Quale salvezza?

Tutte le religioni si presentano come un’offerta di salvezza; le differenze sono nel modo in cui la capiscono. E due sono i modi in cui ogni religione può intendere la salvezza. A seconda del momento storico e il livello di coscienza in cui sono nate, possono intendere la salvezza in modo eteronomo oppure autonomo.

Nel primo modo (eteronomo) di intendere la religione, l’essere umano viene definito dalla mancanza e/o colpa (il peccato). L’uomo è colui che è nato male fin dagli inizi e quindi deve essere salvato. E può essere salvato solamente dall’esterno da un Salvatore esterno: da Qualcuno che viene e mi raggiusta! Salus extra nos. La salvezza è fuori di noi.

Una tale lettura produce facilmente alienazione rispetto a un Salvatore e ancor più a un Dio concepito come un Essere Superiore da cui si dipenderebbe in ogni momento, vivendo nella paura di “non essere degni” di quella salvezza e, in definitiva, sotto il peso, consapevoli o meno, di una colpa (il Peccato Originale) che sarebbe la causa di questo stato di sofferenza in cui ci troviamo. Sono fatto male.

Tale lettura si basa su un presupposto indiscusso che definisce l’essere umano come un particolare, separato dal Tutto. La religione promette a quell’io (che si sa separato) la salvezza, cioè il superamento del suo stato di mancanza e precarietà, nella promessa di una vita piena dopo la morte, dopo questa vita.

Mi manca qualcosa per essere pieno. Sono come un bicchiere: mezzo (versione cattolica) o del tutto vuoto (versione protestante). Ma comunque sono un bicchiere.

Le folle, i pubblicani e i soldati domandano a Giovanni una sola cosa: “Che cosa dobbiamo fare?”. Fare qualcosa per essere pieni, per essere riempiti. Qualcosa in loro li inquietava, li angustiava. Sentivano il bisogno di pienezza, di riempire il vuoto. “Che cosa dobbiamo fare?”. Giovanni risponde loro indicando cosa devono fare: distaccarsi da cose materiali, concrete: tuniche, cibo, soldi, stipendio. Tutte cose che li identificano per quello che sono: tu sei soldato, tu sei pubblicano, tu sei intelligente, tu sei bello. Tu sei quello che sai, tu sei quello che hai, tu sei quello che altri dicono di te. Tu sei fuori di te. Noi siamo fuori di noi. Nos extra nos. Io sono perché mi identifico con queste cose che ho, con la reputazione che ho e con il potere che esercito.

Nella misura in cui comprendiamo che la nostra identità non si riduce alle cose che abbiamo, e in definitiva alla nostra personalità che abbiamo con tempo costruito, alla nostra individualità, al nostro ego, quanto più ci distacchiamo da tutto questo, emerge un vuoto. Si spengono tutte le lucette. E nel buio della notte oscura “la luce splende nelle tenebre” (Gv 1,5).  Sì, ci rendiamo conto della “luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9), fonte di pace che supera ogni intelligenza, e trasborda le nostre menti.  Il nostro particolare è solo una forma concreta ma temporanea in cui si dispiega chi siamo veramente.

A questo punto emerge un secondo modo (autonomo) di intendere e vivere la salvezza.

Non si tratta più di cercare Qualcuno che ci salvi, come il popolo ai tempi del Battista attendeva il Figlio dell’uomo, il Salvatore, il Cristo.  Alle folle così risponde il Battista:

Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco” (Lc 3,16).

Ma chi è costui? Certo, è Gesù Cristo. Ma se andiamo alla scena del battesimo di Gesù, sentite quello che si legge in Luca (Lc 3,22): “e discese sopra di lui lo Spirito Santo e venne una voce dal cielo: ‘Tu sei il mio Figlio, l’amato’”. Gesù non è il Salvatore: Gesù è colui che riceve lo Spirito, è colui che accoglie la salvezza e “a quanti hanno accolto [la Luce] Dio ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12).

