La relazione come principio originario

Introduzione

La tradizione metafisica occidentale ha per lo più pensato l’essere a partire dalla sostanza: prima i termini, autosufficienti e compiuti in se stessi, poi — eventualmente — le relazioni che li collegano. Questo saggio intende rovesciare tale impostazione, sostenendo una tesi più radicale: la relazione non è un predicato accidentale che sopraggiunge a unire entità già costituite, ma è essa stessa il principio originario da cui identità, differenza e alterità derivano come sue modalità interne. Per sostanziare questa tesi, il saggio si confronta con quattro figure che, in modi diversi e non sempre convergenti, hanno pensato l’essere come struttura relazionale: Giovanni Scoto Eriugena, Niccolò Cusano, Georg Wilhelm Friedrich Hegel ed Emmanuel Lévinas.

1. La critica del paradigma sostanzialistico

Il paradigma sostanzialistico presuppone che A e B esistano indipendentemente l’uno dall’altro, e che solo in un secondo momento si instauri tra loro una relazione. Questa impostazione, tuttavia, genera un’aporia strutturale: se A e B sono già pienamente determinati nella loro indipendenza, non si vede come possano entrare in relazione senza che tale ingresso alteri la loro presunta autosufficienza. La relazione, in altri termini, o è già presupposta nella costituzione dei termini — e allora non è affatto “seconda” — oppure resta inspiegabile come evento che sopraggiunge dall’esterno a modificare ciò che per definizione non doveva essere modificabile.

La via d’uscita proposta qui consiste nell’invertire l’ordine di fondazione: non A e B rendono possibile la relazione, ma è la relazione R a costituire A e B come suoi poli. Formalmente: non “A + relazione + B”, ma “R → (A, B)”. I termini sono funzioni e modi della relazione, non sue precondizioni.

2. Eriugena: la processione come struttura relazionale dell’essere

Nel Periphyseon, Eriugena articola la realtà attraverso lo schema delle quattro nature — ciò che crea e non è creato, ciò che crea ed è creato, ciò che è creato e non crea, ciò che non crea e non è creato — ma il nucleo speculativo più rilevante per la nostra tesi è la dottrina della processione (processio) e del ritorno (reditus). Dio non è per Eriugena una sostanza isolata che successivamente produce il mondo come suo altro da sé: la creazione è piuttosto l’autoesplicitazione di Dio, il modo in cui l’infinito si articola in molteplicità pur restando identico a sé come auto-relazione assoluta. La distinzione tra Creatore e creato non è quindi la giustapposizione di due sostanze, ma un movimento relazionale interno all’unico principio che si manifesta. In questo senso, l’ontologia eriugeniana anticipa l’idea che l’alterità (il creato in quanto altro da Dio) non sia una scissione ma una modalità con cui la relazione assoluta emerge e si dispiega — esattamente lo schema per cui l’alterità è una modalità della relazione e non fuori di essa.

3. Cusano: la coincidentia oppositorum come relazione originaria

Niccolò Cusano radicalizza questo impianto con la dottrina della coincidentia oppositorum. In Dio, massimo assoluto, gli opposti coincidono non perché si annullino a vicenda, ma perché la loro stessa opposizione è resa possibile da un principio che li precede e li include. L’infinito (deus) e il finito (deus creatus), l’uno e il molteplice, non sono termini che si oppongono da posizioni già date: la loro differenza (formale) è essa stessa il modo in cui l’assoluto si lascia pensare. Cusano offre così un modello formale rigoroso per l’idea che la differenza non interrompa la relazione ma ne sia un’espressione: gli opposti o termini (A e B) non sono differenti “e poi” in relazione, sono differenti perché la relazione (la coincidenza nell’assoluto) li fa essere tali nella loro identità. È significativo che per Cusano ogni cosa finita sia una “contrazione” dell’infinito: ciò implica che l’identità di ogni ente singolare non sia mai chiusura in sé, ma sempre rimando relazionale al principio che la contrae.

4. Hegel: la relazione come movimento dialettico dell’essere

È tuttavia in Hegel che la tesi trova la sua elaborazione sistematica più esplicita. Nella Scienza della Logica, l’identità non è mai postulata come dato immediato: la sezione sulla “Dottrina dell’Essenza” mostra come identità, differenza e opposizione (Widerspruch) siano determinazioni riflessive che si generano reciprocamente. Per Hegel, dire che qualcosa è identico a sé significa già averlo distinto implicitamente da altro; l’identità pura, priva di ogni riferimento alla differenza, è una vuota tautologia priva di contenuto. L’identità, pertanto, rimanda all’alterità. La differenza, a sua volta, non è la mera esteriorità di due termini indifferenti, ma emerge come articolazione interna dello stesso movimento che pone l’identità. Il celebre principio per cui “la verità è l’intero” non indica una totalità sommativa di parti preesistenti, ma un processo relazionale — la dialettica — che genera i suoi momenti nell’atto stesso di articolarli e superarli (Aufhebung). Quanto Hegel non ha pensato è che la dialettica originaria è relazione, cioè che l’Assoluto è la Relazione. La relazione (il movimento dialettico) non collega termini dati, ma li genera come suoi momenti necessari.

5. Lévinas: l’alterità come eccedenza e la relazione come precedenza etica

Se Hegel rischia di ricondurre l’alterità a un momento interno riassorbibile nella totalità del Concetto, Lévinas introduce un correttivo decisivo. In Totalità e infinito, l’Altro non è un polo che si lascia sintetizzare in un sistema comune all’io: il volto dell’altro eccede ogni tentativo di totalizzazione, resiste alla riduzione a categoria. Questa eccedenza, tuttavia, non nega la tesi relazionale: la rafforza, mostrando che la relazione (il rapporto etico faccia a faccia) precede ontologicamente la costituzione dei termini che vi entrano. Per Lévinas, il soggetto stesso si costituisce nella responsabilità verso l’altro, cioè nella relazione, non prima di essa. È proprio questa lezione che permette di correggere una possibile deriva idealistica dell’ontologia relazionale: l’alterità non deve essere pensata come momento subordinato che l’identità riassorbe in sé (come talvolta accade nella lettura totalizzante di Hegel), ma come eccedenza che la relazione stessa custodisce e non annulla. L’alterità è condizione di possibilità dell’identità, non sua minaccia — ma proprio per questo essa non si lascia mai interamente tradurre nei termini dell’identico e questo è possibile per la priorità assoluta della relazione sui suoi termini.

6. Sintesi teorica: la relazione come principio e i suoi rischi speculativi

Dalla lettura congiunta di queste quattro posizioni emerge una tesi comune, pur nella diversità dei linguaggi e delle epoche: l’essere non è anzitutto sostanza isolata ma struttura di rimando, un “tra” più originario dei “che cosa” che vi si costituiscono. Eriugena e Cusano offrono il modello teologico-metafisico della processione e della coincidenza degli opposti; Hegel ne fornisce l’articolazione logico-dialettica rigorosa; Lévinas introduce la correzione etica necessaria a impedire che la relazione, pensata come principio assoluto, si risolva in una totalità (A = A) che assorbe l’alterità (A = B) anziché custodirla.

Questa sintesi permette di riformulare con maggiore precisione la tesi originaria: identità, differenza e alterità sono modalità della relazione, ma la relazione stessa deve essere pensata come una struttura che genera i suoi poli — che li costituisce senza ridurli a momenti pienamente trasparenti a sé. La relazione è originaria, ma la sua originarietà non implica la scomparsa della differenza nell’identico.

Conclusione

Se si accoglie questa prospettiva, la domanda metafisica classica — “che cos’è l’essere?” — deve essere riformulata come domanda su quale relazione fa essere ciò che è. L’identità non è più il punto di partenza dell’indagine ontologica, ma il suo risultato; la differenza non è scarto tra entità già date, ma articolazione interna dell’unico movimento relazionale; l’alterità, infine, non è né minaccia da neutralizzare né momento da riassorbire, ma eccedenza che la relazione rende possibile e insieme rispetta. In questo senso, da Eriugena a Lévinas, passando per Cusano e Hegel, si delinea — pur in tensione interna — una linea di pensiero coerente: la relazione non è un supplemento dell’essere, ma il suo principio.

XXV Domenica – anno A

La parabola dei lavoratori nella vigna, nel capitolo 20 del Vangelo secondo Matteo, tocca profondamente il nostro immaginario religioso. Gesù mette a confronto due modi di vivere la religione: due modi di pensare Dio e di vederci “davanti” a Dio.

Da un lato c’è il sistema religioso del merito, in cui si deve conquistare l’amore di Dio attraverso sforzi, prestazioni e meriti morali. È la religione del “me lo sono guadagnato”, del “ho fatto abbastanza”, del “io ora merito la ricompensa”.

Dall’altro lato c’è il modo con cui Gesù ci parla di Dio Padre. Al centro dell’attenzione non c’è ciò che “io” debba fare per conquistare Dio. Al centro ci sono i nostri bisogni e Dio che li vuole colmare. La grazia non è un premio per i più bravi, non è l’assegnazione di un premio “Oscar” della religione.  

