
Religione artificiale, critica del teismo e prospettiva post-teista
Nella conclusione del volume Deus Ex Machina: Artificial Religion on AI, Myth, and Power, Mark Coeckelbergh propone di interpretare l’intelligenza artificiale non soltanto come un insieme di tecnologie, ma come un fenomeno culturale, mitologico, religioso e politico. Parlare di «religione artificiale» non significa sostenere che l’IA costituisca letteralmente una religione istituzionale, dotata di dogmi, riti e comunità organizzate. L’espressione possiede piuttosto un valore metaforico ed ermeneutico. D’altra parte, osserva Coeckelbergh, anche la stessa locuzione «intelligenza artificiale» è in qualche misura metaforica: le macchine non sono necessariamente intelligenti nello stesso senso in cui lo sono gli esseri umani, ma simulano alcune prestazioni che associamo all’intelligenza.
La metafora della «religione artificiale» permette di riconoscere che l’immaginario contemporaneo dell’IA è radicato nella storia religiosa e mitologica dell’Occidente. Anche nelle società che si comprendono come secolari continuano infatti a operare strutture narrative provenienti dalle tradizioni greca, ebraica e cristiana: il mito della creatura artificiale, il rapporto conflittuale tra creatore e creatura, l’automa destinato a servire gli dèi o gli uomini, il Golem che sfugge al controllo del suo autore, l’oracolo capace di conoscere il futuro, l’apocalisse, la promessa di salvezza e il desiderio d’immortalità.
Per comprendere la Silicon Valley, suggerisce efficacemente Coeckelbergh, bisogna pertanto conoscere non soltanto la scienza informatica, ma anche Gerusalemme, Atene e Roma. Per capire ciò che fanno figure come Elon Musk, Mark Zuckerberg o Sam Altman, e soprattutto per comprendere perché le loro promesse esercitino una così forte attrazione collettiva, bisogna ricordare Efesto, il rabbino Löw e Gesù Cristo. La tecnologia contemporanea non nasce in un vuoto culturale. Essa eredita, trasforma e secolarizza aspirazioni che per secoli hanno trovato espressione nel linguaggio religioso.
L’IA è dunque «religiosa» non perché possieda propriamente una rivelazione soprannaturale, ma perché intercetta quelle che Paul Tillich avrebbe chiamato le preoccupazioni ultime (ultimate concerns) dell’essere umano. Essa si presenta come risposta alle domande riguardanti il lavoro, il potere, la sicurezza, la conoscenza, la solitudine, il futuro e la morte. Per questo la sua potenza non è solamente tecnica o funzionale: è anche simbolica e culturale.
1. I bisogni esistenziali intercettati dall’IA
Secondo Coeckelbergh, dietro lo sviluppo delle macchine intelligenti si trovano desideri umani antichissimi. Gli esseri umani desiderano liberarsi dal lavoro faticoso, essere protetti in un mondo insicuro, ampliare la propria capacità di azione, creare una discendenza, sperimentare meraviglia e mistero, comunicare con un altro, trovare compagnia e amore, conoscere il futuro, conservare la speranza e, infine, non morire.
L’intelligenza artificiale viene presentata come la risposta tecnologica a ciascuna di queste aspirazioni. Essa dovrebbe automatizzare il lavoro, potenziare le capacità umane, proteggere individui e nazioni, generare nuovi «figli della mente», offrire chatbot come amici, confidenti o amanti, prevedere gli eventi futuri e contribuire al prolungamento indefinito della vita. Nelle forme più radicali del transumanesimo, essa dovrebbe consentire persino il trasferimento della mente su supporti digitali, rendendo possibile una sorta di immortalità tecnologica.
L’IA concentra così in sé molte delle speranze che in passato venivano affidate agli dèi. L’algoritmo diviene oracolo; l’elaborazione dei dati diviene onniscienza; l’automazione assume la funzione della provvidenza; il potenziamento tecnologico promette il superamento della condizione creaturale; la Singolarità prende il posto dell’evento escatologico.
