Dieci Tesi sul Male

Secondo il Monismo Relativo

Premessa. Il Monismo Relativo propone di ripensare il problema del male a partire da una concezione non dualistica della realtà. Dio non è un ente supremo separato dal mondo, che interviene dall’esterno per modificarne gli eventi, ma è l’Essere stesso, la Relatio absoluta, nella quale ogni realtà finita trova il proprio fondamento. Il mondo non è qualcosa che si aggiunge a Dio, ma la manifestazione determinata della sua inesauribile pienezza. In questa prospettiva il male non può essere attribuito né a una volontà divina che lo permette per conseguire un bene superiore, né a un principio negativo contrapposto a Dio. Il male deve essere compreso a partire dalla condizione finita, relazionale ed evolutiva delle determinazioni dell’Essere. Il problema fondamentale non è dunque perché Dio permetta il male, ma come il male sia possibile in una realtà che, nel suo fondamento, è Bene.

Tesi 1. Il male è percepito come negazione perché l’essere è originariamente affermazione del bene.

Il male costituisce un problema soltanto perché l’esistenza è attraversata da un’originaria attesa di bene. Questa attesa non è una semplice costruzione soggettiva, ma manifesta la struttura ontologica della realtà. Ogni essente, in quanto determinazione dell’Essere, è originariamente positivo: essere significa partecipare alla positività dell’Essere. Il male appare quando una determinazione contraddice, impedisce o distrugge le possibilità di realizzazione di un’altra. Non sperimentiamo il male perché immaginiamo arbitrariamente un mondo migliore, ma perché l’esistenza stessa porta in sé una tensione verso la propria realizzazione.

Tesi 2. Il male non possiede una consistenza ontologica autonoma: è negazione di una relazione positiva.

Secondo il Monismo Relativo, la realtà non è costituita primariamente da sostanze, ma da relazioni. La Relatio absoluta fonda le molteplici relazioni finite attraverso le quali gli essenti si determinano. Il male non è una sostanza, un ente o una forza metafisica contrapposta al bene. È piuttosto la negazione, la privazione o la disgregazione di una relazione che rende possibile la vita e la sua realizzazione. Una malattia, per esempio, non è semplicemente assenza di essere: è un processo reale che compromette l’integrità delle relazioni costitutive dell’organismo. Analogamente, l’ingiustizia è un’azione reale che nega il riconoscimento dell’altro. Il male è reale nei suoi effetti, ma non costituisce un principio ontologico originario. Non esiste un Essere del male accanto all’Essere del bene. Il negativo è sempre relativo a una positività che viene compromessa.

Tesi 3. Il male fisico appartiene alla finitezza delle determinazioni, non deriva da una volontà divina.

Il male fisico, come la malattia, la catastrofe naturale e la morte, deve essere compreso nel contesto di un universo evolutivo costituito da relazioni finite. Ogni determinazione dell’Essere è limitata, condizionata e inserita in una molteplicità di processi che non garantiscono la conservazione di ogni singola forma vivente. Ciò che favorisce una relazione può distruggerne un’altra: i medesimi processi naturali che rendono possibile la vita possono produrre sofferenza e morte. Non occorre immaginare una volontà divina che decida o permetta tali eventi. Essi derivano dalle condizioni strutturali di un mondo in cui l’infinita pienezza dell’Essere si manifesta attraverso determinazioni finite. Tuttavia, la finitezza non coincide con il male: essere finiti non significa essere difettosi. Il male emerge quando la vulnerabilità delle relazioni finite si traduce in distruzione, sofferenza o impedimento della vita.

Tesi 4. Il dolore è né castigo, né strumento della salvezza.

Il dolore non costituisce una pena inflitta da Dio, né un messaggio nascosto che occorre decifrare, né uno strumento pedagogico attraverso il quale Dio realizza un progetto superiore (pathos mathos). Nessuna sofferenza è necessaria per soddisfare una presunta giustizia divina (espiazione redentrice). Attribuire al dolore una finalità stabilita da Dio significherebbe trasformare la persona sofferente in un mezzo per raggiungere un fine. In tal modo, Dio abuserebbe della creatura per affermare la sua giustizia. Nel Monismo Relativo, invece, ogni essente possiede una dignità intrinseca in quanto manifestazione dell’Essere. La sofferenza non è voluta dall’Assoluto, ma accade nella condizione finita delle relazioni. Occorre distinguere il dolore dal significato che una persona può liberamente attribuire alla propria esperienza dolorosa. Il dolore non è un bene, ma nel dolore può emergere una possibilità di bene che la persona scopre nel riconoscimento che “tutto concorre al bene”. Non è la sofferenza a salvare; è l’amore che, anche nella sofferenza, può continuare ad affermare la vita.

Tesi 5. L’onnipotenza divina non è la capacità di fare qualsiasi cosa, ma la potenza originaria che rende possibile ogni bene.

Il problema classico della teodicea nasce dalla rappresentazione di Dio come soggetto onnipotente, distinto dal mondo e capace di intervenire selettivamente nei processi naturali e nella storia. Se Dio potesse impedire ogni male e non lo facesse, diventerebbe difficile conciliare la sua onnipotenza con il suo amore. Il Monismo Relativo supera questa aporia modificando il concetto stesso di onnipotenza. Dio non è una volontà esterna che dispone degli eventi, ma l’Essere in virtù del quale ogni essente è reso capace non sono di esistere ma di realizzarsi. La potenza divina non consiste nel sostituirsi alle cause finite, ma nel dare a loro la capacità di farsi e agire. L’onnipotenza è dunque potenza che rende capaci, non potere arbitrario che decide quali eventi impedire e quali consentire. Dio è onnipotente non perché possa fare tutto al posto delle creature, ma perché è Colui senza del quale nulla è, per cui le creature possono essere quello che sono in virtù della potenza divina che rende ogni creatura capace di realizzarsi non senza le altre creature.  In questa prospettiva, l’onnipotenza non deve essere pensata come il potere di realizzare qualsiasi evento logicamente immaginabile.

Tesi 6. Dio non permette il male: il male è possibile nella determinazione finita dell’infinita positività dell’Essere.

Il Monismo Relativo esprime il rapporto tra Assoluto e creatura attraverso la formula:

x = x + y → y = 0

Dove x indica l’Assoluto e y la creatura, lo zero non significa che la creatura sia inesistente, ma che essa non aggiunge alcun essere alla pienezza dell’Assoluto. La creatura esiste come determinazione relazionale dell’Essere, non come una seconda sostanza accanto a Dio. L’Assoluto non aumenta quando qualcosa viene all’esistenza e non diminuisce quando una determinazione finita vien meno. Il male, pertanto, non è una realtà che si aggiunge all’Essere, né una componente negativa contenuta nell’Assoluto. Un male latente o lato oscuro in Dio (Luigi Pareyson). È la negazione che può verificarsi nei rapporti tra determinazioni finite. Occorre tuttavia precisare che la pienezza ontologica dell’Assoluto non annulla il valore delle creature: il venir meno di una vita è una perdita reale nell’ordine delle relazioni finite, anche se non sottrae essere all’Assoluto. Dio non è il soggetto che permette il male, ma il fondamento ontologico della possibilità di superarlo, poiché Dio non nega mai l’essente ma lega sempre se stesso all’essente dandogli continuamente la possibilità di vita.

Tesi 7. Il male morale è la contraddizione della relazionalità costitutiva dell’esistenza.

Il male morale non consiste semplicemente nell’uso arbitrario di una libertà intesa come indifferenza tra bene e male. Se la libertà è la capacità dell’essente di realizzare consapevolmente la propria natura relazionale, essa trova il suo compimento nell’affermazione del bene. Il male morale si produce quando il soggetto agisce “come se fosse” una realtà autosufficiente, separata dagli altri, trasformando le relazioni in strumenti del proprio interesse. Questa è una illusione che nasce dall’ignoranza. La violenza, l’ingiustizia e l’egoismo sono manifestazioni di questa ignoranza: un essere costituito dalla relazione con la totalità del reale agisce negando la relazione che lo costituisce. È come un uomo seduto sul ramo di un albero che si compiace di sé e sceglie di segare il proprio ramo per averlo solo per sé. La libertà non è quindi tanto la capacità di scegliere indifferentemente il bene o il male, quanto la capacità di riconoscere la connettività del bene e di e realizzare quel bene concretamente possibile. Il male morale è una forma di alienazione relazionale: il soggetto nega nell’altro quella stessa positività dell’Essere da cui egli proviene. Il peccato può essere reinterpretato come una contraddizione pratica dell’unità ontologica della realtà.