Nel sistema del mercato – o degli Oscar – ci sono candidati, nomination, finalisti. Solo pochi arrivano al premio finale. E troppo spesso, come cattolici battezzati, pensiamo a noi stessi come candidati a questi Oscar divini: accumuliamo opere, lucriamo indulgenze, facciamo sacrifici, come se dovessimo convincere Dio a darci la grazia e farci vincere.

Ma se la grazia fosse una questione di merito, non sarebbe per tutti. Se invece è un dono per chi ne ha bisogno, basta aprire la mano e riceverla. La grazia è ciò che Dio ci concede per vivere, giorno dopo giorno.

Gli operai della parabola sono tutti inattivi, fermi nella piazza del mercato, in attesa che qualcuno li assuma. La piazza è il luogo del mercato: acquirenti e venditori che scambiano beni, valutano il valore, cercano il vantaggio. E in ogni scambio, spesso, qualcuno inganna l’altro per ottenere un affare migliore. È un sistema di compra-vendita. È il sistema in cui viviamo 24/h.

È sorprendente che nella parabola sia il proprietario a uscire personalmente per assumere operai. Non manda dei caporali a reclutare manodopera, come accade ancora per lavori agricoli stagionali come per la raccolta dei pomodori. Gesù modifica volutamente il dettaglio: vuole mostrare l’urgenza e la passione con cui Dio in persona si muove verso l’uomo. Niente caporalato ma diretto coinvolgimento.

Il proprietario, il Signore – il Dio di Gesù – capovolge il sistema del mercato. Non contratta, non valuta, non seleziona. Todos, todos, todos. Gli operai delle cinque del pomeriggio sono i più marginali: nessuno li ha ritenuti idonei, adeguati, degni. Sono invisibili. Sociologicamente: no person. Eppure, anche a loro il proprietario dice: «Andate anche voi nella mia vigna».

Quando pensi che sei giunto alla sera della vita, che la tua vita non abbia più valore, che le possibilità siano finite, che sei arrivato alla fine, c’è ancora Qualcuno che ti vede, che ti riconosce, che crede in te. E ti prende.

La paga concordata è la paga giusta. Ma come viene calcolata la “paga giusta”. Si può calcolarla in due modi: Guardando le ore di lavoro, lo sforzo compiuto nella giornata, osservando la equa distribuzione tra tutti. Guardando l’insieme e calcolando tutto secondo il più e il meno.

Ma si può anche calcolarla, tenendo presente ciò che serve a ciascuno per vivere quel giorno. Ai tempi di Gesù la paga era giornaliera: non si accumulava, si riceveva ciò che serviva per arrivare a sera. Ciascuno aveva il diritto di ricevere “tutto” ciò che gli serviva per vivere in quel giorno. Nell’“oggi”.

E così accade. Alla fine della giornata lavorativa, il proprietario ordina di pagare i lavoratori iniziando dagli ultimi. E sia gli ultimi sia i primi ricevono la stessa somma. Cioè tutto ciò che serve per vivere.

Immaginate la gioia degli ultimi. E guardate il volto dei primi.

I primi protestano: «Questi ultimi hanno lavorato solo un’ora, e tu li hai messi alla pari con noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo». Parlano secondo la logica del mercato: si vende la propria forza lavoro, si negozia la paga, si sospetta che il proprietario inganni, si teme di essere pagati meno di quanto si meriti. Al centro ci sono “io”.

Ma il proprietario risponde: «Amico mio, non ti sto ingannando…».

È davvero sorprendente che nel Vangelo di Matteo la parola “amico” compaia solo tre volte. E tutte e tre le volte è pronunciata in situazioni di crisi, dove emerge la distanza tra la logica di Dio e la logica religiosa degli uomini.

  1. Nella parabola dei lavoratori della vigna
    (Mt 20,13): il padrone chiama “amico” il lavoratore della prima ora che protesta perché gli ultimi hanno ricevuto la stessa paga.
  2. Nella parabola del banchetto nuziale
    (Mt 22,12): il re chiama “amico” l’uomo senza abito nuziale, che si è introdotto senza accogliere il dono della festa. Considerando “privilegio” ciò che è un “invito”.
  3. Nel Getsemani (Mt 26,50): Gesù chiama “amico” Giuda, proprio nel momento del tradimento, cioè quando Giuda pensa di trattare “Gesù” secondo calcolo e guadagno.

Ed è proprio a loro che Gesù dice: “amico”. Non perché approvi il loro comportamento, ma perché vuole disinnescare la logica che li imprigiona. «Non vi chiamo più servi, ma amici».  «Il mio modo di pensare non è il vostro, la mia logica, il mio logos, non è simile al vostro. Le vostre vie non sono le mie vie».

Il dono della grazia è dato a todos, todos, todos. Un Dio che può essere ricevuto solo da chi non pretende di meritarlo, non perché sia “degno”, ma sono bisognoso di ciò che gli serve per vive nell’oggi. Chi lo riceve così, come dice la Colletta iniziale, è “lieto solo” di portare frutti buoni.

Non credo al credo – Rito senza vita. Risposta a Grillo

Ringrazio Andrea Grillo (https://www.cittadellaeditrice.com/munera/la-pratica-domenicale-e-cio-che-sta-a-monte-in-dialogo-con-gamberini-e-ferrario/) per la sua disponibilità a dialogare su quanto esposto in un mio precedente articolo (https://www.settimananews.it/lettere-interventi/dove-dite-che-io-sia-in-dialogo-con-grillo-e-ferrario). Andrea Grillo entra in dialogo con me a proposito della crisi della pratica cultuale domenicale. Io sostengo che la diminuzione della partecipazione al culto, tanto protestante quanto cattolico, sia in realtà un problema secondario rispetto a una questione che si colloca «più a monte»: il modo stesso in cui viene pensata e vissuta la relazione con Dio.

Nella mia prospettiva – cosiddetta “post-teista” – , tanto il culto protestante centrato sulla Parola quanto quello cattolico centrato sul Sacramento rischiano di essere interpretati secondo uno schema nel quale Dio si trova «di fronte» all’essere umano e viene raggiunto mediante determinate mediazioni religiose. Il problema più radicale sarebbe invece quello di riconoscere un originario essere «in-Dio», che precede logicamente — non necessariamente cronologicamente — ogni parola, rito e istituzione religiosa.

Grillo mi contesta precisamente questa priorità dell’«a monte». Richiama, a questo proposito, un significativo precedente storico. Nel 1913 il benedettino M. Festugière pubblicò un libro allora discusso nel quale difendeva la mediazione liturgica contro due orientamenti che, sebbene molto diversi, gli sembravano convergere nella sua svalutazione: il liberalismo protestante e una certa impostazione gesuitica.

Curiosamente, nel dibattito contemporaneo le posizioni sembrano quasi essersi rovesciate: sono io come teologo gesuita a insistere sull’originarietà dell’esperienza rispetto alle mediazioni, mentre il teologo evangelico Fulvio Ferrario appare più vicino alla tradizionale valorizzazione cattolica della mediazione ecclesiale, liturgica e linguistica.

Per articolare la propria obiezione, Grillo si richiama significativamente a Karl Rahner. In opere come Geist in Welt e Hörer des Wortes, Rahner pensa l’essere umano nella sua apertura trascendentale all’Essere e alla possibile autocomunicazione di Dio. Ma questa struttura trascendentale non elimina la dimensione recettiva, storica e categoriale dell’esistenza: l’uomo giunge a sé stesso attraverso il mondo, la parola, la storia, il corpo e, teologicamente, attraverso le mediazioni della Parola e del Sacramento.

Grillo può quindi sostenere che nessuno di noi è semplicemente «immediato». Siamo sempre già inseriti in linguaggi, pratiche, relazioni sociali e tradizioni ecclesiali che ci formano. Non possiamo collocarci idealmente «a monte» delle mediazioni, perché noi stessi siamo costituiti anche «a valle» di esse.

Da qui deriva la tesi centrale che Grillo mi rivolge: Parola e Sacramento non sarebbero semplicemente espressioni successive di un’esperienza religiosa già compiuta anteriormente. Appartengono invece alla costituzione concreta dell’esperienza cristiana.

La metafora dell’«a monte», pertanto, rischierebbe di essere fuorviante. La crisi della pratica domenicale non potrebbe essere risolta rinviando a un livello più originario della relazione con Dio, perché Parola e Rito non sono aggiunte «esterne» a un’esperienza religiosa precedente: contribuiscono a costituire quella stessa esperienza.

1. Distinguere due livelli di esperienza

A questo punto replico, precisando meglio la mia posizione. L’alternativa non è necessariamente tra esperienza immediata ed esperienza mediata, tra «a monte» e «a valle», come se fosse necessario scegliere l’una contro l’altra. Il problema riguarda piuttosto la distinzione tra dimensione trascendentale e dimensione categoriale dell’esperienza: centrale per comprendere la teologia di Rahner.

Un parallelo illuminante viene dal dibattito contemporaneo sulla mistica interreligiosa. La domanda è: esiste un’esperienza mistica originaria o «pre-religiosa» che possa costituire il fondo comune delle diverse esperienze mistiche, oppure ogni esperienza di Dio, del nirvāṇa, del Brahman, del vuoto, ecc. è integralmente determinata dal linguaggio e dalla tradizione religiosa del soggetto mistico?