La grande forza culturale dell’IA dipende precisamente da questa capacità di entrare in risonanza con aspirazioni che precedono la tecnologia. Essa non inventa il bisogno umano di salvezza, ma lo intercetta e gli offre una nuova rappresentazione. Non crea dal nulla il desiderio d’immortalità, ma lo traduce in un programma tecnico. Non genera il bisogno di una presenza onnisciente e rassicurante, ma gli attribuisce la forma dell’assistente digitale.
La cosiddetta religione artificiale è pertanto una trasformazione della religione più che una sua semplice scomparsa. Il processo di secolarizzazione modifica l’oggetto della speranza senza necessariamente modificare la struttura del credere. Si può smettere di credere in Dio continuando a credere teisticamente, cioè continuando ad attendere la salvezza da una potenza esterna, superiore e risolutiva.
2. Il significato del deus ex machina
L’espressione deus ex machina proviene dal teatro antico e designa l’apparizione improvvisa di una divinità introdotta sulla scena mediante un congegno meccanico, allo scopo di risolvere una situazione drammatica altrimenti insolubile. Applicata all’intelligenza artificiale, essa indica la tendenza a presentare la tecnologia come una soluzione esterna, miracolosa e definitiva dei problemi umani.
L’IA viene descritta come ciò che potrà risolvere le crisi economiche, sanitarie, ambientali e politiche; eliminare il lavoro alienante; sconfiggere le malattie; superare l’ignoranza; prevedere i conflitti; amministrare imparzialmente la società e forse perfino vincere la morte. Essa assume così la funzione di una potenza salvifica che irrompe dall’esterno nella storia per condurla al proprio compimento.
Tuttavia, dietro questo apparente deus ex machina non opera una potenza impersonale. Vi sono persone, aziende, interessi economici, strategie politiche e progetti di trasformazione sociale. L’IA non costituisce un destino autonomo: è sviluppata, posseduta, finanziata e orientata da soggetti umani concreti. Per questa ragione non basta domandare che cosa l’IA sia capace di fare. È necessario chiedersi chi la costruisca, chi la controlli, chi ne tragga vantaggio, chi ne sostenga i costi e quale forma di società venga implicitamente promossa dalla sua diffusione.
La presentazione dell’IA come soggetto autonomo e inevitabile rischia di occultare le responsabilità umane. Dire che «l’IA cambierà il mondo» può nascondere il fatto che alcuni gruppi intendono cambiare il mondo mediante l’IA. Il linguaggio mitologico trasferisce l’agire dagli esseri umani alla macchina, sottraendo alla discussione pubblica le decisioni politiche ed economiche incorporate nella tecnologia.
3. Mito, religione e potere
Il problema della religione artificiale non riguarda dunque solamente la persistenza del mito nelle società secolari. Esso riguarda anche il potere. Le narrazioni religiose e tecnologiche possono essere utilizzate per legittimare un determinato ordine sociale, mascherare interessi particolari e produrre obbedienza.
Le grandi imprese tecnologiche possono presentarsi come portatrici di un futuro inevitabile e universalmente vantaggioso, mentre i benefici e i costi dell’innovazione vengono distribuiti in maniera profondamente diseguale. I proprietari delle infrastrutture e dei dati possono accumulare ricchezze e capacità di controllo senza precedenti; altri possono perdere il lavoro, essere ridotti a fornitori invisibili di dati oppure dipendere da sistemi algoritmici che non possono conoscere né contestare.
In questo contesto riemergono antiche strutture religiose e politiche: il sovrano e il suddito, il padrone e lo schiavo, il profeta e i suoi seguaci, il salvatore e coloro che attendono passivamente la salvezza. La promessa dell’automazione universale può celare nuove forme di subordinazione; l’onniscienza algoritmica può trasformarsi in sorveglianza; la personalizzazione può divenire manipolazione; la liberazione dal lavoro può tradursi nell’esclusione di coloro la cui forza lavorativa non è più ritenuta necessaria.
