amor quo caelum regitur

Love
Gives herself to all things the most cohesive bond
Most excellent in the depths,
And above the stars

(Hildegard of Bingen, Antiphon for Divine Love)

 “The devout Christian of the future will either be a ‘mystic’—someone who has ‘experienced something’—or will cease to be anything at all.”

Karl Rahner, “Christian Living Formerly and Today,” Theological Investigations, Vol. 7 (New York: Herder and Herder, 1971), 15.

This is a quotation by Raimon Panikkar which Karl Rahner has made his own to indicate the mystical turn Christianity needs to make in the post-religious age. In his assertion Rahner does not say “has experienced Someone” but rather “has experienced Something,” thus referring to a verb “be-ing,” the infinite ground of being and creative consciousness.

We hear resonance of that “something” when we are told that all the saints will “know the love of Christ which surpasses knowledge […]  and thus, be filled with all the fullness of God” (Eph 3:19). It is a superabundance, an overflow of divine life and spirit which in Jesus bodily dwells (Col 2:9) but exceeds his individuality/locality and permeates the whole Body of Christ (the church) and the whole universe, so that all beings are saturated with “the mind of Christ,” νοῦν Χριστοῦ (1Cor 2:16).

This is what the famous Italian poet, Dante Alighieri (Divine Comedy, Canto 33, lines 142-145) points to in the final paradisiac contemplation of the Divine reality as that

“Love which moves the sun and the other stars.”

The loving bond Dante speaks of in these lines that connects everything created (légein logos) was mentioned by Boethius in his Consolation of Philosophy (Book II, Met VIII) where the philosopher describes the universe as continuously changing but at the same time

“[…] firmly bound by Love, which rules both earth and sea, and has its empire in the heavens too. If Love should slacken this its hold, all mutual love would change to war; and these would strive to undo the scheme which now their glorious movements carry out with trust and with accord. By Love are peoples too kept bound together by a treaty which they may not break. Love binds with pure affection the sacred tie of wedlock and speaks its bidding to all trusty friends. O happy race of mortals, if your hearts are ruled as is the universe, by Love.”

Christian faith is called either to remain faithful to its vocation of being continuously reformed or to move in another direction, going backwards rather than going forward, as Pope Francis mentioned in his address to the Roman Curia. Both science and religion have been experiencing the overcome of their “classical” paradigms whose essential feature was the pattern of “duality”: God and world, reality, and observer, subject and object. The present “Post-Religious” and “Post-Physicalist” perspective is leading us into a different Weltanschauung, that is a different view of life, the world and God. Everything is intrinsically connected, and consciousness is the irreducible background within which physicality, the representation of the cosmic connections, emerges.

The Christian and Jewish mystical tradition offer resources to identify the creative and conscious ground of everything as that infinite No-thingness (Ein Sof for the Zohar, intelligere for Meister Eckhart, Nada for John of the Cross) out of and in which things are without stand-alone existence.


Il cielo tra i rami

In questa fotografia in bianco e nero appaiono i rami di colore scuro, la rete dei rami intrecciati tra di loro appare nel latente sfondo bianco del cielo. Il cielo di sottofondo appare a chiazze, più o meno grandi, dischiudendosi tra e in mezzo ai rami e alla rete dei rami intrecciati tra loro.

È immagine questa della Pura Consapevolezza, la Mente Cosmica o Divina che è di sfondo e di sottofondo all’intreccio e alla connessione di tutte le cose. La mia, la tua individuale soggettività è “delineata” ed emerge “più o meno” grande tra e in mezzo all’intreccio delle connessioni. Queste connessioni, infatti, delimitano uno spazio ben preciso e singolare della Pura Consapevolezza (come lo era del cielo bianco nella fotografia) da cui emerge uno chiazza bianca ovvero di Pura Consapevolezza che chiamo “mia” e “tua”. È il mio spirito, è la “mia” soggettività. Sono io!

Ma come risulta evidente, non è quel ritaglio bianco tra i rami e il reticolato di rami “un ritaglio” del cielo, accanto ad altri spazi bianchi che emergono qui e là. Come non c’è un cielo bianco composto di tanti ritagli bianchi, o un cielo bianco con attorno tanti altri ritagli bianchi di cielo, così non c’è una consapevolezza divina (“un” Soggetto che chiamiamo “Dio”), intelligente e volente, accanto a tanti soggetti individuali, ciascuno volente e intelligente.

C’è una sola e unica soggettività cosmica, Pura consapevolezza o Mente divina, che emerge nel reticolato delle relazioni, in e tra i rami delle connessioni. Quella che chiamo “mia” soggettività, individuale e singolare (il “mio” Io Sono) non è altro che un ritaglio “apparente” del cielo dell’Infinito che è lo Spirito di Dio.