Il contestualismo o costruttivismo insiste sul secondo polo: non incontriamo mai un «x» religioso allo stato puro, perché ogni esperienza è condizionata da memoria, linguaggio, aspettative, categorie cognitive, pratiche e tradizioni (Steven T. Katz). Il perennialismo, al contrario, tende a riconoscere al di sotto delle differenti interpretazioni religiose un nucleo esperienziale comune (Walter T. Stace).

La distinzione tra trascendentale e categoriale consente di evitare l’alternativa secca tra immediato e mediato. L’esperienza trascendentale non è una particolare esperienza religiosa accanto alle altre. Non possiede un contenuto determinato che possa essere isolato e descritto indipendentemente dalla cultura. È piuttosto la condizione di possibilità di ogni esperienza categoriale: l’apertura originaria mediante la quale il soggetto è già oltre sé stesso e radicalmente riferito all’orizzonte dell’Essere e del Mistero.

Per questo può essere detta «im-mediata»: non perché l’uomo possa possederla in forma pura, separandola dal linguaggio, dal corpo o dalla storia, ma perché essa non deriva dalle mediazioni categoriali; ne costituisce la condizione di possibilità.

L’analogia della luce può chiarire questa distinzione. La dimensione trascendentale è come la luce, mentre le determinazioni religiose categoriali sono come i colori. Noi non vediamo mai la luce se non nelle cose illuminate e nei colori; e tuttavia non possiamo per questo identificare la luce con uno dei colori attraverso i quali essa si manifesta.

Si può dunque concedere a Grillo una parte importante della sua obiezione: l’uomo comprende sé stesso e interpreta la propria apertura originaria sempre attraverso mediazioni. Parole, riti, simboli, tradizioni, corporeità e istituzioni sono inevitabili. Non esiste una coscienza religiosamente «nuda».

Ma da questo non segue che ciò che viene espresso attraverso tali mediazioni sia integralmente prodotto da esse.

Qui occorre distinguere accuratamente fondazione trascendentale e determinazione categoriale. Il linguaggio religioso determina il modo nel quale interpreto e tematizzo la mia relazione al Mistero; non necessariamente costituisce l’apertura al Mistero in quanto tale.

Di conseguenza, gli attributi appartenenti alla forma categoriale dell’esperienza non possono essere automaticamente trasferiti alla sua struttura trascendentale. Il fatto che io dica «Dio», «Trinità», «nirvāṇa» o «Brahman» appartiene già al livello della determinazione religiosa e culturale dell’esperienza.

2. Una possibile sintesi

Il dissenso tra me e Grillo potrebbe allora essere formulato in maniera più precisa. Grillo teme un’immediatezza senza mediazione; io intendo invece affermare una originarietà che precede la mediazione senza escluderla.

Non si tratta dunque di contrapporre esperienza e mediazione, né di dichiarare semplicemente «superati» Parola e Sacramento. Si tratta di stabilire il loro statuto. Parola e Sacramento costituiscono la forma cristiana, storica e categoriale dell’esperienza del Mistero; non necessariamente costituiscono il Mistero come orizzonte trascendentale nel quale l’essere umano già esiste. Nel mio articolo, facevo notare che il “teismo” appartiene a questa dimensione categoriale e non a quella trascendentale.

Nel suo interessante saggio La fede scomparsa. Cristianesimo e problema del credere (Morcelliana, Brescia 2023), Adriano Fabris si interroga proprio di questa esperienza immediata, cioè della fides qua, in virtù della quale l’uomo intuisce – secondo Fabris – che l’irruzione dell’Altro è quello di «un Dio unico, personale, che per primo a sua volta vuol essere in relazione con l’essere umano attraverso un atto di rivelazione»[1].

Tale descrizione “teistica” della fides qua mi sembra ingiustificata. L’esperienza originaria «dal basso» (come di Fabris) ovvero «a valle» (con la terminologia di Grillo), in cui mi scopro preceduto, coinvolto e costituito dalla relazione, può essere compresa ed espressa in vari altri modi. L’interpretazione teistica della dimensione ultima e incondizionata della relazionalità è una tra le possibili. Che il fondamento ultimo dell’esistenza coincida con un Dio personale ontologicamente distinto dal mondo, che crea il mondo, entra in relazione con esso e agisce su di esso, qualifica apofanticamente la rivelazione dell’Oltre ma non lo giustifica nel suo carattere apofatico. Il problema non consiste pertanto nel negare la fides quae (rito, Parola, sacramento, norme etiche), bensì nel riconoscere che la configurazione teistica è categoriale, mediata e non trascendentale.

Per questo l’enfasi sul “Tu” o sulla “alterità” di Dio –che alcuni avversari del post‑teismo rivolgono al sottoscritto (Antonio Staglianò, in primis), accusandomi di dissolvere il Mistero nell’impersonale – non è corretta. Tale obiezione, infatti, non colpisce il post-teismo che afferma il carattere trans-personale del Mistero, per cui Dio non si dissolve nell’im-personale. Inoltre non colpisce almeno quella forma di post‑teismo che è il Monismo Relativo, dove l’Assoluto (x) viene inteso come relazione con l’umano/cosmo (x + y), senza che vi sia un’unità indifferenziata che assorbe ogni differenza e ogni relazione. Anzi, l’equazione del Monismo Relativo afferma chiaramente la differenza (x, y) ma non l’equipara alla separazione. Comunque, è una differenza «in» Dio (x = x + y). Per questo condivido quanto Grillo afferma a proposito dell’umana ricezione che non è una «aggiunta esterna» all’esperienza di Dio ma interna.

In questo senso si potrebbe correggere la metafora spaziale dell’«a monte» e dell’«a valle». Il trascendentale non sta temporalmente prima del categoriale, come se prima facessimo esperienza pura di Dio e successivamente la rivestissimo di parole e riti. Trascendentale e categoriale sono simultanei, ma non per questo identici. L’uno è la condizione di possibilità, l’altro la sua concretizzazione storica.

La questione della pratica domenicale ritorna allora sotto una luce diversa: non se abbiamo bisogno di mediazioni, ma se determinate mediazioni continuino effettivamente a mediare ciò di cui sono mediazioni. La crisi del culto potrebbe quindi non dimostrare la scomparsa dell’apertura al Mistero, ma segnalare una crisi delle forme categoriali attraverso le quali le Chiese hanno storicamente interpretato, espresso e celebrato tale apertura. È precisamente in questo senso che la questione che ho posto rimane «più a monte»: non fuori o prima della mediazione, ma al livello del fondamento che rende possibile ogni mediazione e rispetto al quale ogni mediazione religiosa deve continuamente verificare la propria capacità di essere ancora trasparente e significativa.

Ciò non significa che basti cambiare la nostra idea di Dio per tornare a considerare valida la possibilità della fede: si tratterebbe di ricadere nuovamente in quel pregiudizio teorico che caratterizza da tempo, con tutti i suoi limiti, l’indagine sia filosofica che teologica[2]. Significa, invece, che il teismo può anche scomparire senza che scompaia la fede. Forse ciò che sta scomparendo non è necessariamente la fides qua. Potrebbe stare scomparendo una determinata configurazione della fides quae. La modernità scientifica, la nuova cosmologia, la coscienza evolutiva, il pluralismo religioso e la trasformazione dell’immagine dell’essere umano hanno reso progressivamente meno plausibile, per molti, una rappresentazione di Dio come ente supremo separato dal mondo, collocato metaforicamente “fuori” o “sopra” di esso e capace di intervenire causalmente al suo interno.

Se questa rappresentazione viene identificata con la fede stessa, la crisi del teismo diventa inevitabilmente crisi della fede. Ma tale identificazione è precisamente ciò che dovrebbe essere dimostrato. Potrebbe verificarsi, invece, anche il contrario: la trasformazione della fides quae potrebbe diventare necessaria per salvaguardare la possibilità contemporanea della fides qua.


[1] Fabris, La fede scomparsa, 119.

[2] Fabris, La fede scomparsa, 9, nota 4.

Introduzione

Il rapporto tra fede e scienza viene tradizionalmente narrato attraverso il paradigma dello scontro: da una parte l’autorità ecclesiastica, custode della rivelazione; dall’altra la ricerca scientifica, impegnata a conquistare la propria autonomia epistemica. Il caso Galileo, e in particolare il confronto con il cardinale Roberto Bellarmino, è diventato l’emblema storiografico di questa narrazione conflittuale. La memoria liturgica, celebrando oggi sia Roberto Bellarmino che Ildegarda di Bingen, ci aiuta ad accostare alla vicenda galileiana la figura di Ildegarda di Bingen e la sua nozione di viriditas, per scoprire così un modo diverso di pensare il rapporto tra scienza e fede.

1. Bellarmino: la prudenza ermeneutica

Roberto Bellarmino non va semplicisticamente ridotto al ruolo di oscurantista antiscientifico. Nella lettera a Paolo Antonio Foscarini del 1615 egli riconosce esplicitamente che, qualora fosse stata fornita una «vera dimostrazione» del moto della Terra attorno al Sole, sarebbe stato necessario procedere «con molta considerazione» nell’interpretare i passi scritturali apparentemente contrari a tale tesi. Questa affermazione, spesso trascurata dalla vulgata che identifica Bellarmino con il semplice dogmatismo, contiene un principio ermeneutico di grande rilievo: la Scrittura non può essere legittimamente contrapposta a una verità dimostrata con certezza. Il limite del cardinale non risiede dunque in un rifiuto di principio della scienza, ma nella valutazione — storicamente comprensibile, per lo stato delle prove disponibili nel 1615 — che tale dimostrazione non fosse ancora stata raggiunta. Bellarmino rappresenta così il primo momento del nostro percorso: la necessità che l’interpretazione teologica non ignori ciò che la conoscenza della natura è realmente in grado di provare, unita a una cautela metodologica che, a posteriori, si è rivelata storicamente inadeguata ma che nel suo impianto logico resta tutt’altro che irrazionale.

