
Il monismo relativo e la metafisica della contrazione in Nicola Cusano
1. Introduzione
La riflessione metafisica occidentale si è spesso trovata oscillante tra due estremi: da un lato il dualismo, che separa rigidamente Dio e mondo, infinito e finito, creatore e creatura; dall’altro il monismo assoluto, che dissolve la pluralità nella pura identità dell’Uno. In questo contesto, il pensiero di Nicola Cusano rappresenta uno dei tentativi più originali di pensare insieme unità e differenza senza sacrificare né l’una né l’altra. Ecco un passo eloquente dal suo De Docta Ignorantia (capitolo 2: Opere filosofiche, UTET, Torino 1972, 114).
La forma infinita è ricevuta solo in modo finito, sicché ogni creatura è, per così dire, una infinità finita o un Dio creato, per essere nel modo migliore possibile: come se il Creatore avesse detto: “Sia fatto”. Ma siccome Dio, che è l’eternità, non può essere fatto, fu fatto ciò che poteva essere più simile a Dio. Ne consegue che ogni creatura, come tale, è perfetta, anche se sembra meno perfetta di un’altra. Dio piissimo comunica l’essere a tutte nel modo in cui può essere percepito. Siccome Dio comunica senza diversità e invidia ed esso è ricevuto non diversamente da come lo permette la contingenza, ogni essere creato si acquieta nella perfezione particolare che riceve dalla generosità di Dio. Esso non desidera un altro essere creato come più perfetto, ma predilige quello che ha dal massimo come un dono divino, desiderando che si realizzi e si conservi senza corrompersi.
Cusano afferma che “ogni creatura è, per così dire, una infinità finita o un Dio creato” costituisce un punto privilegiato per mettere in dialogo la metafisica del Cusano con la prospettiva del “monismo relativo”. Tale prospettiva intende affermare l’unità reale del fondamento divino senza negare la pluralità delle sue manifestazioni finite. Il relativo non è qui l’opposto dell’assoluto, bensì la modalità concreta del suo apparire.
L’ipotesi di fondo del presente saggio è che Cusano offre una struttura metafisica che anticipa alcuni elementi decisivi del monismo relativo: l’identità originaria del reale nell’Uno infinito, la comprensione della creatura come contrazione dell’assoluto e la concezione della pluralità come espressione differenziata dell’unica vita divina.
2. La forma infinita ricevuta finitamente
Il testo cusaniano si apre con un’affermazione fondamentale:
“La forma infinita è ricevuta solo in modo finito.”
In questa formula è già racchiuso l’intero movimento metafisico del Cusano. L’infinito non perde la propria infinità entrando nel finito; ciò che muta è esclusivamente la modalità della ricezione. L’assoluto resta assoluto, ma viene contratto secondo la capacità limitata della creatura.
Il concetto di contractio è decisivo. La creatura non è un ente totalmente esterno a Dio, né una sostanza autonoma posta accanto all’assoluto. Essa è piuttosto l’infinito espresso finitamente. Il finito è il modo limitato secondo cui l’infinito si rende presente.
Qui emerge una prima convergenza con il monismo relativo. Anche quest’ultimo non pensa il molteplice come realtà separata dal principio, ma come modalità differenziata della sua autoespressione. La differenza non riguarda il fondamento assoluto, che rimane indiviso, bensì il grado e la modalità della sua manifestazione.
In questa prospettiva, il finito non costituisce una negazione dell’infinito, ma la sua espressione relativa. L’assoluto non si oppone al relativo: si manifesta come relativo.
3. “Ogni creatura è un Dio creato”
Il passaggio più radicale del testo è certamente quello in cui Cusano afferma:
“Ogni creatura è, per così dire, una infinità finita o un Dio creato.”
L’espressione Deus creatus possiede una densità metafisica straordinaria. Cusano non si limita a dire che la creatura “partecipa” di Dio nel senso debole della tradizione scolastica. Egli suggerisce piuttosto che ogni ente creato costituisce una modalità finita della presenza dell’infinito.
Naturalmente Cusano mantiene la distinzione creatore-creatura e non cade in un’identificazione panteistica. Tuttavia egli radicalizza il concetto di partecipazione fino a trasformarlo in una vera ontologia dell’espressione. La creatura non possiede un essere semplicemente “altro” rispetto a Dio; il suo essere consiste precisamente nel modo determinato in cui l’infinito si contrae.
Il monismo relativo sviluppa ulteriormente questa intuizione. Se il Logos assoluto è il fondamento di tutti i logoi, allora ogni essere è espressione concreta dell’unica realtà divina. La pluralità non è un insieme di sostanze separate, ma una molteplicità di modalità relazionali dell’unica vita.
In tal senso, la differenza tra gli enti è di trasparenza espressiva. Ogni creatura manifesta realmente l’assoluto, ma secondo un grado limitato e relativo.