L’Io “appare” in e tra le relazioni ma ciò che veramente è, è Pura Consapevolezza. La salvezza è riconoscer-si come Sé nell’apparire di tutte le cose. La non-salvezza è ignoranza, cioè identificare sé e risolver-si, considerare cioè assoluti i “miei” pensieri, le “mie” emozioni, le “mie” sensazioni e le “mie” percezioni. La non-salvezza, ovvero, è ignoranza dell’unico cielo che ci pervade, ci comprende e ci salva.

Dio è una “persona”?

Mi sento a mio agio nel parlare di Dio come divinità, un campo di soggettività che sta alla base di tutta la natura perché è ovunque, è immanente in ogni cosa. In questo senso divinità onnisciente per definizione. Tutto è espressione di questo campo di soggettività. Tale campo di soggettività può essere definito come “consapevolezza” o “coscienza” ma non come consapevolezza metacognitiva o coscienza metacognitiva.

Con tale termine “meta-” applicato alla conoscenza o alla volizione si intende la dimensione determinata della conoscenza e della volizione. Conosco questo e conosco quello; voglio questo e/o quello. La determinazione dell’intelligenza e della volontà – appunto la dimensione “metacognitiva” dell’intelligere e del volle – è una limitazione la cui condizione è data dall'”astrarre” (ab-straho: trarre fuori-da) dalla connessione originaria di tutte le cose in Dio. Dio non ha bisogno di decidere questo o quello, così come non conosce questo o quello in senso discorsivo e sequenziale. La conoscenza e la volizione di Dio non sono “astraenti” ma radicalmente concrete poiché Dio conosce e vuole in un solo istante tutte le cose nelle loro determinate e singolari connessioni. Questa determinazioni delle cose – genitivo essenzialmente “soggettivo” cioè delle cose stesse in quanto finite e non “oggettivo” cioè posta dall’atto di determinazione di Dio – fa sì che le cose siano eterne nella loro determinazione, senza con questo eliminare la loro temporalità. Per esempio: che Giovanni sia nato nel 1942 e morto nel 2022, è una determinazione di tempo ma in quanto determinazione di Giovanni (genitivo soggettivo) è eterna.

In tal senso Dio non è un soggetto intelligente e volente ma è assoluta, immanente intelligenza e volizione in tutte le cose. Tommaso d’Aquino distingue tra l’essere (“esse” in latino) e l’essere (“ens” in latino), quindi Dio è “Ipsum esse subsistens”, Dio è “esse”, “intelligere”. Dunque, Dio non è soggetto eterno intenzionale e volitivo che pensi questo o quello, voglia e scelga questo o quello. Allo stesso modo, definiamo Dio come “coscienza” e “volontà” e non come un essere volitivo e intenzionale.

La divinità è il campo della soggettività, alla base della nostra natura “personale” e di tutto il resto. Possiamo chiamare “divinità” la mente in generale, la consapevolezza cosmica, ma senza identificare questa mente in generale come capace di conoscenza e deliberazione. La questione se Dio sia una persona dipende da come pensiamo alla natura di Dio. Se Dio è “infinito” (esse, intelligere, volle) allora non possiamo attribuire a Dio lo status cognitivo, intenzionale e volitivo con cui solitamente si identifica una persona.

Dobbiamo smetterla di pensare alla divinità cristiana antropomorfa del Nuovo Testamento, il summun bonum, il bene assoluto, come Qualcuno la cui mente pensa questo e quello; decide cosa è buono e cosa è cattivo e risponde deliberatamente alle situazioni. Questa è una sorta di divinità reattiva, un Dio istintivo che si relaziona al mondo a volte misericordiosamente e altre volte con ira. Definendo Dio come “trans-personale” andiamo oltre una tale comprensione di Dio come reattivamente correlata alla creazione e all’umanità. La divinità di Dio è il fondamento di tutto, anche della capacità intenzionale e volitiva umana. Quando diciamo che Dio pensa questo e quello, vuole questo o quello, in realtà “finitiamo” l’infinito. Il Dio finito può essere chiamato “deus” mentre la divinità o mente in generale “divinitas”. La divinitas “diventa” deus ogni volta che l’umanità si rapporta alla divinità. Il Dio della rivelazione biblica, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, e infine di Gesù, è divinitas nel suo aspetto di rapportarsi all’umanità. Quando la coscienza divina e il fondamento creativo di ogni cosa diventa il “nostro” Dio, allora la divinitas si rivela come deus.

