
Introduzione
La speranza della fede cristiana poggia sulla convinzione che la creazione sia opera buona di Dio e che il suo fine sia indissolubilmente orientato alla salvezza. È precisamente questo nesso — fra bontà del creato e destinazione salvifica — a entrare in crisi quando lo si fa passare attraverso la dottrina del peccato originale così come viene esposta nel Catechismo della Chiesa Cattolica. Il presente saggio intende mostrare, in forma sintetica, perché tale dottrina, nella sua formulazione tradizionale, risulti oggi difficilmente sostenibile: non tanto per un rifiuto polemico della nozione di colpa o di limite costitutivo dell’uomo, quanto perché l’impianto concettuale del peccato originale confligge, su più fronti, con la conoscenza scientifica del cosmo, con la logica interna della teologia della creazione e con il concetto moderno di libertà autonoma.
1. Un universo già segnato da morte e male prima dell’uomo
Il primo ordine di difficoltà riguarda la cronologia cosmica. Il Catechismo, al n. 52, colloca l’azione creatrice e rivelatrice di Dio entro una narrazione che culmina nella caduta dell’uomo come evento che introduce il disordine nel creato. Questa narrazione presuppone implicitamente uno stato originario di armonia, successivamente infranto dall’abuso della libertà umana. Le scienze naturali contemporanee, tuttavia, ci restituiscono l’immagine di un universo vecchio di 13,7 miliardi di anni, nel quale la morte, la predazione e il male fisico — il principio, per usare un’immagine efficace, del «mangiare ed essere mangiati» — sono presenti ben prima della comparsa dell’homo sapiens sapiens[1].
Se la sofferenza e la morte biologica precedono l’uomo di miliardi di anni, diventa concettualmente incoerente attribuire a un evento umano, per quanto originario, la responsabilità di uno squilibrio cosmico che la storia naturale colloca invece all’inizio stesso dei processi evolutivi. La domanda che ne consegue è ineludibile: in che misura la creazione non umana avrebbe bisogno di redenzione, e in che misura la caduta dell’uomo potrebbe esserne davvero la causa? Se la risposta onesta è che l’uomo può essere responsabile, al più, della propria caduta, allora il concetto di una «colpa del mondo» attribuita alla libertà umana perde la sua base cosmologica.
2. La ristrettezza antropocentrica della soteriologia
Da questa difficoltà discende un secondo problema, di natura più propriamente teologica: la dottrina del peccato originale, proprio perché fa dipendere l’ordine cosmico dalla libertà dell’uomo, produce una soteriologia strutturalmente antropocentrica — se non addirittura geocentrica. La salvezza viene pensata quasi esclusivamente in funzione dell’uomo, mentre il destino dell’universo nel suo insieme resta relegato sullo sfondo, oppure rinviato a un compimento escatologico indefinito. Ne risulta una torsione singolare: la salvezza dell’uomo viene vissuta e proclamata nel presente, mentre il rinnovamento salvifico del creato è spostato nel futuro ultimo, alla fine dei tempi. Questa asimmetria non è priva di conseguenze pratiche: può spiegare, almeno in parte, la difficoltà della Chiesa a offrire un discorso di speranza credibile di fronte alla crisi ecologica, proprio perché la sua stessa grammatica soteriologica non dispone degli strumenti concettuali per pensare la salvezza del creato come creato, e non solo come sfondo della vicenda umana.
3. L’incoerenza logica della colpa ereditaria
Il terzo e più radicale ordine di obiezioni riguarda la struttura stessa del concetto di «peccato originale» come colpa trasmessa. A partire dall’ominizzazione — processo, occorre ricordarlo, graduale e verosimilmente non simultaneo in una singola coppia di individui — il Catechismo insegna che ogni essere umano nasce in uno stato di rottura della relazione con Dio. Ma la teologia contemporanea fatica sempre più a rendere plausibile una simile frattura strutturale nell’ordine della creazione, per almeno due ragioni concorrenti.