Tesi 8. L’evoluzione non giustifica il male: la manifestazione dell’Essere è un processo aperto di realizzazione.

L’universo non è un sistema statico, perfettamente ordinato e definitivamente compiuto, ma un processo evolutivo nel quale emergono forme sempre nuove di complessità e relazione. La manifestazione dell’Essere non deve essere confusa con una successione necessaria di eventi orientati automaticamente verso il meglio. L’evoluzione conosce discontinuità, estinzioni, fallimenti e distruzioni. Non ogni evento è funzionale a un bene superiore e non ogni sofferenza trova una giustificazione nell’insieme del processo. La pienezza dell’Assoluto è infinita e attuale, mentre le sue determinazioni si manifestano nella molteplicità potenzialmente inesauribile dei logoi. L’espressività dell’Essere è originaria, ma le sue configurazioni finite non sono per questo tutte necessarie nei loro singoli accadimenti. La necessità della manifestazione non implica la necessità di ogni evento della manifestazione. In questa distinzione risiede la possibilità di pensare un universo radicato nell’Assoluto senza attribuire all’Assoluto la necessità di ogni sofferenza particolare, essendo questa propria della creatura e non l’aspetto maligno della divinità.

Tesi 9. La salvezza non consiste nell’eliminazione miracolosa del male, ma nella trasformazione delle relazioni secondo il Logos.

Il cristianesimo non offre anzitutto una spiegazione causale del male, ma rivela una possibilità di vita che non si lascia determinare definitivamente dal negativo. In Gesù Cristo, il Logos si manifesta come relazione radicale a Dio e, proprio per questo, come relazione di amore verso ogni creatura. La croce non deve essere interpretata come una sofferenza richiesta dal Padre per ristabilire un ordine violato (redenzione). Essa rivela piuttosto che l’amore può rimanere fedele alla propria verità anche quando incontra la violenza e la morte. «L’amore (ἀγάπη) non avrà mai fine» (1Cor 13,8). La risurrezione esprime il compimento di questa fedeltà: il negativo non possiede l’ultima parola sull’identità e sulla destinazione della persona. La salvezza consiste nella progressiva conformazione delle relazioni finite alla pienezza del Logos. Non è il dolore che redime, ma l’amore che non si lascia annientare dal dolore, poiché laddove il male nega e separa, l’amore lega. La redenzione non è una compensazione esterna della sofferenza, ma la sua trasfigurazione nell’orizzonte di una comunione che la morte non può definitivamente negare.

Tesi 10. La risposta al male non è la teodicea, ma la contempl-azione: riconoscere l’unità dell’Essere e operare per il bene.

Di fronte alla sofferenza innocente, soprattutto a quella dei bambini, nessuna costruzione metafisica può pretendere di offrire una giustificazione definitiva. Il Monismo Relativo non deve diventare una nuova teodicea che spiega perché ogni male debba accadere. La sua funzione è piuttosto liberare la comprensione di Dio dalle rappresentazioni che lo rendono responsabile della sofferenza. Il riconoscimento contemplativo dell’unità dell’Essere conduce necessariamente a una responsabilità pratica verso ogni essente. Se l’altro non è una sostanza estranea a me, ma una determinazione della medesima realtà ontologica, il suo dolore non può essermi indifferente. La contemplazione autentica diventa azione, e l’azione per il bene manifesta concretamente la verità della contemplazione. Di fronte al dolore altrui, la prima risposta non è spiegare, ma esserci: ascoltare, accompagnare, curare, contrastare le cause della sofferenza. Non siamo chiamati a giustificare il male in nome di Dio, ma a manifestare il bene di Dio attraverso le nostre relazioni.

Conclusione. Il male non è il contrario dell’Essere, ma la contraddizione della sua manifestazione relazionale

Le dieci tesi convergono verso una comprensione del male che supera tanto il dualismo metafisico quanto la teodicea tradizionale. Il male non è un secondo principio contrapposto a Dio; non è una sostanza; non è una decisione divina; non è un mezzo necessario per ottenere un bene superiore. È la negazione che si produce nell’ordine finito delle relazioni, quando una determinazione compromette la possibilità di realizzazione di un’altra.

Resta tuttavia un’ultima questione. Se tutte le determinazioni sono manifestazioni dell’unico Essere, come può sorgere una negazione reale all’interno di una positività originaria? Il Monismo Relativo risponde distinguendo il fondamento ontologico (Logos) dalle sue determinazioni (logoi). L’Assoluto è positività infinita, ma le sue manifestazioni finite (logoi) non sono ciascuna l’infinita pienezza dell’Assoluto e hanno la possibilità di negare il legame che le costituisce, oscurando il loro fondamento. Esse sono relative, condizionate, vulnerabili e reciprocamente esposte. Proprio questa “relatività” rende possibile la negatività del male.

La negazione non è dunque interna all’Assoluto come sua proprietà costitutiva (lato oscuro di Dio), ma appartiene alla possibilità di conflitto e di disgregazione delle sue determinazioni finite. Tale comprensione rende possibile abbozzare l’orizzonte entro cui rispondere alla questione del male. Non si tratta più di chiedere perché un Dio onnipotente non intervenga, bensì di comprendere che la pienezza indivisa dell’Essere si manifesta in una molteplicità di relazioni vulnerabili e finite.

Il Monismo Relativo può aiutare a rettificare quanto la fede cristiana confessa. Non si crede in un Dio che ha ragioni nascoste per ogni sofferenza, ma si crede in un Dio che è possibilità inesauribile di amore, di riconciliazione e di vita. Il male non è ciò che Dio vuole o permette, ma ciò che nelle relazioni finite nega la positività dell’Essere. Dio non è la spiegazione del male, ma il fondamento del bene che rende possibile contrastarlo e superarlo.

Occorre infine mantenere aperta una distinzione: affermare che il bene possiede il primato ontologico non dimostra “come” ogni male sarà storicamente superato, ma “che” ogni male sarà escatologicamente superato. La speranza cristiana nell’apocatastasi non è una deduzione automatica dalla struttura dell’Essere, ma l’affermazione di fede che la pienezza manifestata nel Logos costituisce anche la destinazione ultima delle creature.

In questo senso, il Monismo Relativo non promette di rendere comprensibile ogni sofferenza. Propone piuttosto di pensare Dio in modo tale che la sofferenza non debba più essere giustificata per salvaguardare la sua onnipotenza.

Dall’essere alla manifestazione infinita

La distinzione tra l’essere nella sua assolutezza e l’essere delle realtà finite costituisce il punto di partenza per comprendere il rapporto tra Dio e il mondo. Nelle Questioni parigine e nei prologhi dell’Opus tripartitum Meister Eckhart sembra privilegiare nelle prime l’intendere rispetto all’essere nel parlare di Dio (deus est intelligere); nel secondo, invece, l’essere (deus est esse). Il contrasto può essere interpretato distinguendo due significati dell’essere: l’essere determinato, creato e finito, che non può essere attribuito a Dio come tale, e la puritas essendi, la purezza dell’essere, che esprime la sua assolutezza. Dio non è questo o quell’essere, delimitato rispetto ad altri: è l’essere semplicemente, senza circoscrizione a una forma particolare.

La distinzione trova un approfondimento nell’interpretazione di Genesi 1,1: «In principio Dio creò il cielo e la terra». Creare significa comunicare l’essere, e soltanto Dio può farlo perché è l’essere stesso (ipsum esse). Tuttavia, questa comunicazione non produce una realtà che possa poi sussistere indipendentemente dalla propria origine. Dio non opera come un artigiano che, terminata l’opera, può allontanarsene: crea ogni cosa in sé, e la creatura esiste soltanto nell’attualità di questa comunicazione. Senza l’agire creativo di Dio, la creatura è nulla. Il principio della creazione non appartiene quindi soltanto a un passato trascorso. È il principio sempre presente dell’esistenza delle cose. La creazione è compiuta nei suoi fondamenti e, insieme, continuamente attuale, mentre le realtà finite si sviluppano secondo le proprie modalità.

Per chiarire questa dipendenza, Eckhart distingue le determinazioni essenziali e accidentali dai trascendentali. Le prime dicono quale realtà una cosa sia e quali caratteristiche possieda; i trascendentali — essere, unità, verità e bontà — riguardano invece ogni ente in quanto ente. L’essere non sopraggiunge a qualcosa che sia già costituito: senza essere, non vi sarebbe alcun soggetto al quale attribuire proprietà. Da qui la distinzione tra l’esse simpliciter e l’esse hoc et hoc: l’essere semplicemente e l’essere questo o quello. La creatura è sempre una realtà determinata; Dio non è circoscritto a nessuna determinazione finita.

