
1. Il linguaggio non è uno specchio della realtà
Siamo abitualmente portati a immaginare il processo della conoscenza secondo una successione relativamente semplice: prima vi sarebbe la realtà, poi il pensiero che la comprende e, infine, il linguaggio attraverso cui il pensiero viene espresso. Lo schema sarebbe dunque:
realtà → pensiero → linguaggio
Una simile rappresentazione presuppone che il linguaggio intervenga soltanto alla fine del processo conoscitivo. Le parole sarebbero segni applicati a cose già individuate e a pensieri già costituiti. Prima conosciamo qualcosa, poi troviamo le parole per dirlo.
Una delle intuizioni più feconde di Benjamin Lee Whorf consiste precisamente nell’aver messo in discussione questa concezione. Nel saggio Language, Mind, and Reality, Whorf mostra che ogni lingua incorpora determinati schemi di organizzazione dell’esperienza e, proprio per questo, orienta il modo in cui distinguiamo, classifichiamo e interpretiamo ciò che chiamiamo “realtà”. Il pensiero scientifico occidentale stesso non costituisce un punto di vista linguisticamente neutrale, ma si è sviluppato all’interno delle strutture delle lingue indoeuropee occidentali.
Il linguaggio, dunque, non è semplicemente il vestito esteriore del pensiero. Interviene nella costituzione stessa del nostro mondo significativo. Stabilisce quali differenze diventano rilevanti, quali fenomeni vengono isolati, quali relazioni vengono riconosciute e quali rimangono sullo sfondo.
La questione non riguarda soltanto la linguistica. Essa investe direttamente l’epistemologia e, in ultima analisi, l’ontologia: in che misura ciò che riteniamo appartenere alla struttura della realtà appartiene invece alla struttura del linguaggio attraverso cui la pensiamo?
2. Il linguaggio “ritaglia” il reale
L’esperienza si presenta originariamente come un continuum estremamente ricco. Il linguaggio, invece, lo segmenta. Introduce confini, stabilisce differenze, individua unità e attribuisce loro un nome. Parole apparentemente elementari come “cielo”, “collina”, “palude” sembrano indicare cose semplicemente presenti nella realtà. Eppure, proprio questi esempi mostrano quanto sia complessa l’operazione linguistica. Una collina non possiede necessariamente un confine naturale preciso che permetta di stabilire dove essa cominci e dove finisca; è una variazione di altitudine all’interno della continuità del terreno. E tuttavia il linguaggio la isola dal continuum e la costituisce come qualcosa di cui possiamo dire: “questa collina”. Ogni lingua realizza tale segmentazione dell’esperienza secondo modalità differenti.
Il mondo che diciamo non coincide quindi immediatamente con il mondo che è. Questo non significa che il linguaggio inventi arbitrariamente la realtà. Significa piuttosto che esso opera una selezione e un’articolazione all’interno della ricchezza del reale. Alcune differenze vengono evidenziate, altre trascurate; alcuni processi vengono trasformati in cose, alcune continuità vengono suddivise in entità. Lo schema iniziale deve perciò essere modificato:
realtà → strutturazione linguistica → mondo percepito e pensato
Il linguaggio non crea il reale, ma partecipa alla costituzione del mondo in quanto mondo per noi. Il linguaggio è co-creatore della realtà. Ciò che percepiamo, non è la realtà allo stato puro ma è “realtà” in quanto “percepita”.
3. Quando la grammatica diventa ontologia
Questa considerazione conduce a una conseguenza ancora più radicale: ogni grammatica contiene implicitamente una certa ontologia. Le lingue indoeuropee tendono, per esempio, a privilegiare una struttura fondamentale:
soggetto + verbo = agente + azione
Una tale struttura grammaticale ci abitua a pensare la realtà come composta da cose relativamente autonome che possiedono proprietà e compiono azioni. Ma non è affatto evidente che la realtà possieda sempre questa struttura.
L’esempio del lampo è particolarmente significativo. Siamo portati linguisticamente a distinguere qualcosa che lampeggia dal suo lampeggiare. La struttura della frase richiede un soggetto e un predicato. Eppure, potrebbe non esserci una “cosa” chiamata lampo che successivamente compie l’azione del lampeggiare. Potrebbe esserci semplicemente l’accadere del lampo. Alcune lingue, come l’Hopi studiato da Whorf, possono esprimere fenomeni del genere verbalmente senza dover postulare un soggetto separato dall’evento.
