
Risposta a Marco Vannini
Nel saggio Osservazioni sul post-teismo (Antologia Vieusseux, 95, 2026, pp. 95-104), Marco Vannini sviluppa una critica che può essere ricondotta a una tesi fondamentale: il post-teismo rischia di sostituire il vecchio teismo con una nuova costruzione teologica, altrettanto concettuale e illusoria, anziché condurre all’autentica esperienza mistica del divino. La sua critica si articola in cinque punti essenziali.
1. Il mito della modernità adulta
Vannini contesta l’idea che l’umanità contemporanea sia diventata adulta rispetto a un passato religioso infantile. La maturità scientifica e tecnologica non coincide con quella spirituale. Non è affatto dimostrato che l’uomo contemporaneo comprenda il mistero di Dio meglio di Meister Eckhart, Francesco d’Assisi o degli antichi. La critica: il post-teismo rischia di fondarsi sul mito moderno del progresso, giudicando il passato attraverso i criteri culturali del presente.
2. L’errore di fondare la teologia sulla fisica quantistica
La fisica descrive il mondo, mentre la religione riguarda il rapporto dell’essere umano con Dio. Secondo Vannini, ricorrere alla fisica quantistica per giustificare una nuova concezione del divino significa ripetere l’errore della teologia tradizionale, che aveva legato la propria visione religiosa alla cosmologia aristotelica. La critica: non si può fondare una verità spirituale su una teoria scientifica storicamente provvisoria. Inoltre, la fisica quantistica potrebbe essere utilizzata tanto per sostenere il post-teismo quanto per reinterpretare il cristianesimo tradizionale.
3. Il rischio di sostituire il Dio personale con un vago Tutto divino
Vannini riconosce che il post-teismo supera legittimamente l’immagine di un Dio esterno al mondo, concepito come un ente soprannaturale. Tuttavia, teme che al posto di questo Dio venga introdotta una concezione indeterminata del divino, identificato con il Tutto, l’energia cosmica o l’interconnessione universale. La critica: eliminare il Dio teistico non significa necessariamente aver compreso il divino. Un generico panteismo può diventare una nuova rappresentazione idolatrica.
4. La mistica non deve diventare una nuova metafisica
Questo è il punto filosoficamente e teologicamente più importante.Vannini apprezza esplicitamente il recupero della mistica cristiana, soprattutto di Eckhart e Cusano, attraverso cui è possibile superare l’opposizione tra trascendenza e immanenza, Dio e mondo.
Egli riconosce anche la legittimità della prospettiva secondo cui il divino non è primariamente un ente, ma relazione. In questo contesto richiama espressamente il mio libro Il post-teismo è ancora cristiano? (p. 103, nota 12). Tuttavia, per Vannini la mistica non deve servire a costruire un nuovo sistema teologico. Essa deve piuttosto condurre al distacco da ogni rappresentazione e da ogni pretesa di possedere concettualmente la verità divina. Il riferimento decisivo è la povertà spirituale di Eckhart: l’uomo veramente povero niente vuole, niente possiede e, soprattutto, «niente sa».
5. Il pericolo della New Age
È la conclusione esplicita del saggio. Vannini scrive: «Il passaggio dalla mistica cristiana alla melassa New Age ci sembra perciò il pericolo maggiore – se non il destino – che incombe sul post-teismo» (p. 104). Il problema non è dunque soltanto l’insufficiente rigore filosofico del post-teismo, ma il rischio che la sua spiritualità si trasformi in una religiosità sentimentale, rassicurante e priva della radicalità della mistica cristiana.
Risposta alle critiche
La critica di Marco Vannini al post-teismo è particolarmente interessante perché proviene da un pensatore che condivide molte delle sue premesse: il superamento del Dio-ente, la critica al dualismo tra naturale e soprannaturale, il recupero della mistica cristiana e, soprattutto, la centralità di Meister Eckhart. La divergenza non riguarda tanto ciò che occorre superare, quanto ciò che è possibile e necessario pensare dopo tale superamento. La versione che propongo di post-teismo, sviluppato nella prospettiva del monismo relativo, non consiste nel difendere indistintamente tutte le correnti post-teiste, ma nel mostrare che il superamento del teismo può condurre a una comprensione filosoficamente rigorosa del rapporto tra Assoluto e mondo, senza dissolvere il cristianesimo in una spiritualità indeterminata.
