La fonte e il sistema ecclesiale

“Dobbiamo riuscire a sbarazzarci dell’idea che dobbiamo evangelizzare,  far accedere gli altri alla nostra verità e contemporaneamente accettare che forse c’è anche, nell’Islam, una parte della verità che ci sfugge. […] l’evangelizzazione si fa in fraternità e non in conversione. […] il battesimo non è la condizione della salvezza” (Jean-Paul Vesco, divenuto Arcivescovo di Algeri il 12 febbraio 2022).

Quanto l’Arcivescovo di Algeri afferma, richiama quanto Rahner scrisse in un famoso testo intitolato “Discorso di Ignazio di Loyola ad un gesuita odierno”). Chiesa, Sacramenti, Parola di Dio, Dottrina? Tutto è relativo rispetto all’essenziale e diretta esperienza di Dio. Ecco il paragrafo centrale di questo testo intitolato: Istituzione religiosa ed esperienza interiore.

La Chiesa dà l’impressione di costruire impianti enormi e complicati di irrigazione per bagnarlo e renderlo fertile con la parola, i sacramenti, le sue istituzioni e regole di vita. Orbene, tali «impianti di irrigazione», se così vogliamo chiamarli, sono senz’altro buoni e necessari (benché la Chiesa stessa ammetta che il cuore può portare frutti per l’eternità anche là dove i suoi impianti non arrivano). L’immagine si presta naturalmente a fraintendimenti. Manco a dirlo, l’azione evangelizzatrice e sacramentale della Chiesa presenta aspetti, motivazioni e necessità che non vengono messi in luce da questa immagine.

Comunque continuiamo con la nostra immagine, e allora dico: accanto a queste acque che arrivano e vengono convogliate per così dire dall’esterno e sono destinate ad abbeverare il terreno dell’anima (fuori immagine: accanto alle indottrinazioni religiose, al di là delle proposizioni su Dio e sui suoi comandamenti, al di là di tutto ciò che si limita a richiamare l’attenzione su Dio come sull’«altro», sul « diverso », al di là quindi anche della Chiesa, della Scrittura e dei sacramenti ecc.), su tale terreno si trova in certo qual modo una trivellazione profonda da cui l’acqua dello Spirito vivente zampilla nella vita eterna, come afferma Giovanni. Come vi ho già detto, l’immagine può essere fraintesa. In realtà non esiste alcuna vera contraddizione tra la propria fonte e l’«impianto di irrigazione» che innaffia dall’esterno.

Tali due realtà si condizionano piuttosto reciprocamente. Ogni invito proveniente dall’esterno in nome di Dio (per usare un’altra immagine) non fa che rendere più chiara la promessa di sé che Dio fa interiormente; a sua volta questa ha anche bisogno di quell’invito espresso in una qualche forma terrena, quantunque tale forma possa essere molto più varia e modesta di quanto una volta i vostri teologi ritenevano, quantunque tale invito proveniente dall’esterno — invito ad essere responsabili, ad amare, ad essere fedeli, ad impegnarsi disinteressatamente per la libertà e la giustizia nella società — possa avere un suono molto più profano di quanto i vostri teologi siano disposti ad ammettere.

Tenacemente insisto nell’affermare che tali indottrinazioni e tali imperativi provenienti dall’esterno, tali dispensazioni della grazia provenienti dal di fuori sono in realtà utili solo qualora si incontrino con la grazia ultima operante dall’interno. È questa l’esperienza che ho fatto a partire dai primi veri «esercizi spirituali» di Manresa, dove mi furono aperti gli occhi dello spirito e imparai a vedere tutto in Dio stesso. Questa esperienza io ho inteso comunicare ad altri attraverso gli Esercizi spirituali da me predicati.

A me pare evidente che questo aiuto per poter in-contrare direttamente Dio (o dovremmo dire: per sperimentare che l’uomo ha già da sempre incontrato e incontra Dio?) sia oggi ancor più importante di allora, perché altrimenti non riusciremmo ad evitare che tutte le indottrinazioni teologiche e tutti gli imperativi morali provenienti dall’esterno cadano nel silenzio mortale creato attorno ai singoli dall’ateismo moderno, senza che si avverta come tale silenzio agghiacciante parli ancora di Dio. Lo ribadisco ancora una volta: ora non posso più predicare Esercizi spirituali, e così la mia assicurazione che è possibile incontrare direttamente Dio rimane naturalmente una promessa aperta.

Capisci adesso perché dico che il compito principale di voi gesuiti, quello intorno a cui s’incentra tutto il resto, dovrebbe consistere nel predicare gli Esercizi spirituali? Con questo non intendo naturalmente in primo ed ultimo luogo i corsi organizzati in maniera ecclesiastica ufficiale, tenuti contemporaneamente per molti, ma quell’assistenza mistagogica prestata ad altri, affinché non rimuovano la vicinanza immediata a Dio, bensì la sperimentino in maniera chiara e l’accettino. Non è detto che siate tutti capaci o siate tutti tenuti a dare esercizi di questo genere; non è proprio il caso che vi mettiate in testa di essere tutti in grado di farlo; né con ciò intendo deprezzare le altre attività pastorali, scientifiche, sociali e politiche che avete ritenuto di dover intraprendere nel corso della vostra storia.

Dovreste però concepire tutte queste altre attività come preparazione o conseguenza del compito ultimo, che vi attende anche in futuro: quello di aiutare gli altri a sperimentare in modo diretto Dio, a scoprire che il mistero incomprensibile, che chiamiamo Dio, è vicino; che possiamo rivolgergli la parola e che ci rende personalmente beati, se non cerchiamo di sottomettercelo, ma ci affidiamo a lui senza condizioni. Esaminate senza sosta se la vostra attività serve a questo scopo. Se sì, allora qualcuno di voi potrà anche fare il biologo e studiare la vita degli scarafaggi

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