
La Nota vaticana Un cammino di speranza (16 settembre 2026), preparata dai Dicasteri per la Dottrina della Fede, l’Unità dei Cristiani e il Dialogo Interreligioso per i 60 anni di Nostra aetate (https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_ddf_doc_20260916_nota-cammino-speranza_it.html#) invita i pastori e i fedeli cattolici a cambiare il modo con cui evangelizzare. Il documento afferma esplicitamente che il dialogo è radicato nella missione evangelizzatrice della Chiesa, richiede conoscenza dell’altro e libertà di coscienza, e distingue questa testimonianza dal proselitismo.
ANNUNCIO DEL VANGELO
| SECONDO IL DIALOGO INTERRELIGIOSO | SECONDO IL PROSELITISMO |
|---|---|
| Testimonianza: annuncio ciò che vivo e ciò che Cristo significa per me. | Conquista: cerco anzitutto di ottenere l’adesione dell’altro. |
| Relazione: l’incontro con l’altro viene prima del risultato che potrei ottenere. | Strategia: la relazione diventa mezzo per raggiungere un risultato. |
| Dialogo: parlo, ma nello stesso tempo ascolto. | Monologo: possiedo qualcosa che devo semplicemente trasmettere all’altro. |
| Reciprocità: posso ricevere qualcosa dall’altro e lasciarmi interrogare dalla sua esperienza religiosa. | Unidirezionalità: io ho qualcosa da dare; l’altro ha soprattutto qualcosa da ricevere. |
| Stima: riconosco ciò che nelle altre religioni è «vero e santo», secondo Nostra aetate. | Svalutazione: la religione dell’altro viene considerata soprattutto come errore da superare. |
| Libertà di coscienza: l’altro rimane radicalmente libero davanti a Dio. | Pressione: si cerca, esplicitamente o implicitamente, di provocare una decisione. |
| Proposta: presento Cristo senza imporlo. | Persuasione: cerco di convincere l’altro ad accettare Cristo. |
| Identità aperta: il dialogo non richiede di rinunciare alla propria fede cristiana. | Identità difensiva: la propria identità viene spesso rafforzata contrapponendola a quella dell’altro. |
| Differenza riconosciuta: le differenze religiose non vengono cancellate, ma attraversate nel dialogo. | Differenza da eliminare: la diversità dell’altro appare come una situazione da correggere. |
| Conversione affidata alla libertà: l’incontro può trasformare entrambi; l’esito non è programmato. | Conversione come obiettivo: il successo dell’incontro viene misurato dall’adesione dell’altro. |
| Missione come presenza: vivere «come testimoni dell’amore di Dio, in dialogo con tutti». | Missione come espansione: aumentare il numero di coloro che appartengono alla propria comunità. |
| Logica dell’amore: racconto una relazione con Cristo che dà senso alla mia vita. | Logica dell’efficacia: utilizzo mezzi capaci di produrre adesione. |
| L’altro è un soggetto con il quale cerco insieme la verità. | L’altro rischia di diventare un oggetto della mia azione missionaria. |
| R → A, B: la relazione costituisce lo spazio nel quale entrambi si incontrano e possono trasformarsi. | A → B: A agisce su B per condurlo verso la propria posizione. |
La differenza, quindi, non è tra annunciare Cristo e non annunciarlo. Un cammino di speranza non propone di sostituire l’evangelizzazione con un generico dialogo: definisce il dialogo stesso come una «dimensione essenziale» della missione evangelizzatrice. La questione decisiva è come Cristo viene annunciato.
Annunciare significa condividere ciò che «abita il proprio cuore» rispettando al massimo «la libertà e la dignità dell’altro». Per questo la Nota può affermare insieme due cose che talvolta vengono erroneamente contrapposte: annuncio sì, proselitismo no; identità sì, imposizione no; testimonianza sì, conquista no.