In primo luogo, la biologia evoluzionistica rende insostenibile il riferimento letterale ad Adamo ed Eva come coppia storica originaria da cui far discendere, per via ereditaria, uno stato di peccato. In secondo luogo — ed è qui che l’obiezione si fa più stringente sul piano puramente concettuale, prima ancora che scientifico — la coscienza moderna dell’autonomia individuale si oppone strutturalmente a qualunque teoria della colpa ereditaria. Nella grammatica dell’etica moderna, responsabilità e colpa sono per principio intrasferibili: presuppongono una decisione libera e autonoma del soggetto che ne risponde. Uno stato può essere detto colpevole — o, in senso figurato, «peccato» — solo se preceduto da un atto libero del soggetto stesso che lo porta. Ma nessun individuo umano ha deciso liberamente la propria nascita in uno stato di rottura con Dio: tale stato gli è, semmai, precedente e imposto. Il costrutto della colpa ereditaria appare dunque, misurato sul concetto moderno di libertà autonoma, intrinsecamente contraddittorio: chiede di imputare come colpa personale ciò che, per definizione, nessuna persona ha scelto.
È in questo senso preciso — non come semplice rifiuto polemico, ma come verifica di coerenza interna — che si può parlare del peccato originale, nella sua versione ereditaria, come di un «non-concetto», un «ferro di legno»: un’espressione che unisce due termini reciprocamente incompatibili.
4. Che cosa resta, se il concetto cade?
Se si accetta questa diagnosi, si apre immediatamente una domanda di segno opposto: se si abbandona la dottrina del peccato originale come colpa ereditaria trasmessa, come si giustifica ancora la necessità di un ordine di salvezza universale? La tradizione dogmatica ha usato il peccato originale proprio come cardine che rende ragione — insieme — della condizione limitata e bisognosa dell’uomo e dell’universalità dell’offerta salvifica. Rimuovere quel cardine senza sostituirlo rischia di lasciare senza fondamento anche l’annuncio della salvezza come destino comune.
Una via alternativa è quella che sposta l’accento dalla colpa ereditata al riconoscimento: l’uomo non nasce colpevole di una colpa altrui, ma nasce in una condizione di finitudine, di vulnerabilità e di relazionalità originaria che egli può riconoscere, accogliere o rifiutare. Il bisogno di salvezza non deriverebbe, in questa prospettiva, da un evento storico di rottura imputabile a un progenitore, ma dalla struttura stessa della condizione creaturale — finita, esposta al male fisico e morale, bisognosa di essere confermata e compiuta da una relazione che la trascende.
5. Riconoscimento della finitudine e teofania del creato
Per ripensare il peccato originale senza negare l’universalità del bisogno di salvezza, è necessario spostarne radicalmente il fondamento: dalla trasmissione di una colpa alla modalità con cui la creatura assume la propria finitudine.
Il primo punto decisivo consiste nel sottrarre la finitudine alla categoria della colpa. L’essere umano nasce finito perché è creatura, non perché è peccatore. Essere finiti significa essere ricevuti a se stessi: nessuno si dà l’esistenza, nessuno determina le condizioni fondamentali del proprio nascere, nessuno possiede integralmente se stesso.
La creaturalità comporta dunque una struttura originaria di dipendenza, vulnerabilità e relazione. L’uomo riceve l’essere, dipende dagli altri per nascere e diventare se stesso. La creatura è temporale e quindi destinato alla morte; non coincide mai completamente con ciò che desidera essere e può realizzarsi soltanto attraverso relazioni che non controlla interamente.
Tutto questo appartiene alla bontà della creazione. Non è conseguenza di una caduta. La morte biologica, la vulnerabilità e la dipendenza non devono quindi essere immediatamente interpretate come poena peccati. Appartengono innanzitutto alla condizione di una creatura evolutiva, corporea e temporale.