2. Galileo: l’autonomia dei linguaggi

Galileo compie un passo ulteriore rispetto a Bellarmino, non limitandosi a chiedere prudenza interpretativa ma rivendicando una distinzione di principio tra gli ambiti di competenza di natura e Scrittura. Nella Lettera a Cristina di Lorena egli formula il celebre principio secondo cui l’intento dello Spirito Santo sarebbe insegnare «come si vadia al cielo, e non come vadia il cielo». Natura e Scrittura, per Galileo, provengono entrambe da Dio, ma costituiscono due libri scritti in linguaggi differenti: quello matematico-geometrico del mondo fisico e quello simbolico-salvifico della rivelazione. Il conflitto, in questa prospettiva, nasce sempre da una indebita sovrapposizione: quando un sapere pretende di occupare il campo dell’altro, imponendo il proprio metodo dove non è pertinente. Galileo rivendica così la legittima autonomia dell’indagine scientifica, sottraendola alla tutela diretta dell’autorità teologica. È il principio che, nel Novecento, verrà ripreso nella formula sintetica «alla scienza il come, alla fede il perché»: una soluzione pacificatrice, ma — come si vedrà — non ancora definitiva.

3. Ildegarda: la viriditas come unità del reale

Se Bellarmino insegna la prudenza e Galileo l’autonomia, Ildegarda di Bingen (1098-1179) permette di compiere un terzo passo, apparentemente arretrando nel tempo ma in realtà anticipando un’esigenza contemporanea. Ildegarda non separa gli ambiti: la sua nozione di viriditas — il “verdeggiare”, la forza vitale e fecondante che percorre l’intero creato — descrive una realtà in cui corpo, natura, cosmo e vita spirituale appartengono a un’unica trama vivente. Il divino, in questa visione, non è un principio esterno che interviene occasionalmente sul mondo naturale, né un’autorità che deve arbitrare i confini tra i saperi: è piuttosto qualcosa che si lascia intravedere nella vitalità stessa del reale. Ildegarda, naturalmente, non praticava la scienza nel senso moderno del termine; ma la sua intuizione impedisce di pensare Dio e natura come due territori reciprocamente impermeabili, ricomponendo ciò che la distinzione moderna dei linguaggi rischia di separare in modo troppo netto.

4. Dalla separazione all’integrazione

I tre momenti descritti possono essere letti come una sequenza dialettica. Bellarmino segnala il rischio di un’interpretazione scritturale che ignori le acquisizioni della conoscenza naturale. Galileo risolve questo rischio distinguendo con nettezza i piani. Ma la sola distinzione, se assolutizzata, produce un nuovo problema: il mantenimento di due mondi separati, la Scrittura che parla di salvezza e la natura che parla di meccanismi, senza più alcun punto di contatto. È precisamente qui che la prospettiva di Ildegarda torna utile, non come regressione premoderna ma come correttivo: dopo aver distinto i linguaggi, è necessario tornare a vedere l’unità della realtà che quei linguaggi descrivono da angolature diverse.

La scienza contemporanea, con la sua immagine di un universo evolutivo, relazionale e profondamente interconnesso — dalla cosmologia alla biologia evolutiva alle scienze della complessità — rende oggi ancora più urgente questo passaggio. Una teologia che si limitasse a sovrapporre all’universo scientificamente descritto un secondo mondo soprannaturale, oppure che utilizzasse Dio per colmare le lacune esplicative non ancora raggiunte dalla scienza (il classico “Dio dei buchi”), ripeterebbe l’errore di fondo che la distinzione galileiana avrebbe dovuto scongiurare. La viriditas offre invece una metafora contemporanea alternativa: Dio non è ciò che comincia dove finisce la spiegazione scientifica, ma la profondità inesauribile di una realtà che vive, diviene e genera relazioni. La scienza studia questa realtà nei suoi processi e nelle sue strutture; la fede la contempla nella sua profondità ultima e nel suo significato. Non sono due mondi, ma due sguardi sull’unico mondo.

5. Verso un quarto momento: unità nella differenza

Questo percorso apre a una possibile quarta tappa, che potremmo chiamare, con linguaggio filosofico-teologico contemporaneo, un monismo relativo: non un ritorno a un monismo indifferenziato che confonda i piani (l’errore che Galileo aveva giustamente corretto), ma un’unità nella differenza, in cui la distinzione dei linguaggi resta valida e necessaria senza tuttavia implicare la separazione ontologica dei mondi. In questa cornice, il divino non è un’entità aggiunta al mondo né un principio che compete con le spiegazioni naturali sullo stesso piano causale, ma la dimensione di senso e di profondità che la realtà stessa, nel suo continuo “verdeggiare”, rende percepibile.

Conclusione

Da Bellarmino si può imparare la prudenza ermeneutica: nessuna interpretazione teologica può ignorare ciò che la conoscenza della natura dimostra realmente. Da Galileo si eredita l’autonomia della ricerca: i linguaggi di natura e Scrittura non vanno confusi né subordinati l’uno all’altro. Da Ildegarda si riceve infine la capacità di ricomporre ciò che è stato giustamente distinto, riconoscendo che fede e scienza incontrano, da prospettive differenti, un’unica realtà. Superare gli steccati tra fede e scienza non significa dunque tornare a confonderle, ma riconoscere che il compito del nostro tempo — dopo la fase del conflitto storico e dopo quella della separazione metodologica — è quello dell’integrazione: non riportare Dio dentro le lacune lasciate aperte dalla scienza, ma riscoprire il mondo stesso, nella sua vitalità e nella sua complessità, come luogo autentico della domanda su Dio.

Nota bibliografica essenziale: R. Bellarmino, Lettera a P.A. Foscarini (1615); G. Galilei, Lettera a Cristina di Lorena (1615); Ildegarda di Bingen, Scivias e Physica, per la nozione di viriditas.

Il Monismo relativo: oltre la tautologia

1. Il punto di partenza: l’identità assoluta

“Dio è Dio” sembra una tautologia vuota, una identità assoluta, ma il monismo relativo la scompone logicamente in soggetto e predicato: Dio¹ (il soggetto che pone) e Dio² (il predicato posto). Anche nell’identità più assoluta, cioè, è implicita una minima struttura relazionale — un Dio che si pone come proprio predicato, che si “ri-ad-presenta” per potersi affermare. È l’idea che anche la pura autoidentità presuppone una distinzione interna. Questa distinzione interna non “esclude” il “non-Dio” ma lo include come predicato (logos) di Dio.

2. Il rovesciamento: la kenosi

Da questa distinzione interna scatta il passaggio decisivo: “Dio = non-Dio”. È il concetto teologico di kénosis (dal greco “svuotamento”) — l’idea, di matrice paolina ma qui radicalizzata in chiave speculativa, che Dio si nega, si spoglia di sé, esce da sé. Il fine di questa negazione non è il compimento di un Dio mancante di qualcosa. Così compreso Dio, sarebbe la fine di Dio. Il fine o Punto Omega è l’intima relazione con il cosmo. Questo “farsi altro da sé” viene identificato con il mondo: Dio che si nega diventando ciò che non è Dio, cioè la creazione, il finito, l’altro-da-sé. Tale identificazione non è né assoluta (Dio = mondo), né esclusiva (Dio = uomo Gesù). Il monismo afferma il passaggio da un’identità puramente logica (Dio = Dio) a un evento ontologico (Dio che si fa mondo – incarnazione – negandosi, ponendosi in relazione al mondo). Non è panteismo, ma è pan-en-teismo. L’identificazione, inoltre, non è esclusiva, poiché la creatura Gesù è intimamente connessa con il cosmo.

3. La ricomposizione: identità relativa

Se Dio¹ (il soggetto originario) e Dio² (l’esito della kenosi, il mondo) sono in qualche modo ancora lo stesso Dio — Dio¹ = Dio² — allora si arriva alla formula finale: “Dio = mondo”, ma non come identità assoluta e immediata (panteismo ingenuo), bensì come identità relativa: Dio = Dio + mondo. Cioè Dio non si esaurisce nel mondo, ma neppure ne resta semplicemente separato: il mondo è compreso dentro l’identità di Dio come sua auto-negazione/auto-espressione, senza che Dio smetta di essere anche se stesso oltre a questo (panenteismo) .

Il senso complessivo

La struttura è tipicamente dialettica (vicina a Hegel, ma anche a temi cusaniani e a certa teologia kenotica novecentesca, es. Pareyson): l’identità pura non può restare statica, deve negarsi per potersi affermare pienamente; ma la negazione (il farsi mondo) non distrugge l’identità originaria, la manifesta, trasformandola da identità astratta e vuota a identità concreta che include la propria alterità. Dio “diventa” mondo (per Cusano il mondo è deus creatus) senza semplicemente “essere” mondo: da qui la distinzione, cruciale nello schema, tra identità assoluta (=) e identità relativa (Dio = Dio + mondo). Dio né si accresce, né si aliena nella kénosis, ma si manifesta ovvero “appare” per quello che è.