Lo stesso vale per l’onda. Quando diciamo “un’onda”, la grammatica sostantivale ci induce a pensare l’onda come una cosa individuale. Ma ciò che chiamiamo onda è inseparabile dall’ondeggiare dell’acqua. Non vi è prima una cosa chiamata “onda” che successivamente si mette in movimento. Vi è un processo che noi linguisticamente sostantiviamo. L’Hopi, osserva Whorf, può descrivere il fenomeno in termini più processuali, come un accadere dell’ondeggiamento. Qui emerge una questione filosofica decisiva: non dobbiamo confondere la struttura della proposizione con la struttura dell’essere. Soggetto e predicato sono certamente necessari alla grammatica di alcune lingue. Non ne consegue che sostanza e accidente costituiscano necessariamente la grammatica ultima della realtà.
4. Dalla cosa al processo
La questione linguistica conduce così verso un cambiamento di paradigma ontologico. La concezione tradizionale tende a partire dalla cosa. Prima esistono le cose; successivamente esse entrano in relazione, subiscono trasformazioni o compiono azioni. La sostanza possiede pertanto una priorità rispetto alla relazione e al processo. Ma è possibile rovesciare questa prospettiva.
Ciò che chiamiamo “cosa” potrebbe essere una configurazione relativamente stabile all’interno di un processo più vasto. L’identità non sarebbe allora il punto di partenza della relazione, ma uno dei suoi risultati. Non avremmo:
cose → relazioni
ma:
relazioni → configurazioni → cose
Una simile prospettiva permette di comprendere perché il linguaggio sia filosoficamente così importante. Le lingue ci mostrano infatti che la medesima esperienza può essere organizzata secondo categorie sostantivali oppure relazionali. Ciò che una lingua tratta prevalentemente come “cosa” può essere espresso da un’altra come evento, relazione o processo. La sostanza cessa così di essere l’unica possibilità ontologica per dire la realtà.
5. Il primato del pattern
Il passaggio decisivo consiste tuttavia nell’andare oltre le singole parole. Ciò che maggiormente struttura il pensiero non è infatti il vocabolario, ma il sistema delle relazioni grammaticali all’interno del quale le parole acquistano significato.
Il significato di una parola non è contenuto integralmente nella parola stessa. Dipende dalla frase, dal contesto, dalle relazioni con altri elementi linguistici. Per questo Whorf può sostenere che nel significato il riferimento costituisce la parte minore, mentre il pattern, cioè la configurazione strutturale, rappresenta la parte maggiore. Una parola isolata possiede infatti un significato largamente indeterminato che si determina solo a partire dal sistema o struttura. È la struttura nella quale viene collocata a determinarne concretamente il senso. La conseguenza filosofica è importante: il significato non appartiene anzitutto all’elemento, ma alla relazione.
Un elemento significa in quanto occupa una determinata posizione all’interno di una configurazione. Possiamo rappresentare questa dinamica nel modo seguente:
termine ← relazione → termine
La relazione non è semplicemente qualcosa che interviene dopo la costituzione dei termini. È ciò che permette ai termini di acquistare una determinazione. Da qui emerge una tesi più generale: la relazione può precedere logicamente i suoi termini.
6. Dal linguaggio a una ontologia relazionale
A questo punto la riflessione linguistica si apre necessariamente alla metafisica. Se nel linguaggio gli elementi acquistano significato attraverso le relazioni, possiamo domandarci se qualcosa di analogo non accada nella realtà stessa. Forse ciò che chiamiamo “enti” non costituisce il livello ultimo del reale. Forse gli enti emergono da configurazioni relazionali più fondamentali. Gli “enti” in questa prospettiva relazionale sono “eventi”. Avremmo allora una significativa corrispondenza:
elementi linguistici ← relazioni linguistiche
e
enti reali ← relazioni costitutive
Naturalmente non è possibile dedurre un’ontologia dalla grammatica. Sarebbe illegittimo concludere che, poiché il linguaggio funziona secundum relationem, la realtà debba necessariamente possedere la medesima struttura. Ma il linguaggio può almeno liberarci dall’illusione opposta: quella di ritenere evidente che il mondo sia costituito originariamente da sostanze individuali.
