Le “tre” incarnazioni del Verbo

“In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio (…) Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto” (Gv 1,1.3)

Perché Dio ha creato? Qual era lo scopo di Dio nel creare? L’universo stesso è eterno o l’universo è una creazione nel tempo come lo conosciamo, come Gesù stesso? Ammettiamo che probabilmente non sapremo mai il “come” e nemmeno il “quando” della creazione. Ma la domanda a cui la religione cerca di rispondere è principalmente il “perché”. Qual è l’intenzione divina di creare il mondo? Abbiamo persino bisogno di un “Dio” creatore per spiegare l’universo?

Tutto ciò che esiste in forma “materiale”, proviene da una Sorgente originaria che esiste solo come Spirito. Ciò viene detto in tutte le tradizioni religiose. Questa fonte infinita, invisibile originaria, “spirito”, in qualche modo si dà in forme “finite” e “visibili”, cioè “crea” enti finiti, crea “cose” finite, espressioni di questa sorgente infinita spirituale. Rocce, acqua, piante, organismi, animali ed esseri umani, sono tutte “forme” finite, materiali, limitate, della forma “infinita” spirituale.

Questa auto-rivelazione di Dio nella creazione – fisica, limitata e visibile – è la prima “incarnazione” della sorgente originaria, lo spirito-verbo-parola, molto prima della seconda incarnazione personale che i cristiani credono sia avvenuta con Gesù.

Quando i cristiani sentono la parola “incarnazione”, la maggior parte di noi pensa alla nascita di Gesù a Betlemme. In Gesù di “Nazareth” (probabilmente è questo il luogo dove Gesù è storicamente nato), si è data l’unità personale di Dio con l’umanità, di Dio con la materia. Ma il modello della “prima” e “originaria” incarnazione ci viene descritto in Gen 1,3 quando si parla dello “spirito” che aleggia sulle acque e la “parola” l’universo fisico. Lo spirito/parola diventa così la luce all’interno di ogni cosa. La “luce” è la prima creatura, embrione creaturale di ciò che si svilupperà fino ad arrivare a Gesù di Nazareth e poi si compirà nel cosmo divenuto Cristo.

L’Incarnazione, quindi, non è solo “Dio che si fa Gesù”. È un evento molto più ampio, motivo per cui Giovanni descrive per la prima volta la presenza di Dio nella parola generica “carne” (Gv 1,14). Giovanni sta parlando del Cristo onnipresente che continuiamo a incontrare in altri esseri, animati e non animati: uomini, montagne, fili d’erba o batteri. “Cristo” è una parola per il “modello” primordiale (Logos, Verbo, Esemplare) per mezzo del quale “tutte le cose sono state create e nessuna cosa ha avuto origine se non per mezzo di lui” (Gv 1,3). Vedere in questo modo l’evento dell’incarnazione ci permette di rileggere il “Credo” della Chiesa in modo trans-disciplinare: in dialogo con la scienza, le religioni e la mistica.

Attraverso l’atto della creazione, Dio ha manifestato la Presenza Divina che fluisce eternamente nel mondo fisico e materiale (vedere Romani 8:19–25). La materia ordinaria è il “nascondiglio” dello Spirito: il “tesoro” nascosto nel campo della mente di Dio.

I cristiani credono che questa presenza universale di Cristo, la Parola, l’Esemplare, sia successivamente “nato da una donna sotto la legge” (Gal 4,4), dentro al “nostro” paradigma cronologico. Questo è il modo con cui la fede cristiana “rilegge” questa verità cosmica.

Noi cristiani crediamo che la presenza di Dio sia stata riversata in un singolo essere umano, in modo che l’umanità e la divinità possano essere viste operare come una cosa sola in lui – e quindi in noi! Ma invece di dire che Dio è venuto nel mondo “attraverso” Gesù, forse sarebbe meglio dire che Gesù è uscito “da” un mondo già intriso di Cristo. Sono queste le metafore bibliche naturali – germoglio, tronco, terra – che ci indicano come la “seconda” incarnazione sia scaturita dalla prima, dall’unione amorosa di Dio con la creazione fisica.

L’uomo Gesù ha realizzato nella sua vita la Parola-Esemplare-Spirito dando a noi un esempio e una promessa di ciò che ciascuno di noi e ogni altra creatura è chiamato a realizzare: la “terza” incarnazione o “seconda” venuta di Gesù Cristo. È ciò che il “credo” confessa dicendo: “… e nella vita del mondo che verrà”.

Gesù ha offerto al mondo un esempio vivente di Amore pienamente incarnato che è emerso dalle nostre situazioni di vita ordinarie e limitate. In Gesù, Dio è entrato a far parte del nostro mondo piccolo e familiare. Gesù ha reso evidente come Dio sia presente nei limiti umani e nell’ordinarietà. Il “Nome” di Gesù ha svelato l’”Anonimato” di Dio, di ciò che è rimasto anonimo e in gran parte invisibile dall’inizio dell’universo. Questo è anche il senso dei primi trent’anni di vita di Gesù: anonimo galileo. Durante tutta la sua vita, Gesù stesso non trascorse tempo a salire-in-alto (far carriera), ma a scendere, “svuotando se stesso e divenendo uomo tra gli uomini” (cfr Fil 2,7), “tentato in ogni modo in cui siamo” (Eb 4,15) e “vivere nei limiti della debolezza” (Eb 5,2). Gesù è “veramente” Dio, poiché “veramente” uomo come noi.