Questa distinzione, tuttavia, non dimostra ancora la necessità delle creature. Affermare che, se esistono creature, il loro essere deve distinguersi dall’essere assoluto non equivale ad affermare che l’essere assoluto debba necessariamente esprimersi in creature. La dipendenza ontologica del mondo da Dio e la necessità della manifestazione sono questioni differenti.

Il Monismo Relativo riprende questo problema e propone di affrontarlo attraverso la categoria della relazione. In tale prospettiva, l’Assoluto viene pensato come auto-relazione. Questa espressione non indica una realtà già costituita che successivamente entri in rapporto con sé, ma l’atto originario nel quale l’essere di Dio consiste. Nell’auto-relazione sono distinguibili il riferirsi e ciò a cui il riferimento è rivolto. Non sono due sostanze o ipostasi separate, ma si tratta di una distinzione interna di relazioni. Come nell’autoconoscenza chi conosce e chi è conosciuto sono la stessa persona, così l’identità dell’essere non esclude un’articolazione del suo atto. L’auto-relazione non significa identità priva di qualsiasi differenziazione.

La relazione-a-Dio (pros ton theòn) può essere compresa, a questo livello, come l’interna direzionalità dell’auto-relazione assoluta. Considerato nella sua interezza, l’atto è il riferirsi dell’Assoluto a sé (ho theòs); considerato secondo il suo orientamento, è relazione-a-Dio. Non si tratta di due atti successivi, né di due realtà indipendenti. La “relazione-a-Dio” increata esplicita un momento dell’unico atto infinito. Il Monismo Relativo riconosce teologicamente nel Logos questa direzionalità, richiamandosi al suo essere pros ton theon: rivolto a Dio.

La distinzione permette di comprendere perché il riferirsi a Dio non comporti, di per sé, creaturalità. Il Logos è relazione-a-Dio senza essere una realtà finita. Non è il riferimento, in quanto tale, a renderlo creato. La finitezza emerge quando il riferimento si esprime secondo una determinazione: questa e non quella. I logoi sono, nella proposta del Monismo Relativo, tali determinazioni finite. La creatura non precede il proprio riferimento a Dio: il suo stesso essere consiste in quel riferimento determinato. Non vi è prima l’albero e poi la sua relazione all’Assoluto; l’albero è una concreta modalità finita di tale relatività.

Occorre pertanto distinguere l’auto-relazione infinita dalla sua espressione determinata, senza separarle. Se attribuissimo “immediatamente” all’auto-relazione divina tutte le determinazioni delle creature, rischieremmo di rendere la finitezza costitutiva dell’Assoluto in quanto Assoluto. La distinzione tra l’atto infinito dalla modalità finita del suo riferimento è resa possibile dalla mediazione del Logos come “relazione-a-Dio” (pros ton theon). La creatura può esprimere l’Assoluto senza esaurirlo, attraverso la mediazione del Logos.

Questa proposta incontra il problema posto dal filosofo Emanuele Severino: un essere completamente vuoto delle differenze non sarebbe la concreta pienezza dell’essere. Per Severino, ogni essente è irriducibile al nulla e appartiene alla totalità concreta; l’eternità non riguarda soltanto un principio separato dalle cose (cioè Dio), ma ogni essente. Non si tratta di contrapporre alla molteplicità un Assoluto indeterminato, rischiando così di identificare l’essere con il nulla, ma nel sostenere che il riferirsi non è un essente che appartiene alla totalità, ma all’intero. La relazione è la struttura costitutiva degli essenti: ciascuno è se stesso nella relazione che lo distingue e lo connette. Il confronto riguarda allora il principio di intelligibilità dell’intero: se esso debba essere compreso ultimamente come totalità concreta degli essenti oppure come atto relazionale che si esprime nelle loro differenze. Il Monismo Relativo assume questa seconda direzione.

L’analogia del numero 10 rende comprensibile il rapporto tra unità e pluralità espressiva. Il medesimo valore può essere espresso come 5 × 2, 30 : 3, 12 − 2 e attraverso infinite altre formulazioni. Nessuna espressione aggiunge valore al 10; ciascuna lo presenta secondo una forma determinata. Il valore non è la somma delle proprie espressioni e non viene prodotto dalla loro molteplicità. Analogamente, i logoi non costituiscono progressivamente l’infinità del Logos: ne esprimono la pienezza senza incrementarla.

L’analogia mostra come una pluralità di forme (logoi) possa esprimere un’identità senza accrescerla, ma non dimostra ancora la necessità ontologica della loro manifestazione. Per passare dal poter esprimere all’atto del loro esprimere, il teismo classico afferma che Dio interviene con l’atto creativo, dando l’atto di essere (actus essendi) alle idee divine (logoi). Il Monismo Relativo, invece, afferma che l’espressività appartiene all’attualità stessa del Logos e comprende essenzialmente il manifestarsi in modalità finite. In altre parole: le cose pensate da Dio non sono prive di esistenza, ma nel loro actus essendi. È questa la premessa metafisica decisiva della proposta. Il Logos non viene pensato come una realtà che possiede, accanto ad altre proprietà, la capacità eventualmente di manifestarsi. Il suo essere relazione è un atto espressivo: il manifestarsi ovvero l’apparire gli appartiene. Non perché manchi qualcosa al Logos, ma perché la comunicazione in forme determinate viene riconosciuta come carattere intrinseco della sua eccedenza.

Poiché nessuna determinazione finita esaurisce l’espressività infinita del Logos, nessuna forma particolare può costituirne la manifestazione definitiva e conclusiva. La necessità del manifestarsi e l’inesauribilità di ciò che si manifesta comportano un’espressione mai conclusa in una determinazione finita. Si chiarisce così il rapporto tra infinito attuale (Dio) e infinito potenziale (cosmo). Il Logos è infinito attuale perché la sua pienezza non deve essere raggiunta attraverso un processo: è integralmente ciò che è. La manifestazione delle creature è inesauribile potenzialità. Le singole forme sono attuali, ma non esauriscono l’infinito.

Il Logos fonda la manifestazione dei logoi; i logoi non producono né completano il Logos. La loro espressività non li rende parti senza le quali l’Assoluto sarebbe incompleto. Il Logos è infinito attuale come pienezza del “riferirsi-a-Dio”; i logoi ne sono la manifestazione potenzialmente infinita, perché ogni determinazione esprime quella pienezza senza esaurirla. La manifestazione creaturale appartiene al Logos. Ne segue, pertanto, che l’Assoluto non diventa infinito manifestandosi: si manifesta perché la sua pienezza è intrinsecamente espressiva. Il molteplice non aggiunge essere all’Uno, ma ne esplicita inesauribilmente la fecondità.

Tutti nell’Uno e Uno in tutti

Da Plotino al Monismo Relativo

Quando pensiamo a Dio, spesso lo immaginiamo come qualcuno che si trova al di sopra di noi, lontano dal mondo, in una dimensione diversa dalla nostra. Dio sarebbe il Creatore, mentre noi saremmo le sue creature. Dio sarebbe infinito, mentre noi siamo finiti. Dio sarebbe eterno, mentre noi nasciamo, viviamo e moriamo. Ma siamo sicuri che questa sia l’unica maniera di comprendere il rapporto tra Dio e noi? E se Dio non fosse una realtà separata dal mondo? E se tutto ciò che esiste non fosse qualcosa di diverso da Dio, ma una sua manifestazione? E se, nel profondo del nostro essere, non fossimo mai stati separati da lui?

Sono queste le domande dalle quali prende avvio il Monismo Relativo, una proposta filosofica e teologica che riprende alcune grandi intuizioni della tradizione, da Plotino a Meister Eckhart, fino a Nicola Cusano, e cerca di ripensarle attraverso una categoria fondamentale: la relazione. L’intuizione di fondo è semplice, anche se le sue conseguenze sono profonde: non esistono due esseri, quello di Dio e quello delle creature. Esiste un unico Essere, che si esprime in modi differenti. Questo significa che la differenza tra Dio e noi è reale, ma non è una separazione. Noi non siamo Dio nella sua assolutezza, ma neppure siamo qualcosa di estraneo a lui.

