Oltre la “communicatio idiomatum”

Nella metafisica aristotelica l’attributo assegna una caratteristica essenziale ad una sostanza. L’attributo, quindi, è una proprietà della sostanza. Essendo qualcosa di necessario per conservare la sua essenza la proprietà è una qualità inclusa nell’essenza stessa,. Un triangolo può essere o non essere disegnato su un foglio (categoria del luogo, come accidente), ma deve essere collocato in uno spazio bidimensionale (categoria del luogo, come parte dell’essenza). e quindi si oppone al termine accidente che esprime una qualità che può esserci o non esserci.

Per esempio: un triangolo è tale se ha tre lati. Se non avesse tre lati non sarebbe un triangolo, a differenza, ad esempio, dell’essere azzurro che non è essenziale perché un triangolo sia tale. L’essere “azzurro”, quindi, è un attributo accidentale. Può esserci come non esserci.

La mortalità, la razionalità, la passibilità e l’imperfezione sono qualità dell’uomo in quanto creatura finita. Se abolisco tali attributi – morale, razionale, passibile e imperfetto – non avrei più un uomo poiché questo diverrebbe “non razionale”, “non mortale” e “non imperfetto”. L’uomo non sarebbe uomo, ma un altro “uomo”. Dunque, gli attributi esprimono l’essenza, sono essenziali.

Se ogni sostanza (A) ha i suoi attributi (A1, 2,3,4,5,6, ….), significa che “non” posso trasferire gli attributi di una sostanza (A) ad un’altra sostanza (B). Annullerei e distruggerei – in tal modo –  la sostanza a cui fanno riferimento questi altri attributi aggiunti.

La dottrina della “communicatio idiomatum” o comunicazione delle proprietà della natura umana alla natura divina della persona del Verbo, è una dottrina che distrugge e annulla tanto la divinità quanto l’umanità del Verbo. Affermare che Dio “è morto” ed “ha sofferto”, nega tanto la divinità di Dio quanto la natura umana. È come se dicessi che il triangolo ha assunto come essenziale l’essere 3 lati e l’essere 4 lati. Questa è una contraddizione, quindi, nega sia la divinità che l’umanità.

I tentativi della teologia contemporanea (cf Moltmann, Kasper, von Balthasar) di ripensare la dottrina dello scambio degli attributi finisce per essere un fallimento. L’unione di divino e umano non va pensata come uno “scambio” di attributi (secondo la relazione simmetrica) ma come una “relazione” essenziale (a-simmetrica). Dio è “umano” non perché riceve gli attributi dell’umanità, e l’uomo è “divino” non perché riceve gli attributi della divinità. Dio è Dio perché è relazione all’uomo. Nella “sua” relazione all’uomo, Dio è Dio; senza che questa relazione faccia di Dio un “Dio troppo umano” e dell’uomo “un uomo troppo divino”. Dio e uomo sono quello che sono nella relazione dell’uno all’altro, benché la relazione di Dio all’uomo sia prioritaria rispetto a quella dell’uomo a Dio, essendo quest’ultima derivata. Dio è Dio nella sua relazione originaria all’umano. L’uomo è uomo nella sua relazione dipendente o derivata da Dio.

La relazione dell’uomo a Dio è quella di una “immagine” che è totalmente dipendente e derivata dalla realtà originaria, cioè da Dio. Definire l’umano “immagine” di Dio significa affermare la sua relazione derivata da Dio. Dio “si riflette” nella sua immagine. Il riflettersi in quanto tale di Dio è ciò che la Scrittura (Antico e Nuovo testamento) chiamano: Parola, Spirito, Gloria, Rivelazione. L’effetto di questa riflessione divina è l’immagine, il ritratto di Dio. Dio si rispecchia nel nulla del creato. Dio non nega il nulla del creato, anzi l’immagine stessa – in quanto è totalmente dipendente dalla “riflessione” di Dio – porta in se stessa il nulla. È nulla da sé e di sé: è tutta da Dio. Poiché è tutta da Dio, l’immagine non “aggiunge” nulla a Dio, ma è manifestazione unica ed irrepetibile dell’essenza di Dio.

Non dobbiamo “abbassare” o “alterare” Dio – Dio sofferente, Dio umile, Dio mortale – per “avvicinare” Dio all’umano; nemmeno dobbiamo “elevare” o “alterare” l’uomo, per esprimere così la sua divinizzazione. Questo è un modo troppo umano o troppo divino di pensare Dio e l’umano in originaria unione. Non è modificando i “relata” (Dio, uomo) della relazione che si esprime adeguatamente la relazione tra i due; ma è modificando la “relatio” stessa.

A mio avviso, il “monismo relativo” – che in vari miei scritti propongo – risolve le contraddizioni della “communicatio idiomatum” della cristologia classica e di quella contemporanea. Ripartire dalla “relazione” compresa come priorità della “relatio” sugli stessi “relata”.

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