Gesù ha percorso tutto il cammino umano, senza “scimmiottare” Dio, poiché si è compiaciuto di essere “umano”. La sua vita ha “esemplificato” il mistero della nostra vita. Come afferma Eb 4,15, “Poiché non abbiamo un sommo sacerdote che non sia in grado di simpatizzare con la nostra debolezza, ma ne abbiamo uno che era come noi in ogni cosa, ha sperimentato ogni tentazione e non si è mai tirato indietro”. Non dobbiamo aver paura della profondità e dell’ampiezza della nostra vita, di ciò che questo mondo ci chiede. Ci viene dato il permesso di entrare in intimità con le nostre esperienze, imparare da esse e permetterci di scendere nella profondità delle cose, anche dei nostri errori, prima di provare troppo velocemente a trascendere tutto in nome di una purezza o superiorità idealizzata. Dio si nasconde nelle profondità e spesso viene solo “intra-visto” poiché rimaniamo alla superficie delle cose e della nostra vita, perfino dei nostri peccati. Ma se entriamo in profondità, passeremo dall’ “intra-vedere” al “vedere” ciò che Gesù vide nella sua persona umana: di essere figlio di Dio, consustanziale alla Sorgente infinita, cioè in termini “teisti”, il Padre. 

La parola “vedere” fa riferimento alla radice sanscrita “vid”, da cui il verbo latino “video” = “vedo”. “Vid” significa, allo stesso tempo, “conoscere” e “vedere”. È una conoscenza, un “con-naître”, un “vedere” che ci fa “nascere”. Gesù ha “conosciuto” e quindi “visto” la Sorgente da cui è generato. Per questo (Gv 1,18) ci ha rivelato il mistero del Padre. Questo è il mistero che anche noi conosceremo poiché siamo il mistero che conosciamo. “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna“ (Gv 3,16). 

Come Dio amando la carne diventa carne, così anche noi che siamo “carne” amando Dio diveniamo “Dio”, spirito. Le tre religioni monoteistiche – ebraismo, islam, cristianesimo – affermano che Dio ha creato tutte le cose. Ciò significa. allora, che ogni cosa, ogni carne, porta in sé il DNA divino. Dio comunica se stesso in tutte le cose, fino a quei bellissimi fili d’erba che crescono nel campo. Dio è in tutte le cose; tutte le cose sono in Dio. Il cristianesimo autentico è “pan-en-teista”. La fede cristiana non può non “vedere” tutte le cose in Dio. Deus suum ipsius et omnium esse (Dio è il suo e l’essere di tutte le cose). Solo essendo Dio l’essere di tutte le cose, tutte le cose possono conoscerlo. Ed essendo Dio, ogni uomo lo può conoscere. Su questo principio si fonda la “terza” incarnazione. “Noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,2-3). Amando, diventeremo Dio poiché Dio è amore.

Causalità e Correlazione

Confondere la correlazione con la causalità è un errore noto nella scienza, come l’errore del “cum hoc ergo propter hoc”. Se gli stati mentali sono correlati agli stati cerebrali, ci sono almeno quattro opzioni logiche:

  1. Il cervello causa la mente (questa è l’opzione paradigmatica);
  2. La mente causa il cervello;
  3. Sia gli stati cerebrali che quelli mentali sono causati da un terzo processo trans-materiale sconosciuto;
  4. La correlazione illustra uno schema, non una causalità.

Supponiamo che si stia guardando attraverso una fessura in una recinzione. Dall’altra parte, un serpente corre lungo il recinto. Attraverso la fessura si vede prima la testa del serpente, poi la coda del serpente. Ogni volta, la coda segue la testa. Concludete dunque che la testa causi la coda? O viceversa? No, la correlazione tra coda e testa è semplicemente la conseguenza di uno schema più ampio (vale a dire, la forma del corpo del serpente), non di una causalità locale.

Secondo l’opzione 4, gli stati cerebrali e gli stati mentali sono correlati tra loro semplicemente perché sono entrambi parte di una realtà trans-materiale che non possiamo vedere completamente, nello stesso modo in cui non possiamo vedere l’intero corpo del serpente in una volta attraverso la fessura nella recinzione.

Come comprendere l’Immacolata concezione?

1. La perfezione non è mai inizio, ma sempre compimento. Ogni inizio è dunque segnato non dal peccato che riduce lo stato di perfezione concesso all’uomo, ma da una benedizione, da una promessa di compimento rivolta ad ogni creatura1(cf Molari e Torres Queiruga)

2. L’azione di Dio non è puntuale, qui ed ora, e nemmeno privilegiata, a questi e non a quelli. L’azione di Dio è data una volta per tutte a tutte le creature, e tutto il creato attualizza secondo la dinamica storica e la differenziazione creaturale ciò che è stato dato ed è continuamente dato da Dio a tutti e sempre (Rahner, Wiles, Torres Queiruga).

