
“Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto” (Mc 10,8-9)
Nel dibattito teologico e spirituale contemporaneo emergono con particolare forza due grandi tendenze che attraversano il modo di pensare e vivere il rapporto con Dio. Da un lato, c’è la prospettiva che interpreta la fede come una conversazione, un incontro personale con un “Tu” che chiama, interpella, risponde: il Dio biblico che parla nella storia e che chiede di essere ascoltato. Dall’altro lato, si fa strada una sensibilità più panenteistica o contemplativa, che percepisce Dio come Presenza avvolgente, come il fondamento in cui tutto vive e respira, più vicino alla mistica che al dialogo.
Queste due tendenze non si escludono, ma generano tensioni, domande e talvolta incomprensioni: la prima teme di perdere la concretezza del volto personale di Dio, in particolare il volto umano di Gesù come criterio unico per identificare chi è Dio (Pierangelo Sequeri). La seconda teme di ridurre l’esperienza spirituale a un rapporto troppo antropomorfico e meno inclusivo della sapienza delle altre religioni, della mistica e della fisica quantistica (post-teismo). Il testo che segue si muove proprio dentro questa dialettica, cercando di mostrare come entrambe le vie, se mantenute in equilibrio, possano illuminarsi a vicenda e custodire la ricchezza della tradizione cristiana.
L’idea di essere “coinvolti in una conversazione” con Dio si distingue da una concezione della fede di tipo fondamentalista, che considera la parola divina come qualcosa di fisso e immutabile, consegnato una volta per tutte. Tuttavia, la domanda teologica più urgente oggi sembra per questa prima tendenza un’altra: Può una visione panenteistica, che guarda con sospetto l’idea stessa di un rapporto personale con Dio, essere compatibile con la fede cristiana?
A questo livello, la distanza tra una fede biblica “aperta” e il panenteismo non è così netta – e forse non deve esserlo. La Bibbia suggerisce che essere “in Dio” e “con Dio” significa partecipare alla pienezza della vita, e questa esperienza assume spesso i tratti di una relazione personale: essere chiamati per nome, sentirsi riconosciuti, contare per qualcuno. Non si tratta anzitutto di una teoria su Dio, ma di un’esperienza vissuta: quella di sentirsi interpellati, autorizzati a esistere, chiamati a una vita piena.
Quando, soprattutto nella filosofia moderna, questa esperienza viene interpretata come un processo dell’Assoluto che si differenzia da sé, sorge in qualcuno il dubbio che così si perda qualcosa di essenziale, cioè il dialogo con un “Tu” e in definitiva la dimensione dell’Alterità sia in Dio che fuori di Dio. Le immagini del parlare, del chiamare, del rispondere avrebbero invece l’intento di “custodire” il nucleo vitale della fede: uomini e donne che si scoprono chiamati da un Dio che interviene nel mondo e nella storia e che sono capaci di rispondere con libertà. Qui la fede prende la forma del dialogo, della preghiera come invocazione, del sentirsi personalmente interpellati. È il linguaggio dei salmi, dei profeti, delle vocazioni, del Vangelo: Dio chiama per nome, stringe alleanza, entra in relazione. Essere credenti significa abitare una storia di parola e risposta, di promessa e affidamento.
Le espressioni “in Lui” e “con Lui” rivelano bene la tensione che attraversa l’essenza della fede cristiana. Da un lato Dio come un “Tu” personale, anzi il Dio, con l’articolo, come piace fare la scuola milanese. Dall’altro, “Dio” o il Mistero come realtà più onnicomprensive e includente, più grande di ogni persona, che avvolge e sostiene tutto. Non solo realtà personale ma ancor più trans-personale. È dentro questa tensione dell'”Hen-kai-Pan” (Uni-totalità dell’Assoluto) che si forma la comprensione sia del Dio della fede cristiana che di noi stessi. Questa è la strada percorsa dal cristianesimo fin dai primi secoli: da Origene a Dionigi l’Areopagita, da Massimo il Confessore a Giovanni Scoto Eriugena, da Meister Eckhart a Niccolò Cusano. È un cristianesimo carsico, presente sempre, benché soffusamente diffuso dentro e fuori della Chiesa ufficiale.
Se si guarda Dio soprattutto in chiave panenteistica, Egli appare come la realtà che comprende tutto, il fondamento onnipresente della vita. Non tanto Qualcuno che parla, ama e punisce – il Dio dell’affezione – ma lo “sfondo” del nostro esistere, direi con termine greco l’hypostasi, la sostanza, il soggetto: ciò che ci sostiene, che di solito diamo per scontato, che talvolta percepiamo come profondità della vita. Qui la fede più che una decisione è un desiderio, un’attenzione, un vedere e assume la forma della contemplazione, dell’abitare in Dio, del riconoscere una Presenza che precede ogni parola. Questo filone attraversa la sapienza biblica, la mistica dei Padri, la tradizione monastica, fino alla grande contemplazione di ispirazione neoplatonica. Non è forse questa immagine di Dio – molto presente nella mistica – più vicina alla sensibilità di molti cercatori contemporanei rispetto all’idea di un Dio personale? In Lui troviamo vita, respiro, sicurezza, appartenenza. Ma chi è questo “Lui”? L’energia dell’universo? Il cosmo? La vita stessa? Con una parola di Col 1,17: “è prima di ogni cosa e tutte le cose sussistono in lui”.