1. Plotino e il Monismo Relativo

Già il filosofo Plotino, nel III secolo, aveva cercato di comprendere come dall’unità originaria potesse nascere la molteplicità delle cose. Guardiamoci intorno. Vediamo alberi, persone, animali, stelle, montagne, oceani. Tutto appare diverso. Eppure, dietro questa straordinaria varietà, non potrebbe esserci un’unica realtà fondamentale? Plotino chiamava questa realtà l’Uno. Tutto proviene dall’Uno, tutto dipende dall’Uno e tutto tende, in qualche modo, a ritornare all’Uno.

Possiamo immaginare una sorgente dalla quale nasce un fiume. L’acqua attraversa montagne, pianure e città, assume forme differenti, ma rimane sempre acqua. La diversità dei suoi percorsi non cancella l’unità della sua origine. Per Plotino, naturalmente, il rapporto tra l’Uno e ciò che ne deriva è più complesso: egli distingue diversi livelli della realtà. Tuttavia, la sua filosofia suggerisce una domanda decisiva: e se le cose non fossero realtà estranee all’Uno, ma espressioni differenti dell’unica realtà originaria? Il Monismo Relativo riprende questa possibilità e la sviluppa ulteriormente.

Pensiamo a un essere umano. Ciascuno di noi possiede un volto, un nome, una storia, un carattere. Siamo differenti gli uni dagli altri. Ma che cosa ci fa esistere? Generalmente rispondiamo che Dio ci ha dato l’essere. Dio possiede l’essere per natura, mentre noi lo riceviamo da lui. Non si tratta semplicemente di dire che Dio è l’Essere mentre noi abbiamo l’essere. Si tratta di riconoscere che l’Essere grazie al quale Dio è Dio è lo stesso Essere grazie al quale noi esistiamo.

Non c’è un essere divino da una parte e un essere umano dall’altra, come se esistessero due realtà ontologicamente separate. C’è un unico Essere, ma in modi differenti di essere. Dio è l’Essere che non dipende da nulla per essere ciò che è. Noi, invece, esistiamo soltanto nella nostra relazione a Dio. Questa è la differenza fondamentale: Dio è incondizionato, noi siamo condizionati. Dio non ha bisogno di noi per essere Dio; noi non possiamo essere senza Dio.

Per comprendere questa differenza, pensiamo a una melodia. Essa può essere eseguita da un pianoforte, da un violino o da una voce umana. Le esecuzioni sono differenti, ma la melodia rimane riconoscibile. Le differenti espressioni non creano melodie originarie completamente indipendenti. L’esempio è soltanto un’analogia, ma ci aiuta a intuire che l’unità non esclude necessariamente la differenza. Così, la nostra individualità non deve essere cancellata per affermare l’unità dell’Essere.

Possiamo rendere questa intuizione ancora più semplice attraverso un esempio. Consideriamo il numero 10. Possiamo esprimerlo in diversi modi: 10 = 5 × 2 = 8 + 2 = 30 ÷ 3 Le operazioni sono differenti, ma il valore è sempre lo stesso. Il 5 × 2 non è un altro 10, diverso da quello originario. È il medesimo valore espresso attraverso una determinata operazione. Allo stesso modo, il Monismo Relativo propone di pensare Dio come l’Essere nella sua assolutezza e le creature come differenti determinazioni dell’unico Essere.

Il numero 10 non aumenta perché possiamo esprimerlo attraverso mille operazioni. Analogamente, l’Essere non aumenta perché esistono miliardi di creature. Questa intuizione può essere espressa con una formula: x = x + y

Se x rappresenta l’Essere assoluto e y rappresenta la creatura, allora y = 0. Ma attenzione: questo zero non significa che la creatura non esista o che la nostra vita sia un’illusione. Significa che la creatura non aggiunge un secondo essere all’Essere assoluto. Noi siamo reali, ma non siamo realtà ontologicamente indipendenti da Dio. Potremmo esprimerlo con una frase: la nostra esistenza non aggiunge qualcosa a Dio, ma manifesta in modo unico ciò che non è mai stato separato da lui.

2. Il Logos: Dio si esprime nella molteplicità

Questa visione acquista un significato particolare quando leggiamo il prologo del Vangelo di Giovanni. Giovanni afferma: «Il Logos era presso Dio, e il Logos era Dio» (Gv 1,1). Sono due affermazioni straordinarie. Da una parte, il Logos è rivolto a Dio, è in relazione con Dio. Dall’altra, il Logos è Dio stesso. Dunque, essere in relazione con Dio non significa necessariamente essere qualcosa di diverso da Dio. Il Logos è Dio nella modalità della relazione-a-Dio. Questa relazione è eterna, divina, increata. Ma il Logos si manifesta anche nella molteplicità delle creature. Possiamo chiamare queste manifestazioni logoi, cioè determinazioni finite dell’unico Logos.

Ogni creatura è una determinazione particolare, unica e irripetibile. Eppure, ciò grazie a cui essa esiste non è qualcosa di separato dal Logos. Bisogna distinguere due aspetti: il Logos, nella sua relazione divina, è increato; le creature, come determinazioni finite, sono create. Non significa che ogni creatura, nella sua individualità, sia Dio. Significa che il fondamento del suo essere non è altro da Dio. Pensiamo nuovamente al numero 10. Le operazioni 5 × 2 e 8 + 2 sono differenti, ma non introducono due valori assoluti. Così, la pluralità delle creature non moltiplica il Logos. La creazione non è dunque la produzione di un mondo ontologicamente estraneo a Dio, ma la manifestazione dell’unico Essere nella ricchezza delle sue determinazioni.

3. Meister Eckhart: Dio è più intimo a noi di quanto immaginiamo

A questo punto, la riflessione filosofica diventa una domanda profondamente esistenziale. Chi sono io, veramente? Sono soltanto il mio corpo, la mia biografia, il mio carattere, i miei successi e i miei fallimenti? Sono ciò che gli altri pensano di me? Sono la somma delle mie esperienze? Meister Eckhart, il grande mistico medievale, ci invita a scendere più in profondità. Nel fondo dell’anima esiste una dimensione che non può essere esaurita dalle nostre caratteristiche individuali. C’è qualcosa di più originario di tutto ciò che ci definisce.

Pensiamo alla nostra vita. Nel corso degli anni cambiamo continuamente. Il bambino che eravamo non è più l’adulto che siamo diventati. Il nostro corpo cambia, i pensieri cambiano, i desideri cambiano. Anche le convinzioni più profonde possono trasformarsi. Eppure, attraverso tutti questi cambiamenti, continuiamo a dire: «Io». Che cosa rende possibile questa continuità?

Il Monismo Relativo invita a riconoscere che, al di sotto di tutte le nostre determinazioni, ciò grazie a cui siamo non è mai separato da Dio. La nostra identità più profonda non coincide semplicemente con le forme provvisorie che assumiamo durante la vita.Questo non significa che la nostra storia personale non abbia valore. Al contrario: significa che nessun fallimento, nessuna fragilità, nessuna definizione può esaurire ciò che siamo. Noi siamo più di ciò che possiamo dire di noi stessi, perché ciò grazie a cui esistiamo è più originario di ogni nostra determinazione.

Questa prospettiva trasforma anche il significato della preghiera e della vita spirituale. Spesso immaginiamo il cammino religioso come un viaggio verso Dio. Noi saremmo qui, Dio sarebbe altrove, e attraverso la preghiera, la meditazione e le opere buone dovremmo progressivamente avvicinarci a lui.Ma se la nostra relazione a Dio costituisce già il nostro essere, allora Dio non è una meta lontana che dobbiamo raggiungere. Non dobbiamo costruire una relazione che prima non esisteva. Dobbiamo diventare consapevoli della relazione che ci costituisce da sempre. È qui che possiamo comprendere il significato della Gelassenheit di Meister Eckhart: il distacco. Distaccarsi non significa disprezzare il mondo, abbandonare gli affetti o rinunciare alla propria umanità. Significa imparare a non identificarsi completamente con le forme transitorie della propria esistenza.

Quando facciamo silenzio, quando smettiamo per un momento di definirci attraverso il lavoro, il ruolo sociale, le preoccupazioni e i giudizi, possiamo scoprire qualcosa di sorprendente: prima ancora di essere qualcuno, noi siamo. E questo essere non ce lo siamo dati da soli. La contemplazione diventa allora il riconoscimento di una presenza che non abbiamo prodotto e che non possiamo possedere. Non si tratta di far entrare Dio nella nostra vita, come se prima ne fosse assente. Si tratta di riconoscere che la nostra vita è da sempre radicata in lui. In questa prospettiva, pregare non significa necessariamente parlare a un Dio lontano, ma imparare ad abitare consapevolmente la profondità divina della nostra esistenza.