3. All’inizio sta la benedizione e la promessa di pienezza che Dio offre, ma nulla si compie senza la creatura, che è incompiuta e che non può ricevere questa benedizione tutta intera in un solo istante, ecco perché da subito al bene si accompagna sempre il male.

4. Ogni creatura adempie questa promessa attraverso il suo sì in ogni momento della sua storia; ma può anche rinnegare questa promessa attraverso il no. Ciò è dovuta all’inevitabile imperfezione creaturale.

5. Maria è immagine ecclesiale della benedizione originaria (immacolata concezione) ma ha il suo fondamento reale nella persona di Gesù suo figlio. Gesù è il compimento sublime di questa benedizione originaria (Dio ci ha benedetti con ogni benedizione nel Figlio e come figli). Gesù è principio e fondamento della benedizione data fin dalle origine a tutti/e e sempre. Tutti noi come Maria siamo stati concepiti “immacolati” … in spe e nel Figlio.

How to understand the Immaculate Conception?

  1. Perfection is never a beginning, but always a fulfillment. Every beginning is therefore marked not by sin which reduces the state of perfection granted to humanity from its creation, but by a blessing, by a promise of fulfillment addressed to every creature.
  2. God’s action is not punctual, here and now, nor is it privileged, to these and not to those. God’s blessing is given once and to all from eternity. All creation realises this eternal blessing according to its temporal and dynamic receptivity.
  3. At the beginning is the blessing and the promise of fullness that God offers to all, but nothing is accomplished without the creature, which is incomplete and cannot receive this blessing entirely in a single instant, which is why good is realised in becoming. Progress not Perfection.
  4. Every creature embodies the promise of blessing through its receptivity in every moment of its history, but it can also reject such promise. This possibility is inevitable due to creaturely imperfection.
  5. Mary is the ecclesial image of the Original Blessing (Immaculate Conception) but its source is Jesus Christ, her son. The human Jesus is the “real” historical fulfillment of the Original Blessing (God has blessed us with every blessing in the Son and as his children). Jesus Christ is the principle and foundation of Divine Blessing given from the very beginning to everyone. All of us – like Mary – were conceived “immaculate” … “in spe” and “in filio”.
  6. Jesus Christ is the foundation of the Immaculate Conception; as any other creatures, Mary received the eternal blessing from Christ. She was “full of grace” as we all are “full of grace”. She totally fulfilled her Divine destiny in the Assumption in Heaven. We are on the Way (the Way of Jesus Christ) to that Destiny as well.

Il primato della mistica

Tutte le religioni hanno conosciuto il pericolo di considerarsi assolute, dimenticando così di essere solo una via all’assoluto. Sono cadute nella tentazione di considerarsi l’obiettivo (l’assoluto), identificando il proprio messaggio con “la verità” e pretendendo di dettare le opportune norme alle quali tutti dovrebbero attenersi. In una parola, le religioni hanno posto il “principio religioso” al di sopra del “principio etico”.

Nel vangelo di Marco (3,1-6) troviamo la descrizione di questa trappola, che spiega anche il crescente conflitto tra Gesù ei rappresentanti ufficiali della religione giudaica. Un sabato, nella sinagoga, i farisei stanno alla ricerca per vedere se Gesù guarisce un malato, violando la legge. E quando ciò accade, colludono con gli erodiani per ucciderlo.

I farisei affermano il primato del “principio religioso”. Ciò che va sempre salvaguardato, al di sopra di ogni altra considerazione, è sempre la legge religiosa. Di fronte a questa esigenza, non è importante aiutare o guarire un malato. Il “principio religioso” quando è affermato da solo conduce inevitabilmente al legalismo religioso.

Al contrario, Gesù relativizza quel principio religioso per assecondarlo al “principio etico”. Consapevole della trappola religiosa e “addolorato per la durezza del loro cuore”, Gesù pone questa domanda: “Cosa è permesso di sabato: fare il bene o fare il male; salvare una vita o distruggerla?” Ed è così che Gesù presenta uno dei suoi principi più sovversivi: “Il sabato [la legge, la norma, la religione…] è stato fatto per l’uomo, e non l’uomo per il sabato”.

Ma non è l’unica volta che Gesù si manifesta in questo modo. Infatti, il “principio etico” – la religione non è al di sopra dell’etica, ma l’etica al di sopra della religione – attraversa e permea il vangelo.

Di fronte a coloro che possono vantarsi di essere suoi seguaci (“Nel tuo nome abbiamo profetizzato, nel tuo nome abbiamo scacciato i demòni, nel tuo nome abbiamo fatto molti miracoli”), Gesù è schietto: “Non chi dice: Signore, Signore! entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21).

Sulla strada da Gerusalemme a Gerico, chi incontra Dio non è il sacerdote o il levita -fedeli aderenti alla legge religiosa-, ma il samaritano “eretico” che non metterebbe mai piede nel Tempio. E rivolgendosi al dottore della legge che gli aveva posto la domanda sul da farsi, Gesù, dopo aver narrato quella parabola, risponde con enfasi: “Va’ e fa’ anche tu lo stesso” (Lc 10,25-37).

