
Nella prospettiva “nonduale” sovente si affaccia la questione del rapporto tra l’Uno e/è “i molti”. Nello stato definitivo (eterno) scompaiono “i molti”, “le individualità” nell’Assoluto-Uno? Oppure rimangono? Tale questione è essenziale quando si affronta dal punto di vista cristiano il tema della risurrezione. In Dio – ci si chiede – manterremo la nostra individualità o la perderemo nell’oceano del divino? La tesi che sostengo e propongo attraverso il Monismo relativo è che nello stato definitivo o eterno ciò che scompare non è il singolo/molti ma la modalità dell’isolamento/separazione. La finitezza “separante” (duale), ciò che San Paolo chiama la caducità/fragilità, si realizza e diventa finitezza “incorporata” e “inclusa” nell’Uno/Dio/Assoluto.
L’individuo diventa “ego” quando si comprende separato dall’Uno. Gesù continuamente dice di morire a se stessi, cioè non pensarsi più e non vivere più come “staccati e sradicati” dalla Vita. L’ego è più uno stato dell’individuo che la sua identità. La condizione di “separato-da” (ego) come tale non può che morire, poiché non “accoglie” la Vita, essendo sradicato dall’Uno. L ‘ “uno-e/è-molti”, invece, è la condizione o stato in cui comprendiamo e viviamo noi stessi e tutte le cose nell’Uno. Questo è lo stato dello “spirito” (il non ego). Ciò che dà identità all’individuo, ciò che lo fa essere, è la sostanza dell’ “Uno-e/è-molti” e lo stato/condizione con cui si permane in tale condizione è quello della “non separazione”, cioè lo spirito. Solo perdendo la propria vita come separato (ego), uno ritrova il tesoro nascosto: la Vita. La Vita eterna è “permanere” e “restare” nella Vita e nell’Uno.
Secondo Teilhard de Chardin il Mistero di Dio è come un braciere di fuoco, ma tale fuoco non distrugge i molti in un’amalgama, confondendoli e rendendoli “Uno”. In tal caso l’Uno non sarebbe pensato come non-aliud ma come somma dei molti. L’unità di Dio, invece, fa esistere i molti e le differenze. “Tu non distruggi gli esseri che adotti, o Signore. Ma li trasformi conservando tutto ciò che i secoli della creazione hanno elaborato di valido in essi” (Teilhard de Chardin, Il Sacerdote, p. 47). Come afferma Nicolò Cusano, Dio è oltre la coincidentia oppositorum tra unità e differenze. “Tu m’impasti, o Signore; — Tu plasmi e Tu spiritualizzi la mia argilla informe; — Tu mi trasformi in Te…” (Teilhard de Chardin, Il Sacerdote, p. 38). È la comunione totale dell’intero Universo raccolto in Dio, “tutto in tutti” (1 Cor 15,28).
È illuminante anche questo testo di Bede Griffiths – nel suo Commento alla Bhagavad Gita – in cui risponde alla questione dell’Uno “e/è” molti rifacendosi alla “circumsessione” trinitaria. I molti non sono annullati nell’Uno ma perdono la loro individualità separante (Uno “e” molti) per “risorgere” come molti dell’Uno (gen. soggettivo). Ringrazio il monaco Axel Bayer di Camaldoli per avermi indicato questo testo di Bede Griffiths.
“Adorami come Uno, eppure molteplice”. Questa è una questione di fondamentale importanza. Arriviamo alla fonte di tutti gli esseri, l’Uno, e poi realizziamo i molti nell’Uno e questo è l’obiettivo.
A volte si dà l’impressione che si debba abbandonare tutti i molteplici fenomeni di questo mondo per arrivare a una sorta di unità astratta, ma non è così. Nell’Uno, il supremo Brahman, è contenuta tutta la diversità della materia e della natura, ma nella semplicità, non dispersa nel tempo e nello spazio. In Brahman tutte le cose sono unite e integrate in una visione unitaria, così che tutta la diversità della materia e della natura è contenuta nell’assoluta semplicità dell’Uno.