La riflessione sul linguaggio svolge pertanto una funzione critica. Mostra che alcune delle categorie che abbiamo trasformato in strutture ontologiche universali potrebbero dipendere, almeno in parte, dalle modalità attraverso cui abbiamo imparato a parlare e quindi a pensare. La realtà può allora essere immaginata non come un magazzino di cose, ma come un campo di relazioni dal quale emergono configurazioni relativamente stabili.
7. Linguaggio, coscienza e realtà
Il rapporto tra linguaggio e mondo, dunque, è più intimo di quanto si possa pensare. La tesi, secondo cui il linguaggio crea la realtà, non appare più assurdo. Certamente, il linguaggio (logos) che crea la realtà non si riduce ai linguaggi (logoi) delle nostre descrizioni linguistiche. Noi siamo questi linguaggi ed esprimiamo il logos creatore della realtà non come osservatori collocati al di fuori del cosmo. Siamo parte del mondo che conosciamo. La nostra coscienza, il nostro corpo, il nostro linguaggio sono essi stessi eventi del mondo. Per questo il rapporto tra realtà e linguaggio non può essere lineare. Non basta dire né che linguaggio → realtà o realtà → linguaggio. Occorre piuttosto pensare una reciprocità o circolarità tra realtà, coscienza, linguaggio e interpretazione della realtà. La realtà rende possibile la coscienza; la coscienza produce strutture simboliche; tali strutture ritornano sulla realtà organizzandone l’esperienza che definisce la realtà. La conoscenza non è dunque né pura ricezione né pura costruzione. È relazione.
8. I patterns della mente e i patterns del reale
È proprio a questo livello che la riflessione può compiere un ulteriore passo. Le strutture linguistiche potrebbero non essere soltanto costruzioni arbitrarie. Potrebbero riflettere, in maniera parziale e sempre correggibile, strutture più profonde della realtà. Linguaggio, matematica e musica sono patterned relations, relazioni strutturate:. manifestazioni particolarmente significative di un ordine nel quale la relazione precede l’isolamento degli elementi. L’ipotesi può essere espressa mediante una triplice correlazione: pattern linguistici ↔ pattern mentali ↔ pattern reali
Il linguaggio si collocherebbe così in una posizione intermedia. Da una parte appartiene alla coscienza; dall’altra emerge da una coscienza che appartiene essa stessa al mondo. Non si tratta quindi di immaginare una corrispondenza perfetta tra linguaggio e realtà. Al contrario, il linguaggio può deformare il reale proprio perché ne seleziona soltanto alcuni aspetti. Ma questa possibilità di deformazione presuppone anche una possibilità di correzione: possiamo confrontare linguaggi diversi, modificare le nostre categorie e costruire nuovi sistemi simbolici. La conoscenza diventa così un processo incessante di de-costruzioneeri-costruzionedei nostri modi di articolare il reale.
9. La pluralità delle lingue come esercizio di de-assolutizzazione
Da questa prospettiva, la pluralità delle lingue acquista un significato epistemologico molto più profondo. Imparare un’altra lingua non significa semplicemente acquisire parole differenti per indicare le medesime cose. Significa entrare, almeno parzialmente, in un diverso modo di articolare l’esperienza. Ogni lingua illumina alcuni aspetti del reale e ne lascia altri sullo sfondo. Nessuna può pertanto pretendere di identificare definitivamente la propria grammatica con la grammatica dell’essere. La pluralità linguistica esercita così una funzione di de-assolutizzazione.
Ciò che nella nostra lingua appare necessario può rivelarsi contingente quando viene confrontato con un’altra struttura linguistica. Ciò che sembrava appartenere alla natura stessa delle cose può apparire come una particolare modalità culturale di organizzare l’esperienza. Babele può allora essere interpretata non soltanto come dispersione, ma anche come possibilità. La molteplicità delle lingue impedisce a una sola visione del mondo di assolutizzarsi.
E questa pluralità possiede anche un significato antropologico. Lo studio di lingue profondamente diverse mostra sistemi di straordinaria complessità, coerenza e bellezza anche presso culture che l’Occidente ha storicamente considerato “primitive”. La diversità linguistica diventa così un’esperienza concreta di fraternità umana e di superamento dell’etnocentrismo.