Se la finitudine non è peccato, dove nasce allora il peccato? Precisamente nel rapporto che il soggetto instaura con la propria finitudine. La finitudine non è peccato, ma è peccato il rifiuto della propria finitudine. È questo porta alla possibilità del peccato. L’essere umano scopre di non essere il fondamento di se stesso. Questa scoperta può essere assunta come verità della propria esistenza oppure combattuta.
Nel primo caso la creatura dice implicitamente: Io sono perché mi ricevo; posso essere me stesso senza dover essere il fondamento di me stesso. Nel secondo: Voglio essere da me, per me e attraverso me stesso. Qui acquista un significato nuovo il racconto di Genesi 3. «Sarete come Dio» non descriverebbe anzitutto un episodio mediante il quale due progenitori avrebbero introdotto una modificazione ontologica nella natura umana, ma manifesterebbe la possibilità strutturale della creatura di rifiutarsi come creatura, negando la relazione-a-Dio. Il peccato sarebbe allora il tentativo di trasformare l’essere ricevuto in essere posseduto, la dipendenza in autosufficienza, la relazione in autonomia assoluta: «essere Dio senza Dio».
6. Dal peccato originale alla condizione originaria del peccare
In questa prospettiva occorre distinguere ciò che tradizionalmente viene compreso unitariamente sotto la categoria di «peccato originale». Non ereditiamo propriamente l’atto peccaminoso di Adamo. Ereditiamo — o, più precisamente, nasciamo dentro — una condizione nella quale il peccato diviene universalmente possibile e storicamente già presente. Il bambino non nascerebbe dunque personalmente colpevole. Nasce però all’interno di una realtà caratterizzata contemporaneamente da due dimensioni.
Da una parte vi è la finitudine creaturale: dipendenza, vulnerabilità, corporeità, mortalità, bisogno dell’altro. Dall’altra vi è la storia sedimentata del peccato: strutture di violenza, egoismo, dominio, esclusione, paura, rivalità, disuguaglianza. Qui la dimensione relazionale diventa particolarmente importante. Poiché nessuno nasce come individuo isolato, il male precede ogni singola decisione individuale senza per questo diventare una «colpa personale ereditata». Nasciamo in un mondo già interpretato, già strutturato, già ferito dalle libertà che ci hanno preceduto.
Il «peccato originale» potrebbe allora designare non tanto una colpa che precede il mio atto, quanto una storia di non-riconoscimento nella quale la mia libertà viene alla luce.
Qui si produce la conseguenza teologica forse più importante. Se il problema fondamentale non è una colpa giuridicamente trasmessa, la salvezza non deve essere concepita primariamente come rimozione di un’imputazione. Salvare significa condurre la creatura alla verità del proprio essere.
Cristo salva perché mostra e realizza la forma compiuta dell’esistenza creaturale: un’esistenza che non pretende di possedersi, ma si riceve radicalmente dal Padre e proprio così diviene pienamente se stessa. Il testo di Filippesi 2 diventa particolarmente significativo. La kenosi di Cristo può essere letta come il contrario del gesto adamitico. Adamo vuole «essere come Dio» mediante appropriazione; Cristo, pur essendo en morphē theou, non considera l’essere come Dio qualcosa da trattenere (harpagmos), ma si svuota. Adamo si è appropriato di questa forma divina e lo ha condotto a chiudersi a Dio, agli altri e alla vita. Il nuovo Adamo, invece, riconoscendo come dono la sua forma divina l’ha realizzata come relazione di vita.
Cristo non sarebbe pertanto soltanto colui che ripara qualcosa avvenuto precedentemente. È colui nel quale appare il telos originario della creazione. Questo permette inoltre di sottrarre l’incarnazione a una logica puramente riparativa: Dio non si incarna semplicemente perché Adamo ha peccato. L’incarnazione manifesta ciò verso cui la creazione era orientata fin dall’inizio: la piena comunione del finito con l’infinito. Mentre il paradigma classico partiva da una creazione perfetta che diventa imperfetta per la caduta dell’uomo e in virtù della incarnazione viene redenta e restaurata nella sua integrità, nel paradigma alternativo la creazione finita è compresa in divenire e in evoluzione verso la pienezza della libertà, pur nel rischio della possibilità di non riconoscere la natura divina di cui ogni creatura è portatrice.
