Quando nulla è come appare

Carlo Rovelli ha riconosciuto ormai da trenta anni che le cose fisiche, le entità fisiche non hanno un’esistenza autonoma non sono assoluti, ma sono create dalla misurazione.

Le cose non c’erano prima che vengono misurate. Tuttavia, il fisico teorico Rovelli non accetta l’idea che vi sia uno strato “non fisico” di realtà sottostante quello fisico, perché per lui la fisicità è tutto ciò che c’è. Quindi se la fisicità è tutta relativa, allora non ci può essere qualcosa oltre la relatività fisica delle interazioni. Non c’è “qualcosa” a cui si riferisce la relatività, non c’è una sostanza. Seguendo il filosofo buddista Nagarjuna, Rovelli afferma che dietro alla relatività delle interazioni c’è … nulla. È il principio dell’anatta, impermanenza della sostanza, del soggetto. L’intera realtà è relativa e processualità, in movimento, senza che ci sia “qualcosa-che” si muova.

Secondo Bernardo Kastrup questo assunto di Rovelli è “incoerente”. Come può muoversi qualcosa se non c’è ciò/chi si muove? Come si può dire che c’è interazione senza che ci siano soggetti che inter-agiscono? Queste sono le due obiezioni fondamentali che Kastrup presenta alla teoria relazionale della Fisica Quantistica di Rovelli. Questa visione “rovelliana” trova nel pensiero di Nagarjuna – monaco buddista del III d.C. – un punto di appoggio fondamentale. Il nulla alla base della relatività. Teniamo ben presente che non è il nulla inteso come “vuoto” (grembo delle potenzialità). È il nulla nel senso radicale. Se la realtà, le cose sono nodi di inter-azioni, nel momento che “sciogli” il nodo dalle interazioni, non c’è più nulla.

Nel pensiero di Rovelli, quindi, ci sarebbe una commistione di fisica (quantistica), filosofia e spiritualità. Secondo Kastrup, Rovelli usa indebitamente e male la filosofia (cfr. le incoerenze filosofiche della sua teoria) e la spiritualità “di Nagarjuna per giustificare il fisicalismo della sua teoria relazionale. Tale commistione indebolisce la posizione di Rovelli nel punto centrale: Qual è la natura della realtà?

I tre approcci – scienza, filosofia e spiritualità – servono a Rovelli per confermare il proprio pregiudizio fisicalista, saltando da una barca all’altra. Mi sembra condivisile la critica di Kastrup su questo punto. Anch’io confermo questo quando dialogo con i cosiddetti scienziati che noncuranti dei loro pregiudizi “metafisici” accusano i filosofi di essere “astratti” e “pregiudiziali”. Almeno i metafisici giocano allo scoperto; questi scienziati nascondono i loro pregiudizi. Il metodo della scienza è sperimentale; della filosofia è teorica; della spiritualità è introspettiva. I tre metodi vanno distinti, benché intendano un’unica e medesima realtà.

A Bernardo Kastrup direi che la realtà assoluta “meta-fisica” non è sostanza (soggetto), ma relatività assoluta, mentre l’“inter-azione” ne è l’espressione “fisica”. I soggetti (relata) emergono dalla connettività relativa che è consapevolezza. La Mente ovvero Logos è legein, connessione, pura relazionalità. La relatività assoluta (accessibile all’indagine e ricerca filosofica e metafisica) si esprime nell’interazione (accessibile all’esperienza “esterna” e “quantificabile” della ricerca scientifica) e nella conoscenza di sé (accessibile all’introspezione) e del Sé cosmico o Mente divina (accessibile nella meditazione e contemplazione).

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