La “divinità” biblica è il “nostro” Dio. Questa dimensione della divinità è quella che identifichiamo come Dio “personale” che ha creato il mondo ad un certo momento, ha deciso di aprire il Mar Rosso, ha deciso di mandare suo Figlio sulla terra come risposta al peccato dell’umanità, e ha risuscitato Gesù dai morti. È il Dio che risponde alle preghiere dei fedeli quando ciò piace al Suo piano o non risponde alle nostre preghiere quando quelle richieste non Gli piacciono. Posso relazionarmi con questo “deus” o “Dio finito” nella consapevolezza che è il “mio” Dio, ma allo stesso tempo sapendo che i confini personali di Dio (“mio” o “nostro” Dio) dicono della relazione di Dio con noi così come noi la comprendiamo con i nostri limiti di tempo, spazio e crescita.

Questi due aspetti di Dio (divinitas e deus) corrispondono alla distinzione tra essere (esse) ed essere (ens). Differiscono formalmente ma non ontologicamente. L’unica realtà di Dio (monismo) è l’identità-in-relazione (relativa). L’espressione simbolica di questo monismo relativo è “x = x + y” dove “x” sta per “Dio” e “y” per creazione/umanità. Dio è Dio (x = x) nella Sua relazione-con-il-mondo, come fondamento cosciente di tutti gli esseri.

Is God a “person”?

I am comfortable talking about God as divinity, a field of subjectivity that underlies all nature because it’s everywhere, it’s immanent in everything. In this sense divinity is omniscient by definition. Everything is an expression of this field of subjectivity. Such field of subjectivity can be defined as “awareness” or “consciousness” but not as metacognitive awareness or metacognitive consciousness.

By this term “meta-” applied to knowledge or volition we mean the determined dimension of knowledge and volition. I know this and I know that; I want this and/or that. The determination of intelligence and will – precisely the “metacognitive” dimension of intelligere and volle – is a limitation whose condition is given by “abstracting” (ab-straho: drawing out) from the original connection of all things in God. God does not need to decide this or that, just as he does not know this or that in a discursive and sequential sense. God’s knowledge and volition are not “abstract” but radically concrete since God knows and wills all things in a single instant in their determined and singular connections. This determination of things – essentially “subjective” genitive, i.e. of the things themselves as finite and not “objective”, posited by God’s act of determination – causes things to be eternal in their determination, without thereby eliminating their temporality . For example: that John was born in 1942 and died in 2022 is a determination of time but as a determination of John (subjective genitive) it is eternal.

In this sense, God is not an intelligent and willing subject but he is absolute, immanent intelligence and volition in all things. Thomas Aquinas distinguishes between being (“esse” in Latin) and being (“ens” in Latin), therefore God is “Ipsum esse subsistens”, God is “esse”, “intelligere”. Therefore, God is not an eternal intentional and volitional subject who thinks this or that, wants and chooses this or that. God is “beingness.” In the same way, we define God as “consciousness” and “willingness” and not as a volitional and intentional being.

Divinity is the field of subjectivity, underlying our “personal” nature and everything else. We may call “divinity” the mind at large, the cosmic awareness but without identifying this mind at large as capable of knowledge and deliberation. The question whether God is a person depends on how we think of God’s nature. If God is  “infinite” (esse, intelligere and volle) then we cannot ascribe to God cognitive, intentional and volitional status by which usually a person is identified.

We have to stop thinking of the anthropomorphic Christian deity of the New Testament, the summun bonum, the absolute good, as Someone whose mind thinks of this and that; decides what is good and bad, and responds to situation deliberately. This is a kind of a reactive deity, an instinctive God that relates to the world sometime mercifully and other time wrathfully.  By defining God as “trans-personal” we move beyond such an understanding of God as reactively related to creation and to humanity. The divinity of God is the ground of everything, even of the human intentional and volitional capacity. When we say that God thinks this and that, wills this or that, actually we “finitize” the infinite. The finitized God can be called “deus” whereas the divinity or mind at large “divinitas”. The divinitas “becomes” deus any time humanity relates to divinity. The God of the biblical revelation, the God of Abraham, Isaac and Jacob, and finally of Jesus, is divinitas in its aspect of being-related-to-humanity. When the divine consciousness and the creative ground of everything becomes “our” God then divinitas is revealed as deus. The Biblical “deity” is “our” God. This dimension of the deity is what we identify as “personal” God that has created the world at a certain moment, has decided to open the Red Sea, decided to send His Son to earth as response to the sin of humanity, and has raised Jesus from the dead. It is the God that answers the prayers of the faithful when that pleases His plan or does not answer our prayers when those petitions are not pleasing Him. I can relate to this “deus” or “finitized God” in the awareness that is “my” God but at the same time knowing that God’s personal boundaries (“my” or “our” God) define God’s relationship to us as we come to comprehend with our limitations in time, space and growth.

These two aspects of God (divinitas and deus) correspond to the distinction between beingness (esse) and being (ens). They formally differ but not ontologically. The one and only reality of God (monism) is identity-in-relation (relative). The symbolic expression of this relative monism is “x = x + y” where “x” stands for “God” and “y” for creation/humanity. God is God (x = x) in His relation-to-the-world, as the conscious ground of all beings.  