Qual è l’esperienza che Gesù ha fatto al Giordano? Lì Gesù ha fatto l’esperienza di ciò che la colletta di questa domenica ci dice: “O Dio, fonte di vita e di gioia, rinnovaci con la potenza dello Spirito”. L’evangelista Luca ci narra che al momento del battesimo Gesù ha fatto l’esperienza di non essere più identificato con le cose, con la propria identità e proprio ego. “Tu sei il Figlio mio, l’amato”. Tu sei tu perché non sei più tu. Paolo dirà (Gal 2,20): “Non sono più io che vivo ma Cristo vive in me”. Io non più io.

Non si tratta di aspettare un Salvatore, Qualcuno che possa “riempire” il mio ego, il mio bicchiere mezzo o tutto vuoto. Non si tratta di salvare o di perpetuare il proprio sé: salvare ciò che ancora resta di noi da salvare. Al contrario, si tratta di liberarsi da esso, liberarsi dall’identificarsi con le cose e ancor più con il bicchiere che trattiene le cose, il mio ego.

La salvezza è come l’acqua. E l’acqua è simbolo dello Spirito. Sappiamo che l’acqua può presentarsi in tre stati diversi: liquido, gassoso e solido. È sempre acqua ma assume queste tre forme. La forma solida è solo una dei modi con cui si dà l’acqua. L’ego è la forma che solidifica lo Spirito, ciò che l’apostolo Paolo e l’evangelista Giovanni indicano con la parola carne (sarx). Ma io non sono questo. Io sono.  Il soggetto non è più il piccolo io che solidifica, che trattiene le cose e la propria vita. Il Signore è vicino! Come dice Agostino:

“Tu autem eras interior intimo meo. Tu eri nel più intimo del mio intimo” (Confessioni 3, 6, 11).

Così vicino, così prossimo da essere una cosa sola con l’acqua, con la pienezza di vita, di gioia e di pace. La nostra vera identità è già salvata perché dall’eternità ci viene detto: “Tu sei il Figlio mio, l’amato”. Capiamo allora perché Giovanni nel Prologo afferma:

“né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati” (Gv 1,13).

Stando così le cose, quale salvezza possiamo sperare? In che cosa consiste dunque la salvezza?

Per rispondere a questa domanda voglio richiamare la risposta del Battista a coloro che si aspettavano un Salvatore: “Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”. Vi invito con la vostra immaginazione ad andare alla Veglia di Pasqua quando il sacerdote accende il cero pasquale dal fuoco fuori della chiesa.

Ebbene il cero pasquale rappresenta nella liturgia pasquale Cristo risorto e dalla luce del cero pasquale – il Salvatore vengono accese le nostre candele, mentre il diacono dice: “Cristo, luce del mondo”.  Sì, Gesù è Salvatore, luce del mondo e anche noi da lui riceviamo la luce che accende le nostre candele. Ma la luce del cero pasquale proviene da quel fuoco, lì fuori dalla chiesa, così benedetto dal sacerdote: “O Padre, per mezzo del tuo Figlio ci hai comunicato la fiamma viva del tuo fulgore”. Il Padre è la fonte non solo della vita e della gioia – come ci diceva la colletta di oggi – ma anche della fiamma viva che rappresenta la divinità: lo Spirito disceso su Gesù. Questo è lo Spirito che accese in Gesù il desiderio del cielo. Questo desiderio è la luce con cui Gesù si è identificato, diventando sempre più consapevole (illuminato, risvegliato) di essere Figlio di Dio.

Accogliamo anche noi il desiderio dello Spirito che ci rende consapevoli, con la sua fiamma, di ciò che siamo, svelando la nebbia che nasconde la nostra vera identità e illuminando così la nostra notte oscura.Un racconto eschimese spiega così l’origine della luce:

“Il corvo che nella notte eterna non poteva trovare cibo, desiderò la luce, e la terra si illuminò.”

Il desiderio della luce salvò Gesù e questi divenne il Cristo. Se anche tu desideri la luce, il desiderio della luce produce la luce, genera la salvezza. Tutto nasce da una profonda consapevolezza che supera ogni intelligenza, e che custodisce i cuori e la mente in colui che siamo. Il Cristo, la luce del mondo.

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