Nella parabola del giudizio finale di Matteo 25, il criterio decisivo non è ciò in cui hanno creduto o quale religione hanno avuto, ma ciò che hanno fatto in favore degli altri: “Venite benedetti dal Padre mio, perché avevo fame e mi avete dato da mangiare…” (Mt 25,31-46).

Anteponendo l’etica alla religione, Gesù voleva affermare che c’è una via per incontrare Dio che non passa attraverso il tempio o la religione. Il cammino di piena realizzazione della propria vita si ha nell’agire a favore degli altri e non nell’osservanza religiosa. Il principio etico (il bene) “precede” e “informa” il principio religioso (il sacro).

Ma la novità evangelica di Gesù va oltre il principio etico. Nell’incontro di Gesù con il giovane ricco, il principio etico dell’agire è stato osservato: “Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre” (Mc 10,19). Il giovane ricco risponde: “Tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”. Il giovane ricco “ha fatto il bene”, ha seguito il principio etico ma per Gesù c’è qualcosa d’oltre all’etica. “Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: ‘Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi’”. Non si può dire che il giovane non abbia fatto “tutto” il bene che doveva fare, poiché non ha ancora dato “tutto” ai poveri. Ciò che Gesù dischiude al giovane ricco è un “oltre”, un “al di là” del bene che è qualcosa di più. Gesù fissa, guarda dentro al giovane ricco e lo ama.  Così agendo e così amandolo, Gesù distacca il giovane ricco da se stesso, anche dalla sua capacità di fare il bene. Il “va’, vendi, dà” non è un comandamento più esoso ed esigente degli altri che già aveva osservato. Il “va’, vendi, dà” indica una direzione, una prospettiva – una visione – entro cui realizzare la sua vita. Indica un terzo principio in cui vivere in pienezza. Si tratta del “principio mistico”.

Cos’è che impedisce al giovane ricco di procedere oltre nel suo cammino verso la vita eterna cioè in pienezza? L’avere molti beni; l’aver compiuto molte buone azioni. Il principio “etico” dischiude il regno dei cieli se è vissuto e assunto nel principio “mistico”. “Com’è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio” (Mc 10,24-25). La salvezza è possibile non presso gli uomini ma presso Dio. “Nessuno è buono, se non Dio solo”.

È lo sguardo di Dio e il nostro lasciarci guardare dalla bontà di Dio (principio mistico) che attrae tutto il nostro essere e agire (principio etico) verso il bene. Tale attrazione divina ci fa “uno” con la sorgente del bene (Dio) e con tutti gli altri esseri. “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40).

I tre principi – religioso, etico e mistico – sono tra loro inclusi, ma il primato è dato da quello “mistico”. La sfera del “sacro” (principio religioso) si realizza in quella del “bene” (principio etico), e l’etica evita di diventare “moralismo” se viene assunta nella sfera dell’“amore divino” che è incondizionato e assoluto. Oltre il sacro e criterio del sacro è il bene; ma oltre il bene e criterio di ogni bene è l’amore incondizionato di Dio. L’apostolo Paolo ci presenta in maniera chiara ed esplicita nell’inno alla carità (1Cor 13, 1-13) il primato mistico dell’amore di Dio su quello etico e quello religioso: “Se conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da spostare i monti, ma non avessi amore, non sarei nulla (principio religioso). Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri (principio etico), e non avessi amore, non mi gioverebbe a niente”.

Una cosa sola ci manca, dopo tutte le nostre pratiche religiose e le nostre buone azioni, di abbandonarci nell’amore di Dio. “Queste tre cose durano: fede, speranza, amore; ma la più grande di esse è l’amore” (1Cor 13,13).

In Spirito e fuoco

“Se non è passione, e non brucia, non hai vissuto.” (Diana Vreeland)

Diana Vreeland era una giornalista ed editrice di moda franco-americana. Ha lavorato per la rivista di moda Vogue e per il Metropolitan Museum of Art di New York.

Essere umani significa essere consumati dalla fiamma di una passione. Può essere un’attività, una persona o qualcos’altro. I greci lo chiamano “eros” questa fiamma: un amore, un lavoro, una relazione, un abbraccio, qualcosa che brucia e consuma la nostra vita.

In ogni cellula del nostro corpo e nel DNA stesso delle nostre anime soffriamo per qualcuno o qualcosa che non abbiamo ancora conosciuto. Semplicemente siamo esseri fatti per desiderare.

Sentiamo quel fuoco, il fuoco della passione! Ma è anche un fuoco di dolore, dolore dentro di noi. Desideriamo ardentemente ma soffriamo perché non riusciamo a spegnere quella sete e quella fame d’amore nei nostri piccoli bisogni e quotidiane voglie.

    “Mettimi come sigillo sul tuo cuore,

     come sigillo sul tuo braccio.

Perché l’amore è forte come la morte,

     e l’ardore è implacabile come l’aldilà.

Le sue fiamme sono lampi di fuoco,

     un bagliore senza fine.

Le acque del diluvio non possono spegnere l’amore,

     né i torrenti possono sommergerlo.

Se uno desse tutte le sue ricchezze per amore,

     sarebbe guardato con disprezzo.

