Una rilettura spirituale e teologica di Romani 8 per immaginare nuovamente la fede
Introduzione
Ogni epoca religiosa produce le proprie immagini di Dio. Alcune liberano; altre imprigionano. Alcune custodiscono il mistero; altre lo riducono a proiezione delle nostre paure, dei nostri bisogni di controllo, delle nostre rigidità morali o metafisiche. Il problema delle immagini di Dio non è secondario, perché il volto di Dio che abita l’immaginario credente determina inevitabilmente anche il volto dell’umano che ne deriva. Un Dio percepito come giudice distante genera sudditi; un Dio vissuto come presenza interiore genera figli. Un Dio estraneo all’umano produce alienazione; un Dio riconosciuto nel cuore stesso dell’esperienza umana apre invece alla libertà.
La questione, dunque, non è semplicemente se possediamo immagini di Dio, ma quali immagini custodiamo e se esse siano capaci di lasciarsi attraversare dal soffio dello Spirito. La fede non può esistere senza immagini, simboli, metafore, linguaggi; e tuttavia ogni autentico cammino spirituale comporta il continuo oltrepassamento delle immagini che si irrigidiscono. In questo senso, la maturazione della fede è anche un’opera di purificazione dell’immaginario religioso.
Una suggestione particolarmente feconda proviene dal pensiero di Abraham Joshua Heschel. La proibizione biblica delle immagini non nasce primariamente da una diffidenza idolatrica verso le immagini, ma dalla convinzione radicale che l’unica vera immagine di Dio sia l’essere umano. Se così è, ogni immagine di Dio che contraddice l’umano, lo umilia, lo aliena o lo disumanizza è teologicamente falsa. L’idolatria non consiste solo nell’adorare statue, ma nel costruire immagini religiose incompatibili con la dignità dell’umano.
In questa prospettiva acquista particolare intensità anche l’intuizione di Martin Lutero, secondo cui cercare Dio al di fuori dell’umanità di Gesù equivale a cercare un idolo, cioè il nemico della natura umana. Extra Iesum quaerere deum est diabolus (WA 40 III, 337, 11). L’affermazione, nella sua forza polemica, custodisce un’intuizione decisiva: Dio non è reperibile contro l’umano, ma dentro il mistero dell’umano trasfigurato. Gesù è la vera immagine di Dio, poiché ha svelato l’umanità dell’“uomo”.
Ancora una volta è Abraham Joshua Heschel che ci illumina. Nella lingua in cui scrive il teologo ebreo – l’inglese – c’è una circolarità tra human being e being human. Il primo indica l’essere umano come specie; il secondo, l’umanità di questo essere, il suo vivere da uomo. Si è uomini, se si vive da umani.
Questa riflessione si colloca precisamente in tale orizzonte: oltre le immagini non significa abolire ogni immagine, ma oltrepassare quelle che imprigionano l’umano dentro una falsa concezione del mistero per aprirsi a quelle che lo rendono trasparente. In tale cammino, Romani 8 si offre come uno dei testi più potenti del Nuovo Testamento per ripensare la fede non come religione della paura, ma come esperienza della figliolanza, della libertà e della trasformazione cosmica.
1. La crisi religiosa come crisi dell’attenzione
Molte diagnosi contemporanee della crisi religiosa si concentrano sulla secolarizzazione, sul relativismo, sulla dissoluzione delle istituzioni o sul pluralismo culturale. Pur senza negare questi fattori, una lettura più radicale può cogliere altrove il nucleo del problema.
Byung-Chul Han ha osservato che la crisi della religione è, più profondamente, una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire. Tale intuizione appare teologicamente feconda. Attenzione, ascolto e contemplazione indicano infatti posture fondamentali dell’esperienza spirituale. La fede non nasce primariamente dall’accumulo di contenuti dottrinali, ma da una qualità dello sguardo.
La crisi religiosa contemporanea potrebbe allora essere interpretata come incapacità di apertura. Non tanto assenza di Dio, quanto incapacità di percepirlo. Non morte del sacro, ma perdita dell’attitudine contemplativa.
L’attenzione implica un tendere verso. Lo scrutare implica profondità. L’udire implica disponibilità a ricevere ciò che non si produce da sé. Tutti questi movimenti presuppongono un esodo dall’autoreferenzialità. Là dove questa apertura si blocca, le immagini religiose si irrigidiscono e diventano idoli. Una immagine religiosa è tale se permette di unire (re-ligio) Dio all’umano, connettendo la divinità di Dio non tanto al sovra-umano ma al pienamente umano.