Questo modello di spiritualità cristiana sta ritornando ad ispirare molti credenti che hanno abbandonato la partecipazione alla Messa domenicale e non si riconoscono più in quello che la Chiesa ufficiale propone. Questo modello “vago e vagante” di spiritualità è divenuto la base di una fiducia diffusa nel mondo, nella natura, nell’umanità. Il Dio di questa spiritualità appare spesso attraente proprio perché promette sollievo: meno conflitti interiori, meno domande difficili, meno tensioni tra fede e mondo, meno scontri dottrinali o istituzionali. Diventa la fede del “sentirsi dentro”, del “ben-essere”, del ritrovare un’unità profonda.
Ma proprio questo desiderio di una fede come pace interiore e conforto richiede uno sguardo critico: una fede che consola senza mai disturbare rischia di perdere ciò che, nella tradizione biblica, è essenziale – un Dio che non solo sostiene, ma chiama, interpella e trasforma. Quando Paolo afferma: “In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (Atti 17,28), sembra già aprire un ponte di dialogo tra la dimensione sapienziale e la dimensione testimoniale della fede.
Una fede cristiana costruita esclusivamente sul modello testimoniale – credo perché altri hanno creduto – rischia di rimanere in una forma immatura, perché proietta su Dio categorie troppo vicine ai bisogni psicologici dell’infanzia: un Dio che parla come noi, che interviene come un genitore onnipotente, che risolve dall’esterno ciò che non riusciamo ad affrontare. Con le parole di Karl Jaspers:
“Il concetto specifico di rivelazione dev’essere come l’annuncio immediato, localizzato nello spazio e nel tempo, di Dio attraverso la parola, la richiesta, l’azione, l’evento. Dio dà i suoi ordini, egli fonda una comunità, compare tra gli uomini, fonda il culto. Ciò accade per una irruzione oggettiva dall’esterno” (Karl Jasper, La fede filosofica di fronte alla rivelazione, 48).
Questo linguaggio è prezioso e profondamente biblico, ma se non viene integrato da una visione più ampia – quella di Dio come Presenza che sostiene, ispira, trasforma dall’interno – può ridurre anch’esso la fede a un dialogo rassicurante, senza profondità né crescita. La maturità spirituale nasce quando il credente impara a riconoscere Dio non solo come un “Tu” che risponde alle invocazioni, ma anche come il fondamento silenzioso della vita, la sorgente che opera nella libertà umana e nella trama del mondo, senza sostituirsi ad essa. Se vuoi, posso aiutarti a collegare questo tema alla distinzione tra fede infantile e fede adulta nella tradizione cristiana.
Questi due grandi modelli, quello della conversazione (Dio come un “Tu” che parla) e quello della Presenza non sono alternative da scegliere, ma polarità da tenere insieme nel credere cristianamente. Conversazione e Presenza, parola e silenzio, invocazione e contemplazione si richiamano reciprocamente. Quando uno dei due viene assolutizzato, la fede si impoverisce: o diventa un dialogo senza profondità, o una fusione senza volto.
Oggi, però, in alcuni ambienti – come nei recenti interventi della cosiddetta scuola teologica milanese – si nota un irrigidimento sul modello biblico inteso quasi esclusivamente come rapporto con un “Tu” radicalmente altro. L’intenzione è difendere la specificità cristiana contro derive mistiche, panteistiche o spiritualiste. Ma questo irrigidimento rischia di produrre l’effetto opposto: non custodire la tradizione, ma restringerla. Così si esclude una parte enorme della grande eredità cristiana: la sapienza, la mistica, la contemplazione, la teologia della partecipazione, tutto ciò che ha parlato di Dio come Presenza che avvolge e precede ogni parola. Il risultato può essere l’allontanamento di molte persone credenti, che cercano un’esperienza di Dio non solo come interlocutore, ma come profondità della vita, come dimora, come respiro dell’esistenza.
Il paradosso è che, nel tentativo di essere più “biblici”, si finisce per essere meno cristiani e con le parole di Panikkar/Rahner, non si è più mistici. Si perde così l’ampiezza (kath’holou, cattolicità) della tradizione. Una fede ridotta al solo linguaggio della conversazione non riesce più a ospitare chi fa esperienza di Dio soprattutto come silenzio, come presenza, come fondamento. E così, invece di arginare la frammentazione spirituale contemporanea, la si alimenta.
Tenere insieme conversazione e Presenza non è un compromesso debole, ma la forma più profonda di fedeltà alla tradizione cristiana. È in questa tensione che il cristianesimo ha pensato Dio, ha pregato, ha contemplato e ha imparato a tenere insieme ciò che i dotti e i sapienti vorrebbero separare.