Siamo Dio … in Dio

«Ciò che accadde una volta fisicamente nella Vergine Maria, quando la pienezza della divinità rifulse in Cristo attraverso la Vergine, si compie anche in tutte le anime che sull’esempio del Logos vivono una vita verginale» (Gregorio di Nissa, De Virginitate 2 [PG 46, 324 B]).

«What happened once physically in the Virgin Mary, when the fullness of divinity shone in Christ through the Virgin, is also fulfilled in all souls who, following the example of the Logos, live a virginal life».

όπερ γαρ έν τή άμιάντψ Μαρία γέγονε σωματικώς, τοϋ πληρώματος τής θεότητος έν τφ Χριστώ δια τής παρθένου έκλάμψαντος, τοϋτο και επί πάσης ψυχής κατά Λόγον παρθενευούσης γίνεται.

CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA n. 460

“Il Verbo si è fatto carne perché diventassimo «partecipi della natura divina» (2 Pt 1,4): «Infatti, questo è il motivo per cui il Verbo si è fatto uomo, e il Figlio di Dio, Figlio dell’uomo: perché l’uomo, entrando in comunione con il Verbo e ricevendo così la filiazione divina, diventasse figlio di Dio» (83)

«Infatti il Figlio di Dio si è fatto uomo per farci Dio» (84)

«Unigenitus […] Dei Filius, Suae divinitatis volens nos esse participes, naturam nostram assumpsit, ut homines deos faceret factus homo – L’unigenito […] Figlio di Dio, volendo che noi fossimo partecipi della sua divinità, assunse la nostra natura, affinché, fatto uomo, facesse gli uomini dei» (85)

Note:

(83) Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 19, 1: SC 211, 374 (PG 7, 939).

(84) Sant’Atanasio di Alessandria, De Incarnatione, 54, 3: SC 199, 458 (PG 25, 192).

(85) San Tommaso d’Aquino, Officium de festo corporis Christi, Ad Matutinas, In primo Nocturno, Lectio 1: Opera omnia, v. 29 (Parigi 1876) p. 336.

Ai margini della mangiatoia?

Per la tradizione cristiana, il Natale ci ricorda la nascita di Gesù, che nel Credo è confessato come “l’unigenito Figlio di Dio”.

Ma la continua celebrazione del Natale – anno dopo anno – ci ricorda anche che la comprensione di ciò che professiamo nel Credo non è ancora completa.

Il poeta Pablo Neruda una volta scrisse: “Nascere non basta. Per rinascere ogni giorno, nasciamo”. Nascere per Gesù non basta. Nascere di nuovo ogni giorno e per ogni singola creatura, ecco cosa si intende quando proclamiamo: “Un bambino è nato per noi”. Se il Figlio di Dio non nascerà in noi, nella nostra anima – e non solo nella carne a Betlemme o a Nazareth – invano e nulla il Figlio di Dio sarebbe deposto nella mangiatoia.

Ma dopo secoli che abbiamo ripetuto il Credo, siamo ancora lontani dalla mangiatoia dove è stato deposto Gesù. Siamo ancora al margine della mangiatoia. Essere “uno con il Padre” o come dice il Credo “consustanziale” non è qualcosa da considerare un’eccezione o un’esclusività, ma come un dono che Dio condivide con tutti noi. Non solo un bambino, un figlio è nato per noi o per noi, ma essenzialmente “in noi”.

Riconoscere che Gesù è “l’unico figlio di Dio”, consustanziale al Padre, non fa di questo Gesù un’eccezione, un estraneo all’ordine creato in cui viviamo, lasciandoci così fuori dal mistero, al margine della mangiatoia.

Il Natale ci ricorda che anche noi siamo figli di Dio “generati” dall’eternità come si dice di Gesù di Nazaret. Siamo tutti figli di Dio. Non meno Dio di Gesù.

Non siamo al margine della divinità di Dio. Siamo adagiati nella divina mangiatoia di Dio. Paolo ricorda alla chiesa in Galazia che lo stesso Spirito di Gesù è inviato nei nostri cuori per gridare “Abbà, Padre!”. E Paolo di conseguenza dice: “Quindi non sei più schiavo ma figlio, e se figlio allora anche erede, per mezzo di Dio”. (Gal 4,5).

Tutti i cosiddetti “misteri” cristiani proclamano questa verità essenziale. Il Natale è la celebrazione di ciò che siamo: noi siamo il non nato, l’unigenito figlio di Dio, vero Dio da vero Dio. Come afferma chiaramente il prologo di Giovanni: “Ci è stato dato il potere di diventare figli di Dio, noi che non siamo nati da sangue o desiderio umano o volontà umana, ma da Dio”. (Gv 1:13)

Purtroppo, una comprensione ristretta della dottrina trinitaria ha “bloccato” questa stupefacente Buona Notizia e ci ha deposto dal seno del Padre, al margine della mangiatoia.