4. Che cosa cambia nella nostra vita?

Questa visione non è soltanto una teoria filosofica. Può modificare profondamente il modo in cui comprendiamo noi stessi, gli altri e il mondo. Se non siamo separati da Dio, allora la nostra vita non è un’esistenza abbandonata a se stessa. Anche nei momenti di oscurità, quando non sentiamo alcuna presenza divina, la relazione che ci costituisce non viene meno. Se ogni creatura è una determinazione dell’unico Essere, allora nessuna persona può essere considerata radicalmente estranea a noi. L’altro non è semplicemente qualcuno che incontriamo dall’esterno. È una diversa manifestazione della medesima realtà fondamentale alla quale apparteniamo.

Questo non elimina le differenze. Io non sono te, tu non sei me. Le nostre storie, le nostre responsabilità e le nostre libertà sono differenti. Ma la differenza non significa separazione assoluta. Anche il rapporto con la natura cambia. Gli animali, le piante, gli oceani, le stelle non sono semplicemente oggetti posti davanti a noi. Appartengono alla medesima trama dell’esistenza. Da questa consapevolezza può nascere un’etica della cura, della responsabilità e della solidarietà.

Persino il modo di comprendere la morte può trasformarsi. La morte segna realmente la fine della nostra esistenza biologica così come la conosciamo. Tuttavia, se ciò grazie a cui siamo non è mai stato separato dall’Essere assoluto, la nostra finitezza non coincide necessariamente con un distacco da Dio. Questo non dimostra che cosa accada alla nostra identità personale dopo la morte, ma apre un diverso orizzonte per pensare la speranza.

5. Gesù Cristo: la manifestazione di ciò che siamo chiamati a riconoscere

In questa prospettiva possiamo ripensare anche il significato dell’incarnazione. Generalmente diciamo che Dio si è fatto uomo, quasi che Dio, dall’esterno, fosse entrato in una realtà che prima gli era estranea. Ma se il mondo non è ontologicamente separato da Dio, allora l’incarnazione può essere compresa in modo differente. In Gesù di Nazaret il Logos si manifesta storicamente nella concretezza di un’esistenza umana.

Il significato dell’incarnazione non è dunque semplicemente che Dio abbia attraversato una distanza infinita per raggiungere l’umanità, ma che nell’umanità di Gesù si rivela la profondità divina dell’esistenza umana. Questo non significa cancellare la singolarità di Gesù. Significa piuttosto comprendere la sua singolarità come rivelazione e compimento di quella relazione al Logos che costituisce ogni creatura. Gesù manifesta pienamente ciò che noi siamo chiamati a riconoscere e a realizzare nella nostra esistenza.

La salvezza non sarebbe allora soltanto il passaggio da una condizione di lontananza a una condizione di vicinanza a Dio. Sarebbe anche il risveglio e il compimento della nostra originaria relazione a lui. La divinizzazione non consisterebbe nel diventare un altro essere, ma nel portare a compimento ciò che, nella profondità del nostro essere, ci costituisce da sempre.

6. Non dobbiamo diventare ciò che, nel profondo, già siamo

Possiamo ora raccogliere il significato di tutto questo percorso. La metafisica tradizionale ha spesso cercato di spiegare come Dio, infinitamente diverso dal mondo, potesse entrare in relazione con le sue creature. Il Monismo Relativo rovescia la domanda. Non si tratta più di spiegare come due realtà originariamente separate possano incontrarsi, ma di comprendere come l’unico Essere possa manifestarsi nella molteplicità senza perdere la propria unità. Dio e le creature non sono due esseri. Sono differenti modalità dell’unico Essere. Dio è assoluto e incondizionato; noi siamo finiti e dipendenti. Ma la nostra finitezza non è una separazione ontologica da Dio.

Questa intuizione può diventare una nuova maniera di vivere la fede. Forse abbiamo passato troppo tempo a cercare Dio come se fosse lontano. Abbiamo pensato di doverlo raggiungere, convincere, meritare. Abbiamo immaginato che tra noi e lui esistesse una distanza da superare. E se la distanza fosse soprattutto nel nostro modo di pensare? E se il problema non fosse l’assenza di Dio, ma la nostra incapacità di riconoscerne la presenza?

La vita spirituale potrebbe allora essere compresa non tanto come un viaggio verso un Dio assente, quanto come un risveglio alla realtà più profonda della nostra esistenza. Non dobbiamo smettere di essere umani per essere uniti a Dio. Non dobbiamo cancellare la nostra individualità, la nostra storia, la nostra corporeità. Dobbiamo imparare a riconoscere che tutto ciò che siamo trova il proprio fondamento in una realtà che non abbiamo prodotto e dalla quale non siamo mai stati separati. Dio non è l’Altro che dobbiamo raggiungere, ma l’Essere senza il quale non potremmo neppure essere noi stessi.

Soggetto, mai a nessuno

XXIX Domenica – Anno A

La colletta di oggi esordisce con un’immagine: sul palmo della mano di Dio sta scritto il nome di ogni suo figlio. Indelebile, eterno. «Ecco, io ti ho scolpito sulle palme delle mie mani» (Is 49,16); «Anche se le madri dimenticassero, non io dimenticherò te» (Is 49,15). Chi è questo figlio? Chi è questa figlia?

Nella prima lettura incontriamo un personaggio sorprendente: Ciro il Grande, re di Persia nel VI secolo a.C. Non appartiene al popolo d’Israele, non condivide la sua fede, non conosce il Dio dell’alleanza. Eppure, Isaia lo chiama «unto del Signore», messia, titolo che nella Bibbia designa chi è consacrato per una missione divina.

Perché Dio sceglie proprio lui? Non perché abbia professato la fede d’Israele, ma perché la sua azione politica rende possibile la liberazione di un popolo: Ciro permette agli esuli ebrei di tornare nella loro terra e ricostruire la propria vita religiosa e sociale. La sua grandezza non sta nell’appartenenza religiosa, ma nell’opera di liberazione che rende possibile.

Il testo insiste due volte: «Sebbene tu non mi conosca», «anche se tu non mi conosci». Dio chiama Ciro per nome e gli affida una missione senza esigere che conosca o professi la fede d’Israele. È un’affermazione teologicamente rivoluzionaria: si può essere strumenti dell’azione salvifica di Dio senza saperlo, anche appartenendo a un’altra tradizione religiosa.

Non significa che la fede sia irrilevante, ma che non è il criterio esclusivo per riconoscere l’azione di Dio nella storia. Dio non è prigioniero delle nostre appartenenze: il bene che libera e restituisce dignità può essere manifestazione della sua azione anche quando è compiuto da chi non crede in lui.

Ci aiuta ancora la colletta: «fa’ che nel misterioso intrecciarsi delle libere volontà degli uomini nessuna autorità abusi della propria forza e ogni potere si ponga sempre a servizio del bene di tutti». Dio opera attraverso l’intreccio delle libere volontà umane, e nessuna autorità potrà ostacolare il suo disegno di bene.

«Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8).

Nel Vangelo, farisei ed erodiani si dividono sul tributo a Cesare. I farisei, ostili ai romani, consideravano il census un segno di sottomissione a un potere straniero e potenzialmente idolatrico; gli erodiani, sostenitori di Erode, erano a favore. Se Gesù avesse detto di pagare, avrebbe perso il favore del popolo; se avesse detto di non pagare, sarebbe stato denunciato ai romani come sovversivo.

Di lui dicono: «Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno». Alla lettera: non ti importa di nessuno e non badi all’apparenza di chi hai davanti. Più finemente: Gesù è «soggetto-signore», non è suddito di nessuno, non è soggetto a nessuno.

Da che parte sta, dunque? Sotto Roma o sotto il Tempio? Sotto il potere civile o religioso? «Mostratemi la moneta del tributo». Qui ritorna ciò che custodisce il palmo della mano. Lì Gesù pone la moneta con l’effigie di Cesare, ma sapendo che la sua immagine di figlio è scritta sul palmo della mano di Dio.

«Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» riconosce l’intoccabile dignità dell’uomo, che non sta nell’effigie di Cesare ma nel nome scritto sulla mano di Dio. A Dio il sommo potere, per essere «soggetti» e mai soggetti a nessun potere.