Dove dite che io sia?

Leggendo gli interventi di Fulvio Ferrario (https://www.settimananews.it/chiesa/suicidio-del-protestantesimo/) e Andrea Grillo (https://www.settimananews.it/liturgia/le-chiese-tendano-al-suicidio-dialogo-fulvio-ferrario/), condivido la diagnosi di una crisi profonda della pratica ecclesiale, ma mi domando se il problema non debba essere collocato ancora più a monte. Il punto decisivo, a mio avviso, non è anzitutto che le persone non vadano più al culto evangelico o alla messa cattolica. È che per un numero crescente di uomini e donne il luogo (dove) nel quale il culto viene celebrato e la parola che in quel luogo viene proclamata (cosa e chi) non sembrano più avere qualcosa di decisivo da dire alla loro vita.

Possiamo certamente parlare, con Ferrario, di “autosecolarizzazione”. E possiamo altrettanto giustamente insistere, con Grillo, sul fatto che la pratica liturgica non sia una semplice osservanza, ma una forma di vita: un modo di abitare il tempo, il corpo, la comunità e il mondo. Ma resta una domanda precedente: che cosa accade quando quella forma non viene più percepita come capace di interpretare l’esistenza?

Non basta dire che la Chiesa è convocata dalla Parola. La crisi attuale della fede è anche la crisi di un circolo ermeneutico autoreferenziale che è presente sia nel cattolicesimo che nel protestantesimo. La Bibbia è vera perché Dio la rivela, Dio la rivela perché è la Sua verità; il dogma è vero perché lo dice la Chiesa, la Chiesa lo dice perché è vero. Anche il libro di Paolo Ricca, Dio. Apologia (Claudiana 2022), mostra come da questo circolo non sia possibile uscire senza essere considerati “fuori” dalla fede.

Tuttavia, la crisi contemporanea ha reso visibile il carattere parziale se non aporetico di questo circolo, aprendo alla possibilità di una comprensione diversa: si esce dal circolo nella consapevolezza che “siamo-già-in-Dio”. La Parola di Dio rivela ma non rende possibile questa esperienza.

Occorre chiedersi se ciò che chiamiamo “Parola di Dio” venga ancora effettivamente sperimentato come parola che parla oppure viene vissuta come parola aliena, “extra nos”. La Scrittura può essere proclamata ogni domenica con assoluta fedeltà liturgica e tuttavia non raggiungere l’esistenza concreta di chi ascolta, specialmente nel suo centro più segreto dove Dio dimora. Non perché la Scrittura abbia cessato di avere qualcosa da dire, ma perché può essersi spezzata la mediazione ermeneutica che permette alla parola antica di diventare parola presente.

Qui vedo il problema più urgente. Non siamo soltanto davanti a una crisi della frequenza, ma a una crisi della significatività della fondazione di fede.

Lo stesso vale per lo spazio ecclesiale. La chiesa-edificio è stata per secoli uno dei luoghi nei quali una società interpretava simbolicamente se stessa: nascita e morte, festa e lutto, colpa e riconciliazione, paura e speranza, finitudine e trascendenza trovavano lì parole, immagini, silenzi, gesti. Oggi una parte considerevole dell’esistenza umana viene interpretata altrove. Le persone cercano significato nella psicologia, nell’arte, nella musica, nella scienza, nell’impegno sociale, nella meditazione, nella natura, nelle nuove forme di spiritualità e persino negli spazi digitali. Il problema non consiste semplicemente nel fatto che hanno “abbandonato la chiesa”. È che la chiesa ha perso il monopolio, e spesso persino la centralità, nell’interpretazione simbolica dell’esistenza.

Per questo dietro all’espressione eclatante come “suicidio» protestante (per difetto) o cattolico (per distorsione), misurato sulla partecipazione domenicale, c’è qualcosa che riguarda – invece – il fenomeno di una trasformazione molto più radicale che coinvolge sia le chiese che la società. Anche se riuscissimo a raddoppiare il numero dei partecipanti, non avremmo ancora risolto la questione fondamentale: che cosa viene loro detto? E quale Dio viene detto in quella parola?

Qui la questione post-teista diventa, a mio giudizio, inevitabile.

Una parte consistente della predicazione cristiana continua, infatti, a utilizzare spontaneamente una rappresentazione teistica: Dio è pensato come un soggetto supremo distinto dal mondo, che dall’esterno crea, parla, comanda, interviene, premia, punisce, ascolta e talvolta modifica il corso degli eventi. Questa grammatica ha strutturato per secoli l’immaginario cristiano. Ma per molti contemporanei essa non costituisce più l’orizzonte spontaneo nel quale comprendono la realtà.

La difficoltà, allora, non si risolve semplicemente proclamando con maggiore convinzione la stessa parola. Occorre domandarsi attraverso quale grammatica simbolica, cosmologica e antropologica quella parola possa nuovamente diventare udibile.

Questo non significa sostituire il Vangelo con lo spirito del tempo. Significa prendere sul serio ciò che il cristianesimo ha sempre fatto quando ha attraversato una trasformazione culturale: distinguere il Vangelo dalle forme storiche nelle quali esso è stato espresso. La Parola di Dio non coincide con una determinata cosmologia, metafisica o immagine di Dio. Proprio perché la Parola eccede ogni sua formulazione storica, può e deve essere nuovamente interpretata.

La domanda, pertanto, non è soltanto: come riportare le persone alla Parola? È anche: come liberare la Parola da quelle forme che impediscono ormai di ascoltarla?

Analogamente, la domanda liturgica non può essere soltanto: come restituire centralità alla domenica? Occorre chiedersi: che cosa deve diventare una chiesa perché un uomo o una donna contemporanei possano entrarvi e percepire che lì è in gioco qualcosa che riguarda radicalmente la loro esistenza nel XXI secolo?

Forse le nostre chiese dovrebbero tornare a essere anzitutto luoghi di soglia: luoghi nei quali l’essere umano possa sostare davanti al mistero della propria esistenza; luoghi di silenzio prima ancora che di spiegazione, di ascolto prima ancora che di prescrizione, di interrogazione prima ancora che di risposta. Luoghi nei quali la Scrittura non venga semplicemente letta perché prevista dal lezionario, ma venga fatta risuonare dentro le grandi domande contemporanee.

A quel punto anche la liturgia potrebbe essere riscoperta non come il residuo rituale di una società religiosa scomparsa, ma come esercizio di trasformazione dello sguardo.

Ed è qui che collocherei la questione comune sollevata da Ferrario e Grillo. Certamente dobbiamo domandarci perché i cristiani non partecipino più all’assemblea domenicale e quale qualità abbia la partecipazione di coloro che ancora vi prendono parte. Ma prima ancora dobbiamo avere il coraggio di formulare una domanda più inquietante: se domani le nostre chiese tornassero improvvisamente piene, avremmo davvero qualcosa da dire agli uomini e alle donne del XXI secolo che permetta loro di vedere diversamente se stessi, il mondo e Dio?

La crisi della pratica potrebbe essere, allora, il sintomo di una crisi più profonda e insieme l’occasione di una trasformazione. Non si tratta semplicemente di salvare il culto dalla secolarizzazione. Si tratta di riscoprire perché esista il culto: perché l’essere umano possa interrompere l’ovvietà del quotidiano e riconoscere, nel pane, nella parola, nel silenzio, nell’altro e nel mondo, una profondità che normalmente non vede.

La questione decisiva non è dunque soltanto quanti entrano nelle nostre chiese. È che cosa può accadere a chi vi entra.

Se nulla può accadere, il problema non è che le chiese siano vuote.

Il problema è che, prima ancora di svuotarsi di persone, rischiano di essersi svuotate di significato.

Questo sposta nettamente il confronto dalla questione della crisi della pratica e ad un suo recupero a quello della crisi della rilevanza di una Parola di Dio e al bisogno urgente di una sua trasformazione ermeneutica e simbolica.

Stabat

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo stavano presso la croce di Gesù, sua madre, la sorella di sua madre Maria madre di Cleopa e Maria di Magdala. Gesù allora vedendo la madre e accanto a lei, il discepolo che egli amava disse alla madre Donna, ecco tuo figlio poi disse al discepolo ecco tua madre Ed è e da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.

Parola del Signore

La sequenza con cui abbiamo iniziato questa liturgia cantava: Stabat Mater dolorosa.

Maria stava. E questo verbo – stare – ritorna con forza nel Vangelo di Giovanni. Il Vangelo non dice che Maria comprendeva. Non dice che riusciva a dare un senso a ciò che stava accadendo. Il Vangelo dice semplicemente che stava.

Ci sono momenti nella nostra vita in cui non possiamo far altro che “stare”. È capitato a tutti: andare in ospedale a visitare una persona cara. Dopo le parole inevitabili – spesso più di convenienza che di verità – arriva quel momento di silenzio, un po’ scomodo, in cui non sappiamo più cosa dire. E proprio lì, piano piano, in modo dolce e costante, nasce il desiderio di restare. In quei momenti ci affidiamo allo stare come alternativa al comprendere.