Coeckelbergh invita pertanto a superare due forme complementari d’ignoranza. La prima è l’ignoranza culturale e religiosa: chi parla di IA spesso non riconosce le antiche strutture mitologiche che continuano a organizzare il suo linguaggio. La seconda è l’ignoranza politica: si parla della tecnologia come se essa fosse separabile dai rapporti economici, sociali e geopolitici entro i quali viene prodotta.
Il precetto socratico «conosci te stesso» acquista così un nuovo significato. Conoscere l’IA significa conoscere i desideri che proiettiamo in essa, le tradizioni che strutturano il nostro immaginario e i rapporti di potere entro i quali essa viene sviluppata. Senza tale conoscenza critica, rischiamo di assomigliare agli stessi chatbot: ripetiamo le narrazioni dominanti, seguiamo il gregge e attendiamo da una macchina la soluzione della passività che noi stessi abbiamo contribuito a produrre.
4. L’IA come rivelazione della struttura teistica della religione
La prospettiva di Coeckelbergh può essere ulteriormente sviluppata in senso teologico. La mitizzazione dell’IA non mostra soltanto che antiche narrazioni religiose sopravvivono nella tecnologia contemporanea. Essa può anche esercitare una funzione propriamente rivelativa: porta allo scoperto una determinata struttura della concezione teistica di Dio.
Il termine «rivelazione» deve essere inteso qui nel suo significato etimologico e fenomenologico di apokálypsis, rimozione del velo. Il deus ex machina tecnologico rende visibile il meccanismo proiettivo che operava già in una certa forma di teismo: l’essere umano, sperimentandosi finito, vulnerabile e incapace di controllare il proprio destino, proietta al di fuori di sé una potenza onnisciente e onnipotente, dalla quale attende sicurezza, orientamento e salvezza.
L’IA non sarebbe allora soltanto una nuova divinità secolare che prende il posto del Dio tradizionale. Essa mostrerebbe retrospettivamente come quel Dio fosse stato spesso concepito secondo il modello di una potenza esterna al mondo: un ente supremo, dotato di capacità infinitamente superiori a quelle umane, capace di intervenire nella catena degli eventi per risolvere ciò che le creature non riescono a risolvere. Il parallelismo può essere rappresentato nel modo seguente:
| Teismo del deus ex machina | Mitologia dell’IA |
| onniscienza divina | elaborazione universale dei dati |
| onnipotenza | capacità illimitata di soluzione |
| provvidenza | previsione e gestione algoritmica |
| giudizio divino | valutazione e classificazione automatizzate |
| oracolo | previsione statistica del futuro |
| intervento miracoloso | intervento tecnologico risolutivo |
| salvezza | soluzione tecnica dei problemi |
| immortalità | prolungamento della vita o sopravvivenza digitale |
La secolarizzazione non avrebbe dunque eliminato la struttura teistica, ma l’avrebbe trasferita. L’oggetto della fede cambia, mentre rimane sostanzialmente inalterato il dispositivo. La super-intelligenza prende il posto del Dio sovrano, ma continua a rispondere alla medesima aspettativa: qualcuno o qualcosa, posto al di fuori di noi e dotato di poteri superiori, verrà a salvarci dalla nostra condizione.
5. La tecnologia come specchio della proiezione religiosa
La religione tecnologica consente così di riconoscere che il problema non consiste semplicemente nel fatto che la macchina viene divinizzata. Il problema riguarda anche il concetto di divinità che rende possibile tale divinizzazione. L’IA può essere assunta come dio perché Dio è stato preliminarmente pensato sul modello di un’intelligenza infinitamente potente, separata dal mondo e capace di controllarlo dall’esterno.
La critica dell’idolatria tecnologica deve pertanto trasformarsi anche in autocritica teologica. Non è sufficiente denunciare la divinizzazione dell’IA lasciando intatta la concezione di Dio che ne costituisce la matrice. Se la teologia continua a proporre un Dio esterno, interventista e risolutore, essa conserva l’immaginario entro il quale una tecnologia sufficientemente avanzata può presentarsi come sostituto funzionale della divinità.