Gesù non separa semplicemente politica e religione come due territori con ciascuno il proprio sovrano. La questione è più radicale: quale concezione del potere realizza davvero l’umano? Il dominio o il servizio del bene di tutti? Gesù non propone di sostituire un potere religioso a uno politico, non vuole prendere il posto di Cesare: propone un modo diverso di esercitare il potere, quello che promuove l’umano. Non si tratta di contrapporre il credente al pagano, ma due modi opposti di esercitare autorità. Opprimendo o servendo.

Così un re pagano come Ciro può compiere il disegno di Dio quando il suo potere diventa liberazione; un uomo profondamente religioso può tradirlo quando usa la fede per dominare, escludere, opprimere. Non l’etichetta religiosa rende giusta un’azione, ma la sua capacità di promuovere vita, libertà e dignità. Non salva la sola professione di fede, ma l’amore che si fa servizio, anche in chi non ha una fede esplicita.

Lo ritroviamo nel giudizio finale di Matteo 25: coloro che hanno sfamato gli affamati, accolto gli stranieri, vestito gli ignudi e visitato i prigionieri scoprono di aver servito Cristo senza riconoscerlo: «Signore, quando ti abbiamo visto?».

La fede autentica non è solo sapere chi è Dio o appartenere a una comunità: è lasciar emergere nella propria esistenza la logica di amore e servizio rivelata da Gesù. La fede esplicita può illuminare e alimentare quel servizio, ma non può sostituirlo. Una fede che non diventa amore rimane sterile; un amore autentico può già esprimere, anche inconsapevolmente, ciò che la fede cristiana riconosce come opera di Dio.

Ciro ci ricorda che Dio può agire attraverso uno straniero, un appartenente a un’altra religione, un non credente, persino chi non pronuncia mai il suo nome, e ci impedisce di identificare troppo facilmente la volontà divina con le nostre istituzioni, dottrine e appartenenze.

A Dio non appartengono le dottrine. A Dio appartiene il bene dell’uomo.

Se l’essere umano è immagine di Dio, rendere a Dio ciò che è suo significa anzitutto restituire all’uomo dignità, libertà e possibilità di relazioni fraterne.

Non si onora Dio sottraendo qualcosa all’umanità per consegnarlo alla religione, ma servendo l’umanità che porta la sua immagine. Dio non cerca anzitutto sudditi che riconoscano il suo potere, ma esseri umani capaci di rendere umana la vita degli altri.

Ciro serve il progetto di Dio senza conoscerlo; Gesù rivela che il vero potere di Dio non è dominare, ma servire.

La vera domanda non è soltanto «Credi in Dio?», ma «Che cosa fa della tua vita una benedizione per gli altri?». Il Dio che Ciro non conosceva era già all’opera nella liberazione che rendeva possibile; il Cristo che i giusti di Matteo 25 non avevano riconosciuto era già presente nell’affamato nutrito e nello straniero accolto.

Non basta credere in Dio, per servirlo. Ma chi serve autenticamente l’umano può già servire Dio, anche senza saperlo.

Dall’Uno di Plotino al Monismo Relativo

1. Introduzione. Dalla metafisica dell’unità alla questione della differenza

Uno dei problemi fondamentali della metafisica occidentale riguarda il rapporto tra l’unità dell’Essere e la molteplicità degli essenti. Se tutto ciò che esiste è, in quale senso gli essenti sono differenti dall’Essere? La molteplicità introduce nell’Essere qualcosa che esso non possedeva precedentemente, oppure costituisce una sua determinazione? E se gli essenti non possiedono un essere diverso dall’Essere, come è possibile salvaguardarne la differenza senza ricadere in un monismo indifferenziato? Queste domande attraversano la storia della filosofia, da Parmenide a Plotino, dal neoplatonismo cristiano a Meister Eckhart e Nicola Cusano, fino alle moderne ontologie della relazione.

La questione assume un significato particolarmente rilevante quando viene formulata teologicamente: qual è la differenza tra Dio e le creature? È una differenza ontologica, tale per cui Dio e le creature appartengono a due ordini di essere toto caelo differenti, oppure è possibile pensarla come una differenza modale interna all’unica realtà dell’Essere? La seconda possibilità non implica necessariamente la negazione della trascendenza divina. Essa richiede piuttosto di ripensare la trascendenza non nei termini della separazione, ma dell’asimmetria relazionale: Dio è in virtù di se stesso, mentre la creatura è esclusivamente in virtù della propria relazione a Dio.

Il presente contributo intende sviluppare questa seconda possibilità, mostrando come il Monismo Relativo possa essere interpretato come una prosecuzione critica della Einheitsmetaphysik neoplatonica, ossia della metafisica dell’unità del tutto (Monismo). Il punto di partenza è costituito dalla concezione plotiniana dell’Uno e delle sue determinazioni, letta attraverso un’interpretazione che sottolinea l’identità fondamentale dell’Uno e di tutto ciò che da esso procede. Da questa intuizione si passerà alla proposta del Monismo Relativo, secondo la quale la differenza tra Dio e le creature non è una differenza tra due enti ontologicamente differenti, ma tra due dell’unico Essere: secondo la modalità dell’autorelazione assoluta (ὁ θεός) e quella della relazione-a-Dio (πρὸς τὸν θεόν).

Questa prospettiva richiede tuttavia una precisazione cristologica decisiva. Se la “relazione-a-Dio” costituisce la modalità propria dell’essente, e se il Logos giovanneo è definito dalla sua relazione a Dio, πρὸς τὸν θεόν (pros ton theon), non si deve forse concludere che anche il Logos sia una creatura? Per evitare questa conseguenza è necessario distinguere rigorosamente la “relazione-a-Dio”, in quanto modalità increata del Logos, dalle determinazioni finite attraverso le quali il Logos si manifesta come pluralità dei logoi. Si tratta di una distinzione fondamentale: il Logos è increato nella sua relazione-a-Dio, mentre i logoi sono creati nella loro determinazione finita. La “relazione-a-Dio” non è dunque di per sé sinonimo di creaturalità; la creaturalità consiste nella determinazione relativa e finita di tale relazione.

2. Plotino e la metafisica dell’unità del tutto

La metafisica di Plotino si sviluppa intorno alla convinzione che la molteplicità non possa costituire il principio ultimo della realtà. Ogni molteplice presuppone infatti una qualche unità che lo rende intelligibile. Se qualcosa è molteplice, deve essere in qualche modo uno, altrimenti non sarebbe neppure possibile riconoscerlo come una determinata molteplicità. L’unità possiede pertanto una priorità metafisica rispetto alla differenza.

Nelle Enneadi, Plotino articola questa intuizione attraverso la dottrina delle tre ipostasi: l’Uno (Hen), l’Intelletto (Nous) e l’Anima (Psyché). L’Uno è il principio assolutamente semplice, anteriore a ogni distinzione e determinazione. Non può essere propriamente identificato neppure con l’essere, perché l’essere comporta già una qualche intelligibilità e determinazione. L’Uno è quindi oltre l’essere, secondo la formula di Platone epekeina tēs ousias (Repubblica VI, 509b), che Plotino assume e radicalizza.

Il Nous costituisce il primo livello nel quale compaiono l’essere e il pensiero. Esso è intelletto che pensa eternamente se stesso. Tuttavia, proprio nell’autoriflessione emerge una prima differenza: quella tra il pensante e il pensato. Anche quando il soggetto e l’oggetto coincidono, l’atto del pensare implica una struttura relazionale che non appartiene alla semplicità assoluta dell’Uno. Il Nous è pertanto unità articolata, mentre l’Uno è unità priva di ogni articolazione interna.

Dall’Intelletto procede l’Anima, che costituisce il principio vivificante del cosmo (Anima mundi). Attraverso l’Anima, le determinazioni intelligibili si manifestano nella realtà sensibile. Il mondo materiale rappresenta così il grado più elevato della differenziazione, caratterizzato dalla pluralità degli enti, dalla spazialità, dalla temporalità e dal mutamento.

L’intera struttura della realtà appare quindi come una progressiva articolazione dell’unità nella molteplicità. Quanto più ci si allontana dall’Uno, tanto più aumenta la differenza e diminuisce l’unità. È importante precisare che, in Plotino, questo movimento non comporta una trasformazione dell’Uno stesso: il principio rimane immutabile e non viene diminuito o modificato da ciò che procede da esso. La processione riguarda i livelli derivati della realtà, non un cambiamento interno al principio assoluto.

Tuttavia, la questione decisiva rimane aperta: che cosa sono, in ultima analisi, questi livelli differenti? Sono ontologicamente “altro” (aliud) rispetto all’Uno oppure sono l’Uno stesso secondo differenti modalità di determinazione?

