Il Sosia di Dio

Carnevale e Quaresima… cosa hanno in comune? La maschera…. Ovvero giocare la parte di qualcun altro. Fare il sosia di, la controfigura di.

Infatti, mettendoci una maschera impersonifichiamo qualcun altro. Facciamo finta di essere quell’altro.

Se questo vale per il Carnevale, la Quaresima non è altro che un lasciar andare la maschera, togliersi il volto del “falso sé”. Il racconto delle tentazioni ci parlano di un Sosia, di una controfigura: il Diavolo (dia-bolos), il Sosia di Dio. Infatti, qual è il ruolo del serpente in Genesi 3, qual è la strategia di Satana? Privare l’uomo di essere come Dio! È troppo invidioso di questo.

Satana oppone Dio all’uomo, laddove invece Dio è con l’uomo, è l’uomo come Dio. Essere-come-Dio è la realtà divina; essere-separati-da-Dio è la realtà anti-divina.

Il Sosia di Dio ci vuol far credere che tra Dio e l’uomo ci sia un abisso di trascendenza, c’è una separazione, una radicale lontananza.

Questo Sosia è l’Anti-Cristo, cioè il Satana, l’Ombra di Dio! La Maschera di Dio. L’alter-ego di Dio. Religiosamente… mascherata.

Il Cristo, invece, è il “volto” di Dio, la vera immagine di Colui-che-è-con-noi e noi-come-Dio! Eritis sicut dei! Sì, siamo “Dio”! Non è diabolico dirlo e crederlo! Anzi, è l’opposto – non esserlo – satanico e diabolico…

I racconti evangelici delle tentazioni ci narrano proprio questo. Il Diavolo tenta Gesù nell’originaria fiducia che c’è tra Dio e uomo, facendogli credere che deve “provare” e mettere a verifica tale fiducia e dimostrare la realtà di fatto che l’uomo è Figlio-di-Dio.

L’uomo Gesù non crede che Dio e uomo siano in opposizione e in contrasto, e che deve “guadagnarsi” il titolo di Figlio o di Cristo! Lo è già e lo è in modo beato, semplice, direi innocente.

Anche noi… non lasciamoci ingannare da chi ci dice: sei peccatore! Sei dannato! Dio è lassù e tu quaggiù. Non crederti Dio! Il Dio in cui crediamo di essere e un Dio-con-noi e come-noi. Una cosa sola, né uno “da solo”, né due separati. Ma non-due… ovvero. Unici… “uni-cum”.

Amore radicale

6ª domenica – anno A

Matteo scrive il suo Vangelo a una comunità proveniente dal giudaismo. L’evangelista si vede costretto a bilanciarsi tra la continuità con l’ebraismo e la rottura che comporta il messaggio di Gesù. Le due parole chiave sono: non abolire ma adempiere.

Gesù rispetta tutta la legge ebraica, la Torah, ma, nello stesso tempo, la trascende radicalmente. “Io vi dico, se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”.

Adempiere la Legge significa superare la Legge, sovrabbondare, andare continuamente oltre la lettera della Legge, quindi trasgredire la Legge, per raggiungere il nucleo della Legge, la radice, il centro e l’essenza della Legge.

L’interpretazione radicale che Gesù dà ai comandamenti di Dio non lo rende un fondamentalista religioso, un letteralista della Torah e ancor più un moralista ossessivo!

A volte, la nostra mente associa la “radicalità” al rigore, al volontarismo, al perfezionismo, alla mortificazione… È probabile che lo stesso Matteo sia caduto in questa stessa trappola quando parla di “strapparsi un occhio” o “tagliarsi una mano”. Il Gesù di Matteo era una specie di talebano del I secolo d.C.?

La parola “radicalità” fa riferimento a “radice”. Con ciò, l’enfasi si sposta da “cosa faccio”, quale azione radicale devo fare, a “da dove”, “da cosa” agisco. Perché è proprio il tipo di origine o principio, a partire dal quale agisco come persona religiosa, che definisce la mia radicalità religiosa. È una radicalità che allude a una radice, a una profondità di Vita: una sorgente di Fiducia.