4. La perfezione di ogni creatura
Cusano prosegue affermando:
“Ogni creatura, come tale, è perfetta.”
Questa proposizione rompe profondamente con una concezione puramente gerarchica e privativa dell’essere. La creatura non è definita innanzitutto dalla mancanza, ma dalla positività della propria modalità di espressione dell’infinito.
Ogni ente è perfetto non in senso assoluto, ma relativamente alla forma determinata attraverso cui riceve l’essere. L’infinito si comunica totalmente, ma viene ricevuto secondo la capacità finita del ricevente.
Qui si può cogliere una dimensione cosmologica decisiva del monismo relativo. La pluralità del cosmo non è il residuo di una caduta dall’Uno, né una dispersione dell’essere, ma l’epifania differenziata dell’unica realtà divina. Il molteplice non diminuisce l’Uno; ne manifesta la ricchezza inesauribile.
La creatura, dunque, non deve desiderare di essere altro da ciò che è. Essa realizza il massimo grado possibile dell’infinito nella propria forma concreta. Questo conduce a una visione profondamente positiva del cosmo: ogni ente è una modalità unica e irripetibile dell’autocomunicazione divina.
5. La differenza come modalità della manifestazione
Uno dei punti più fecondi del confronto con il monismo relativo riguarda il luogo della differenza.
Nel dualismo classico la differenza è ontologica: Dio (x) e mondo (y) appartengono a ordini dell’essere radicalmente distinti. Nel monismo assoluto, invece, la differenza tende a dissolversi nell’identità indifferenziata dell’Uno (x = y).
Cusano apre una terza possibilità. La differenza non è negata, ma reinterpretata come modalità della contrazione dell’infinito. L’assoluto rimane identico a se stesso (x = x), mentre il relativo qualifica il mondo in quanto tale. Senza tale “relatività-a-Dio”, il mondo è nulla (y = 0). La relatività di ogni ente, inoltre, indica la differente forma della sua ricezione dell’autocomunicazione divina.
La realtà divina è pienamente presente in tutte le cose; ciò che varia è il grado di trasparenza della manifestazione. Per tal motivo, la differenza tra Gesù e l’umanità non è interpretata come differenza nella divinità (unione ipostatica), ma come differenza nella modalità umana in cui l’unica autocomunicazione di Dio viene espressa. Con il titolo “Cristo” si intende l’identità di increato e creato. Questa identità si rende presente come “trasparenza” delle creature. Mentre nelle altre creature tale epifania rimane opaca, frammentaria e relativa, in Gesù è piena. La differenza tra Gesù e noi, dunque, non riguarda il lato della divinità, ma il lato dell’espressione finita, umana.
Nell’eschaton definitivo – chiamato Parusìa – tutto il creato sarà trasparenza di Cristo e ciò avverrà nella forma del corpo di Cristo. Dio sarà tutto in tutti.
6. Oltre il dualismo: verso una ontologia relazionale
Il testo cusaniano permette, infine, di comprendere come il reale possa essere pensato non a partire da sostanze isolate, ma a partire dalla relazione. L’infinito non produce semplicemente enti separati da sé; esso si comunica come relazione vivente che (at-)tende verso il Cristo totale.
Qui il monismo relativo compie un passo ulteriore rispetto al Cusano. Se la relazione precede i termini, allora il fondamento ultimo della realtà non è una sostanza statica, ma l’atto stesso del relazionarsi. L’assoluto non è una identità chiusa, bensì una dinamica infinita di auto-comunicazione.
La pluralità degli enti è allora il dispiegarsi concreto di questa relazionalità originaria. Ogni essere è un nodo relazionale dell’unica vita assoluta. Il relativo non è negazione dell’assoluto: è la sua modalità vivente.
7. Conclusione
Il confronto con Nicola Cusano mostra come il monismo relativo possa radicarsi entro una grande tradizione metafisica cristiana senza ricadere né nel dualismo né nel panteismo.
La nozione di contractio permette infatti di pensare il rapporto tra infinito e finito come rapporto di espressione e non di separazione. La creatura è l’infinito ricevuto finitamente; il molteplice è l’autodifferenziazione relativa dell’Uno.
In questa prospettiva, il cosmo intero appare come epifania dell’assoluto. Ogni ente è una forma concreta della (ri-ad-)presenza divina, una modalità finita dell’infinita vita del Logos.
Il monismo relativo radicalizza questa intuizione mostrando che la differenza non si situa nella divinità singolare e unica di Gesù Cristo, ma nella modalità della manifestazione della divinità cosmica e “uni-cum” di tutte le creature. L’assoluto è uno; il relativo è il modo plurale della sua espressione (cum-).
Lungi dal dissolvere la creatura nell’Uno, questa prospettiva restituisce piena dignità al finito: ogni essere diventa luogo reale dell’autocomunicazione divina, trasparenza relativa dell’infinito assoluto.