1. Al mito della modernità adulta: non superiorità spirituale, ma trasformazione dei paradigmi
Alla critica di Vannini, secondo cui il post-teismo sarebbe prigioniero del mito del progresso, rispondo dicendo che il post-teismo non deve necessariamente sostenere che l’uomo contemporaneo sia spiritualmente superiore all’uomo antico. La maturità di cui si parla non riguarda la qualità spirituale delle persone, ma la trasformazione delle condizioni storiche e culturali entro cui viene compresa e formulata la fede.
Non siamo spiritualmente superiori a Meister Eckhart, a Francesco d’Assisi o a Origene. Anzi, proprio questi autori possono aiutarci a superare alcune rappresentazioni religiose che sono diventate problematiche per la coscienza contemporanea. La questione non è se oggi siamo migliori degli antichi, ma se possiamo continuare a interpretare la realtà attraverso le medesime categorie cosmologiche, antropologiche e metafisiche.
Il passaggio da una cosmologia statica a una cosmologia evolutiva, da una concezione sostanzialistica a una concezione relazionale della realtà, non comporta automaticamente una maggiore maturità spirituale. Comporta però una trasformazione del nostro orizzonte di comprensione. La stessa fede cristiana ha conosciuto trasformazioni profonde: dalla visione biblica del cosmo alla metafisica greca, dalla teologia patristica alla scolastica, fino alla coscienza storica moderna. Il post-teismo si colloca in questo processo di reinterpretazione.
Inoltre, il riferimento a Bonhoeffer non implica che l’umanità sia moralmente diventata adulta. La sua critica al Dio tappabuchi riguarda piuttosto la necessità di una fede che non ricorra a Dio per supplire all’insufficienza delle conoscenze e delle capacità umane. Non sostengo – pertanto – che l’umanità contemporanea sia spiritualmente più adulta di quella medievale. Sostengo che la fede deve essere continuamente ripensata nelle categorie attraverso cui comprendiamo la realtà. Il post-teismo non è il superamento dei mistici antichi, ma può essere il recupero della loro intuizione fondamentale oltre le rappresentazioni teistiche che l’hanno spesso oscurata.
2. La fisica quantistica in teologia: non fondazione scientifica della teologia, ma confronto tra paradigmi
Vannini obietta che la fisica descrive il mondo, mentre la religione riguarda il rapporto dell’uomo con Dio. Fondare una nuova teologia sulla fisica quantistica significherebbe ripetere l’errore della teologia tradizionale, che aveva legato le proprie dottrine alla cosmologia aristotelica. Condivido questa preoccupazione. Nessuna teoria scientifica può dimostrare l’esistenza di Dio, la Trinità, l’incarnazione o la risurrezione. Ma da questa giusta osservazione non consegue che la comprensione scientifica della realtà sia teologicamente irrilevante. Occorre distinguere tra fondazione e interlocuzione.
Né la fisica fonda la teologia, né la teologia la scienza. Tuttavia, le categorie che la fisica quantistica utilizza – in particolare la categoria di “relazione” può contribuire a mettere in discussione i presupposti ontologici e cosmologici con cui la teologia ha storicamente espresso il proprio contenuto. Quando la fisica contemporanea mette in questione determinate rappresentazioni classiche della materia, dello spazio, del tempo e della causalità, non sta parlando direttamente di Dio. Sta però modificando l’orizzonte concettuale entro cui pensiamo il rapporto tra realtà, identità e relazione.
Il monismo relativo non si fonda sulla fisica quantistica, tuttalpiù dialoga con la teoria “relazionale” della fisica quantistica (cfr. Carlo Rovelli e Karen Barad) che concepiscono la “relazione” come prioritaria rispetto ai termini. La relazione, quindi, non sopraggiunge a enti già costituiti, ma è originaria e costitutiva delle determinazioni. Di fatto, questa comprensione della relazione proviene dalla teoria quantistica, ma è presente anche in filosofie e spiritualità non-duali.
L’equazione ontologica del monismo relativo “x = x + y” dove “x” indica l’Assoluto e “y” la totalità delle determinazioni creaturali, è una formulazione simbolico-ontologica: l’Assoluto non riceve alcun incremento dalla manifestazione del finito. Il fondamento di questa intuizione non è la quantistica, ma una tradizione metafisica e mistica che attraversa Plotino, Scoto Eriugena, Meister Eckhart e Nicolò Cusano. In particolare, Cusano permette di pensare il rapporto tra Assoluto e contrazione senza immaginare due realtà ontologicamente separate.