Si sente spesso porre la domanda: nello stato ultimo, c’è Uno o ci sono anche i molti? Tutte le anime individuali scompaiono nell’Uno? La risposta è che scompaiono come esseri separati ma vengono rivelati come distinti benché uno. E questo è l’obiettivo finale. Le distinzioni rimangono. Tutto in natura, anche ogni granello di sabbia, è distinto in Dio. Ogni singolo essere nella sua natura esiste eternamente in Dio.
Ognuno di noi è un individuo unico, eternamente conosciuto ed eternamente realizzato in Dio. Tutte le distinzioni sono contenute nell’assoluta unità della natura divina in cui non ci sono differenze, opposizioni, conflitti di alcun genere. È estremamente difficile per noi capirlo. Se concepiamo l’Uno, allora appare astratto e perdiamo il senso dei molti; se pensiamo ai molti, allora perdiamo il senso dell’Uno. Ma in Dio i molti sono contenuti nell’Uno e l’Uno si manifesta nei molti. Questo è un esempio di conoscenza intuitiva in opposizione alla conoscenza discorsiva e discriminativa.
La conoscenza ordinaria è quella in cui distinguiamo una cosa da un’altra. Da questo tipo di conoscenza costruiamo sistemi logici. La conoscenza unitiva, invece, è intuitiva. Afferra, apprende, in un modo che è un po’ come l’intuizione di un poeta che ha una visione unitaria della realtà. Andando oltre, c’è un’intuizione mistica in cui tutta la molteplicità dell’essere è vissuta nella sua unità. Questa è la suprema conoscenza intuitiva.
[…] Quando si arriva allo stadio finale, rimane qualcosa? L’opinione generale, sostenuta dalla maggior parte degli indù ortodossi, e per esempio da Ramakrishna, è che finché sei nello stato attuale dell’essere, godrai dell’universo e potrai vedere Dio manifestarsi nell’universo. Ma quando entri nello stato di “samadhi” (cioè: unione mistica), lo stato supremo, tutto scompare. L’universo è reale solo finché conservi il tuo ego, finché vivi in questo stato di coscienza; alla fine è tutto maya. Ora con ciò va la domanda: quando vai oltre, l’ego sopravvive? Rimane un sé? E Ramakrishna dice di nuovo piuttosto chiaramente che la bhakti (cioè la devozione) è la tua via verso Dio, ma puoi avere bhakti solo finché hai un ego. Se il tuo ego muore ed entri nello stato di samadhi, non c’è più bhakti; c’è solo unità assoluta. Questo porta alla terza domanda. Quando il sé individuale scompare e rimane solo l’Uno e non c’è più amore, non c’è più bhakti, che dire della realtà del Dio personale?
Si tratta quindi qui della questione della realtà ultima dell’universo, dell’anima individuale e del Dio personale. La Bhagavad Gita insiste continuamente sulla realtà del Dio personale e sul suo amore. “Coloro che mi amano mi sono cari e io sono in loro e loro sono in me, possono venire da me, avranno la pace eterna”. Ma la domanda rimane: il Dio personale alla fine è reale? Quando si entra in samadbi, la persona rimane? Ci sono punti di vista diversi, ma ancora una volta, il punto di vista prevalente è che l’aspetto personale di Dio scompare.
Ramakrishna parla di Dio con forma (saguna) e senza forma (nirguna). Quando parla di Dio con forma, intende non solo un altro avatara, un’altra apparizione sulla terra, come Krishna, Rama o chiunque altro; intende anche la forma della Dea Madre, l’eterna Madre, e anche questa è solo un’apparenza. Come ha detto, è come la schiuma sull’acqua, è solo una cosa che passa. E così Dio senza forma è la realtà ultima e poiché non c’è né bhakta, né bbakti, è difficile dire che una persona rimane. È un al di là assoluto. Questa, credo, è l’opinione prevalente e questo è uno dei punti principali su cui deve svolgersi il dialogo indù-cristiano.