Siamo arrivati a credere che la figliolanza divina di Gesù (secondo la natura di Dio) sia qualcosa di “esclusivo” per lui, come se questa consustanzialità divina, essere uno con Dio, essere nella forma di Dio, essere uguale a Dio, fosse qualcosa di riservato solo a Dio stesso, una cosa da afferrare e non da condividere. Ma l’essenza stessa di Dio è la “grazia”. L’essere stesso di Dio è “essere-con-noi”. Non solo le briciole che cadono dalla mangiatoia ci sono state date, come se fossimo inseriti nel presepe ma messi da parte come figli adottivi di Dio.

Siamo figli di Dio, figli e figlie di Dio “generati” da Dio. Nell’antica Roma, va ricordato che il bambino “adottato” non è meno ma più che essere il bambino “naturale” o “biologico”. Secondo l’interpretazione romana dell’adozione, il vero erede della famiglia non era il figlio “naturale” o nato “di sangue”, ma quello che il paterfamilias, ad esempio, l’imperatore sceglieva come suo erede. “Essere figlio” significa dunque “essere erede” – come dice Paolo nella lettera ai Galati – “se figlio allora anche erede, per Dio”, e non per sangue.

Siamo “figli/figli di Dio”, poiché condividiamo la stessa natura divina di Gesù. La tradizionale distinzione tra figlio di Dio “naturale” – Gesù – e figli di Dio “adottivi”, essendo per “grazia”, manca il vero punto e il nucleo della Buona Novella del Vangelo.

Dio è “grazia”. Se Dio per natura è grazia, ne consegue che essere figli di Dio per “uno” con Dio. Nascere non di sangue ma per mezzo di Dio.

Nel suo discorso alla Curia romana, il 22 dicembre, papa Francesco ha messo in guardia dal “cristallizzare il messaggio di Gesù in un’unica forma perennemente valida. Invece, la sua forma deve essere capace di cambiare continuamente, così che la sua sostanza possa rimanere sempre la stessa. La vera eresia consiste non solo nell’annunciare un altro vangelo (cfr Gal 1,9), come ci ha detto san Paolo, ma anche nel cessare di tradurne il messaggio nei linguaggi e nei modi di pensare di oggi, come ha fatto proprio l’Apostolo delle genti . Conservare significa mantenere vivo e non imprigionare il messaggio di Cristo”.

Questa è la Buona Novella del Natale. Non siamo al “margine” della “mangiatoia”. Il nostro cuore è la mangiatoia dove è deposto il figlio di Dio perché nasca continuamente in noi. Il modo migliore per approfondire questa verità, nella vita, nell’intelligenza e nella Chiesa, è imitare Maria che «serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore». Nella sua carne, Maria concepì Gesù dopo nove mesi. Nel suo cuore, Maria ha partorito per tutta la sua vita il Figlio di Dio.

Being at the “margin” of the manger?

For the Christian tradition, Christmas reminds us of the birth of Jesus, who is confessed in the Creed as “the only begotten Son of God.”

But the ongoing celebration of Christmas – year by year –also reminds us that the understanding of what we profess in the Creed is not yet complete.

The poet Pablo Neruda once wrote: “Being born is not enough. To be born again every day, we are born”. Being born for Jesus is not enough. To be born again every day and for every single creature, that is what is meant when we proclaim: “A child is born to us”.

If the Son of God is not going to be born in us, in our soul – and not only in the flesh in Bethlehem or Nazareth – in vain and null would the Son of God be laid in the manger.

But after centuries we have been repeating the Creed, we are still far away from the manger where Jesus has been laid. We are still at the margin of the manger. Being “one with the Father” or as the Creed says “consubstantial” is not something to be considered an exception or exclusivity, but as a gift God shares with all of us. Not only a child, a son has been born to us or for us, but most essentially “in us.

Recognizing that Jesus is “the only son of God,” consubstantial of the Father, does not make this Jesus an exception, and outsider of the created order we live in, thus leaving us off from the mystery, at the margin of the manger.

Christmas reminds us that we too are children of God “begotten” from eternity in the same way it is said of Jesus of Nazareth. We all are sons of God. No less God than Jesus.

We are not at the margin of God’s divinity. We are laid in God’s divine manger. Paul reminds the church in Galatia that the same Spirit of Jesus is sent into our hearts to cry out “Abba, Father!”. And Paul consequently says: “So you are no longer a slave but a son, and if a son then also an heir, through God.” (Gal 4:5).

All the so-called Christian “mysteries” proclaim this essential truth. Christmas is the celebration of who we are: we are the unborn, the only begotten son of God, true God from true God. As the prologue of John clearly states: “We are granted the power to become children of God, we who are born not from blood or human desire or human will, but from God.” (Jo 1:13)

Unfortunately, a narrow-minded understanding of the Trinitarian doctrine has “blocked” this amazing Good News and has laid us off from the Father’s bosom, at the margin of the manger.

