mio volto; ma con affetto perenne ho avuto pietà di te, dice il tuo redentore, il Signore” (Is 54,7-8). Ripeto: ciò che è detto di Dio (ti ho abbandonata, ti ho nascosto), è detto dell’anima (che Lo ha abbandonato, si è a Lui nascosta). “Chi, dunque, ti guarda con amoroso volto, troverà solo il tuo volto che lo guarda amorosamente. E con quanto più amore si applicherà per scrutarti, tanto più amore troverà nel tuo volto. Chi ti guarda con sdegno, troverà la tua faccia sdegnosa. Chi ti guarda con animo lieto, la troverà lieta come quella di chi ti guarda. Come l’occhio della carne che guarda attraverso un vetro rosso giudica che sono rosse tutte le cose che vede e crede che siano verdi tutte quelle che vede attraverso un vetro verde, così l’occhio della mente, velato dalla contrazione e dalla passione, giudica te che sei l’oggetto della mente secondo la natura della contrazione e della passione” (Nicolò Cusano, La visione di Dio, cap. 6)

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