(Cantico dei Cantici, cap. 8)

Il fuoco dell'”amore” e il fuoco del “dolore” sono sempre uniti. Nessun amore senza dolore; nessun eros senza perdita. “Perché l’amore è forte come la morte.”

“La mia convinzione – dice Richard Rohr – è che le due vie universali per la salvezza sono il grande amore e la grande sofferenza”.

Il fuoco dentro di noi viene dal modo in cui Dio ci ha creati e agisce in noi, vale a dire, Dio ci fa desiderare l’infinito per cui siamo di fatto insoddisfatti di tutto il resto. Siamo fatti per quell’ampio abbraccio divino e siamo inquieti finché non siamo consumati dalle fiamme di quel fuoco ardente dell’amore di Dio.

Nelle sue Confessioni sant’Agostino dice: “Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”. Desideriamo appartenere e apparteniamo solo a colui con cui siamo Uno. DIO.

Sì, il fuoco che è dentro di noi non si spegnerà mai quando abbiamo trovato il partner giusto, il lavoro giusto, la città giusta, il gruppo giusto di amici e il giusto riconoscimento, persino – lasciatemelo dire – la religione giusta. Ma saremo sempre in fiamme, finché la fiamma dell’infinito ci consumerà.

Strana figura quella di Giovanni Battista. Suo padre era un sacerdote e lavorava al Tempio di Gerusalemme. Giovanni avrebbe potuto seguire la vocazione del padre, ma invece non l’ha fatto.

Come mai? Sebbene Zaccaria e sua moglie Elisabetta fossero irreprensibili riguardo alle cose di Dio, erano senza figli. Una vita fedele ma infruttuosa. Non avevano figli, né futuro.

A Giovanni non è bastato il focolare di casa.
A Giovanni non è bastato il calore dei suoi amici.
A Giovanni non è bastata la rassicurazione di una religione.

Giovanni non solo lasciò la sua casa, ma abbandonò il Tempio, lasciò le liturgie del Tempio, con i suoi animali macellati, il sangue versato, le carcasse bruciate sull’altare del Signore con il loro odore, e se ne andò solo nel deserto.

Preferì il deserto di una vita austera. Decise di esporsi a quella “fiamma intollerabile ma amorosa” che ardeva dentro e nel profondo del suo cuore.

Quel fuoco, quella fiamma di passione per Dio, non poteva spegnersi semplicemente all’interno di una “famiglia”, di una buona “compagnia”, di una “religione” o di un “tempio”. Giovanni aveva bisogno dell’ampio spazio di un deserto, dove gridare quel desiderio inestinguibile di Dio.

Prestiamo attenzione! Nel testo originale greco non è detto che Giovanni predica, ma “κηρύσσω” che significa annunciare come fa un araldo, cioè gridando come una tromba nel deserto. Dal deserto della sua vita, Giovanni grida: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”.

A tutti, pii o miserabili, Giovanni si rivolgeva con la stessa e unica passione. Prepara il tuo cuore alla fiamma del Signore, fiamma senza fine del Signore.

Giovanni si è lasciato alle spalle le mura del Tempio ed è entrato nell’ampio spazio del suo cuore. Il deserto.

E così, ha cominciato a fare breccia nel cuore di coloro la cui vita era stata portata via da troppe dipendenze e lasciate insoddisfatte. “Perciò ogni albero che non fa buon frutto sarà tagliato e gettato nel fuoco”.

Un albero ha bisogno di spazio per attecchire, ha bisogno di terra per vivere.

Qualunque cosa limita e blocca il desiderio di Dio in te, ciò impedirà che il tuo albero possa portare i frutti che ti aspetti dalla tua vita. Una vita forse veritiera e giusta, ma infruttuosa.

Lascia andare tutte le aspettative che rendono il tuo cuore solo più assetato e affamato, e arrendi la tua vita all’eterno Amore di Dio. Il fuoco inestinguibile di Dio consumerà tutto ciò che mette in pericolo la tua vita, impedendoti di crescere radicato nel desiderio divino. Quel desiderio che ti chiama ad appartenere solo a Lui. Tutto Uno con Dio.

“Se non è passione, e non brucia, non hai vissuto.” (Diana Vreeland)

Tra le mura di un austero chiostro, Teresa di Lisieux trascorse gran parte della sua vita. Ma ha vissuto intensamente, consumata dalla fiamma del Divino Amore. Questo è ciò che lei stessa racconta:

“Pochi giorni dopo essermi arresa all’Amore di Dio, mi trovavo nel coro della cappella, quando mi sentii improvvisamente ferita da un dardo di fuoco così ardente che credetti di dover morire. Non so come spiegare questo trasporto; non c’è paragone per descrivere l’intensità di quella fiamma. Sembrava che una forza invisibile mi avesse immerso completamente nel fuoco. . . Ma oh! che fuoco! che dolcezza!”

Monismo relativo e Vito Mancuso

Alcuni giorni fa mi è stato presentato da un frequentatore del mio blog e delle mie pagine FB questo estratto dal libro di Vito Mancuso, Il principio passione. È uno stralcio che credo sintetizzi la posizione di Mancuso e richiama le linee di fondo della teologia del processo e del teismo aperto e relazione. È un libro del 2014… Quindi è uscito molto prima delle mie riflessioni sul Monismo relativo (iniziate intorno al 2020). Vi propongo il brano.