We came to believe that Jesus’ divine sonship (according to God’s nature) is something “exclusive” to him, as if this divine consubstantiality, being one with God, being in the form of God, being equal with God, is something reserved only to Godself, a thing to be grasped, and not to be shared. But God’s very essence is “grace.”  God’s very being is “being-with-us.”

Not only the crumbs that fall off the manger have been given to us, as if we were inserted into the Crèche setting but set aside as God’s adopted children.

We are sons of God, God’s “begotten” sons and daughters of God. In ancient Rome, we should be reminded that the “adopted” child is not less but more than being the “natural” or “biological” child. According to the Roman understanding of adoption, the true heir of the family was not the “natural” son or born “by blood”, but the one the paterfamilias, for example the emperor was choosing as His heir. “Being a son” means therefore “being heir” – as Paul says in the letter we have heard – “if a son then also an heir, through God,” and not by blood. 

We are “children/sons of God,” since we share the same divine nature as Jesus does. The traditional distinction between “natural” son of God – Jesus – and “adopted” sons of God, being by “grace,” is missing the true point and the core of the Good News of the Gospel.

God is “grace.” If God by nature is grace, it follows that to be children of God by “one” with God. Being born not by blood but through God.

In his address to the Roman Curia, on Dec 22, Pope Francis has warned against “crystallizing the message of Jesus in a single, perennially valid form. Instead, its form must be capable of constantly changing, so that its substance can remain constantly the same.

True heresy consists not only in preaching another gospel (cf. Gal 1:9), as Saint Paul told us, but also in ceasing to translate its message into today’s languages and ways of thinking, which is precisely what the Apostle of the Gentiles did. To preserve means to keep alive and not to imprison the message of Christ.”

This is the Good News of Christmas. We are not at the “margin” of the “manger.” Our heart is the manger where the son of God is laid so that He may continuously be born in us. The best way to deepen this truth, in life, intelligence and in the church, is to imitate Mary who “kept all these things, reflecting on them in her heart.” In her flesh, Mary conceived Jesus after nine months. In her heart, Mary gave birth to the Son of God for all her life.

Dalla fede all’evidenza

Che io sia materia, è la “cosa” più evidente?

Sembra che la cosa più evidente sia fare esperienza del fatto io sono materia. Ma che io “sia” materia non è immediato. Ciò che è immediatamente evidente è l’esperienza di essere qualcosa che identifico come fisico. La cosa più evidente non è, dunque, che “io sono-materia” ma che io conosco me stesso “come” materia. Ho immediata esperienza di me, prima ancora di distinguere “me” e “ciò-con-cui” mi identifico (materia o mente).

Quindi l’esperienza è il punto di partenza e intrascendibile. È questa “mia” consapevolezza estendibile per analogia alle altre cose attorno a me? Dico di sì, in quanto sono materia come tutte le altre realtà cose. Ma io sono quella materia che sa di essere materia. La materia – per così dire – ha un punto di vista interno a me accessibile a partire dall’immediata esperienza che ho di me stesso in quanto essere materiale.

Allo stesso tempo non ho alcuna esperienza di ciò che si dà oltre l’esperienza. Per definizione, ciò che è oltre all’esperienza è “nonesperibile” e in quanto tale è posto come “mondo esterno” e mondo “materiale o fisico”. Tale supposizione è un atto di fede in qualcosa di cui per definizione dico che è nonesperibile, poiché è ciò-che-causa e da cui emerge la mia esperienza di ciò che è nonesperibile.

Questo è il postulato dei fisicalisti. Il salto di fede del fisicalismo. Ed è un postulato essenzialmente aporetico, poiché pongo qualcosa là fuori che affermo che non può essere posto. Pongo e non pongo.

A questo punto tra una fede in qualcosa di cui non faccio esperienza e l’evidenza di ciò che esperisco immediatamente, ovvero che sono consapevole, scelgo questa seconda!

C’è un secondo atto di fede che il fisicalismo richiede di fare. Non solo chiede di credere in qualcosa che è nonesperibile (mondo fisico ed esterno) ma che il nonesperibile (materia) sia ciò da cui emerge l’esperibile! Doppio salto di fede. Due postulati del fisicalismo in nome dell’evidenza … cosiddetta “scientifica”.

Non ho bisogno di fede, né in un Dio creatore (del mondo materiale) là fuori, né in un mondo materiale “creduto” esistere “indipendentemente” dalla consapevolezza in cui e senza cui né Dio, né il mondo fisico, possono essere esperiti. È l’esperienza immediata della consapevolezza che mi dà l’evidenza di ciò che la religione e il fisicalismo mi chiedono invece di credere.