In questa prospettiva, l’ateismo tecnologico può continuare a essere strutturalmente teistico. Si può negare l’esistenza di Dio e contemporaneamente attribuire alla tecnica gli stessi predicati che venivano riferiti a lui. L’IA diventa allora il Dio del teismo dopo la “morte di Dio”: una divinità resa visibile, operativa e apparentemente controllabile.
L’essere umano moderno non rinuncia necessariamente all’onnipotenza divina; tenta piuttosto di appropriarsene. Ciò che un tempo veniva atteso come dono o intervento di Dio viene perseguito come risultato dello sviluppo tecnico. Il transumanesimo costituisce una delle espressioni più esplicite di questa trasformazione: la divinizzazione non viene più ricevuta, ma prodotta; non è grazia, ma potenziamento; non è comunione con la profondità divina dell’essere, ma incremento indefinito delle prestazioni dell’individuo.
6. Il post-teismo come duplice demitizzazione
Il post-teismo può essere interpretato come una risposta critica tanto alla mitizzazione dell’IA quanto alla mitizzazione teistica di Dio. Esso non si limita a sostituire un’immagine divina con un’altra, ma intende interrompere il dispositivo stesso della proiezione salvifica. La domanda teistica e tecnologica suona: Quale potenza esterna potrà liberarci dalla nostra finitudine? La domanda post-teista diviene invece: Come possiamo riconoscere e vivere la profondità divina che si manifesta nella nostra stessa finitudine?
Il prefisso post- non indica necessariamente l’abbandono di Dio, bensì il superamento di una determinata configurazione teistica: Dio come individuo supremo, collocato fuori del mondo e dotato di poteri superiori; Dio come causa particolare che interviene occasionalmente accanto alle cause mondane; Dio come soluzione immaginaria dei problemi che l’essere umano non riesce ad affrontare.
Il post-teismo non attende quindi una potenza esterna capace di eliminare miracolosamente il limite, ma invita a riconoscere il divino nella condizione finita, relazionale e vulnerabile dell’esistenza.
7. Il divino diffuso
L’espressione «il divino in noi» potrebbe essere fraintesa in senso individualistico, come se ciascun soggetto possedesse una porzione privata di divinità oppure custodisse in sé un io onnipotente da liberare. In realtà essa indica esattamente il contrario: il divino in noi interrompe la pretesa dell’io di essere autosufficiente e pienamente coincidente con sé stesso.
Il divino non costituisce una proprietà dell’io, ma la profondità relazionale dalla quale l’io emerge e senza la quale non potrebbe essere. Riconoscere il divino in noi significa allora riconoscere che la nostra esistenza non si fonda su sé stessa. La creatura è manifestazione di Dio precisamente perché non possiede autonomamente l’essere che è.
In termini propri del monismo relativo, la creatura non è una sostanza ontologicamente separata che debba raggiungere Dio mediante un successivo potenziamento. Essa è una determinazione finita dell’infinito, una forma relativa della relazione assoluta, una teofania chiamata a divenire consapevole della propria profondità divina.
Tale rapporto può essere espresso simbolicamente mediante l’uguaglianza:
5 x 2 = 10
Il numero “10” rappresenta la natura divina; l’espressione rappresenta la forma finita e creaturale nella quale tale natura si manifesta. La creatura non deve diventare
mediante l’aggiunta di qualcosa che originariamente non possiede. Nella propria forma relativa essa è già manifestazione del
, pur senza coincidere formalmente con l’assolutezza divina.
La mitologia tecnologica concepisce invece la divinizzazione come un processo additivo e progressivo:

La creatura dovrebbe trasformarsi in divinità incrementando indefinitamente intelligenza, durata, potere e capacità di controllo. Il post-teismo, interpretato attraverso il monismo relativo, afferma invece:
5 x 2 = 10
Il divino non è il prodotto futuro del potenziamento della creatura, ma la profondità già presente della sua esistenza. Non deve essere fabbricato; deve essere riconosciuto. La salvezza non consiste nel trasformare il finito in infinito, ma nel diventare consapevoli dell’infinito che si manifesta nella forma finita.