3. Il finito come determinazione dell’Uno

Il sistema di Plotino può essere considerato una dottrina dell’unità del tutto (All-Einheitslehre), una All-Einheitsmetaphysik, una metafisica dell’unità universale. Qual è e come si dà la differenza tra l’Uno e ciò che procede da esso. Che cosa distingue il Nous, l’Anima e il mondo materiale dall’Uno? La risposta è radicale: sono tutti l’Uno, in forma differenziata. La molteplicità non sarebbe quindi costituita da realtà ontologicamente estranee all’Uno, ovvero “altre”. Esse sarebbero piuttosto l’Uno stesso nella modalità della determinazione. Il mondo divino e il mondo materiale, tutto ciò che esiste, è in ultima analisi lo stesso Uno, solo che con differenze.

Prendiamo come esempio un pezzo di gesso. Il gesso possiede un determinato colore, un peso, una forma, una collocazione spaziale e una precisa identità materiale. Se fosse possibile eliminare progressivamente tutte queste determinazioni, fino a togliere persino il suo essere gesso, ciò che rimarrebbe sarebbe l’Uno stesso. Il finito sarebbe dunque l’Uno sotto determinate condizioni di finitezza. Una cosa finita in se stessa non è nient’altro che l’Uno stesso. La differenza tra l’Uno e il finito non dovrebbe necessariamente essere concepita come una differenza tra due realtà ontologicamente indipendenti, ma come la differenza di in-determinato e determinato.

Questa è una possibile lettura della dottrina di Plotino. Infatti, Plotino mantiene una reale distinzione gerarchica tra le ipostasi e non identifica semplicemente l’Uno con la totalità delle cose finite. La sua concezione della processione comporta una dipendenza ontologica degli effetti dal principio, ma non autorizza senza ulteriori precisazioni a considerare le ipostasi come semplici modificazioni dell’Uno. L’interpretazione suggerisce una possibile interpretazione “monista” della metafisica plotiniana, che può essere ulteriormente sviluppata.

Il Monismo Relativo si collega a questo ulteriore sviluppo di tale “possibile” interpretazione. Esso assume l’intuizione fondamentale secondo cui il finito – e quindi il cosmo – non è un essere estraneo all’Assoluto, ma ne riformula il significato attraverso la categoria della “relazione”. La differenza non viene più pensata principalmente come un grado inferiore di unità, una mancanza di essere, bensì come una diversa modalità dell’Essere.

4. Dalla differenza ontologica alla differenza modale

Il Monismo Relativo propone di distinguere rigorosamente la differenza ontologica, intesa come alterità tra due ordini di essere, dalla differenza modale, intesa come differenza nel modo in cui l’unico Essere è. Gli essenti non possiedono un essere diverso dall’Essere, non hanno un altro essere: perché, se così fosse, si dovrebbe ammettere un essere esterno all’Essere stesso. Ma un essere esterno all’Essere sarebbe contraddittorio. Qualunque realtà venga affermata come esistente è già compresa nell’orizzonte dell’Essere. Non può esservi un secondo essere che si aggiunga all’Essere, poiché anche questo secondo essere sarebbe necessariamente essere.

La conseguenza è che la differenza tra Dio e le creature non può consistere nell’esistenza di due esseri sostanzialmente separati. L’essere che fa essere Dio Dio è lo stesso essere che fa essere la creatura creatura. La differenza riguarda la modalità secondo cui questo unico Essere è.

L’essere che fa essere l’Essere è nella modalità dell’“auto-relazione assoluta”; l’essere che fa essere l’essente è nella modalità della “relazione-all’-Essere”. Nel primo caso, l’Essere è incondizionato, poiché non dipende da altro per essere. Nel secondo caso, l’essente è condizionato, poiché il suo essere consiste interamente nel riferirsi all’Essere.

Non bisogna però interpretare queste due modalità come due sostanze alle quali la relazione si aggiungerebbe successivamente. La relazione non presuppone due termini già costituiti, ma costituisce originariamente i termini stessi. L’autorelazione assoluta non è una relazione che sopraggiunge all’Essere dopo essere già costituito come Essere; essa esprime la modalità originaria dell’Essere. Analogamente, la relazione-all’-Essere non è una proprietà che si aggiunge all’essente già esistente, ma costituisce l’identità dell’essente.

5. Il Logos come relazione-a-Dio: la questione cristologica

Come intendere teologicamente la distinzione modale precedentemente introdotta? Così definisce il Logos il prologo del Vangelo di Giovanni: «καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν» (Gv 1,1). «E il Logos era presso Dio», oppure, mettendo in evidenza il carattere relazionale dell’espressione, «il Logos era rivolto a Dio». Il testo prosegue: «καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος». «E il Logos era Dio». Le due affermazioni devono essere comprese insieme. Il Logos è pros ton theon, “relazione-a-Dio” e tuttavia è theos, Dio. La “relazione-a-Dio” non implica dunque, in questo caso, una differenza di essere rispetto a Dio. Il Logos è Dio precisamente nella modalità della “relazione-a-Dio”.

Questa affermazione permette di sviluppare una distinzione decisiva per il Monismo Relativo. Se la relazione-a-Dio fosse immediatamente identificata con la creaturalità, si dovrebbe concludere che il Logos, proprio perché è pros ton theon, è una creatura. Ma questa conclusione contraddirebbe la seconda affermazione giovannea, secondo cui il Logos è Dio, e la confessione nicena del Figlio «generato, non creato», consustanziale al Padre. Occorre quindi distinguere la “relazione-a-Dio” in quanto tale dalla determinazione finita della “relazione-a-Dio”. La “relazione-a-Dio” non è la relazione creaturale in quanto tale. Nel Logos essa è increata, poiché esprime una modalità divina dell’Essere.

La relazione-a-Dio è dunque Dio stesso in una modalità differente rispetto all’autorelazione dell’Assoluto (ὁ θεός). L’autorelazione esprime l’Essere nella sua assolutezza incondizionata; la “relazione-a-Dio” esprime l’Essere nella modalità del Logos. La differenza tra queste due modalità non costituisce una differenza di sostanza, ma una differenza relazionale interna all’unico Essere divino.

È importante precisare che la relazione-a-Dio del Logos non deve essere interpretata come una relazione di dipendenza creaturale. Il Logos non è un ente finito che riceve dall’esterno un essere che prima non possedeva. È l’Essere divino stesso nella modalità del suo riferirsi a Dio. La relazione è costitutiva della sua identità, ma non comporta creaturalità.

La differenza tra autorelazione e relazione-a-Dio deve pertanto essere concepita come differenza modale increata. Soltanto quando la “relazione-a-Dio” assume determinazioni finite si afferma la creaturalità della “relazione-a-Dio”. Il cosmo rappresenta l’aspetto creato del Logos. In questa prospettiva, la creatura non è altra da Dio, così come il Logos non è altro da il Dio.  La differenza tra Dio e creatura non è ontologica, ma modale. La differenza è reale, ma non implica separazione ontologica. L’Essere è uno, mentre le sue modalità sono differenti. Si potrebbe esprimere questa intuizione affermando che Dio e la creatura non differiscono quanto all’essere per cui sono, ma quanto alla modalità secondo cui sono. Dio è l’Essere in quanto autorelazione assoluta; la creatura è l’Essere in quanto determinazione relativa della relazione-a-Dio.

Questa formulazione non elimina la trascendenza divina, ma la ridefinisce. La trascendenza non consiste nell’appartenenza di Dio a un altro ordine di essere, bensì nella sua incondizionatezza. Dio non dipende dalle creature per essere Dio, mentre le creature sono perché sussistono nel Logos.

6. L’analogia matematica: il 10 e le sue determinazioni

Un modello formale può rendere più comprensibile la differenza modale. Consideriamo il numero 10 e alcune delle sue possibili espressioni:

10 = 5 × 2 = 30 : 3 = 8 + 2 = 20 : 2

Il numero 10 è identico a se stesso e, nello stesso tempo, può essere espresso attraverso differenti operazioni. Il 5 × 2 è 10, così come il 30 : 3 è 10. Non si tratta di valori differenti, ma dello stesso valore espresso secondo differenti modalità.

L’analogia permette di distinguere l’identità del valore dalla differenza della determinazione. Il 10 rappresenta l’Essere nella sua identità assoluta; il 5 × 2 rappresenta una determinazione dell’Essere. La moltiplicazione non produce un secondo 10 che si aggiunge al primo, ma esprime il medesimo valore secondo una particolare determinazione.