Si badi bene, l’evidenza non è della “mia” consapevolezza ma della pura consapevolezza. L’alternativa al fisicalismo non è il solipsismo, ma la pura consapevolezza in cui tanto la “mia” quanto la “tua” consapevolezza sono rappresentazioni mentali successive e non immediate. L’esistenza di un mondo “esterno” non è negata nell’evidenza della pura consapevolezza, poiché questa stessa consapevolezza è “principio e fondamento” intrascendibile da cui e in cui emergono il mondo esterno (stati fisici) e il mondo interno (stati mentali). Tali “stati” sono modulazioni o attività della pura consapevolezza. In termini spirituali, possiamo dire che questi stati o contenuti di coscienza sono “pensieri” o “idee” della mente divina.

Se la coscienza è ciò in cui e attraverso cui si danno contenuti di coscienza che sono gli stati fisici e mentali, non si può escludere che nel futuro sia possibile “produrre” intelligenza artificiale capace di ri-produrre “contenuti” di coscienza, cioè simulare “emozioni”, “percezioni”, “pensieri” e persino “auto-riflessioni”. Ma ciò che la tecnologia artificiale potrà compiere sarà di riprodurre il comportamento di un determinato sistema, processo o fenomeno, cosiddetto “classico” ma non di “produrre” pura consapevolezza in quanto questa già c’è e ciò che è producile è la simulazione degli stati fisici e mentali di essa.

Understanding Christmas. Post-theistically

“Understanding” is not reduced to “thinking”. Understanding is therefore not an exclusively mental activity. The mind moves into the world of objects – “object” is anything that can be observed and measured – and tries to understand them through analysis and reasoning. It is an essential task. However, if we reduce ourselves to it, we remain closed in the worst ignorance.

“Understanding” is equivalent to “seeing”. The Sanskrit root “vid”, from which the Latin verb “video” = “I see” means, at the same time, “to know” and “to see”. This is the understanding I am talking about. And we don’t reach it through the mind, but on the contrary, in the silence of the mind, in a bare attention that transcends forms or objects.

“Understanding” means knowing by experience what we are, “savoring” it in the etymological sense of “savor”, “taste”, “relish”. “Sapore” in Italian language, sapientia in Latin from the same root that has “sap” in English.

In English we use the word “under-stand”, “stay beneath, lower things”. What is underneath, usually, it is hidden. What is hidden, most of the times is a secret. Concealed and covered under the earth. It takes time to get in tune, feel empathetically, therefore knowing what things are in their being “covered” and “veiled”. No objective measurement is allowed at this deep level of reality.

“Here is my secret. It is very simple: one can only see well with the heart. The essential is invisible to the eye” (Antoine de Saint-Exupéry, The Little Prince).

We remain stuck in ignorance, if we detach ourselves from “what-we-are” and “what-is-beneath” and we risk missing our identity, not really knowing the true nature of things and events of what is out there in the world and what happens to our life.

But how can we remain focused on what is essential in life?

I give you an example. Our mind presents the objects of the world as a projector does when it shows a film on a screen. For the objects to appear adequately, clear and distinct, the screen on which the film is projected must be “absolutely” white, with no other objects or things drawn on it. If the movie were projected on a wall where there are various objects of different shapes and colors, the objects that are projected would not be seen clearly and distinctly, but confused and imprecise.

The white screen represents what we call “understanding”, the knowledge of “what-we-are” and “what-is-beneath-reality”. I am not my feelings, my thoughts, my perceptions.  If we identify ourselves with things, objects, thoughts, emotions, or perceptions, we risk no longer understanding the substance (sub-stantia, what stays under, under-stands) of reality.

Shortly, if Self-knowledge is the beginning of wisdom, the identification of the Self with things, objects, thoughts, emotions or perceptions is the beginning of ignorance.

Understanding and wisdom are not something that we achieve. It is already and has always been present. We need only to get out of the bottle of our perceptions, emotions, and thoughts, even from the image we have of ourselves (person, mask) to let “our” water (“finite” form) be “one” with that of the ocean (“infinite” form). By way of trans-formation, conversion, resurrection.

Christmas celebrates the gratitude of our true nature, our being in the infinite (God), and becoming aware of the sapiential experience of transformation that takes place in us any time we let things go and focus on the essential. “Let’s go to Bethlehem and see this thing that has happened” (Lk 2:15). What is this thing that has happened? What is the place where the Son of God is born? That place is “in” us, not “outside” of us.

Christmas celebrates our birth into the light, the passage from ignorance to the understanding of “what I am”,  letting go of the “little” ego to the greater “Self” of my deep identity that comprehends and embraces all things in the silence of the mind. “While a profound silence enveloped all things, and the night was in the middle of its rapid course” (Wis 18:14).

“So, you must be silent.