La posizione cristiana è che nello stato ultimo, questo universo rimane, realizzato nella visione di Dio. L’universo va oltre il suo stato attuale nel tempo e nello spazio, e oltre le attuali leggi della materia e della causalità. Che passi non c’è dubbio, ma non c’è un altro stato al di là, quando si va oltre il corpo e oltre la mente e si realizza lo Spirito interiore? A quel punto si realizza l’intera creazione nel suo fondamento, nella sua fonte e nella sua pienezza.
Nella visione di Dio, tutte le cose sono presenti. Ogni granello di sabbia, ogni pianta e ogni albero, in tutte le loro fasi di sviluppo; le onde del mare, le gocce d’acqua nel fiume, tutto è presente a Dio in un’unità eterna, non diffusa nello spazio e nel tempo, non cangiante e passante, ma nella sua eterna realtà. Nella Parola di Dio tutto è presente. Quando si raggiunge il paradiso, lo stato ultimo, si gode tutto questo mondo, perché tutto ciò che è in esso è presente, senza alcun flusso, senza il cambiamento, la sofferenza, la corruzione e la morte, che è nel mondo attuale.
Questo è esattamente ciò che si intende per “nuova creazione”, il nuovo cielo e la nuova terra. Questa è la pienezza della realtà quando l’universo materiale è trasfigurato, quando cessa di essere soggetto alle leggi presenti della materia, dello spazio e del tempo, e si realizza in Dio. È lo stesso accade anche per l’anima individuale.
Finché manteniamo un ego, nel senso ordinario, che adora Dio in senso duale, quello è uno stato imperfetto. Quando raggiungiamo l’unione con Dio, quando raggiungiamo lo stadio ultimo, l’individuo rimane? Il cristiano direbbe di sì. Siamo persone nella persona di Cristo. Nel corpo mistico di Cristo, ogni persona è una cellula, come noi, e ciascuno conserva la sua unicità e ancora una volta, sebbene ci siano molte persone nell’unico corpo, tutte fanno una persona. Questo è noto come “circumsessione”, dove uno è totalmente nell’altro. Gesù dice: “Come io sono nel Padre e il Padre in me, siano una cosa sola in noi” (Giovanni 17:21). Cioè, ognuno si compie in se stesso, ma andando oltre se stesso, si compie nel tutto e andando oltre il tutto, si compie in Dio, il Purusha, la Persona Suprema. C’è una pienezza assoluta lì, così che ognuno è completamente realizzato, ma anche completamente trasformato. Non è più una piccola persona isolata, separata come adesso, ma tutti sono pienamente realizzati, trascendendo ogni limite e conoscendosi attraverso l’Uno e nell’Uno. Ciascuno è una persona unica nell’unica Persona.
E infine, nella Divinità stessa, rimane la persona? L’idea della dottrina cristiana della Trinità è precisamente che nella Divinità ultima, al di là delle parole e del pensiero, al di là di ogni concezione, c’è comunione; un’intercomunione nella conoscenza e nell’amore. Non possiamo immaginarlo o concepirlo correttamente ma possiamo suggerire come può essere. Il linguaggio di Gesù nel Nuovo Testamento è “affinché siano uno, come tu in me e io in te, affinché siano uno in noi”. Questa è la circumsessione, come si dice, delle Persone nella Trinità. Il Padre è nel Figlio, il Figlio è nel Padre e il Padre e il Figlio sono assolutamente uno nello Spirito, senza dualità. Non c’è alcuna differenza in loro. Eppure c’è relazione, relazione in perfetta unità. Così nella divinità stessa c’è l’amore. Nell’ultimo c’è una comunione d’amore, e la partecipazione al Corpo mistico di Cristo è partecipazione a quella comunione d’amore.
