Accendere la consapevolezza

Come approcciare la consapevolezza? Viene prima il cervello o la consapevolezza? Cosa dà origine all’altro?

Secondo molti neuro-scienziati dobbiamo rinunciare alla teoria secondo cui la consapevolezza è come un “fantasma nella macchina” per concentrarsi sulla neurobiologia dei meccanismi cerebrali come fondamento per l’origine della consapevolezza.

Come individui, sentiamo di sapere cos’è la consapevolezza perché la sperimentiamo quotidianamente. È quell’intimo senso di consapevolezza personale che portiamo in giro con noi e la sensazione di possesso e controllo che ci accompagna sui nostri pensieri, emozioni e ricordi.

Ma la scienza non ha ancora raggiunto un consenso sulla natura della consapevolezza, che ha importanti implicazioni per la nostra fede nel libero arbitrio e il nostro approccio allo studio della mente umana.

Le credenze sulla consapevolezza possono essere grossolanamente divise in due campi. C’è chi crede che la consapevolezza sia come un fantasma nel macchinario del nostro cervello, che meriti di per sé un’attenzione e uno studio speciali. E ci sono quelli, come noi, che lo contestano, sottolineando che ciò che chiamiamo consapevolezza è solo un prodotto del cervello.

Negli ultimi 30 anni, la ricerca neuro-scientifica si è gradualmente allontanata dal primo approccio. Utilizzando la ricerca della neuropsicologia cognitiva e dell’ipnosi, sosteniamo che dobbiamo rinunciare al fantasma della consapevolezza “dentro” il cervello per concentrare lo sforzo scientifico sul macchinario del nostro cervello, solo così possiamo comprendere meglio la mente umana.

La consapevolezza è qualcosa di speciale?

Secondo tali neuro-scienziati, la nostra esperienza è di porre la consapevolezza al posto di guida, con la sensazione che abbiamo di poter così controllare il nostro mondo psicologico. Ma visto da “una prospettiva oggettiva”, non è affatto chiaro che sia così che funzioni la consapevolezza, e c’è ancora molto dibattito sulla natura fondamentale della consapevolezza stessa.

Uno dei motivi è che molti di noi, compresi gli scienziati, hanno adottato una posizione dualistica sulla natura della consapevolezza. Il dualismo è una visione filosofica che traccia una distinzione tra la mente e il corpo. Anche se la consapevolezza è generata dal cervello, una parte del corpo, il dualismo afferma che la mente è distinta dalle nostre caratteristiche fisiche e che la consapevolezza non può essere compresa solo attraverso lo studio del cervello fisico.

È facile capire perché crediamo che sia così. Mentre ogni altro processo nel corpo umano sottostà alla nostra supervisione, c’è qualcosa di unicamente trascendentale nella nostra esperienza di consapevolezza. Non sorprende che abbiamo trattato la consapevolezza come qualcosa di speciale, distinto dai sistemi automatici che ci fanno respirare e digerire.

Ma un numero crescente di prove nel campo delle neuroscienze cognitive – che studia i processi biologici alla base della cognizione – sfida questa visione. Tali studi attirano l’attenzione sul fatto che molte funzioni psicologiche sono generate e svolte interamente al di fuori della nostra consapevolezza soggettiva, da una serie di sistemi cerebrali non consci veloci ed efficienti.

Secondo tali neuro-scienziati, dobbiamo considerare – ad esempio – come riacquistiamo senza sforzo consapevolezza ogni mattina dopo averla persa la sera prima, o come, senza alcuno sforzo deliberato, riconosciamo e comprendiamo istantaneamente forme, colori, modelli e volti che incontriamo.

Non sperimentiamo come vengono create le nostre percezioni, come vengono prodotti i nostri pensieri e frasi, come ricordiamo i nostri ricordi o come controlliamo i nostri muscoli per camminare e le nostre lingue per parlare. In poche parole, non generiamo o controlliamo i nostri pensieri, sentimenti o azioni: sembriamo solo diventarne consapevoli.

Il modo in cui semplicemente diventiamo consapevoli dei pensieri, dei sentimenti e del mondo che ci circonda suggerisce che la nostra consapevolezza è generata e controllata dietro le quinte, da sistemi cerebrali di cui non siamo consapevoli.

La consapevolezza non rinvia ad un processo psicologico indipendente separato distinto dal cervello stesso, proprio come non esiste una funzione aggiuntiva alla digestione che esiste separatamente dal funzionamento fisico dell’intestino.

Mentre è chiaro che sia l’esperienza che il contenuto della consapevolezza sono reali, sosteniamo che – dal punto di vista della spiegazione scientifica – non sono altro che epifenomeni: fenomeni secondari basati sui processi del cervello fisico stesso. L’esperienza della consapevolezza è reale, ma le funzioni di controllo e di proprietà che attribuiamo a quell’esperienza non lo sono. Queste sono solo processi neuronali

Continuare a mettere la consapevolezza al posto di guida al di sopra e al di là del funzionamento fisico del cervello, e attribuirgli funzioni cognitive – sostengono questi scienziati – si rischia di confondere e ritardare una migliore comprensione della psicologia e del comportamento umani.

Per allineare meglio la psicologia con il resto delle scienze naturali e per essere coerenti con il modo in cui comprendiamo e studiamo processi come la digestione e la respirazione, dobbiamo compiere un cambiamento di prospettiva. Dovremmo reindirizzare i nostri sforzi allo studio del cervello non cosciente e non alle funzioni precedentemente attribuite alla consapevolezza.

Cosa rispondere?

La consapevolezza è epifenomeno del cervello oppure è qualcosa d’altro? In questo articolo è riassunta la posizione riduzionista delle scienze cognitive. La mia posizione è l’opposto. L’originario non sono i fenomeni biologici ma l’esperienza di essi. La consapevolezza è originaria come esperienza di prima persona, rispetto ai fenomeni che percepisco di me in terza persona.

Possiamo paragonare il cervello all’interruttore della corrente. La conoscenza del funzionamento dell’interruttore non mi dice “nulla” della corrente che l’interruttore aziona. Così il cervello aziona o non aziona come interruttore la consapevolezza ma non la spiega.

La consapevolezza è originaria e fondamentale rispetto al cervello che la aziona. Il cervello “accende” la consapevolezza ma non la origina.

A motivo della intrascendibilità dell’esperienza, la consapevolezza è condizione ontologica perché ci sia il cervello, benché sia vero che il cervello è la condizione fenomenologica dell’apparire della consapevolezza. Senza azionare l’interruttore non c’è luce nella stanza. Senza il cervello non c’è consapevolezza nel corpo. Come l’energia non proviene dalla stanza, così non è il corpo all’origine della consapevolezza.

Citando la Summa Theologiae (Iª q. 8 a. 1 ad 2): “Sebbene le cose corporali si dicano essere in altre come il contenuto nel contenente, quelle spirituali però contengono le cose in cui si trovano: così l’anima contiene il corpo (anima continet corpus). Quindi anche Dio è nelle cose come contenente le cose. Tuttavia, per una certa analogia con le cose corporali, si dice che tutte le cose sono in Dio, in quanto che Dio le contiene”.

La consapevolezza divina è lo sfondo in cui appaiono i fenomeni, compresi quelli cerebrali. Le creature partecipano della consapevolezza divina.

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