«Il Dio personale, se è davvero personale, cioè libero, creativo e non necessitato, non può essere né onnisciente né onnipotente. Lo era prima della creazione, nella dimensione dell’eternità, senza tempo e senza spazio, quand’era veramente “assoluto”, cioè sciolto (ab-solutus) da ogni relazione, privo di legami e quindi veramente onnipotente, onnisciente, onniveggente… onni-tutto. Ma la decisione di creare ha significato al contempo l’abbandono dell’assolutezza e di tutti gli onni che ne conseguono, la rinuncia alla pienezza del potere a favore dell’autonomia dell’essere creato. L’assoluto ha così cessato di essere tale, per diventare Dio, o meglio il Dio, il Signore di un mondo con cui giungere ad avere un rapporto di comunione, di alleanza, di amore. […] Questo è il Dio in cui credo. Credo in un Dio che prende così sul serio l’alleanza col mondo da essere coinvolto nel processo vitale mediante cui il mondo si fa, un Dio che si pone al servizio del mondo per farne scaturire mediante un ininterrotto processo il “regno di Dio”. Credo in un Dio che, proprio come Gesù quella sera depose le sue vesti e prese a lavare i piedi ai discepoli, al momento della creazione depose la sua assolutezza e istituì quale assoluto non più se stesso, ma se stesso in comunione con il mondo, cioè il regno di Dio.

Il regno è “Dio + mondo” ed è questo, cristianamente parlando, il vero assoluto, cioè la relazionalità totale dell’amore. In seguito all’incarnazione, Dio diviene un pezzo di mondo, e quindi l’assoluto non è più Dio in sé, ma Dio insieme al mondo, Dio “tutto in tutti” (1Corinzi 15,28).

Credo altresì in un Dio che legandosi al mondo rimane al contempo sempre al di là del mondo, e che, con questo suo essere al di là, opera come una specie di attrattore cosmico verso cui il mondo si orienta e orientandosi produce evoluzione, e verso cui la mente umana si orienta e orientandosi produce bene e giustizia, andando a sanare laddove è possibile le ingiustizie che scaturiscono […]”

Vito Mancuso, Il principio passione, Garzanti 2014, 423ss

È un brano molto chiaro e come è nello stile di Mancuso presenta in maniera nitida il punto della questione. In sintesi. Il Dio “assoluto” (cioè senza creazione) quando ha deciso di creare il mondo ha “abbandonato” gli attributi dell’assolutezza (onni-potente, sciente, presente, etc…). Da assoluto è diventato “relativo”. Quindi limitato. Così si è reso capace di coinvolgersi al nostro destino di creature: creatura tra le creature, uomo con gli uomini. In definitiva questo è il centro della fede cristiana. Il regno (= l’evento Gesù, la Buona Notizia, il Vangelo) è appunto: “Dio + mondo”. Questa è l’idea centrale di questo brano. Tuttavia, il brano termina con questa annotazione: “Dio, legandosi al mondo, rimane al contempo sempre al di là del mondo”. In definitiva. “Dio + mondo” non dice tutto di Dio. C’è qualcosa d’oltre-Dio. Per cui si può dire che la posizione di Mancuso è “pan-en-teista” (e non panteista). Ma allora mi chiedo. Così dicendo, non si recupera alla fine quell’assolutezza che si negava all’inizio? Certo, è un’assolutezza precisata. Si tratta dell’assoluto “relativo”. Paradosso questo certo.

Il Monismo relativo tenta di risolvere questa “aporia” di Mancuso (ma non è solo la sua aporia, è anche dei teologi del processo) che è di rimettere in Dio quanto prima era stato negato. In definitiva: tra Dio e mondo non si dà relazione simmetrica e biunivoca. L’equazione con cui presento di solito il Monismo relativo è, x = x + y. In termini mancusiani, il regno (Dio + mondo) è Dio stesso. Dio = Dio + mondo. La creazione del mondo o il regno di Dio (x + y) non aggiunge nulla a Dio (x), per cui non ha senso dire che Dio era assoluto e poi non lo è più! Se Dio è Dio, lo è prima, ora e poi… Anzi parlare così di Dio (prima-ora-poi) è insensato! Infatti, quel Dio dell’inizio (assoluto) “non” sarebbe più il Dio divenuto. Come predicare, invece, il “regno di Dio” senza che questo non abbia nulla a che fare con l’assoluto? Affermando che l’assoluto è strutturalmente “relazione” al creato. L’essenza di Dio è eternamente la sua relazione al mondo (deus suum ipsius et omnium esse). Ciò è possibile in virtù del principio di creazione inteso propriamente come espressione della causa “esemplare” di Dio e non originariamente della causa “efficiente”. Il mondo è – in tal senso sub specie dei – “eterno” poiché non aliud rispetto a Dio. Solamente rispetto alla mente finita, quindi a noi (sub specie hominis), Dio è aliud, oltre-senza-relazione. Assoluto sterile e non fecondo (relativo).