A Vannini risponderei dicendo che la fisica quantistica non è il fondamento del post-teismo, ma uno degli interlocutori della sua elaborazione filosofica. Non intendo sostituire Aristotele con Heisenberg. Intendo piuttosto liberare la teologia dall’identificazione con una determinata immagine del mondo, affinché possa dialogare criticamente con le conoscenze contemporanee senza dipendere da esse.
3. Al rischio del vago «Tutto divino»: l’identità non elimina la differenza
Vannini obietta al post-teismo di sostituire il Dio personale (il Dio) con una concezione indeterminata e vaga del divino, identificato con il Tutto, l’energia cosmica o una generica interconnessione universale. In tal modo si passerebbe dal teismo a un panteismo altrettanto problematico. Questa critica coglie una difficoltà reale in alcune forme di post-teismo, quelle che nel mio libro edito dalla Morcelliana ho chiamato forme “radicali” di post-teismo, ma non riguarda adeguatamente la struttura del monismo relativo che rappresenta una forma “moderata”..
Il monismo relativo non sostiene semplicemente che tutto (y) è Dio (x), perché tale affermazione sarebbe panteismo, mentre uno degli ingredienti del post-teismo in generale e del monismo relativo, in particolare, è il pan-en-teismo. Tale modello teologico per comprendere il rapporto tra Dio e mondo sostiene che tutto ciò che è, è nell‘Assoluto, ma nessuna determinazione finita coincide con l’Assoluto nella sua assolutezza. Occorre distinguere rigorosamente tra l’intero e la totalità. L’intero, “x”, è l’Assoluto incondizionato e indeterminato. La totalità, “y”, comprende – invece – tutte le determinazioni finite e condizionate. La totalità degli enti non è l’Assoluto, così come la totalità delle lettere “a, e, c, n” non dice già la parola “cane”, “cena” oppure “acne”. Anche se raccogliessimo tutte le galassie, tutti gli esseri viventi, tutte le coscienze e tutte le possibilità evolutive del cosmo, non avremmo ancora l’Assoluto come somma di queste realtà. L’Assoluto non è il risultato dell’addizione degli enti.
La relazione tra Assoluto e mondo è pertanto asimmetrica. Per questo alla formula panteista “x = y” propongo un’altra: “x = x + y”. Il mondo dipende costitutivamente dall’Assoluto, mentre l’Assoluto non dipende dal mondo come da una realtà esterna che lo completerebbe. La differenza tra Dio e creatura non è dunque quella tra due sostanze separate (x + y), ma quella tra due modalità dell’unica divinità: l’auto-relazione assoluta (il Dio) e la relazione-a-Dio (Logos-Dio) che determina le creature (logoi).
Il creato è altro da Dio quanto alla modalità della propria determinazione, così come il numero “10” è altro dalla operazione “5×2” ma è pur vero che 10 = 5×2. Così la creatura (5×2) non è altro da Dio (10), benché siano distinte. Infatti, come il 10 è tutto nel 5×2 ma non totalmente (altrimenti il 30:3 non sarebbe più 10), così Dio (Logos) è tutto nella creatura (logoi) ma non totalmente.
Non si tratta di cancellare l’alterità tra Dio e le creature, bensì di comprenderla come distinzione modale (finito e infinito), non come separazione ontologica. In questo senso, il monismo relativo non è un panteismo indifferenziato. Non identifica Dio con la somma del mondo e non dissolve le creature in una sostanza indistinta.
Il monismo relativo non sostituisce il Dio personale con un vago divino (im-personale). Esso distingue rigorosamente l’Assoluto dalla totalità delle sue determinazioni, senza separarli ontologicamente. Inoltre, precisa che l’Assoluto è trans-personale, cioè trascende la nozione “psicologica” di persona latente nella concezione monoteistica di Dio.
4. Alla critica della mistica trasformata in metafisica: l’ontologia come esplicitazione dell’esperienza mistica
Vannini rimprovera al post-teismo di utilizzare la mistica per costruire una nuova teologia, mentre è compito della mistica quello di liberare l’essere umano dalle rappresentazioni di Dio e dalla pretesa di possedere concettualmente il mistero. Eckhart insegna che l’uomo povero niente vuole, niente possiede e soprattutto niente sa. Su questo punto – onestamente – dissento. Condivido pienamente l’affermazione secondo cui Dio non può essere mai posseduto concettualmente. La mistica autentica comporta il distacco dalle immagini, dai concetti e persino dalle rappresentazioni religiose di Dio. La preghiera di Eckhart – «Prego Dio che mi liberi da Dio» – esprime precisamente questa esigenza. Tuttavia, occorre domandarsi se il distacco dai concetti comporti necessariamente l’impossibilità di pensare filosoficamente ciò che viene sperimentato nella mistica.