La lettera pastorale «Non c’è amore più grande» del vescovo Antonio Suetta è un tentativo di coniugare insieme queste due cose nel caso specifico nel suo territorio: carità e all’annuncio dell’amore di Dio ai musulmani presenti nel territorio della diocesi di Ventimiglia-San Remo. La tesi fondamentale è che accoglienza, dialogo e rispetto verso i musulmani non escludono l’evangelizzazione, ma devono condurre anche alla testimonianza e, quando possibile, all’annuncio esplicito di Gesù Cristo.
Il punto di partenza è l’incontro di san Francesco d’Assisi con il sultano Malik al-Kāmil nel 1219. Suetta sottolinea due aspetti complementari dell’atteggiamento francescano: evitare «liti o dispute», vivere pacificamente tra i non cristiani e testimoniare con la vita; ma anche, quando opportuno, annunciare esplicitamente la fede cristiana, affinché gli altri possano accoglierla e diventare cristiani. La testimonianza delle opere precede dunque la parola, ma non la sostituisce.
Suetta menziona esplicitamente il 60º anniversario della dichiarazione conciliare Nostra Aetate e ne assume l’affermazione secondo cui i cristiani devono guardare con stima ai musulmani, riconoscendo elementi comuni: fede nell’unico Dio creatore, misericordioso e onnipotente, dignità universale dell’essere umano e possibilità di collaborazione morale e sociale. Per il vescovo, dunque, il rapporto cristiano-musulmano deve essere caratterizzato da accoglienza, rispetto, collaborazione e dialogo. La prima forma di evangelizzazione è precisamente una vita cristiana coerente: il musulmano dovrebbe poter incontrare nel cristiano una manifestazione concreta dell’amore di Dio.
Suetta, però, ritiene che il dialogo interreligioso non possa diventare rinuncia all’annuncio cristiano. Accogliere l’altro significa anche desiderare di renderlo partecipe della «gioia del Vangelo». Cristo deve essere annunciato come «via, verità e vita», senza imposizione ma con amore. La presenza di musulmani in Europa viene quindi interpretata anche come una nuova situazione di missione ad gentes «a casa nostra».
La lettera pastorale ammette che una persona che ignora Cristo e segue sinceramente Dio secondo coscienza possa giungere alla salvezza, ma afferma che ciò avviene comunque unicamente attraverso Cristo. Suetta utilizza una forte immagine in proposito: se una persona viene trascinata dalla corrente di un fiume e il cristiano possiede una corda capace di salvarla, non lanciarla sarebbe una grave negligenza. La corda rappresenta l’annuncio di Cristo. La lettera immagina persino che alcuni musulmani possano domandare ai cristiani nel giudizio finale: «Perché non mi hai lanciato la corda? Perché non mi hai fatto conoscere la verità?». Ci si può chiedere: l’immagine dei non cristiani come persone trascinate dalla corrente di un fiume corrisponde all’immagine di Nostra aetate (n. 2) in cui si dice che le altre religioni “non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini.”?
Suetta riconosce la comune fede nell’unico Dio creatore, ma accentua la differenza cristologica. Per il cristianesimo Dio è Padre e Amore e si rivela pienamente in Gesù Cristo. La differenza decisiva riguarda quindi l’identità di Gesù: non semplicemente profeta o parola proveniente da Dio, ma Verbo eterno fatto carne e Figlio di Dio. Per questo, secondo la lettera pastorale, «il nocciolo della fede cristiana non è una dottrina teorica, ma è una Persona: Gesù Cristo». Questa è la differenza cristologia. Tuttavia, rimane decisivo se considerare le altre religioni – e quindi anche l’Islam -“logoi” del Logos oppure “flumina funesta”.
Il punto più caratteristico della lettera di Suetta, dunque, non è semplicemente l’invito al dialogo con l’Islam, ma la volontà di interpretare il dialogo stesso all’interno di una prospettiva esplicitamente missionaria: amare il musulmano significa rispettarlo e servirlo, ma significa anche desiderare di comunicargli Cristo, lasciando alla sua libertà la risposta.