Il senso non lo si dà con le spiegazioni: lo si dà corporalmente, stando accanto al letto, tenendo una mano, senza dire nulla. E questo accade anche nella nostra vita quotidiana. Può capitare una sera, tardi, prima di coricarti: non capisci perché ti stia succedendo ciò che stai vivendo. Eppure, il corpo comprende. Il corpo sa. Ti siedi. Stai. E lasci che quella sorgente di vita, anche a tarda notte, possa bisbigliare qualcosa dentro di te.

La lettera agli Ebrei dice che Gesù «imparò l’obbedienza da ciò che patì». Anche qui c’è un verbo che parla dello stare: imparare. Gesù imparò a stare. A non scendere dalla croce, a non fuggire. Imparò a restare, come un albero con radici profonde e nascoste.

C’è poi un terzo elemento nella scena evangelica di oggi. Oltre allo stare e all’imparare, c’è qualcosa di più profondo: la conseguenza dello stare. Se avete notato la dinamica della scena: è ciò che nasce quando siamo capaci di restare. «Gesù, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio”». Dove erano rivolti gli occhi della madre? A Gesù. Dove erano rivolti gli occhi di Giovanni? A Gesù.

Quando stiamo male, cerchiamo di radicarci in questo sguardo altrui. Ma Gesù è talmente radicato nel Padre da compiere un gesto inaudito: distoglie lo sguardo della madre da sé e lo rivolge verso Giovanni. «Ecco tuo figlio». E distoglie lo sguardo di Giovanni da sé e lo rivolge verso la madre. «Ecco tua madre». Nello “stare” nasce il distacco: la capacità di non aggrapparsi, di non trattenere, di non chiudersi nel proprio dolore. È un distacco che genera vita.

Concludo con una frase che porto con me ogni volta che l’acqua arriva alla gola, quando la tentazione di fuggire è forte. Sono parole di Timothy Radcliffe: «Noi dobbiamo amare le persone in modo che esse siano libere di amare gli altri più di noi».

Gesù si distacca da chi amava, e proprio in questo permette alla madre di generare di nuovo un figlio: «Ecco tuo figlio». E permette al discepolo di trovare una madre: «Ecco tua madre». Chiediamo allora allo Spirito il dono della contemplazione: di essere capaci di stare, anche nel dolore, perché così il dolore diventi fecondo, generatore di amore liberante.

Uno spettro della credenza contemporanea

Lettura sociologica e teologica della credenza attuale


1. Introduzione: la crisi del binarismo credente/non credente

Il grafico oggetto di questo saggio propone una rappresentazione dello spazio delle posizioni religiose e spirituali contemporanee come un continuum cromatico, che va dal blu (atei convinti) all’arancione-marrone (credenti convinti), passando per una zona centrale grigia esplicitamente denominata “terra di mezzo della spiritualità”. Il titolo — Senso, Fondamento, Ragione — non è decorativo: individua le tre categorie ermeneutiche attorno a cui, storicamente, si è costruita la domanda religiosa occidentale. Il “senso” rinvia alla dimensione esistenziale-fenomenologica (perché vale la pena vivere, cosa significa l’esperienza umana); il “fondamento” rinvia alla dimensione ontologico-metafisica (cosa sorregge l’essere, cosa spiega l’esistenza del mondo); la “ragione” rinvia alla dimensione epistemico-argomentativa (che cosa è razionalmente sostenibile credere).

Il valore euristico di questo schema sta proprio nel suo rifiuto della dicotomia netta ateismo/teismo che ha dominato tanto l’apologetica teologica quanto la polemica del “nuovo ateismo” nei primi anni Duemila. Al suo posto, il grafico propone un asse continuo, popolato da categorie intermedie — nones, agnostici, spirituali senza religione, credenti culturali, credenti incerti — che la sociologia della religione ha progressivamente messo a fuoco negli ultimi tre decenni, in particolare a partire dagli studi di Grace Davie sul “believing without belonging” e di Linda Woodhead sulla frammentazione post-confessionale della fede in Europa.

2. I due poli: “Universo” e “Il Dio”

Agli estremi dell’asse compaiono due nozioni-limite che meritano attenzione filosofica prima ancora che sociologica.

“Universo” al polo ateo non designa semplicemente l’assenza di Dio, ma la sostituzione dell’orizzonte trascendente con un orizzonte immanente autosufficiente: l’universo fisico-naturale come totalità esplicativa ultima, senza bisogno di un fondamento esterno a sé. È la posizione che la teologia chiama, con linguaggio tecnico, naturalismo metafisico: non tanto negazione polemica di Dio, quanto ridondanza dell’ipotesi Dio rispetto a un mondo che si spiega (o si presume si spieghi, in linea di principio) per cause immanenti.

Il Dio”, al polo opposto, è formulato con un articolo determinativo enfatizzato in corsivo — una scelta grafica non casuale. Non “un dio” generico, né “il divino” diffuso, ma il Dio: entità singolare, personale, determinata, tipicamente riconducibile ai monoteismi rivelati (ebraismo, cristianesimo, islam). La differenza tra “Il Dio” e “Divino” (collocato al centro dello spettro) è teologicamente decisiva e costituisce, a mio avviso, il nucleo più interessante dell’intero schema: essa riproduce la distinzione classica tra teismo (un Dio personale, agente, distinto dal mondo) e panteismo/panenteismo (il divino come qualità diffusa, immanente, impersonale o sovrapersonale). Paul Tillich, nella sua Teologia sistematica, aveva già colto questa tensione parlando del passaggio da un “Dio degli dèi” teistico a un “fondamento dell’essere” (Ground of Being) più prossimo, semmai, al concetto di “Divino” posto al centro del grafico.

3. La “terra di mezzo”

La sezione centrale del grafico — esplicitamente etichettata “terra di mezzo della spiritualità” — è quella su cui la sociologia della religione contemporanea ha investito le proprie energie analitiche più recenti, poiché è qui che si concentra la crescita demografica più significativa nelle società tardo-secolari.

3.1 I nones

La categoria dei nones (letteralmente “nessuno”, dall’inglese “no religion” nei sondaggi demografici) indica chi non si identifica con alcuna affiliazione religiosa istituzionale, senza per questo aderire a un ateismo dichiarato. Si tratta della categoria più studiata dal Pew Research Center e da diversi istituti demoscopici europei: un gruppo eterogeneo che include indifferenti, critici delle istituzioni religiose, e semplicemente persone per cui la domanda religiosa non è più un criterio di autodefinizione identitaria primaria.

3.2 Agnostici e spirituali senza religione

Il grafico distingue opportunamente gli agnostici (posizione epistemologica: sospensione del giudizio per impossibilità di conoscere) dagli spirituali senza religione (posizione esistenziale: ricerca di senso e trascendenza al di fuori delle strutture dottrinali e istituzionali). Questa distinzione riprende la nota formula anglosassone “spiritual but not religious” (SBNR), teorizzata sociologicamente da Robert Wuthnow e ripresa in Italia da Franco Garelli nei suoi studi sulla religiosità “fai-da-te”. Si tratta di una religiosità destrutturata e destradizionalizzata, in linea con quanto Ulrich Beck ha definito “Dio proprio” (der eigene Gott): un divino ritagliato su misura biografica individuale, sottratto all’autorità di un’istituzione mediatrice.

3.3 Credenti culturali e credenti incerti

Sul versante opposto della “terra di mezzo” troviamo i credenti culturali, categoria che designa un’appartenenza religiosa più identitaria-tradizionale che dottrinale-fiduciaria: si crede “perché si è nati in quella cultura”, si partecipa ai riti di passaggio (battesimo, matrimonio religioso, funerale) senza necessariamente aderire ai contenuti dogmatici. I credenti incerti, infine, occupano la posizione simmetrica rispetto agli agnostici: credono, ma con margini di dubbio sostanziali sui contenuti specifici della fede.

Questa quadripartizione della zona intermedia conferma empiricamente la tesi di Charles Taylor in A Secular Age: la secolarizzazione moderna non ha prodotto tanto una scomparsa della fede quanto una sua pluralizzazione delle opzioni possibili (ciò che Taylor chiama nova effect), rendendo ogni posizione religiosa una scelta tra alternative visibili e reciprocamente relativizzanti, piuttosto che un dato di fatto sociale indiscusso.

4. La linea tratteggiata rossa: cosa delimita davvero?

Un elemento grafico che merita un commento specifico è la parentesi tratteggiata rossa che sovrasta l’intero spettro, dal polo ateo fino quasi al polo teista, escludendo — o quasi — solo l’estremità dei “credenti convinti”. Se interpretata coerentemente con l’etichetta post-teisti/teisti posta in basso, questa parentesi sembra tracciare il perimetro di ciò che l’autore del grafico colloca sotto la categoria “post-teismo”: un’area che include l’ateismo, l’agnosticismo, la spiritualità destrutturata e persino buona parte del credere culturale, lasciando fuori solo la fede teistica piena e dichiarata.