La differenza è considerevole. Nel primo modello la salvezza tende ad apparire come ritorno; nel secondo come compimento. Nel primo Cristo riporta l’uomo a una condizione perduta; nel secondo conduce la creazione verso una condizione che non è mai esistita prima. La protologia viene così reinterpretata escatologicamente: il principio non è la perfezione già realizzata, ma la promessa del compimento.
La salvezza non aggiunge dall’esterno qualcosa a una natura autosufficiente. Rivela che la creatura è costituita fin dall’origine dalla relazione con ciò senza del quale essa non è. Perciò si potrebbe spingere ulteriormente la tesi: L’uomo non ha bisogno di Dio perché è peccatore; ha bisogno di Dio perché è creatura. Il peccato consiste precisamente nel rifiuto di questo bisogno costitutivo, mentre la salvezza consiste nel riconoscerlo come la verità positiva del proprio essere.
Questo modifica profondamente il rapporto fra creazione e redenzione. La grazia non interviene semplicemente dopo il peccato. È più originaria del peccato, perché coincide con il fatto stesso che la creatura riceve continuamente il proprio essere. Da qui ne segue una possibile reinterpretazione del «peccato originale» che potrebbe essere reinterpretato distinguendo tre dimensioni:
- originaria è la finitudine, perché appartiene alla creazione;
- storico-originario è il peccato, perché ogni libertà nasce dentro una storia umana già segnata dal misconoscimento della finitudine;
- ancora più originaria è la grazia, perché prima che l’uomo possa accogliere o rifiutare la propria condizione, egli già riceve l’essere da Dio.
Il peccato non è più il punto a partire dal quale comprendere la salvezza. È un momento interno e negativo di una storia molto più ampia: la storia attraverso cui la creatura viene condotta a riconoscere che essere se stessa significa riceversi dall’Altro e, proprio attraverso questa relazione, diventare pienamente se stessa.
In questa prospettiva anche la formula agostiniana inquietum est cor nostrum donec requiescat in te acquista un senso più radicale: l’inquietudine non deriva primariamente da una natura corrotta, ma dalla struttura trascendente della creatura. Ciò che deve essere salvato non è la finitudine; è la pretesa della finitudine di bastare a se stessa. E ciò da cui siamo salvati non è l’essere creature, ma il nostro rifiuto di esserlo.
7. Il peccato originale nella prospettiva del Monismo Relativo
Riconoscere la propria creaturalità significa riconoscere che la realtà finita della creatura è una determinata manifestazione della realtà divina. La creatura è finita, ma ciò di cui essa è costituita non è estraneo a Dio. Essa è una teofania: una forma finita nella quale l’infinito si manifesta senza esaurirsi.
Una certa rappresentazione dualistica della creazione tende a pensare Dio e creatura come due realtà poste l’una di fronte all’altra. Dio è infinito, la creatura finita; Dio è increato, la creatura creata; Dio è necessario, la creatura contingente. Queste distinzioni sono corrette, ma diventano problematiche quando vengono interpretate come se indicassero due sostanze reciprocamente esteriori. Il Monismo Relativo propone invece di distinguere senza separare. La differenza tra Dio e creatura è reale, ma non è la differenza tra due realtà autosussistenti. La creatura non possiede infatti un essere che possa essere collocato accanto all’essere di Dio. Possiamo rappresentare questa intuizione mediante l’esempio numerico: 10 = 5 × 2.
Il 10 rappresenta la realtà divina; il 5 × 2 rappresenta la creatura. Naturalmente l’analogia matematica non pretende di descrivere Dio, ma di rendere visibile una struttura ontologica. 5 × 2 non è un secondo 10 posto accanto al primo; è il 10 secondo una determinata forma di espressione. La creatura è dunque realmente distinta da Dio quanto alla propria forma finita, ma non possiede un contenuto ontologico indipendente dalla realtà divina che la fonda. Per questo la creatura può essere definita teofania di Dio.