L’apostolo Paolo definisce così questo grembo sottostante e avvolgente dal quale entriamo in contatto con la vita e nasciamo: “Parliamo della sapienza di Dio, misteriosa, nascosta, predeterminata prima di tutti i secoli per la nostra gloria”.

Questa stessa Divina Sapienza è il fondamento della Legge, il seno dal quale siamo generati come figli e figlie di Dio. “Benedetto sei tu, Padre, Signore del cielo e della terra; hai rivelato ai piccoli i misteri del regno».

La radicalità non consiste, quindi, nel cambiare il “contenuto” della norma – il cosa – e aggiungere un sovrappiù di tanti altri comandamenti. Radicalità significa vivere e dimorare in quel “luogo”, in quel “grembo”, in quel “seno”, – il dove – in cui si trova la nostra vera identità.

Matteo ha un altro nome per questo luogo dove siamo nati. Matteo lo chiama il “segreto” in cui il Dio invisibile “vede”. È un luogo dove gli occhi di Dio sono spalancati, come ci dice la prima lettura del libro del Siracide: “Grande è la sapienza del Signore; è potente e tutto vede. Gli occhi di Dio sono su quelli che lo temono; comprende ogni azione dell’uomo.

Nel capitolo 6, Matteo parla di preghiera-digiuno-elemosina. “Ma quando preghi/digiuni/fai l’elemosina, entra nella tua stanza, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è invisibile. Allora il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”. (Mt 6:6) Siamo visti dal Dio invisibile, e quella vista divina ci genera come figli di Dio.

“Gesù rispose: ‘Non è scritto nella vostra Legge: ‘Ho detto che siete dei’?” La Legge – dice Gesù – chiama dèi coloro “ai quali è stata rivolta la parola di Dio – e la Scrittura non può essere infranta”. (Gv 10:34-35)

Questa è la “radicalità” di cui parla Gesù. È questa la “radicalità” di cui parla l’apostolo Paolo, additando lo Spirito che “scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio”. In questa profondità di radicalità, nasciamo come figli e figlie di Dio.

Quando l’occhio vede “ciò che occhio non ha visto” e l’orecchio ode, “ciò che orecchio non ha udito” e il cuore sperimenta ciò che non è entrato mai nel cuore dell’uomo, ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano e che Dio ci ha rivelato attraverso lo Spirito, allora si dà compimento della Legge.

Gesù è stato la primizia di questo compimento, realizzando così ciò che il profeta Geremia (31,33) promette:
“Questa è l’alleanza che stipulerò con il popolo d’Israele. Metterò la mia legge nella loro mente e la scriverò nei loro cuori. Io sarò il loro Dio e loro saranno il mio popolo”.

Perciò, dice il Vangelo di Giovanni riguardo a Gesù: “Tu, che sei uomo, ti fai Dio” (Gv 10,33). E Gesù risponde: “Perché mi accusi di bestemmia quando ho detto: ‘Sono Figlio di Dio’?”. (Gv 10:36).

La radicalità che Gesù sta indicando è l’eco di quell’eccesso di amore e gioia di cui fa esperienza e che scaturiscono da quella fonte che Gesù chiama “Abba – Padre”.

È l’esperienza dello Spirito che ci spinge continuamente oltre la lettera della Legge, per raggiungere il nucleo della Legge, la radicalità di quell’Amore in cui siamo generati continuamente.

“Questo è il suo comandamento, che ci amiamo gli uni gli altri”. (1Gv 3:23). “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri; perché l’amore è da Dio, e chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio». (1Giovanni 4:7)

Radical & Divine

6th Sunday – Year A

Matthew writes his Gospel to a community of Jewish origin. The evangelist is forced to balance between the continuity with Judaism and the break that Jesus’ message entails. The two keywords are: not abolish but fulfill.

