Oltre la devozione della Passione

La passione è davvero il mistero di tutti i misteri, il cuore dell’esperienza di fede cristiana. Con la parola “passione” intendiamo gli eventi che mettono fine alla vita terrena di Gesù: il suo tradimento, il processo, l’esecuzione su una croce e la morte.

Lo spettacolo di un uomo innocente e buono distrutto dai poteri di questo mondo è un’esperienza umana archetipica. Suscita i nostri sentimenti più profondi di rimorso ed empatia (e se siamo onesti, anche le nostre ombre più profonde). Questo spettacolo – “Tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo” (Lc 23,48) – è stato usato per suscitare rabbia e trovare un capro espiatorio. È stato usato per alimentare l’antisemitismo, per indurre sensi di colpa – “Cristo è morto per i tuoi peccati” – e per suscitare devozione, molte volte in maniera fanatica.

Ma cosa ci vuol dire la passione di Gesù ? È fondamentale – in tal senso – leggere la vita di Gesù come un sacramento, che comunica la grazia attraverso la sua narrazione. Ciò che la grazia vuole produrre in noi – così come in altri sacramenti – non è quello di suscitare “emozioni” di empatia ma di creare una capacità.

Gesù non è particolarmente interessato ad aumentare in noi la percezione delle nostre colpe o sentimenti di devozione, ma piuttosto ad approfondire in noi la capacità personale di trasformarci in “Cristo”, divenendo così “una cosa sola” con il Mistero.

La via che Gesù ha percorso è precisamente quella che ha liberato in lui pienamente le risorse di trasformazione vitale. Gesù ha modellato la sua vita ed è passato attraverso la cruna dell’ago per compiere “l’unica cosa necessaria”: morire a se stessi. È la stessa “via” che ciascuno di noi può percorrere, per giungere alla resurrezione e alla trasformazione.

Gesù ci mostra come crescere oltre gli istinti di sopravvivenza del nostro cervello animale e del nostro sistema operativo “egoico” per trasformarli in una mente universale: nella mente di Cristo (νοῦς τοῦ Χριστοῦ, 1Cor 2,16).

Qual è il significato della passione? Prima di tutto, non c’entra nulla l’ira di Dio. Di nuovo: Dio non era adirato! Quante volte anche nella devozione di tanti santi e sante si è fatta strada l’idea che Dio si è talmente stancato dei peccati e delle colpe del popolo d’Israele che alla fine ha riversato la sua ira. “Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti velenosi i quali mordevano la gente e un gran numero d’Israeliti morì. Allora il popolo venne a Mosè e disse: ‘Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; prega il Signore che allontani da noi questi serpenti’” (Num 21,6-7). Se non sempre serpenti, Dio ha chiesto “regolarmente” un sacrificio d’espiazione. Ma ovviamente questa interpretazione trasformerebbe Dio in un mostro.

Come può Gesù, che è amore, irradiare e riflettere un Dio che è principalmente un mostro? E come possono i cristiani, che seguono la via dell’amore, accettare di vivere sotto un regime “religioso” di terrore? No, dobbiamo seppellire una volta per tutte questi spettacoli di paura e punizione. Sì, è vero. Fin dall’infanzia sono stati indotti in tanti di noi per tenerci buoni e da adulti per tenerci “dentro” al sistema politico e religioso.

Ma lassù nel cielo e quaggiù sulla terra non è il Dio Moloch che ci libera. Non è il Dio torturatore che libera i propri “prigionieri” sacrificando il proprio Figlio.  Solo l’amore è in attesa di liberarci. In questo 700° anniversario della morte di Dante Alighieri va ricordato che è solo “l’amor che move il sole e l’altre stelle”– come recita l’ultimo verso della Divina Commedia (Paradiso, XXXIII, v. 145) – che vuole risvegliarsi in noi nell’ascolto dei racconti della passione di Gesù: né per suscitare in noi devozione verso “Gesù sofferente e crocifisso”, né per generare in noi sentimenti di colpa per i nostri peccati. Ma perché in noi sia risvegliato l’amore che ci fa amare i fratelli e le sorelle. “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli” (1Gv 3,14).  

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