A partire da questa prospettiva, il riconoscimento della creaturalità acquista un significato diverso. La creatura si riconosce di non essere Dio secondo la modalità assoluta dell’essere divino (deus), ma riconosce che ciò che è consiste nella manifestazione finita di quella stessa realtà divina (divinitas). La creatura deve pertanto affermare sia che non è Dio, sia che non è altro da Dio. È precisamente questa simultaneità che la categoria del monismo relativo vuole custodire. La formula 5 × 2 = 10 esprime tale paradosso. Il 5 × 2 non può dire semplicemente «io sono 10», perché cancellerebbe la propria determinazione particolare. Ma non può neppure dire «io sono qualcosa di diverso da 10», perché, se venisse sottratto il 10 che esso esprime, non rimarrebbe alcunché. Riconoscere la propria creaturalità significa allora riconoscere la forma finita nella quale la realtà divina si manifesta come ciò che sono.
Questo permette di reinterpretare radicalmente la finitudine. Essere finiti non significa possedere “meno” essere rispetto a Dio, quasi che Dio possedesse una quantità infinita di essere e la creatura soltanto una piccola porzione. La finitudine riguarda piuttosto la forma della manifestazione. Il 5 × 2 è determinato; il 10 può essere espresso anche come 2 × 5, 20 ÷ 2, 8 + 2 e secondo indefinite altre relazioni. Nessuna singola determinazione esaurisce il 10. Analogamente, nessuna creatura esaurisce Dio.
Ogni creatura è una determinata teofania dell’essere divino. Il cosmo nel suo insieme costituisce la pluralità delle forme attraverso le quali l’unico essere si manifesta senza coincidere esaustivamente con nessuna di esse. La finitudine diviene così determinazione dell’infinito senza essere negazione dell’infinito.
Ciò consente di dire qualcosa di apparentemente paradossale: la creatura deve accettare la propria finitudine non per rinunciare alla propria natura divina, ma precisamente per riconoscerla (vere creata et increata). Pretendere di superare la propria finitudine significherebbe infatti rifiutare proprio quella forma concreta nella quale Dio si manifesta in essa.
8. Il peccato come misconoscimento della propria natura teofanica
Il monismo relativo reinterpreta anche il peccato che non consiste innanzitutto nel fatto che una creatura voglia «diventare Dio». Una simile formulazione presuppone infatti che Dio e creatura siano originariamente due realtà separate e che la creatura tenti illegittimamente di appropriarsi di qualcosa che appartiene a un’altra realtà. Dal punto di vista del Monismo Relativo, il problema è più sottile. Il peccato consiste nel non riconoscere la modalità secondo la quale la creatura è divina. L’uomo non pecca perché desidera Dio, ma perché vuole essere Dio assolutamente, cioè senza Dio, anziché riconoscersi come manifestazione relativa dell’Assoluto.
La tentazione di Genesi 3 — «sarete come Dio» — potrebbe quindi essere reinterpretata non come desiderio di «divenire-come-Dio» ovvero nella divinizzazione, ma nel volere trasformare la partecipazione in appropriazione, la relazione in autosussistenza. Il peccato del 5 × 2 sarebbe quello di dimenticare contemporaneamente il proprio essere 5 × 2 e il proprio essere 10. Da una parte può dire: «Io sono soltanto 5 × 2; la mia realtà mi appartiene e sono autosufficiente». Dall’altra potrebbe pretendere: «Io sono semplicemente 10; la mia determinazione finita non conta». Sono due forme opposte della stessa mancanza di riconoscimento.
La prima produce separazione: la creatura si pensa senza Dio. La seconda produce identificazione: la creatura cancella la propria differenza modale da Dio. Il Monismo Relativo mantiene invece entrambe le affermazioni: 5 × 2 è realmente 10;
5 × 2 non esaurisce 10. Questa è la struttura del riconoscimento.
