at ille, nudus profugit

“Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono. Lo seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo, e lo afferrarono. Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo” (Mc 14,52)

Salvezza … Una parola venerabile, che si riferisce a un contenuto considerato ovvio, è diventata per noi fonte di confusione, senza un significato coerente nel nostro quadro concettuale. Una specie di velo, un lenzuolo che ricopre chi siamo.

Cos’è la salvezza? Lo schema classico proclamava: Siamo stati salvati dalla croce di Nostro Signore Gesù Cristo, che con il suo sangue ha espiato i nostri peccati.

Ci ha liberati dal diavolo e ci ha aperto le porte del paradiso. Si parlava di sacrificio, espiazione, riscatto, redenzione …

Ma, se siamo realistici, saremo d’accordo che tutto quel linguaggio oggi è ormai privo di significato.

Sono concetti ed immagini che trasmettono un’esperienza di salvezza che qualcosa di magico, come di qualcosa che viene eseguito dall’esterno e che libera noi stessi da una pena o punizione.

Ma molti di noi facciamo esperienza che la salvezza non consiste tanto nel liberare il nostro sé da qualcosa, ma nel liberarsi dal proprio sé, cioè dalla possessione di sé, una distinzione tanto sottile quanto fondamentale.

Con le parole di Bruder Klaus, Santo patrono della Svizzera del XV secolo:

Mio Signore e mio Dio,

togli da me

tutto ciò che mi allontana da Te.

Mio Signore e mio Dio,

dammi tutto ciò

che mi conduce a Te.

Mio Signore e mio Dio,

toglimi a me

e dammi tutto a Te.

  

“Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono”. Anche Dio, lo abbandonò.

«Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

Dio … Una parola ancora più venerabile, con la quale i nostri antenati hanno voluto nominare il nucleo essenziale del Reale, la pienezza e la luminosità del Mistero dell’essere. Ma anche una parola che ci è giunta logora, manipolata e, in molti casi, vuota.

Oggi siamo sempre più consapevoli che il termine “Dio” non può riferirsi a un Essere separato e interventista, oggetto di una credenza. Perché sia ​​il dio in cui si crede sia il dio che si nega, entrambi sono idoli o, più precisamente, è “un dio” che in croce non salva.

Per questo è necessario andare oltre la credenza e l’incredulità, oltre le immagini mitiche che vogliono tutte afferrare e tener stretto nella mano il Mistero.

Queste credenze, pensieri ed immagini, ci abbandonano quando entriamo nella soglia del mistero.

Forse sta propri qui l’etimologia della parola “abbandono” essere buttati alla “mercé” di qualcosa o di qualcuno, dal franco bann “potere”.

Ma allo stesso tempo, si dà il senso della parola “abbandonare” anche nella scomposizione della parola latina: abandonum.

Il liberarsi dalla banda, dal legame, da chi ha potere e mi tiene stretto. Dalla parola “Band” deriva il tedesco Hand che è la mano. Lasciar andare la presa, non possedersi più, non avere più potere sulle cose, su di sé, sugli altri e su Dio.

Nell’assoluta “im-potenza” Gesù varca la soglia dell’oltre e si abbandona. “Ma Gesù, dando un forte grido, spirò”: ἐξέπνευσεν. “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono e non faccio nulla da me stesso” (Gv 8,28).

Non sono più “io” che vivo ma Io Sono.

«Prendi, Signore, e ricevi

tutta la mia libertà,

la mia memoria,

la mia intelligenza

e tutta la mia volontà,

tutto ciò che ho e possiedo;

tu me lo hai dato,

a te, Signore, lo ridono;

tutto è tuo…

E il tuo amore mi basta”

(Ignazio di Loyola)

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