Ritengo, a questo punto, che gli attributi divini (onni-scienza, onni-potenza, onni-presenza, etc…) piuttosto che essere “negati” dell’essenza divina vadano “partecipati” e “distribuiti” alle creature.

  • Affermare che Dio è onni-potente, significa che Dio rende tutte (onni-) le creature potenti di creare se stesse.
  • Affermare che Dio è onni-presente, significa che Dio è presente in tutte (onni-) le creature.
  • Affermare che Dio è onni-sciente, significa che la consapevolezza di Dio o la Mente di Dio (lo Spirito di Dio) pervade di Sé tutte (onni-) le creature.

La dottrina teologica della debolezza, umiltà, ritrarsi (tzim-tzum) di Dio non è altro che un modo di esplicitare la relatività creata dell’essenza divina. La traccia trinitaria di Dio nel creato.

Cos’è la Realtà?

Cosa intendiamo per realtà? È qualcosa che è semplicemente là fuori o è qualcosa che è semplicemente inventato nelle nostre teste?

Tutta la realtà è costituita da relazioni che non sono cose. Le cose sono secondarie rispetto alle relazioni. Come un certo numero di fisici afferma i “relata”, le cose sono successive alle relazioni.

Non ci sono prima le cose e poi – perché ci sono cose – vengono le relazioni tra di loro. Ci sono prima le relazioni e dalla rete delle interconnessioni emergono dei “nodi” dove i fili si incrociano. Questi “nodi” sono le cose. Sono questi nodi che attirano la nostra attenzione e li chiamiamo “cose “. Le vediamo come cose separate ma in realtà fanno parte tutte di una rete.

È l’immagine della rete di Indra che nei Vedanta è l’idea di una rete che copre il cosmo e nella rete in ogni punto c’è un filo che incrocia un altro . Tutto è interconnesso.

Quando diciamo che qualcosa è “reale” ci poniamo la domanda: Quale relazione è così evidente e immediata che se venisse meno tutta la realtà sarebbe negata? Poiché le cose sono “reali” poichė sono relazioni, la relazione essenziale e fondativa senza la quale tutto non sarebbe più esperibile è la consapevolezza. Se smettessi di avere una relazione con essa, ciò invaliderebbe immediatamente il suo essere reale.

La rete di connessioni, pertanto, è rete di consapevolezza.

Il dilemma

  • L’esperienza cosciente negli esseri umani “dipende” dall’attività cerebrale: questo è l’assioma delle neuroscienze per spiegare la coscienza.
  • L’esperienza cosciente negli esseri umani è “oggettivata” e quindi considerata “fenomeno” o “contenuto” di esperienza, compresa a livello “meta-cognitivo” come “attività cerebrale” da cui l’esperienza cosciente dipenderebbe. Questa è l’assioma del monismo relativo per spiegare la coscienza.

La coscienza “precede” la materia (attività cerebrale), e non viceversa.

Mi sembra logico! Il più precede il meno. La realtà eminente “contiene” e “comprende” quella di cui l’altra (materia, etc…) partecipa. Questo è il principio logico che per molti fisicalisti non è più evidente, poiché – così dicono – si fondano sui dati. Ma i dati in quanto tali (!) non hanno alcuna relazione tra loro (causalità, emergenza, etc…). Ogni relazione (logos-légein) è l o g i c a ovvero non ha una realtà in sé, esterna all’osservatore che la misura. Anche nella concezione di Rovelli [Relational Quantum Mechanics (RQM)] ciò che viene indicato come osservatore/sistema di fatti è una costruzione “logica” espressa rigorosamente in equazioni. Ne segue che è importante saper ben distinguere i (cosiddetti) DATI dalla loro INTERPRETAZIONE.

La prospettiva di Federico Faggin sulla coscienza – come quella di altri che possono essere identificati come “monisti” (tra cui il sottoscritto, benché “relativo”) – non fa altro che porre come punto di partenza dell’indagine sulla coscienza

  • l’ESPERIENZA
  • la LOGICA.

L’orizzonte dell’esperienza è intrascendibile. Noi conosciamo non le cose ma “l’esperienza che facciamo con le cose” (FENOMENI) e questa esperienza che “facciamo” è appunto qualcosa che “facciamo”, “costruiamo”, inventiamo, modelliamo nel momento stesso in cui facciamo esperienza (Social constructivism).

La “scienza” è un modo/interpretazione (sociale) della costruzione dell’esperienza che facciamo (METACOGNITIVO).

Pregare…tra Tu e il sé

XXX Domenica – Anno C

Il “fariseo” simboleggia l’ego che vive di confronto, giudizio ed esclusione.

Il confronto permette di affermarsi, separandosi dagli altri.

Il giudizio è uno stato mentale, poiché pensare equivale a giudicare, cioè apporre “etichette” su tutto e tutti.

L’esclusione degli altri implica l’affermazione della propria “superiorità” morale o personale sugli altri.

L’immagine del “pubblicano”, invece, rimanda alla consapevolezza della propria vulnerabilità, con il suo carico di debolezza, errore, menzogna e persino male: ciò che, genericamente, è stato inteso come “peccato”.