Da questa prospettiva il cosiddetto «peccato originale» può essere ripensato non come colpa ereditata, ma come oblio della propria verità ontologica. L’essere umano nasce come teofania di Dio, ma non nasce con la coscienza pienamente sviluppata di esserlo. Vi è dunque una differenza fondamentale tra essere e riconoscere ciò che si è. Ontologicamente,5 × 2 = 10. Fenomenologicamente, invece:5 × 2 non sa ancora di essere 10.La salvezza non consiste nel trasformare qualcosa che non era divino in qualcosa di divino, ma nel portare la creatura alla coscienza e alla realizzazione di ciò che essa è originariamente.L’uomo non deve conquistare Dio. Deve riconoscere Dio come la profondità costitutiva del proprio essere.
9. Cristo come perfetto riconoscimento
In questo quadro la cristologia acquista un significato particolarmente forte. Gesù Cristo non viene innanzitutto a riparare dall’esterno una natura ontologicamente corrotta. Egli manifesta nella storia che cosa significa essere perfettamente creatura, cioè essere perfettamente trasparenza di Dio. Gesù realizza esistenzialmente ciò che ogni creatura è ontologicamente chiamata a riconoscere. La sua esistenza può essere interpretata come perfetta coincidenza tra finitudine e trasparenza teofanica.
Per questo egli può dire: «Chi ha visto me ha visto il Padre» (Gv 14,9). Questa affermazione non significa che la determinazione umana di Gesù esaurisca Dio. Significa che in lui la determinazione finita non costituisce più un ostacolo alla manifestazione dell’Assoluto. Gesù non cessa di essere 5 × 2 per diventare 10. Egli manifesta pienamente che 5 × 2 è 10 nella forma determinata del 5 × 2.
La sua unicità può allora essere compresa non necessariamente come esclusività ontologica della presenza divina, ma come pienezza del riconoscimento e della trasparenza: ciò che in ogni creatura è ontologicamente vero diventa in Gesù esistenzialmente manifesto. La grazia non rende presente Dio là dove prima Dio era assente. Rende riconoscibile e operante una presenza che precede il riconoscimento stesso. Questo punto è essenziale.
Dio non diventa intimo alla creatura mediante la salvezza. Lo è originariamente. La salvezza consiste nel fatto che la creatura viene resa capace di vivere conformemente a questa intimità ontologica. Potremmo quindi dire che ontologicamente, la creatura è già teofania; gnoseologicamente, deve riconoscersi come teofania; esistenzialmente, deve vivere come teofania; escatologicamente, è chiamata a diventare pienamente trasparente alla realtà divina che la costituisce. La divinizzazione non significa pertanto diventare ciò che non siamo, ma diventare pienamente ciò che siamo.
Anche la croce assume in questa prospettiva un significato particolare. La croce non rappresenta la distruzione della finitudine, ma il punto nel quale viene abbandonata ogni pretesa della creatura di possedersi autonomamente. «Chi perderà la propria vita la salverà» esprime precisamente questa dinamica. Perdere la vita significa rinunciare all’illusione: «Io sono Io; io appartengo a me stesso». La salvezza significa scoprire che «Io sono me stesso proprio perché non sono da me stesso: Io non più io». Nella kenosi, Gesù diventa il Cristo realizza la propria divinità non attraverso l’autoaffermazione, ma attraverso l’auto-donazione. Proprio perché non trattiene se stesso, diventa pienamente trasparente a Dio. La croce mostra dunque che la divinità della creatura non consiste nell’appropriazione dell’Assoluto, ma nella relazionalità radicale.