Per questo la crisi della religione non coincide semplicemente con l’abbandono della pratica religiosa. Può annidarsi anche dentro forme apparentemente ortodosse di fede, che ledono l’umanità dell’uomo, laddove Dio viene ridotto a schema, sistema, controllo, rassicurazione identitaria. Una religione senza apertura spirituale diventa inevitabilmente religione della paura. Una religione disumana.
2. Dio e l’umano: una visione binoculare del reale
Una delle false alternative più persistenti del pensiero religioso consiste nell’opporre Dio e l’umano, come se l’affermazione dell’uno comportasse necessariamente la diminuzione dell’altro. Questa opposizione ha prodotto secoli di spiritualità ambivalente, spesso oscillante tra devozione e auto-svalutazione.
Ma la logica cristiana più profonda procede in direzione opposta.
Come la percezione della profondità richiede due occhi, così la comprensione del reale esige di tenere insieme Dio e l’umano. Con un solo occhio, la realtà appare piatta. Solo la visione binoculare consente profondità.
Separare Dio dall’umano significa perdere la tridimensionalità del reale. Cioè la profondità della vita.
Non si tratta di confondere i piani in maniera ingenua, ma di riconoscere che la rivelazione cristiana ha precisamente infranto l’opposizione dualistica tra il divino e l’umano. In Gesù, il mistero di Dio non appare come antagonista dell’umano (sovra-umano), ma come sua verità più profonda (veramente umano).
Da qui una conseguenza radicale: cercare Dio contro l’umano significa inevitabilmente cercare un anti-Dio. L’anti-Dio per antonomasia è il diavolo, il nemico della natura umana come dice Sant’Ignazio di Loyola.
3. Romani 8 e la rivoluzione della figliolanza
Il capitolo ottavo della Lettera ai Romani costituisce uno dei vertici assoluti della riflessione paolina. Qui la fede cristiana non viene descritta in termini giuridici, moralistici o meramente cultuali, ma come esperienza trasformativa di appartenenza.
Il lessico dominante è inequivocabile: Spirito, figli, libertà, eredità.
Paolo oppone due condizioni fondamentali dell’esistenza: schiavitù e figliolanza.
Lo Spirito non introduce in un regime di paura religiosa, ma in un’esperienza di libertà filiale: «Non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli».
Il contrasto è teologicamente decisivo. Una religione fondata sulla paura non è ancora esperienza evangelica matura. Dove domina il timore servile, la figliolanza non è ancora stata assimilata. Il figlio appartiene alla casa (oikos). Lo schiavo no. Lo schiavo vive fuori dalla familias, non è della sua stirpe.
L’immagine è di straordinaria potenza antropologica. Essere figli significa non vivere ai margini dell’essere. Non essere tollerati nel garage dell’universo, ma abitare la casa. Nel suo discorso agli Ateniesi, l’apostolo Paolo dirà: «In [Dio] infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come hanno detto anche alcuni dei vostri poeti: “Perché di lui anche noi siamo stirpe”» (Atti 17,28). Noi siamo γένος θεοῦ, familiari di Dio. Per questo Gesù dichiara (Gv 10,34): Θεοί ἐστε, siete dèi. L’esperienza cristiana, secondo Paolo, non è dimorare ai margini della divinità, ma riconoscimento della nostra originaria appartenenza divina.
4. Lo Spirito di Dio e il nostro spirito: distinzione senza separazione
Uno dei passaggi più suggestivi di Romani 8 riguarda il rapporto tra lo Spirito di Dio e lo spirito umano. Paolo afferma che «lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio». Si tratta di un’affermazione densissima, perché tocca uno dei nodi più delicati dell’esperienza spirituale: dove finisce Dio e dove comincia l’umano?
Chiunque abbia attraversato con serietà la vita interiore conosce questa domanda. Quando nella preghiera emerge un’intuizione, una consolazione, una parola interiore, si insinua inevitabilmente il dubbio: è Dio che parla o sono io? È ispirazione o proiezione?
Paolo non risolve il problema mediante una separazione netta (tra cielo e terra, tra Dio e umanità, increato e creato), nemmeno di complementarità sinergetica: 50% a Dio e 5°% alla creatura. Paolo risolve il dilemma attraverso una logica di identità. Lo Spirito di Dio non si sovrappone violentemente allo spirito umano come un agente esterno, né lo annulla. Opera piuttosto dall’interno. Ci è di aiuto il numero “10” che è tutto presente nel “5×2”, così come nel “30:3” o nel “12-2”. Il numero e l’operazione non sono identici, ma coincidono (5×2 = 10). Così lo Spirito di Dio è lo spirito dell’uomo.