Then God will be born in you,

utter his word in you and you shall hear it;

but be very sure that if you speak,

the word will have to be silent.

If you go out,

he will most surely come in;

as much as you go out for him

He will come into you; no more, no less….

When shall we find and know,

this birth of God within us?

Only when we concentrate

all our faculties within us

and direct them all towards God.

Then he will be born in us

and make himself our very own.

He will give himself to us as our own,

more completely ours than anything

we have ever called our own.

“A child is born to us, and a son is given to us.”

He is ours.

He is all our own, more truly ours than anything else we own,

and constantly, ceaselessly, he is born in us.  

Johann Tauler (1300 – 1361), disciple of Meister Eckhart

Comprendere. Appunti natalizi di post-teismo

“Comprendere” non si riduce a “pensare”. Comprendere non è, quindi, un’attività esclusivamente mentale. La mente si muove nel mondo degli oggetti – “oggetto” è tutto ciò che può essere osservato e misurato – e cerca di comprenderli attraverso l’analisi e il ragionamento. È un compito essenziale. Tuttavia, se ci riduciamo ad esso, rimaniamo chiusi nella peggiore ignoranza.

Comprendere equivale a “vedere”. La radice sanscrita “vid”, da cui il verbo latino “video” = “vedo” significa, allo stesso tempo, “conoscere” e “vedere”. Questa è la comprensione di cui parliamo. E non la raggiungiamo attraverso la mente (pensiero), ma al contrario, nel silenzio della mente, in una nuda attenzione che trascende il piano delle forme o degli oggetti.

Comprendere significa conoscere esperienzialmente ciò che siamo, “saperlo” nel senso etimologico del “sapore”, della linfa vitale (in inglese: “sap”), del gustare, cioè conoscere esperienziale è sapienziale.  In inglese si usa la parola “under-stand”, “stare al di sotto delle cose”: entrare in sintonia, empatia, dunque conoscere ciò che le cose sono nell’invisibilità, oltre l’oggettiva misurazione.

“Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”

Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo principe

Rimaniamo nell’ignoranza, se tentiamo di dis-taccarci da “ciò-che-siamo” e da “ciò-che-sta-sotto” e rischiamo di non sapere più quello che siamo e di non conoscere veramente le cose stesse del mondo.

Per fare un esempio. La mente presenta gli oggetti del mondo come fa un proiettore quando mostra un film sulla parete dello schermo. Perché gli oggetti possano apparire adeguatamente e farli apparire chiari e distinti è necessario che il tendone sul quale il film viene proiettato sia “assolutamente” bianco, senza oggetti o cose disegnate sopra. Se si proiettasse il film su una parete dove sono presenti oggetti vari di diverse forme e colori, gli oggetti che la pellicola proietta non verrebbero visti chiari e distinti, ma confusi e imprecisi.

Il tendone bianco rappresenta la comprensione, la conoscenza di “ciò-che-siamo” e di “ciò-che-sta-sotto”.  Noi non siamo qualcosa o qualcuno. Se ci identifichiamo con le cose, gli oggetti, i pensieri, le emozioni o le percezioni rischiamo di non comprendere più la sostanza (sub-stantia, stare sotto, under-stand, hypó-stasi) della “realtà-che-è-Sé”. In breve: se la conoscenza di Sé è l’inizio della saggezza, l’identificazione del Sé con le cose, gli oggetti, i pensieri, le emozioni o le percezioni, è l’inizio dell’ignoranza.

La comprensione e la sapienza non viene conquistata o raggiunta. È già e da sempre presente. Basta uscire dalla bottiglia delle nostre percezioni, emozioni e pensieri, perfino dall’immagine che abbiamo di noi stessi (persona, maschera) per unire la “nostra” acqua(forma “finita”) con quella dell’oceano (forma “infinita”): trans-formazione, conversione, risurrezione.

Il Natale celebra la riconoscenza di essere l’infinito (Dio) e l’esperienza sapienziale di trasformazione dalla forma finita a quella infinita. “Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere” (Lc 2, 15). Qual è mai l’avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere, etimologicamente: “nascere-con” (con-naïtre)? Il luogo dove il Figlio di Dio nasce è “in” noi, non “fuori-di-noi”. Se q quando Dio nasce, nasce sempre “con noi”.

Il Natale celebra la nostra nascita alla luce, il passaggio dall’ignoranza alla conoscenza della luce che è la Vita di tutto. Aprendomi a ciò che sono al di là di ciò che penso di essere; sperimentando la mia quotidianità a partire da e nello sfondo di “ciò-che-sta-sotto” a tutte le cose e gli avvenimenti della vita, passando dall’io “piccino” al “Sé” della mia identità profonda che è Pura Consapevolezza e com-prende, abbraccia tutte le cose nel silenzio della mente. “Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo rapido corso” (Sap 18,14).