10. Dalla pluralità delle lingue alla pluralità delle religioni
La riflessione sulla pluralità linguistica può essere estesa alla pluralità delle religioni. Come imparare un’altra lingua non significa semplicemente acquisire parole differenti per indicare le medesime cose, così incontrare un’altra religione non significa semplicemente incontrare un diverso vocabolario per parlare del medesimo Dio. Significa entrare, almeno parzialmente, in un diverso modo di articolare l’esperienza del reale, dell’Assoluto e dell’esistenza umana.
Le religioni, infatti, non si limitano ad attribuire nomi differenti a una medesima realtà previamente conosciuta. Esse costituiscono sistemi simbolici complessi attraverso i quali l’essere umano interpreta la propria esistenza e il mistero nel quale essa è inscritta. “Dio”, “Brahman”, “Śūnyatā”, “Dao”, “Allah” non sono semplicemente termini intercambiabili appartenenti a dizionari religiosi differenti. Ciascuno appartiene a una determinata «grammatica» religiosa, cioè a una rete di narrazioni, simboli, pratiche, esperienze, riti e forme di vita attraverso cui il reale viene articolato.
Come accade nel linguaggio, dunque, il significato non risiede nel termine isolato, ma nel pattern di relazioni nel quale esso è inserito. Non comprendiamo che cosa significhi “Dio” semplicemente consultando la definizione del termine. Lo comprendiamo all’interno di una costellazione nella quale compaiono creazione, alleanza, promessa, peccato, grazia, incarnazione, croce, risurrezione, Spirito. Analogamente, non possiamo comprendere Brahman separandolo da ātman, māyā, mokṣa e dalle differenti interpretazioni che di tali relazioni offrono le tradizioni hindu.
La pluralità religiosa assume allora un significato epistemologico analogo a quello della pluralità linguistica. Ogni religione rende visibili alcuni aspetti del mistero del reale e ne lascia altri sullo sfondo. Non perché tutte dicano semplicemente la stessa cosa con parole diverse, ma proprio perché articolano diversamente l’esperienza dell’Assoluto. La differenza religiosa non deve essere troppo rapidamente ricondotta all’identità: essa può possedere un valore conoscitivo proprio perché costringe ciascuna tradizione a scoprire ciò che la propria grammatica rende difficile vedere.
L’incontro con un’altra religione può così rivelare come contingente ciò che all’interno della propria tradizione appariva necessario. Distinzioni che sembravano appartenere alla struttura stessa del reale possono manifestarsi come il risultato di una particolare articolazione simbolica e concettuale. Persino categorie apparentemente fondamentali come “Dio”, “creazione”, “incarnazione”, “persona”, “salvezza”, “rivelazione” o “religione” non possono essere semplicemente assunte come categorie universali e poi applicate indistintamente a tutte le tradizioni.
La pluralità delle religioni esercita perciò una funzione di de-assolutizzazione. Ma occorre precisare immediatamente che ciò che viene de-assolutizzato non è l’Assoluto, bensì la pretesa di una determinata articolazione umana dell’Assoluto di coincidere senza residui con l’Assoluto stesso. Possiamo esprimere questa distinzione in forma schematica:
Assoluto ≠ rappresentazione dell’Assoluto
e, di conseguenza:
Dio ≠ il nostro concetto di Dio.
Una religione è assoluta quanto al suo riferimento senza che debba esserlo quanto alla forma storica, linguistica e concettuale attraverso cui quel riferimento viene espresso. La trascendenza di Dio implica precisamente che Dio eccede ogni determinazione mediante la quale una tradizione religiosa lo comprende (deus semper maior). Da questo punto di vista, la pluralità religiosa non costituisce necessariamente un problema che la teologia dovrebbe riuscire a eliminare. Potrebbe essere considerata, almeno in parte, una condizione positiva della conoscenza religiosa. Come la molteplicità delle lingue impedisce che una singola grammatica venga identificata con la grammatica dell’essere, così la molteplicità delle religioni impedisce che una singola grammatica religiosa venga identificata immediatamente con il mistero stesso di Dio.
Il racconto di Babele e della confusione delle lingue rappresenta la logica dell’unità che si infrange, non per far nascere il caos, ma per rendere possibile la pluralità delle sue forme e quindi la de‑assolutizzazione delle forme. A Babele la moltiplicazione delle lingue non è una punizione, ma una rivelazione: mostra che nessuna grammatica può pretendere di essere la grammatica del mondo. Ogni lingua diventa una prospettiva, un modo di articolare il reale, e proprio per questo nessuna può più assolutizzarsi.