8. Due modi di comprendere la finitudine
La differenza fondamentale tra religione tecnologica e post-teismo riguarda il significato attribuito alla finitudine. La religione tecnologica interpreta il limite come una patologia da eliminare e quindi da superare. Non sapere, dipendere dagli altri, invecchiare, soffrire e morire appaiono come difetti tecnici che un sufficiente sviluppo scientifico potrebbe correggere. L’IA diventa così lo strumento di una divinizzazione intesa come espansione illimitata del potere e progressiva immunizzazione dalla vulnerabilità.
Il post-teismo interpreta, invece, la finitudine come forma relazionale dell’esistenza. Il limite non è soltanto una privazione, ma ciò che rende possibile l’apertura all’altro. Proprio perché non è autosufficiente, l’essere umano può ricevere, donare, entrare in relazione e vivere la comunione. La vulnerabilità non è semplicemente il contrario della potenza: è la condizione della responsabilità e dell’amore.
La salvezza non consiste allora nell’essere sottratti alla finitudine da un Dio o da una macchina. Consiste nel vivere la finitudine senza separarla dalla sua profondità divina. Il limite non viene assolutizzato né semplicemente eliminato, ma riconosciuto come forma concreta della manifestazione di Dio.
Ciò non comporta la rinuncia alla medicina, alla ricerca scientifica o allo sviluppo responsabile dell’intelligenza artificiale. Accogliere la finitudine non significa sacralizzare la sofferenza oppure rifiutare ogni tentativo di migliorare le condizioni della vita. Significa distinguere tra una tecnologia che si pone al servizio della vita finita e una tecnologia che pretende di salvarci dalla finitudine in quanto tale.
L’IA può aiutare gli esseri umani ad affrontare malattie, fatiche, disabilità e bisogni concreti. Diventa invece mitologica quando promette di abolire la condizione relazionale, vulnerabile e mortale dell’esistenza, presentando l’autosufficienza come il compimento dell’umano.
9. Una necessaria distinzione all’interno del teismo
Occorre tuttavia evitare di identificare senza residui l’intera tradizione teistica con il deus ex machina. Il teismo cristiano possiede al proprio interno importanti risorse critiche nei confronti della rappresentazione di Dio come ente esterno e interventista.
La teologia negativa ha costantemente ricordato che Dio non può essere compreso come uno degli oggetti presenti nel mondo. Agostino lo ha confessato come interior intimo meo et superior summo meo, più intimo a me di me stesso e più alto della mia parte più elevata. Tommaso d’Aquino ha distinto l’azione della causa prima da quella delle cause seconde, evitando di collocare Dio sullo stesso piano degli agenti creati. Meister Eckhart ha invitato a oltrepassare Dio in quanto oggetto rappresentato per aprirsi alla profondità della divinitas. Niccolò Cusano ha pensato Dio come non aliud, il non-altro senza il quale nessun altro potrebbe essere.
Il vero bersaglio della critica non è dunque il teismo in quanto tale, ma la sua riduzione ontica, antropomorfica e interventista. Il problema emerge quando Dio viene trasformato in un individuo supremo, situato accanto o al di sopra degli altri individui e distinto da essi soprattutto per il grado infinito delle sue prestazioni.
Il post-teismo può allora essere interpretato non semplicemente come negazione della tradizione cristiana, ma come radicalizzazione della sua critica dell’idolatria. Esso porta a compimento l’intuizione secondo la quale Dio non è un ente tra gli enti, neppure l’ente più perfetto, ma il mistero senza il quale nessun ente sarebbe.
In questo senso il post-teismo non intende eliminare Dio, ma liberare il divino dalla rappresentazione teistica che lo riduce a un deus ex machina. La critica della religione tecnologica e quella della teologia interventista convergono: entrambe contestano la proiezione di una potenza esterna chiamata a sottrarci magicamente alla responsabilità della nostra condizione.