La dottrina della Trinità punta verso l’idea del compimento totale nell’intercomunione delle persone nella Divinità, delle persone all’interno del Corpo di Cristo, la Persona suprema, e infine dell’intera creazione in un nuovo modo di esistere in questo tutto. In questo senso Cristo, come Persona suprema, riempie l’intera creazione. Come dice san Paolo, “salì in cielo per riempire ogni cosa della sua presenza” (Ef 4,10). L’intera creazione è permeata dalla sua presenza e da essa trasfigurata.
(Bede Griffiths, Fiume di Compassione, pp. 258-265).
L’Essere (cioè l’Uno) appare e quando appare l’Essere si mostra come molteplice. È la molteplicità dell’Uno che appare, senza che questa sia vista come separata dall’Uno. L’apparire dell’Essere non è né illusorio, né altro o separato dall’Essere. L’apparire è la “verità” (a-letheia, non-velato) dell’Essere (cioè dell’Uno), poiché ciò che appare non è “altro” dall’Essere ma la sua manifestazione.
Ciò che appare diventa “altro” (dall’Essere) solo quando l’apparire viene visto come qualcosa di separato dall’Essere e l’Essere finisce così per essere considerato trascendente. Ciò avviene quando l’apparire è interpretato come “creazione” e non più “emanazione” dell’Essere (cioè Dio). In questo caso, infatti, l’apparire è qualcosa di “posto-da-Dio”, “voluto-da-Dio” come qualcosa di “altro”.
L’apparire considerato come creazione non è manifestazione spontanea di Dio, suo irradiamento, ma qualcosa che è tratto dal nulla. “Non è” ed ora “è”. Se l’“ora” in cui la creazione è, è l’ora dell’eternità di Dio, significa che il “nulla” da cui la creazione è tratta o è “eterno” oppure “non-è”. Se il nulla è eterno, allora l’Essere è nulla; se “non-è”, allora il nulla è Essere. In ambedue i casi, affermare che l’apparire è creazione e questa considerata come produzione dal nulla, è contraddittorio. La creazione non è produzione dal nulla e l’apparire non è da considerarsi “creazione” come “produzione” di Dio dal nulla. La creazione – se viene affermata – è una emanazione dell’Essere, per cui ciò-che-appare (cioè il creato) non è “altro” dall’Essere (come se uscisse dal nulla) ma la sua eterna manifestazione e determinazione. La creazione è l’eterna verità dell’Essere.
Va precisato che dalla prospettiva dell’apparire (e non dell’Essere) il creato viene pensato dalla “mente” (che è il punto di vista dell’apparire su se stesso) come proveniente dal nulla e tendente al nulla, con un inizio e una fine. Il creato, infatti dalla prospettiva dell’apparire e quindi della mente che lo pensa, è visto come disteso secondo un primo e un poi, e molteplice. E dato che distensione, molteplicità e differenziazione sono viste dal punto di vista della mente e dell’apparire come provenienti dal nulla, queste (distensione, molteplicità e differenziazione) sono pensate “separate” dall’Essere.
Dalla prospettiva dell’Essere (cioè di Dio) – prospettiva che non di “un punto” ma degli infiniti punti di vista che è Uno – il creato viene compreso dalla mente di Dio – invece – come Suo apparire. La Mente di Dio è Pura consapevolezza dell’Essere e del suo apparire. La distensione, molteplicità e differenziazione del creato non sono contemplate dal punto di vista della mente finita e dell’apparire come qualcosa di “separato” dall’Essere (a motivo del nulla da cui proviene), ma come il modo con cui “appare” eternamente l’Essere.
Si danno distensione, molteplicità e differenziazione nell’Essere? Sì, poiché queste sono l’apparire “eterno” dell’Essere (genitivo soggettivo) e manifestano la realtà infinita di Dio; tuttavia, queste appaiano non tanto come “separate” e “indipendenti” (altro dall’Essere e quindi dal nulla), ma Sua emanazione, “distinte-da” ma non altro-da Dio.