Allo stesso modo, la pluralità religiosa non è un incidente della storia, ma la manifestazione che l’Assoluto non si lascia catturare da una sola grammatica teologica. Ogni tradizione è una forma di dire Dio, una sintassi dell’Infinito, e proprio per questo nessuna può più identificare la propria rappresentazione con l’Assoluto stesso. Così, come Babele relativizza la pretesa di una lingua unica, la pluralità religiosa relativizza la pretesa di una immagine unica di Dio: l’Assoluto eccede ogni grammatica, e la molteplicità delle grammatiche è la prova della sua inesauribilità.
La differenza, allora, non è semplicemente ciò che separa. Può diventare ciò che interrompe l’autoreferenzialità. L’altra religione introduce una discontinuità nella coincidenza tra ciò che credo di Dio e Dio stesso. Proprio perché l’altro dice diversamente l’Assoluto, mi costringe a distinguere tra Dio e il mio modo di dire Dio.
Ciò non conduce necessariamente al relativismo. Il relativismo affermerebbe che tutte le interpretazioni sono equivalenti perché nessuna può avanzare una pretesa di verità. La de-assolutizzazione sostiene qualcosa di diverso: ogni tradizione può e deve avanzare pretese di verità, ma deve farlo riconoscendo che la verità alla quale si riferisce eccede la forma nella quale essa viene compresa e formulata. La pluralità non elimina quindi la verità; impedisce piuttosto di confondere la verità con il nostro possesso della verità.
Questo principio acquista un significato particolarmente forte per il cristianesimo. Se Dio è veramente trascendente, nessuna formulazione teologica può esaurirlo. E se Dio si comunica storicamente, tale comunicazione viene necessariamente ricevuta attraverso linguaggi, culture, simboli e categorie determinate. La rivelazione non elimina la mediazione: la assume. Proprio per questo la fede cristiana può confessare la verità di ciò che le è stato rivelato senza dover sostenere che la propria forma storica di comprensione esaurisca il mistero che le si è rivelato.
La pluralità religiosa può allora diventare un principio ermeneutico interno alla stessa fede. L’altro non è soltanto colui al quale devo comunicare ciò che già possiedo. Può diventare colui attraverso il quale scopro aspetti del mistero che la mia particolare grammatica religiosa non mi permetteva ancora di vedere. L’incontro interreligioso non comporta necessariamente una diminuzione dell’identità; può produrre una sua trasformazione e un suo approfondimento. Come la traduzione tra lingue differenti non elimina la lingua materna ma ne rende visibili possibilità e limiti prima inconsapevoli, così il confronto tra religioni può permettere a ciascuna tradizione di comprendere più profondamente se stessa proprio attraverso l’alterità dell’altra.
La pluralità religiosa possiede infine anche un significato antropologico. Tradizioni che per secoli sono state classificate attraverso categorie come idolatria, superstizione o religione primitiva possono manifestare, quando vengono comprese dall’interno, una straordinaria complessità simbolica, filosofica e spirituale. L’incontro con esse diventa allora un esercizio di superamento non soltanto dell’etnocentrismo, ma anche di quello che potremmo chiamare teocentrismo confessionale, vale a dire la tendenza a identificare immediatamente la propria comprensione di Dio con Dio stesso.
La pluralità delle religioni potrebbe essere compresa, in questa prospettiva, non semplicemente come un dato storico da tollerare, né come un ostacolo provvisorio destinato idealmente a scomparire, ma come un esercizio permanente di trascendenza: essa ricorda a ogni religione che l’Assoluto è sempre più grande della forma attraverso cui viene confessato.
Se la pluralità delle lingue ci insegna che il mondo eccede sempre il modo in cui lo diciamo, la pluralità delle religioni potrebbe insegnarci qualcosa di ancora più radicale:
Dio eccede sempre il modo in cui diciamo Dio. E proprio per questo l’altra religione non costituisce necessariamente una minaccia alla verità della mia fede. Può diventare il luogo nel quale mi viene ricordato che la verità che confesso è più grande della confessione con cui la esprimo.