Sostengo anch’io una comprensione apofatica di Dio, tuttavia per “sostenerla” elaboro concetti e argomentazioni in sua difesa. La mistica dell’identità non si limita a un’esperienza psicologica di unione con Dio. Essa riconosce una dimensione originaria dell’essere nella quale la distinzione tra creato e increato non è una separazione ontologica. Per affermare che l’unione mistica presuppone un’identità più originaria dell’unione stessa, non posso astenermi dall’argomentazione. L’unione è possibile proprio perché nell’intimo dell’anima (la scintilla, das Fünklein) vi è una dimensione che non è estranea all’essere divino. Se Dio e l’anima fossero originariamente due realtà ontologicamente separate, la loro unione sarebbe necessariamente estrinseca oppure comporterebbe l’annullamento di una delle due.
Il monismo relativo tenta di pensare questa identità originaria, senza con questo voler trasformare l’esperienza mistica in un oggetto speculativo. Il monismo relativo tenta di mostrare che il linguaggio della relazione permette di evitare tanto il dualismo quanto l’indistinzione, senza pretendere con ciò di definire l’essenza dell’Assoluto, ma di pensare la relazione tra l’Assoluto e le sue determinazioni come prioritaria e originaria.
Mi pare poi strana questa critica, dato che la stessa tradizione mistica invocata da Vannini non è priva di elaborazione filosofica. La visione mistica è pur sempre theoria, speculativa. Eckhart, Cusano ed Eriugena hanno sviluppato riflessioni ontologiche estremamente articolate. Il loro linguaggio speculativo non è necessariamente un tradimento dell’esperienza mistica, ma può costituirne una forma di espressione.
La povertà dello spirito non significa abdicare all’intus-legere, ma rinunciare alla pretesa di possedere mediante l’intelligenza ciò che la trascende. Il monismo relativo non vuole racchiudere il mistero in un sistema, ma elaborare un pensiero capace di riconoscere tale struttura non-duale della realtà. Non è una metafisica che pretende di sostituire la mistica, ma un’ontologia che cerca di rendere intelligibile ciò che la mistica riconosce come identità originaria.
5. Al pericolo della New Age: il post-teismo non è una spiritualità del benessere, ma una radicalizzazione del cristianesimo
Il post-teismo trasforma la mistica cristiana in una spiritualità vaga, sentimentale e consolatoria, nella quale l’esperienza del divino viene identificata con il benessere interiore o con il sentimento di appartenenza al cosmo. Tale obiezione di Vannini è superficiale e non condivisibile. Non solo la mia versione di post-teismo ma di molti altri autori (per esempio: Beatrice Iacopini) non propone affatto questa riduzione. Il suo centro non è l’autorealizzazione psicologica dell’individuo, bensì la trasformazione radicale del modo in cui l’essere umano comprende se stesso, Dio e il mondo. La mistica dell’identità non implica l’apoteosi dell’ego, ma il riconoscimento del suo “nulla” come l’equazione del monismo relativo implicitamente ben afferma: “y = 0”. L’io deve riconoscere di non possedere in sé il fondamento del proprio essere. L’identità con il divino non è sostanziale (y = x) ma relazionale (x = x + y): l’opposto dell’autosufficienza. Il distacco – in linea con Eckhart – non è un’esperienza di benessere, ma un processo radicale di spossessamento.
Questo distacco originario (il “senza peccato” di Eb 4,15) trova la sua massima espressione in Gesù di Nazaret che non è semplicemente un maestro spirituale che insegna tecniche di interiorità. È colui nel quale la “relazione-a-Dio” (Logos) diventa pienamente trasparente nella forma di un’esistenza vissuta come dono, libertà e amore: divenendo così Cristo (totus Christus). Centrale, in tal senso, è anche la categoria del Cristo cosmico che non è semplicemente una generica energia universale, ma è il Logos giunto al suo compimento (totum Christi).