Il termine “post-teismo” merita una puntualizzazione teologica: in letteratura esso designa tipicamente non l’ateismo, ma un superamento critico-dialettico del teismo classico che non ricade nell’ateismo — posizioni come quella di John Robinson (Honest to God), del teismo processuale di Whitehead e Hartshorne, o della teologia post-metafisica di Richard Kearney (che parla di un “Dio che può essere” piuttosto che di un Dio onnipotente sostanzializzato). Il grafico usa “post-teismo” in senso più ampio e sociologico, come categoria ombrello per ogni posizione che non aderisce al teismo determinato e personale del polo destro.

5. Discussione critica: pregi e limiti del modello

5.1 Pregi

Il modello ha almeno tre meriti analitici:

  1. Supera il binarismo credente/non credente, restituendo la complessità fenomenologica della religiosità contemporanea documentata da decenni di ricerca empirica (World Values Survey, European Values Study, Pew).
  2. Distingue dimensioni spesso confuse: la fede come appartenenza (credenti culturali) è tenuta separata dalla fede come convinzione cognitiva (credenti convinti/incerti) e dalla fede come esperienza (spirituali senza religione) — una distinzione che riprende, semplificandola, la celebre triade weberiana tra credenza, pratica e appartenenza comunitaria.
  3. Introduce una gradazione teologica interna al polo teista (Divino vs. Il Dio), che pochi modelli sociologici semplificati riescono a rendere, mostrando sensibilità per la differenza tra teismo classico e forme più impersonali o panenteistiche del sacro.

5.2 Limiti

Il modello presenta tuttavia alcune criticità che un’analisi rigorosa deve segnalare:

  • La linearità dell’asse è essa stessa una scelta teorica non neutrale: colloca implicitamente ateismo e teismo come poli di una stessa scala di “quantità di fede”, quando molte tradizioni (buddhismo non teistico, alcune correnti dell’induismo, lo scetticismo religioso) sfuggono a una collocazione univoca su un asse mono-dimensionale ateismo-teismo. Un ateo buddhista non è necessariamente “vicino” a un ateo materialista occidentale solo perché entrambi negano un Dio personale.
  • L’assenza delle religioni non abramitiche come termine di paragone esplicito rischia di rendere il modello implicitamente eurocentrico e cripto-monoteista, poiché il polo destro (“Il Dio”) presuppone una nozione di divino personale e singolare tipica delle tre religioni abramitiche, non universalmente condivisa.
  • La categoria “Universo” al polo ateo rischia di occultare la differenza fra ateismo debole (assenza di credenza) e ateismo forte (affermazione dell’inesistenza di Dio), oltre a sovrapporre implicitamente naturalismo scientifico e ateismo filosofico, che non sono logicamente equivalenti.

6. Conclusioni

Lo schema qui analizzato costituisce un utile strumento didattico e euristico per rappresentare la frammentazione post-secolare della credenza, in linea con la letteratura sociologica più aggiornata (Taylor, Davie, Woodhead, Garelli) e con una sensibilità teologica non banale, capace di distinguere teismo personale e divino impersonale. Il suo limite maggiore risiede nella scelta, comprensibile per ragioni di comunicazione visiva, di ridurre a un unico asse lineare bipolare una realtà che la ricerca empirica descrive piuttosto come uno spazio multidimensionale, in cui credenza cognitiva, appartenenza istituzionale, pratica rituale ed esperienza spirituale variano spesso in modo indipendente l’una dall’altra.

In termini più propriamente teologici, il grafico documenta visivamente ciò che la teologia post-metafisica contemporanea (Kearney, Vattimo, Caputo) definisce il passaggio da un paradigma dell’onnipotenza a un paradigma della possibilità: la “terra di mezzo” non è tanto un’area di indecisione quanto lo spazio proprio in cui, per una parte crescente della popolazione delle società tardo-moderne, la domanda sul divino continua a porsi — pur senza più risolversi nelle forme dottrinali classiche del teismo confessionale.

Riferimenti bibliografici indicativi

  • Taylor, C., A Secular Age, Harvard University Press, 2007.
  • Davie, G., Religion in Britain since 1945: Believing without Belonging, Blackwell, 1994.
  • Woodhead, L., Religion and Change in Modern Britain, Routledge, 2012.
  • Berger, P., The Sacred Canopy, Doubleday, 1967.
  • Tillich, P., Systematic Theology, University of Chicago Press, 1951-1963.
  • Beck, U., Der eigene Gott, Verlag der Weltreligionen, 2008.
  • Garelli, F., Piccoli atei crescono, Il Mulino, 2016.
  • Kearney, R., The God Who May Be, Indiana University Press, 2001.
  • Pew Research Center, Religious Landscape Study (varie annualità).

Lettera aperta a Ilenya Goss e Fulvio Ferrario

Cara Ilenya, caro Fulvio,

vorrei provare a tornare con pacatezza su una discussione che, almeno nelle mie intenzioni, riguarda una questione teologica che considero importante e non i rapporti personali tra noi. Proprio per questo mi dispiacerebbe che il confronto si riducesse a una contrapposizione tra cattolici e protestanti, oppure, peggio ancora, a giudizi sulle persone e sulle loro intenzioni.

Parto da una precisazione molto semplice. Non provo alcuna soddisfazione di fronte alle difficoltà attraversate oggi dalle Chiese protestanti. Così come non considero motivo di soddisfazione il fatto che una percentuale molto alta dei cattolici non partecipi regolarmente alla vita liturgica della Chiesa. Se il cristianesimo storico attraversa una crisi profonda in Europa, questa crisi riguarda tutti noi. Le percentuali potranno essere diverse, così come differenti sono le storie, le strutture e le culture ecclesiali, ma sarebbe miope trasformare queste differenze in una graduatoria tra vincitori e perdenti.

È precisamente da qui che nasceva la mia osservazione al testo di Fulvio sul «suicidio del protestantesimo» (https://paologamberinisj.home.blog/2026/09/12/leutanasia-confessionale-del-protestantesimo/). Mi aveva colpito una certa asimmetria interpretativa: la crisi protestante veniva letta dall’interno e teologicamente, attraverso categorie forti come «autosecolarizzazione» e persino «suicidio»; la maggiore tenuta relativa del cattolicesimo veniva invece ricondotta, almeno in un passaggio del testo, all’«apparato propagandistico» e alla centralità politica e mediatica del papato.

Non nego affatto il peso di questi fattori. Un cattolico dovrebbe essere l’ultimo a sottovalutare quanto il papato, il clericalismo, il centralismo ecclesiastico e certe forme di autosacralizzazione abbiano condizionato e continuino a condizionare la vita della Chiesa. Ma proprio per questo mi sembra legittimo domandare se sia adeguato spiegare la differenza tra le due crisi contrapponendo, anche solo implicitamente, la «testimonianza» evangelica alla «propaganda» cattolica. Se esercitiamo l’autocritica — e credo che dobbiamo farlo — dovremmo forse concedere all’altra tradizione la stessa complessità interpretativa che riconosciamo alla nostra.

Da qui anche il mio riferimento a Peter J. Leithart e al suo The End of Protestantism: Pursuing Unity in a Fragmented Church (https://paologamberinisj.home.blog/2026/09/15/la-riforma-non-e-finita-ma-il-protestantesimo-si/). Non l’ho citato come un’autorità chiamata a decretare la sconfitta del protestantesimo. Lo considero piuttosto un interlocutore significativo perché, dall’interno della tradizione riformata, pone da anni il problema della frammentazione confessionale e dei limiti storici assunti dal protestantesimo. Si può naturalmente dissentire dalle sue conclusioni. Ma proprio per questo sarebbe utile discutere gli argomenti.

Per la stessa ragione, Ilenya, se il riferimento a contenuti «pseudo» era rivolto al mio intervento, preferirei che venisse detto esplicitamente e, soprattutto, argomentato. «Pseudo» è una qualificazione pesante, perché non contesta semplicemente una tesi: rischia di sottrarle in partenza dignità intellettuale. Un confronto critico, anche molto netto, è sempre utile; lo è molto meno quando le categorie utilizzate sembrano qualificare l’interlocutore prima ancora di discuterne le ragioni.

Ma vorrei soprattutto andare oltre questo episodio, perché credo che dietro la nostra discussione vi sia una questione assai più interessante.

Forse stiamo ancora interpretando con categorie prevalentemente ecclesiastiche un mutamento religioso che è diventato più ampio delle Chiese. Il 93% dei cattolici che non frequenta regolarmente la liturgia e il 97% dei protestanti evocato nella discussione non devono necessariamente essere letti soltanto come la misura di due fallimenti ecclesiali. Naturalmente contengono anche una crisi della trasmissione della fede, dell’appartenenza e della credibilità delle istituzioni. Ma potrebbero contemporaneamente essere il sintomo di qualcosa di più profondo: una trasformazione del rapporto tra appartenenza ecclesiale, esperienza religiosa e ricerca di Dio.

Una persona può allontanarsi da una Chiesa senza per questo cessare di interrogarsi sul trascendente. Può rifiutare una determinata rappresentazione di Dio senza diventare necessariamente atea. Può abbandonare un linguaggio religioso ricevuto e continuare tuttavia a cercare una forma spirituale capace di interpretare la propria esistenza. Naturalmente può anche semplicemente non credere più. Il punto è precisamente questo: non possiamo conoscere in anticipo il significato religioso dell’uscita dalle Chiese.