Il primo vive di un’ossessione fobica di sé e, da questo punto di vista, condanna tutto e tutti coloro che non può né accettare né poter vedere. “Il fariseo stando in piedi, disse tra sé questa preghiera”.

Si erge senza l’altro/a… fuori di lui e dentro lui. In questo senso vive nella menzogna, perché incapace di riconoscere e accettare la propria ombra, la propria diversità. E, non vedendolo, è costretto a proiettarlo sull’altro, senza accorgersi che, con ogni probabilità, ciò che condanna nell’altro/a è ciò che, nel suo inconscio – cioè nella sua parte d’ombra – vorrebbe vivere e fare!

Così, mentre è orgoglioso di non essere “come tutti gli altri: ladri, ingiusti, adulteri”, è come se dicesse: “Io non sono come gli altri…, ma mi piacerebbe esserlo”. Risultato? È un uomo non riconciliato con se stesso, non “giustificato”, nel senso che la parabola dà alla parola “giusto”.

Il primo “si rifugia” nell’immagine idealizzata di sé; il pubblicano, invece, semplicemente riconosce la sua verità e si accetta così com’è. “Sono un peccatore, abbi misericordia o Dio”.

Non fa paragoni, non giudica e non esclude altri.

Accetta semplicemente la sua unica verità, senza inventarla.

È semplicemente consapevole della sua condizione.

Questa è vera “umiltà”. Sguardo sereno sulla realtà, innanzitutto propria e poi degli altri. Ed è “giustificato” poiché è unificato e pacificato.

“Essere giustificati” non indica tanto una qualità ma uno stato, una condizione di essere.

Il Signore è un Dio di giustizia, che non conosce favori. Non favorisce i buoni e disdegna i cattivi.

Il latino ius, iustitia lex … legein, sono tutte parole che rimandano a: unire, connettere.

L’idea di base è che la GIUSTIZIA è l’atto di unire, la capacità di connettere: lex – légein. La parola sanscrita è Yoga la cui radice yuj significa “collegare, unire”. Il latino ius deriva dal sanscrito yuj; la funzione essenziale della giustizia è ristabilire il legame dell’individuo con gli altri, con la società, con l’ambiente circostante e infine con se stesso.

Dicendo che il pubblicano tornò a casa giustificato, Gesù sta rivelando il segreto dell’essere stesso di Dio. Dio è “giusto” perché giustifica, condivide il suo “stato” di essere-con (di “inter-esse”) con chi è “altro”, quell’“altro” che è l’empio, il peccatore.

Dio è giusto, Dio è santo, perché nessuno è così diverso da Lui, così escluso da Lui, da non poter essere “con-Lui.” Nessuno è così “altro” da essere per sempre “non-altro” in Dio. Non c’è altro che Dio.

È interessante notare che la parabola di Gesù ci dice che sia il fariseo che il pubblicano si trovano nell’area del tempio. All’interno dell’area sacra, il fariseo è al centro, il pubblicano è ai margini, ai margine dello spazio sacro.

Il Tempio rappresenta l’essere di Dio: chi è al centro, nel cuore di Dio? Colui il cui cuore abita in Dio. Colui che è consapevole di sé cioè nello spazio eterno dell’”Essere-con” di Dio.

La parabola non dice che Dio ha parlato all’uno e non all’altro.

Sia il fariseo che il pubblicano danno del “Tu” a Dio:

  • “O Dio, ti ringrazio perché non sono…” (Fariseo)
  • “O Dio, abbi pietà di me peccatore” (Pubblicano)

Ciò che fa la differenza tra i due non è tanto a motivo del “dare del Tu a Dio” (preghiera “teista”?) ma la differente consapevolezza che l’uno e l’altro hanno di “sé” (preghiera “non-duale”).

Il fariseo è-separato-da-altri/o (e il Dio che il fariseo invoca è Colui che è sacro/santo, separato-dal-mondo, così anche lui si comprende “separato” dagli altri ma anche da quel totalmente Altro che è Dio). Il pubblicano, invece, è consapevole di sé, poiché si comprende nell’orizzonte della pietà, misericordia: non separato dagli altri e da Dio, ma nell’amore di Dio, nella sua misericordia. Si sente a casa di Dio.

Chi si rende conto che Dio ha accolto le sue preghiere?

Colui che ha trovato la pace con se stesso, perché non ha nulla da nascondere, nemmeno la sua ombra. “Stando” nella luce, diventa. luce.

Come riconoscere se vivo nascosto nell’ombra o svelato nella luce?

Da questi sintomi lo possiamo riconoscere nella vita quotidiana:

  • nel confronto con gli altri,
  • nella compulsiva smania di giudicare tutto e tutti,
  • nell’escludere altri.

Ogni volta che sentiamo una certa rigidità nei confronti di certe persone, atteggiamenti, comportamenti.

Ovviamente non tutto ciò con cui non sono d’accordo sta lì a rivelare la mia ombra, il mio lato oscuro. Ma ciò che mi rende nervoso a motivo di ciò che altri dicono o sono, tutto questo è qualcosa che non riesco ancora ad accettare in me e voglio negare di me.