Il pericolo della New Age non si supera ritornando al teismo, ma approfondendo la radicalità della mistica cristiana. Il monismo relativo non propone una spiritualità dell’armonia consolatoria, bensì una spiritualità dello spossessamento, della responsabilità e dell’amore. L’identità con il divino non autorizza l’autoesaltazione dell’io, ma ne esige il superamento. Il suo criterio non è il benessere individuale, ma la conformazione dell’esistenza alla forma cristologica del dono.
Conclusione
Le cinque critiche di Marco Vannini sollevano questioni importanti, ma non colpiscono necessariamente il nucleo filosofico del post-teismo elaborato attraverso il monismo relativo. Il punto decisivo riguarda il rapporto tra esperienza mistica e pensiero ontologico. Vannini teme che la teologia trasformi il mistero in un sistema concettuale. Il monismo relativo riconosce pienamente questo pericolo, ma ritiene che la risposta non possa essere semplicemente la rinuncia al pensiero. La mistica cristiana non è soltanto un’esperienza soggettiva ineffabile. Essa contiene una comprensione radicale della realtà, che può e deve essere interrogata anche filosoficamente. La povertà dello spirito non consiste nel non pensare, ma nel non appropriarsi di ciò che si pensa. Il «niente sapere» di Eckhart non deve necessariamente essere inteso come negazione del pensiero, ma come superamento della pretesa che il pensiero possa possedere l’Assoluto. Da questo punto di vista, il monismo relativo non rappresenta una deviazione dalla mistica cristiana, ma un tentativo di esplicitarne la radicalità ontologica.
Quando Eckhart distingue Dio e Divinità, quando Cusano pensa il rapporto tra assoluto e contratto, quando Eriugena afferma che Dio è in tutte le cose e tutte le cose sono in Dio, non siamo davanti a semplici descrizioni psicologiche dell’esperienza religiosa. Siamo davanti a intuizioni che hanno un’autentica portata ontologica. Il monismo relativo si colloca in questa tradizione.
La sua proposta consiste nel riconoscere che la relazione è originaria rispetto ai termini che essa costituisce. L’Assoluto non è un ente accanto agli enti, ma l’auto-relazione nella quale tutte le determinazioni sussistono come relazione-a-Dio. In questo senso, la mistica dell’identità non elimina la mistica dell’unione, ma la fonda. L’unione non produce l’identità: la manifesta e la rende riconoscibile nell’esperienza.
La mia risposta conclusiva a Vannini sarebbe questa. Il post-teismo non vuole sostituire un Dio con un altro Dio, né un sistema teologico con un altro sistema. Vuole mostrare che il Dio dal quale Eckhart chiede di essere liberato è precisamente il Dio pensato come un ente separato, mentre la Divinità alla quale il mistico si apre è l’Assoluto nel quale ogni realtà sussiste. Il monismo relativo non pretende di possedere concettualmente questa Divinità, ma di pensare come la molteplicità delle creature possa essere reale senza costituire un secondo essere accanto all’Assoluto. Non si tratta di sapere che cosa Dio sia, ma di riconoscere che nessuna cosa è fuori di Dio e che Dio non si esaurisce in nessuna cosa.
A mio giudizio, il punto più interessante di questo confronto con Vannini si trova nel riconoscimento che c’è una tensione tra mistica dell’identità e costruzione di un’ontologia dell’identità. Vannini riconosce che la mistica cristiana ha già superato il dualismo tra Dio e mondo. Riconosce anche il valore della relazione intrinseca tra creato e increato, citando esplicitamente Eckhart e Cusano. La divergenza emerge quando questa intuizione mistica diventa un sistema filosofico-teologico, come nel mio monismo relativo.
Per Vannini, il rischio è di trasformare l’esperienza dell’Uno in una nuova dottrina sull’Uno. Su questo punto, direi subito che l’ontologia non pretende di possedere il mistero, ma cerca di esplicitare le condizioni di intelligibilità dell’esperienza mistica dell’identità. In questo senso, la formula del monismo relativo “x = x + y” non intende “spiegare” Dio, né trasformare il mondo in un vago divino. Vuole piuttosto esprimere che il mondo è una teofania di Dio. Con le parole di una mistica che Vannini ben conosce, Angela da Foligno, Est iste mundus pregnans de Deo! (questo mondo è pregno di Dio) e con quelle del poeta gesuita Gerard Manley Hopkins The world is charged with the grandeur of God” (il mondo è gravido della grandezza di Dio.