Possiamo quindi formulare il cuore della proposta. L’uomo non ha bisogno di essere salvato perché la sua finitudine sarebbe una condizione decaduta. Deve essere salvato dal misconoscimento della propria finitudine. E questo misconoscimento possiede due possibilità opposte: considerare la finitudine come separazione da Dio oppure negarla attraverso un’identificazione immediata con Dio. Il Monismo Relativo propone una terza via: Sono finito, ma la mia finitudine non è esterna a Dio. Sono una forma determinata nella quale l’infinito si manifesta. Sono creatura precisamente perché sono teofania. Perciò riconoscere «io sono creatura» e riconoscere «io sono manifestazione di Dio» non costituiscono due movimenti contrari. Sono lo stesso atto di riconoscimento visto da due prospettive. La creaturalità dice la differenza. La teofania dice l’identità. Il Monismo Relativo dice la loro inseparabilità.
10. Una reinterpretazione complessiva del peccato originale
La creatura consiste nella realtà divina secondo una determinazione finita. La creatura deve diventare consapevole di ciò che è. Nel peccato, la creatura si assolutizza nella propria particolarità, dimenticando il 10 di cui consiste. Il peccato è chiusura della manifestazione su se stessa. La salvezza è l’evento in cui la creatura riconosce la propria verità: non cessa di essere finita, ma comprende la propria finitudine come forma relativa dell’Assoluto.
La salvezza non è dunque passaggio dalla creaturalità alla divinità, ma dalla creaturalità inconsapevole della propria sorgente alla creaturalità riconosciuta come teofania. Da questo punto di vista, si potrebbe formulare una tesi centrale del Monismo Relativo: Non siamo salvati dalla nostra condizione creaturale, ma siamo salvati nella nostra condizione creaturale, quando riconosciamo che proprio essa è il modo finito nel quale l’infinito si manifesta. La salvezza non consiste nel cessare di essere 5 × 2 per diventare 10, ma nel riconoscere che 5 × 2 è sempre stato 10, senza che 10 si esaurisca mai nel 5 × 2.
La grazia può essere compresa allora come l’esperienza di un risveglio: il passaggio dall’essere-in-Dio senza saperlo, all’essere-in-Dio sapendolo, accogliendolo e vivendolo. Il peccato è l’oblio di questa verità. Cristo ne è la piena manifestazione; la fede ne è il riconoscimento; la conversione la sua assunzione esistenziale; la divinizzazione il suo progressivo compimento.
In questo senso la formula tradizionale secondo cui l’uomo è creato «a immagine di Dio» può essere radicalizzata: l’immagine non è qualcosa che Dio aggiunge alla creatura, ma è la struttura stessa della creaturalità. Essere creatura significa essere immagine, espressione, manifestazione, teofania dell’Assoluto. Il 5 × 2 non deve diventare 10. Deve diventare pienamente consapevole di essere 10 nella forma irriducibilmente relativa del 5 × 2.
Conclusione
Il peccato originale, così come è tradizionalmente insegnato — una colpa storicamente localizzata nella libertà del primo uomo, trasmessa per via ereditaria a tutta l’umanità, e responsabile dello squilibrio dell’intero ordine cosmico — risulta oggi difficilmente sostenibile su tre fronti convergenti: quello cosmologico, perché la morte e il male fisico precedono l’uomo di miliardi di anni; quello soteriologico, perché produce una salvezza pensata quasi esclusivamente in chiave antropocentrica, incapace di render conto del destino dell’intero creato; e quello logico-morale, perché contraddice il principio, ormai irrinunciabile per la coscienza moderna, secondo cui la colpa presuppone una decisione libera e non può essere ereditata. Non si tratta di negare la realtà del limite, della fragilità o del male nell’esistenza umana, ma di riconoscere che il linguaggio dogmatico del peccato «originale» ed «ereditario» non è più in grado di dar loro forma intelligibile. È compito della teologia indicare un fondamento diverso, e più coerente, per il bisogno umano e cosmico di salvezza. Tale fondamento – secondo il monismo relativo – è la natura cristica del creato.
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[1] Christoph Böttigheimer, “Vom Sinn und Ziel göttlicher Ordnung”, in Christoph Böttigheimer-Alexis Fritz (edd.), Ein sinnvoller Plan Gottes? Von der Theologie des göttlichen Willens, Herder, Freiburg 2023, 90-91.