Jesus complies with all Jewish law, with the Torah, but, at the same time, radically transcends it. “I tell you, unless your righteousness surpasses that of the scribes and Pharisees, you will not enter the kingdom of heaven.”

Fulfilling the Law means to exceed the Law, superabound, continuously moving beyond the letter of the Law, therefore transgressing the Law, in order to reach out the core of the Law, the root, the center, and the essence of the Law.

Jesus’ radical interpretation of God’s commandments does not make him a religious fundamentalist, a literalist of the Torah and even more an obsessive moralist!

Sometimes, our mind associates “radicality” with demand, voluntarism, perfectionism, mortification… It is probable that Matthew himself fell into this same trap when he talks about “tearing out an eye” or “cutting off a hand.” Was Matthew’s Jesus a kind of Taliban of 1st century AD?   

Radicality refers to the word “root.” With that, the emphasis shifts from “what I do”, what radical action I need to do, to “from where,” “out of what” I do act. Because it is precisely the kind of source, out of which I act out as a religious person, that defines my religious radicality. It is a radicality that hints to a root, a depth of Life: a wellspring of Trust.

The apostle Paul so defines this underlying and encompassing womb out of which we contact life and are born: “We speak of God’s wisdom, mysterious, hidden, predetermined before all ages for our glory.”

This very Divine Wisdom is the foundation of the Law, the bosom out of which we are begotten as sons and daughters of God. “Blessed are you, Father, Lord of heaven and earth; you have revealed to little ones the mysteries of the kingdom.”

Radicality does not consist, therefore, in changing the “content” of the norm—the what— and adding a surplus of many other commandments.” Radicality means to live and abide in that “place,” in that “womb,” in that “bosom,” —the where—in which our true identity is.

Matthew has another name for this place where we are born. Matthew calls it the “secret” where the unseen God “sees.” It is a place where God’s eyes are open wide as the first reading from the book of Sirach is telling us: “Immense is the wisdom of the Lord; he is mighty in power, and all-seeing. The eyes of God are on those who fear him; he understands man’s every deed.”

In his chapter 6, Matthew speaks about prayer-fasting-almsgiving. “But when you pray/fast/give alms, go into your room, close the door and pray to your Father, who is unseen. Then your Father, who sees what is done in secret, will reward you.” (Mt 6:6) We are seen by the unseen God, and that Divine sight generates us as children of God.

“Jesus replied, ‘Is it not written in your Law: ‘I have said you are gods’?” The Law – says Jesus – calls gods those “to whom the word of God came – and the Scripture cannot be broken.” (Joh 10:34-35)

This is the “radicality” Jesus is talking about. This is the “radicality” the apostle Paul is talking about, by pointing to the Spirit who “scrutinizes everything, even the depths of God.”  In this depth of radicality, we are born as sons and daughters of God.

When eye sees “what eye has not seen” and ear hears, “what ear has not heard” and heart experiences that what has not entered the human heart, what God has prepared for those who love him, this God has revealed to us through the Spirit,” then the Law has been fulfilled.

Jesus has been the first fruit of this fulfillment, thus fulfilling what the prophet Jeremiah (31:33) had promised:

“This is the covenant I will make with the people of Israel. I will put my law in their minds and write it on their hearts. I will be their God, and they will be my people.”

Therefore, says the Gospel of John about Jesus: “You, who are a man, declare Yourself to be God” (Joh 10:33). And Jesus answers: “Why do you accuse me of blasphemy because I said, ‘I am God’s Son’?” (Joh 10:36).

The radicality Jesus is pointing to resonates from the excess of love and joy of his experience with the source and he calls it “Abba – Father.”

It’s the experience of the Spirit that continuously moves us beyond the letter of the Law, in order to reach out the core of the Law, the radicality of that Love in which we are born.

“This is His commandment, that we love one another.” (1Joh 3:23). “Beloved, let’s love one another; for love is from God, and everyone who loves has been born of God and knows God.” (1John 4:7)