È qui che, per me, si colloca anche la questione del post-teismo, «qualunque cosa ciò significhi», per riprendere ironicamente l’espressione di Fulvio. Il post-teismo che mi interessa non è una formula attraverso la quale dichiararsi più moderni, più intelligenti o spiritualmente più evoluti di coloro che continuano a riconoscersi nel teismo tradizionale. Sarebbe soltanto la sostituzione di una presunta superiorità con un’altra.

La domanda è molto più radicale: la crisi di una determinata immagine di Dio coincide necessariamente con la crisi di Dio? E ancora: l’allontanamento dalle forme ecclesiali tradizionali significa necessariamente allontanamento dall’esperienza religiosa oppure può, almeno in alcuni casi, esprimere la ricerca di un diverso modo di pensare Dio e di farne esperienza?

Non possiedo una risposta definitiva a queste domande. Penso però che meritino di essere poste senza squalificare preventivamente né chi continua ad abitare le forme tradizionali del cristianesimo né chi tenta di ripensarle radicalmente.

Per questo considero preziosa l’autocritica che Fulvio rivolge al protestantesimo. Ma proprio perché la considero seria, penso che potrebbe diventare ancora più feconda entrando in ascolto delle autocritiche che attraversano anche il cattolicesimo, comprese quelle provenienti dai suoi margini, dai suoi dissidenti e da quanti se ne sono allontanati. E, naturalmente, vale anche il contrario: il cattolicesimo avrebbe molto da imparare ascoltando ciò che la crisi protestante rivela sulle difficoltà strutturali del cristianesimo europeo.

Forse nessuno di noi dispone oggi di una posizione abbastanza sicura da poter osservare dall’esterno la crisi dell’altro. Siamo tutti, in modi differenti, dentro la stessa trasformazione.

Per questo non ho difficoltà a parlare anche di un necessario «post-papismo», se con questa espressione intendiamo il superamento di forme di centralismo, clericalismo e autosacralizzazione che hanno segnato la storia cattolica. Ma allo stesso modo credo che sia legittimo interrogarsi criticamente sull’eredità della Riforma, sulla frammentazione confessionale, sull’autosecolarizzazione e sulle forme assunte oggi dal protestantesimo storico. Non per stabilire chi abbia fallito di più, ma per comprendere che cosa stia accadendo al cristianesimo.

Preferirei dunque che il nostro confronto continuasse su questo terreno. Non un derby tra cattolici e protestanti, non una reciproca attribuzione di patenti di ortodossia, serietà o modernità, ma un confronto nel quale ciascuno accetti di sottoporre le proprie categorie alla critica dell’altro.

Le nostre tradizioni hanno certamente bisogno di autocritica. Forse, però, hanno bisogno anche di qualcosa di più difficile: un’autocritica reciprocamente ascoltata.

In fondo, la domanda decisiva non è quale Chiesa stia resistendo meglio alla secolarizzazione. È se, dentro la crisi delle forme storiche del cristianesimo, siamo ancora capaci di riconoscere e accompagnare la domanda di Dio, anche quando essa assume forme che non avevamo previsto.

È su questo che, almeno da parte mia, vorrei continuare il dialogo.

Ricordando che ecclesia semper reformanda

Paolo Gamberini

La Riforma non è finita. Ma il protestantesimo sì.

Peter J. Leithart – teologo riformato (https://theopolisinstitute.com/)

Quando studiavo a Cambridge, ho scoperto che gli evangelici inglesi si definiscono in contrapposizione alla Chiesa d’Inghilterra. Qualunque cosa sia la Chiesa d’Inghilterra, loro non lo sono. Quello che io chiamo «protestantesimo» fa lo stesso con il cattolicesimo romano. Il protestantesimo è una teologia negativa; un protestante è un non-cattolico. Qualunque cosa dicano o facciano i cattolici, il protestante fa e dice ciò che è il più possibile l’opposto.

Le chiese tradizionali sono quasi prive di «protestanti». Se volete individuarne uno al giorno d’oggi, la soluzione migliore è visitare la chiesa battista o biblica locale, anche se potete trovare molti protestanti anche tra i presbiteriani conservatori.

Il protestantesimo dovrebbe cedere il passo al cattolicesimo riformato. Come un protestante, un cattolico riformato respinge le pretese papali, rifiuta di venerare l’Ostia e non prega Maria né i santi; insiste sul fatto che la salvezza è un puro dono di Dio ricevuto per fede e confessa che ogni tradizione deve essere giudicata dalla Scrittura, la voce dello Spirito nel dialogo che è la Chiesa.

Pur condividendo la protesta protestante originaria, il cattolicesimo riformato si definisce tanto per ciò che ha in comune con il cattolicesimo romano quanto per le sue differenze. La sua esistenza non è legata alla ricerca di difetti nel cattolicesimo romano. Già che c’è, il cattolico riformato potrebbe anche rivendicare la «C» maiuscola. Perché la Chiesa romana dovrebbe avere il monopolio delle maiuscole?

Un protestante esagera la propria distanza dal cattolicesimo romano su ogni punto di teologia e di pratica, ed è scettico nei confronti dei cattolici romani che affermano di credere nella salvezza per grazia. Un cattolico riformato riconosce volentieri di condividere il credo con i cattolici romani e accoglie le riforme del Vaticano II come segni di speranza che potremmo finalmente individuare un terreno comune al di là delle barricate. (Anche i protestanti esagerano le differenze tra loro, ma questa è una storia per un altro giorno.)

Un protestante crede alle affermazioni (antiquate) del cattolicesimo romano sulla sua immutabile stabilità. Un cattolico riformato sa che il cattolicesimo romano è cambiato e sta cambiando.

Alcuni protestanti non considerano i cattolici romani come cristiani e non riconoscono la Chiesa cattolica romana come una vera chiesa. Un cattolico riformato considera i cattolici come fratelli e si rammarica della necessità di definire quella fratellanza come “separata”. Per un cattolico della Riforma, è palesemente ovvio che esista una Chiesa di Gesù Cristo con un miliardo di fedeli con sede a Roma. Poiché considera la Chiesa cattolica romana a malapena cristiana, il protestantesimo lascia il cattolicesimo romano a se stesso. «Loro» hanno avuto uno scandalo di pedofilia e «loro» hanno un papa. Un cattolico della Riforma riconosce che il tumulto nella Chiesa cattolica romana è un tumulto nella propria famiglia.

Un protestante vede la Chiesa come uno strumento per la salvezza individuale. Un cattolico riformato crede che la salvezza sia intrinsecamente sociale.

Gli eroi di un protestante sono Lutero, Calvino, Zwingli e i loro eredi. Se riconosce qualche antenato precedente alla Riforma, si tratta di proto-protestanti come Hus e Wycliffe. Un cattolico riformato accoglie con gratitudine la storia dell’intera Chiesa come propria storia e, insieme ai riformatori, onora Agostino e Gregorio Magno e i Cappadoci, Alcuino e Rabano Mauro, Tommaso e Bonaventura, Domenico e Francesco e Dante, Ignazio e Teresa d’Avila, Chesterton, de Lubac e Congar come padri, fratelli e sorelle. Un cattolico riformato sa che alcuni dei suoi antenati erano profondamente imperfetti, ma non li cancellerà dall’albero genealogico. Sa che ogni famiglia ha i propri motivi di imbarazzo.

I protestanti guardano con sospetto a una Chiesa pubblica, «costantiniana». Pur riconoscendo le tentazioni del potere, un cattolico riformato considera la testimonianza pubblica come un’espressione della missione della Chiesa verso le nazioni.

Un protestante deride l’interpretazione biblica patristica e medievale e trova sicurezza nell’esegesi grammatico-storica. Un cattolico della Riforma si diletta nelle ricchezze – pur interrogandosi sulle stranezze – di Agostino e Origene, Bernardo e Beda. Sa che nella Scrittura esistono profondità insondabili, mai nemmeno immaginate da Lutero e Calvino.

Un protestante è indifferente o ostile alle forme liturgiche, agli ornamenti nel culto e ai sacramenti, perché è ciò che fanno i cattolici. La pietà del cattolicesimo riformato è comunitaria e sacramentale, e il suo culto segue modelli liturgici storici. Un protestante indossa giacca e cravatta, o una maglietta di Topolino, per guidare il culto; un cattolico riformato indossa la tonaca e la stola. Per un protestante, un sacramento è un aiuto alla memoria. Un cattolico riformato crede che Gesù battezzi e si offra come cibo ai fedeli, e non evita di parlare di «Eucaristia» o «Messa» solo perché i cattolici romani usano quelle parole.

Il cattolicesimo riformato va incontro al Cattolicesimo evangelico di George Weigel e gli stringe calorosamente la mano.

Il protestantesimo ha avuto un periodo di grande successo. Ha trasformato l’Europa e ha costruito l’America. Ha ispirato missioni globali, mense per i poveri, fondazioni di nuove chiese e università ai quattro angoli della terra. Ma il mondo e la Chiesa sono cambiati, e il protestantesimo non è ciò di cui la Chiesa, compresi gli stessi protestanti, ha bisogno oggi. È tempo di rivolgere la protesta contro il protestantesimo e di immaginare un nuovo modo di essere eredi della Riforma, un nuovo modo che, guarda caso, si conforma alla visione cattolica originaria dei riformatori.

(tratto da: https://firstthings.com/the-end-of-protestantism/)