10. Dalla speranza passiva alla responsabilità
Coeckelbergh osserva che anche la speranza può svolgere una funzione ambivalente. Essa sostiene la vita, ma può trasformarsi in un narcotico che mantiene lo status quo. L’attesa di una salvezza futura può impedire di assumere la responsabilità del presente.
Questo rischio accomuna la forma teistica e quella tecnologica del deus ex machina. Nel primo caso si attende che Dio intervenga; nel secondo si attende che l’IA trovi la soluzione. In entrambe le situazioni l’essere umano può essere dispensato dall’agire, dal decidere e dal trasformare le condizioni politiche che producono sofferenza e ingiustizia.
Il post-teismo non elimina la speranza, ma la sottrae alla passività. Se il divino non è una potenza esterna che sostituisce l’agire umano, allora la sua presenza deve manifestarsi proprio nell’assunzione responsabile della realtà. Dio non interviene al posto delle creature, ma si esprime nel loro stesso agire relazionale, nella cura, nella giustizia, nella compassione e nella trasformazione condivisa del mondo.
La consapevolezza del divino in noi non conduce quindi all’autodivinizzazione dell’io. Essa decentra l’io e lo rende responsabile. Se ogni creatura è manifestazione della medesima profondità divina, nessuna può essere ridotta a strumento, dato, forza lavoro o oggetto di manipolazione. La critica post-teista del deus ex machina possiede pertanto conseguenze etiche e politiche: esige che l’IA venga progettata come mediazione della relazione e non come strumento di dominio.
Conclusione
L’intelligenza artificiale costituisce uno specchio nel quale l’umanità contemporanea può riconoscere non soltanto le proprie capacità tecniche, ma anche i propri miti, le proprie paure e il proprio desiderio di salvezza. Nelle macchine intelligenti proiettiamo l’aspirazione all’onniscienza, all’onnipotenza, alla sicurezza e all’immortalità. Per questo la questione dell’IA non può essere ridotta a un problema informatico: essa è contemporaneamente antropologica, religiosa, teologica e politica.
L’IA non crea dal nulla una nuova religione. Intercetta e rende visibile il bisogno di proiezione salvifica che ha sostenuto una determinata forma di teismo. Il deus ex machina tecnologico è lo specchio secolarizzato del Dio esterno e interventista. Esso rivela che la morte del Dio teistico non implica necessariamente la fine della struttura teistica: quella struttura può trasferirsi alla tecnologia e continuare a organizzare le aspettative umane.
Il post-teismo può rispondere a questa duplice mitizzazione sottraendo la salvezza alla logica della soluzione esterna. Esso non attende una potenza capace di eliminare la finitudine, ma invita a riconoscere il divino che si manifesta nella finitudine stessa. La creatura non deve diventare Dio mediante un incremento delle proprie prestazioni; deve riconoscersi come teofania di quella natura divina senza la quale non sarebbe.
riconoscendo nella forma creaturale la manifestazione finita della profondità divina.
La risposta alla mitizzazione dell’IA non consiste pertanto nel ripristinare semplicemente il Dio teistico che la tecnologia sembra sostituire. Consiste nel ripensare radicalmente il rapporto tra Dio, mondo e creatura. Dio non è la soluzione esterna della finitudine, ma ciò senza di cui la finitudine non è. La salvezza non è fuga dalla condizione creaturale, bensì consapevolezza e realizzazione della sua verità più profonda.
La critica della religione artificiale conduce così a una riformulazione della religione stessa. Essa invita a passare dall’attesa del deus ex machina — teologico o tecnologico — alla scoperta del divino nella trama finita, vulnerabile e relazionale dell’esistenza. Solo a partire da questa consapevolezza sarà possibile sviluppare un’intelligenza artificiale che non si presenti come nostro dio né ci riduca a suoi servi, ma rimanga uno strumento responsabile al servizio del compimento umano e della comunione tra tutte le creature.