11. Dalla sostanza alla relazione
La questione del linguaggio (logos) e della religione (re-ligio) conduce infine a una trasformazione più generale del nostro modo di pensare. Se una parola è ciò che è grazie alle relazioni nelle quali è inserita, possiamo domandarci se anche un ente non sia ciò che è grazie alla rete di relazioni che lo costituisce. La metafisica classica tendeva spesso a pensare secondo la sequenza:
identità → relazione
Prima qualcosa è ciò che è; successivamente entra in relazione con altro. Un’ontologia relazionale suggerisce invece:
relazione → identità
o, più precisamente:
campo relazionale → determinazione → identità
La relazione non elimina la differenza. Al contrario, la rende possibile. I termini non vengono dissolti nella relazione: vengono costituiti come termini determinati proprio attraverso di essa. Identità e la correlata differenza sono rese possibili dalla relazione. La realtà appare allora non come una molteplicità di sostanze chiuse in se stesse, ma come una trama nella quale ogni identità emerge all’interno di una configurazione più ampia.
Conclusione. Il linguaggio come esercizio di modestia metafisica
La riflessione sul linguaggio conduce infine a una forma di modestia metafisica. Le categorie attraverso cui pensiamo il mondo non coincidono necessariamente con la struttura ultima del mondo. “Cosa”, “soggetto”, “azione”, “spazio”, “tempo”, “causa”, “identità” sono strumenti potentissimi attraverso cui organizziamo l’esperienza, ma proprio perché appartengono anche ai nostri sistemi linguistici dobbiamo evitare di trasformarli troppo rapidamente in determinazioni assolute dell’essere.
Il linguaggio nasconde e rivela nello stesso tempo. Nasconde perché ritaglia, seleziona e stabilizza il flusso del reale. Rivela perché proprio attraverso queste articolazioni la realtà diventa intelligibile. Non possiamo abbandonare completamente il linguaggio per contemplare il mondo da un impossibile punto di vista esterno. Possiamo però diventare consapevoli dei nostri schemi, confrontarli con altri e imparare a non identificare la nostra particolare articolazione del reale con il reale stesso. È forse questo il risultato filosoficamente più fecondo della riflessione sul rapporto tra linguaggio, mente e realtà: il mondo eccede sempre il modo in cui lo diciamo.
E tuttavia proprio questa eccedenza non rende inutile il linguaggio. Lo mantiene aperto. Se nessuna parola esaurisce il reale e nessuna grammatica coincide definitivamente con la grammatica dell’essere, allora pensare significa continuamente imparare a dire diversamente.
Il linguaggio cessa così di essere soltanto uno strumento per parlare della realtà e diventa un luogo nel quale la realtà viene incessantemente articolata, disarticolata e nuovamente compresa. E forse proprio quando il linguaggio diventa consapevole dei propri limiti può svolgere la sua funzione più alta: non rinchiudere il reale nelle nostre categorie, ma mantenerci aperti alla sua inesauribile profondità.
Sospeso nella sua pretesa di assolutezza, il linguaggio non è eliminato, ma attraversato fino a diventare trasparente nell’esercizio della contemplazione. È come guardare un arcipelago dall’alto: le isole appaiono separate, autonome, delimitate — così come le parole, le immagini religiose, le categorie culturali sembrano ritagliare il reale in frammenti distinti. Ma questa separazione è solo superficiale. Nella profondità dell’oceano, le isole sono un’unica massa terrestre, intimamente connessa, parte di una stessa struttura che la superficie non mostra.
La contemplazione opera esattamente questo passaggio: ci permette di vedere le “isole” del mondo — le cose, gli eventi, le forme — non più come entità separate, ma come emanazioni di una stessa profondità ontologica, radicate nell’Assoluto. E poiché lo sguardo contemplativo è sub specie Dei, non ci colloca fuori dal mondo, ma dentro il modo stesso in cui Dio vede il mondo: uno sguardo che non separa, non ritaglia, non stabilizza, ma lascia essere. Così, pur non potendo abbandonare il linguaggio, possiamo attraversarlo fino al punto in cui esso non nasconde più, ma custodisce la verità del mondo nel suo donarsi. La realtà non appare “nuda”, ma appare nella sua unità profonda, come ciò che emerge dall’oceano dell’Essere (pelagus divinus) e rimane intimamente connesso in Dio. In questo senso, la contemplazione è l’unico luogo in cui la verità del mondo può essere colta: non come oggetto separato, ma come l’Assoluto che affiora in forme molteplici.