La tradizione patristica parlerà qui in termini di distinzione tra increato e creato. La differenza rimane reale, ma non implica estraneità. Come una finestra illuminata non è la fonte della luce, ma partecipa realmente della luminosità che la attraversa, così l’essere umano non è origine dello Spirito, ma ne è autenticamente abitato.
Questo consente di superare due errori opposti. Da una parte, l’illusione prometeica secondo cui l’esperienza spirituale sarebbe semplice sforzo umano psicologico. Dall’altra, una concezione estrinseca di Dio che lo colloca radicalmente fuori dall’esperienza umana.
Paolo indica invece una teologia dell’interiorità abitata. Lo Spirito non è il concorrente dell’umano, ma il suo respiro più profondo.
Qui risuona potentemente Agostino: interior intimo meo et superior summo meo. Dio non come oggetto esterno accanto ad altri oggetti, ma come intimità più profonda dell’intimo.
La fede matura nasce precisamente quando questa interiorità non viene più percepita come minaccia e paura, ma come spazio di comunione, respiro di vita.
5. Cristo e la figliolanza universale
Una delle conseguenze più radicali di questa lettura riguarda la comprensione di Cristo.
Spesso la fede cristiana è stata vissuta secondo una struttura comparativa implicita: Gesù è il Figlio; noi, al massimo, beneficiari periferici della sua relazione col Padre (figli adottivi). Cristo appare così come eccezione assoluta, mentre l’umanità rimane ontologicamente esterna alla sua condizione.
Ma il linguaggio paolino sembra muoversi in una direzione più dinamica e più coincidente. Se siamo coeredi di Cristo, se lo Spirito attesta che siamo figli, se gridiamo Abbà, allora Gesù non rappresenta semplicemente una distanza incolmabile, bensì la rivelazione compiuta di ciò verso cui l’umanità è chiamata.
Ciò non implica una cancellazione della singolarità di Gesù. Egli rimane il luogo in cui è accaduta tale manifestazione piena e trasparente della figliolanza. Ma proprio per questo egli non è il termine di una adorazione distante, bensì rivela quel principio di trasformazione che è Cristo.
La fede non consiste solo nel credere qualcosa su Gesù, ma nel lasciarsi configurare a ciò che in lui appare in pienezza e perciò è detto “Cristo”. Qui la tradizione orientale parlerebbe di theosis: partecipazione reale alla vita divina. L’intuizione giovannea è analoga: «Noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è».
Contemplare Cristo non significa ammirare da lontano un’eccezione irraggiungibile. Significa riconoscere il destino di ognuno di noi. In questa prospettiva, la gloria non è privilegio esclusivo del Figlio unico, ma compimento della vocazione filiale universale.
6. La cosmologia paolina: la creazione come travaglio di trasformazione
Romani 8 allarga improvvisamente l’orizzonte. La questione non riguarda solo il singolo credente o la comunità ecclesiale. Paolo introduce il cosmo intero.
«La creazione geme e soffre le doglie del parto».
È una delle immagini più straordinarie del Nuovo Testamento. Il cosmo non è descritto come meccanismo statico né come scenario neutrale del dramma umano. È un organismo in trasformazione, una realtà gravida di compimento.
L’immagine del parto è teologicamente decisiva. La sofferenza non viene interpretata primariamente come punizione, ma come travaglio generativo. Ciò cambia radicalmente il paradigma religioso. La trasformazione dolorosa non è necessariamente segno di abbandono divino; può essere la grammatica stessa della nascita.
Angela da Foligno intuiva qualcosa di simile quando contemplava il mondo come pregnans Deo, gravido di Dio, talmente pieno di Dio che è pronto perché il figlio venga alla luce e nasca alla vita eterna.
Paolo non parla solo dell’umanità. La creazione comprende l’intero ordine cosmico. Tutto ciò che esiste partecipa di questo dinamismo: materia, vita, storia, relazioni, temporalità.
Il cosmo non è un deposito di oggetti; è processo.
In questo senso, pur senza forzature anacronistiche, il linguaggio paolino appare sorprendentemente aperto a una sensibilità cosmologica contemporanea. La realtà non è immobilità sostanziale, ma trasformazione continua. La caducità, quindi, non rinvia teisticamente alla condanna del primo Adamo, ma può indicare la transitorietà orientata del creato verso il suo compimento.
