Il Dio dell’ira contro la guerra

Dobbiamo ritornare alla visione che Gesù e il suo maestro Giovanni Battista avevano del pentimento e del giudizio, per avere una corretta visione di Dio? Da più parti si dice che l’immagine biblica dell’ira divina abbia un fondamento nell’essere stesso di Dio. Dio non  solo  amore e vita che si dona infinitamente, ma Dio è anche “pathos” per la salvezza della creazione e per la giustizia nei confronti delle vittime.

Secondo questi autori, il “pathos” di Dio ha un fondamento ontologico in Dio. Non si può tollerare l’idea metafisica di un Dio impassibile. Si ribadisce fermamente che se si eliminassero dall’immaginario e anche dalla predicazione cristiana i temi dell’ira e della conversione, si perderebbe qualcosa di molto prezioso.

Giovanni e Gesù predicavano il pentimento e la minaccia del giudizio in rapporto a questioni che possiamo definire di “giustizia sociale” che si trattasse dell’oppressione esercitata a livello medio-basso dagli esattori delle imposte oppure dai soldati, o di quella dell’élite erodiana e dell’aristocrazia sacerdotale – e in particolare di Roma.

Se riflettiamo alle parole dell’Atto di Consacrazione del Papa al Cuore Immacolato di Maria, possiamo dire che è cambiato l’oggetto dell’ira di Dio. L’ira di Dio e il suo giudizio sono rivolti contro coloro che sono diventati capaci di ogni violenza e distruzione; contro coloro che producono e vendono armi di distruzione; contro coloro che distruggono il pianeta; contro coloro che pianificano la morte e non favoriscono la vita. Ed è questo quello che affermano molti credenti e teologi. Questi vogliono così recuperare l’idea del pathos, nell’ottica che intendeva un grande teologo ebreo Abraham Joshua Heschel.

Coloro che sostengono – e in passato c’ero anch’io – la visione del Dio di pathos, che reagisce (benché sempre con piena libertà proprio perché è Dio) agli eventi e alle preghiere dei fedeli che Lo invocano con pietà e misericordia per gli uni, oppure con ira e castigo per gli altri, coltivano una visione TEISTA di Dio.  

L’odierna prospettiva POST-TEISTA oltrepassa tale mediazione culturale e religiosa che è proprio di “un tempo” ma non è “di tutti i tempi”. Certo la protesta di Gesù contro le ingiustizie e discriminazioni sociali corrisponde a quella di molti movimenti sociali, ecologici e pacifisti dei nostri tempi. Ma non è necessario rifarsi allo stesso immaginario teologico per attuare questa protesta. Ci si può distaccare dalla teologia gesuana, quindi andare “oltre” Gesù, senza con questo dimenticarne lo “spirito”, ma solo la lettera.

Ritengo, pertanto, che l’immaginario teologico di un Dio di “pathos” non sia più sostenibile. Innanzitutto per motivazioni morali. Perché Dio risparmierebbe dalle bombe l’Ucraina e non lo Yemen? Perché Dio risponderebbe alla mia preghiera di essere guarito dal cancro e non a quella del mio vicino di letto? Certo, mi si dirà, i piani di Dio sono misteriosi: non possiamo sapere tutto! Sono d’accordo. Ma allora come fai tu a sapere che sei stato guarito, perché Dio ha risposto alla tua preghiera, mentre il tuo vicino di letto lo ha messo in “standby”? Ma tu sei un razionalista, mi si dice: non credi. Va bene, preferisco essere razionalista, piuttosto che aver fede cosicché non mi faccio più domande.

Ritengo che l’uomo Gesù abbia incarnato nella sua vita “amore”; un amore “incondizionato” e “assoluto”. Ora se “incondizionato” e “assoluto” sono sinonimi di “DIO”, allora questo amore, realizzato nella “prassi” di Gesù, è la visibilità di Dio. La carne di Dio.

“Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta” (1Gv 1,1-4).

Il pathos di Dio (genitivo soggettivo) non è di Qualcuno (Dio !) lassù nei cieli che è benevole e/o malevolo, pieno di amore e/o pieno di ira, verso gli uni o verso gli altri. No, questa immagine di Dio – anche se per alcuni è biblica, anzi del Battista o di Gesù – non è più la mia immagine “teista”. Il pathos di Dio (genitivo soggettivo) è la “mia” e la “tua” carne, la “mia” e la “tua” sofferenza (pathos). Senza confusione e senza mutamento (Concilio di Calcedonia). È la visibilità di Dio che tocco, vedo, ascolto e gusto in ogni momento.

Creando di continuo il mondo, Dio lascia continuamente che le creature lo “rappresentino”, lo “rendano visibile”.  Ciascuno di noi può divenire – se vuole – la “visibilità” di Dio, la “carne” dell’amore di Dio, l’incarnazione dell’amore di Dio. Come ricordava nella sua ultima intervista Carlo Molari alla rivista “Rocca” (19/2021):

“sull’esempio di Gesù, consentiamo al Verbo di continuare a incarnarsi, cioè di farsi progressivamente carne in noi”.

Prego, per diventare Cristo. Mi consacro a Dio, per riconoscere la visibilità di Dio nel mio prossimo. “Ama il tuo prossimo come te stesso” (Mt 22,39). Siamo tu ed io – insieme – la carne, la visibilità, il pathos di Dio. Verbum incarnandum.

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