7. La schiavitù dell’attaccamento e la paura della trasformazione
La vera schiavitù, in questa prospettiva, non coincide con la finitudine, ma con la resistenza alla trasformazione. L’essere umano teme il cambiamento perché vi legge perdita. Teme la morte perché la interpreta come negazione. Cerca di trattenere, fissare, immobilizzare. Ma una vita trattenuta diventa sterile.
L’immagine evangelica del seme è qui illuminante: solo ciò che accetta di perdere la propria forma può portare frutto. In questo senso, la paura religiosa e la paura esistenziale si intrecciano. La religione della schiavitù promette sicurezza al prezzo della libertà. La fede filiale, invece, accetta il rischio della trasformazione e l’incertezza temporanea. La morte stessa può allora essere riletta non semplicemente come annientamento, ma come passaggio inscritto nella logica più ampia della metamorfosi. L’intero cosmo testimonia questo dinamismo: nascita, crescita, dissoluzione, rigenerazione. Resistere assolutamente a questo movimento equivale, paradossalmente, a resistere alla vita.
8. La preghiera come docta ignorantia
Uno dei passaggi più liberanti di Romani 8 è forse il più disarmante: «Non sappiamo come pregare in modo conveniente». Questa confessione paolina spezza ogni spiritualità perfezionistica.
Il primo frutto autentico della preghiera non è il controllo dato da una tecnica di meditazione, ma introdursi pazientemente in una sapiente ignoranza.
Qui si potrebbe evocare la tradizione di Giovanni Scoto Eriugena, di Cusano, della mistica apofatica: non sapere non come fallimento, ma come apertura. La preghiera autentica comincia quando cessiamo di pretendere di dominarla.
Lo Spirito prega in noi con gemiti inesprimibili. La preghiera non nasce anzitutto dalla nostra competenza religiosa, ma da un movimento già operante nel profondo dell’essere. Questo libera da un’immagine ansiosa della spiritualità. Non siamo chiamati a produrre Dio, ma ad ascoltare ciò che in noi già geme verso di lui. Pregare significa prestare attenzione. E qui ritorna il nesso con Byung-Chul Han: la crisi spirituale come crisi dell’attenzione.
9. Provvidenza come visione amorevole
L’affermazione paolina secondo cui «tutto concorre al bene» è spesso banalizzata o spiritualizzata superficialmente. Ma il suo significato profondo non è fatalistico.
Provvidenza non significa che tutto ciò che accade sia già buono. Significa che nulla è sottratto alla possibilità della trasfigurazione. La parola stessa suggerisce un vedere anticipante e benevolo (pro-vedere). La provvidenza non è controllo meccanico degli eventi, ma sguardo amante che conduce la realtà verso compimento.
In questa linea, Meister Eckhart può offrire una formula folgorante: l’occhio con cui vedo Dio è lo stesso occhio con cui Dio vede me. Qui la provvidenza non è più semplice dottrina sull’ordine del mondo, ma trasformazione dello sguardo. La domanda decisiva non è solo se Dio si prende cura di me, ma se il mio modo di vedere sta diventando partecipe del suo vedere.
10. Conclusione: dalla religione della paura alla fede della figliolanza
Il percorso di Romani 8 conduce a una conversione radicale dell’immaginario religioso. Dio non è il garante di una religione servile. Non è il custode della paura. Non è il sovrano distante davanti al quale l’umano deve giustificare la propria esistenza.
Dio è il mistero che genera figli.
Lo Spirito non produce schiavi religiosi, ma libertà filiale. Cristo non è soltanto l’eccezione da venerare, ma la manifestazione del destino umano. La creazione non è scenario decadente da abbandonare, ma grembo in travaglio. La preghiera non è tecnica di controllo spirituale, ma ascolto del gemito già presente. La provvidenza non è determinismo, ma sguardo amante.
Andare oltre le immagini non significa dunque rinunciare alla fede, ma lasciarla maturare. Ogni immagine di Dio che umilia l’umano deve essere attraversata criticamente. Ogni immagine che restituisce all’essere umano la sua vocazione profonda può diventare trasparenza del mistero.
In ultima analisi, la domanda decisiva resta profondamente semplice: ciò che chiamiamo Dio genera paura o libertà? Schiavitù o appartenenza? Chiusura o apertura?
Da questa risposta dipende non solo la qualità della fede, ma anche la qualità dell’umano (being human) che essa rende possibile e può rendere il cosmo casa abitabile (oikos).