Il punto essenziale non è dunque soltanto che 5 × 2 = 10, ma che l’identità del risultato non cancella la differenza dell’operazione. Il 5 × 2 è realmente 10, ma non è il 10 secondo la stessa modalità espressiva. La differenza non riguarda il valore, bensì la modalità della sua determinazione.

Applicata alla relazione tra Dio e creatura, l’analogia suggerisce che la creatura non possiede un essere diverso dall’Essere divino, ma è l’Essere nella modalità della determinazione relativa. Come il 5 × 2 non costituisce un valore ulteriore rispetto al 10, così la creatura non costituisce un essere differente rispetto a Dio. Tuttavia, all’interno dell’espressione 5 × 2 vanno distinti due aspetti: la sua relazione al 10 e la particolare operazione attraverso cui tale relazione si determina.

Il primo aspetto è l’identità del valore: 5 × 2 è 10. Il secondo aspetto è la determinazione attraverso la moltiplicazione: il 10 viene espresso come prodotto di due fattori. La relazione al 10 non è la moltiplicazione; la moltiplicazione è una modalità determinata attraverso cui il medesimo valore viene espresso. Questa distinzione è decisiva per comprendere il rapporto tra Logos increato e logoi creati.

7. Il duplice aspetto del Logos: increato e creato

Il Logos possiede un aspetto increato, in quanto “relazione-a-Dio”, e un aspetto creato, in quanto si determina nella pluralità dei logoi. Queste determinazioni non sono “altro” dal Logos. Sono lo stesso Logos. Non si tratta di affermare che il Logos, considerato nella propria identità divina, sia contemporaneamente creato e increato sotto il medesimo rispetto. Ciò sarebbe contraddittorio. Si tratta piuttosto di distinguere il Logos nella sua modalità divina increata dalle determinazioni finite attraverso cui esso si manifesta nella creazione.

Il Logos, in quanto pros ton theon, è increato. I logoi, in quanto determinazioni finite del Logos, sono creati. Non esistono tuttavia due Logoi, uno increato e uno creato. Esiste l’unico Logos, che è Dio nella sua relazione-a-Dio e che si manifesta nelle determinazioni finite della creazione.

La creatura possiede dunque due aspetti: l’aspetto increato della “relazione-a-Dio” (ciò che la rende “Dio”) e l’aspetto creato della propria determinazione finita. Il primo non significa che la creatura, nella sua individualità determinata, sia increata. Significa che ciò per cui essa è non è altro da Dio. Il secondo indica che la creatura è realmente finita e determinata.

Questa distinzione permette di evitare un equivoco fondamentale. Non si deve affermare che la creatura è Dio semplicemente perché il 5 × 2 è 10. Bisogna invece precisare che la creatura è inseparabile da Dio quanto al fondamento del proprio essere, mentre è realmente distinta quanto alla modalità della propria determinazione.

L’analogia può essere ulteriormente sviluppata considerando che il medesimo 10 può essere espresso come 5 × 2, 30 : 3, 8 + 2 oppure 20 : 2. Tutte queste espressioni hanno il medesimo valore, ma ciascuna possiede una struttura differente. Analogamente, i logoi sono differenti determinazioni del Logos, senza costituire differenti esseri rispetto all’Essere divino.

La pluralità delle creature non moltiplica il Logos, così come la pluralità delle operazioni non moltiplica il valore 10. Essa esprime la molteplicità delle determinazioni finite attraverso le quali l’unico Logos si manifesta.

8. Il rapporto tra Logos e logoi: la creazione come determinazione relazionale

Il Monismo Relativo permette di superare la tradizionale distinzione scolastica secondo cui Dio è l’Essere (ipsum esse subsistens), mentre la creatura ha l’essere (habens esse), in quanto lo riceve per partecipazione. Sebbene questa distinzione intenda salvaguardare la dipendenza ontologica della creatura da Dio, essa rischia di suggerire che l’essere sia qualcosa che Dio possiede per identità e che la creatura riceve come una perfezione distinta dalla propria essenza.

Il Monismo Relativo propone un cambiamento di prospettiva: non è che Dio sia l’essere mentre la creatura abbia l’essere; Dio e la creatura sono nell’unico e medesimo Essere, ma secondo modalità differenti. L’essere che fa essere Dio Dio è lo stesso essere che fa essere la creatura creatura. Se così non fosse, bisognerebbe ammettere un essere della creatura diverso dall’Essere divino, introducendo una dualità ontologica che comprometterebbe l’assolutezza dell’Essere stesso.

La differenza non riguarda dunque il possesso o il non possesso dell’essere (differenza ontologica), ma la modalità relazionale secondo cui l’unico Essere è: Dio è l’Essere nella modalità dell’autorelazione assoluta, mentre la creatura è l’Essere nella modalità della relazione-a-Dio, determinata dalla finitezza. Come il 5 × 2 non ha il 10, ma è 10 secondo una particolare determinazione operativa, così la creatura non ha un essere ricevuto come qualcosa di ontologicamente distinto dall’Essere divino (partecipazione ontologica), ma è nell’unico Essere secondo la modalità della determinazione relativa (identità ontologica).

La creaturalità non consiste pertanto nell’avere l’essere che Dio invece è, bensì nell’essere una determinazione finita (logoi) della “relazione-a-Dio” (Logos). In questo senso, la partecipazione non deve essere concepita come il possesso derivato di una perfezione ontologica, ma come la modalità relazionale costitutiva dell’essente. La creatura non è un soggetto che ha l’essere, ma una relazione determinata nella quale l’Essere stesso si manifesta senza dividersi, moltiplicarsi o accrescersi. Il superamento della distinzione scolastica non elimina quindi l’asimmetria tra Dio e creatura, ma la trasferisce dal piano della differenza ontologica a quello della differenza modale: Dio è incondizionato nella propria autorelazione, mentre la creatura è condizionata nella propria relazione-a-Dio. La distinzione tra Logos e logoi permette di ripensare la creazione non come produzione di un secondo ordine di essere, ma come determinazione finita dell’unico Essere.

Nella tradizione cristiana, soprattutto in Massimo il Confessore, i logoi delle creature sono compresi in relazione al Logos divino. Essi esprimono le ragioni divine secondo le quali le creature sono costituite e orientate al proprio compimento. Questa tradizione offre un importante punto di riferimento, anche se non coincide immediatamente con la proposta del Monismo Relativo: occorre infatti distinguere i logoi divini, considerati come principi increati delle creature, dalle creature finite che li attuano.

Il Monismo Relativo può sviluppare questa distinzione affermando che il Logos è la relazione-a-Dio nella sua modalità increata, mentre i logoi, considerati come determinazioni effettive della realtà finita, esprimono la modalità creaturale della medesima relazione. In questo senso, il Logos non diventa creatura semplicemente perché si determina nei logoi. La sua relazione-a-Dio rimane increata. Ciò che è creato è la determinazione finita attraverso cui questa relazione si manifesta.

La creazione non consiste pertanto nell’aggiunta di un nuovo essere all’essere di Dio. Essa consiste nella costituzione di determinazioni relative che non possiedono alcuna autonomia ontologica rispetto all’Essere. La creatura non è un secondo essere, ma una modalità finita dell’unico Essere.

Il Logos non passa dall’essere increato all’essere creato, né l’Assoluto acquisisce proprietà che prima non possedeva. Le determinazioni finite sono reali nella loro modalità relativa, ma non modificano la modalità assoluta dell’Essere divino. La creazione è dunque una differenziazione modale senza incremento ontologico dell’Assoluto.

9. La formula del Monismo Relativo: x = x + y

La proposta può essere espressa attraverso la formula fondamentale del Monismo Relativo:

x = x + y

In questa espressione, x rappresenta l’Essere assoluto, mentre y rappresenta la determinazione finita. Se l’Assoluto è veramente assoluto, nulla può aggiungersi a esso come un essere ulteriore. Formalmente, l’equazione conduce a y = 0.

È necessario precisare il significato di questo risultato. La formula non intende dimostrare matematicamente che le creature siano inesistenti. Essa utilizza un modello formale per esprimere una tesi ontologica: la creatura non aggiunge essere all’Essere. Il valore zero attribuito a y indica la non-addizione ontologica della creatura, non la negazione della sua realtà determinata.

La creatura è reale in quanto determinazione relazionale, ma non possiede un essere indipendente dall’Assoluto. Il suo essere consiste interamente nella relazione-a-Dio.

L’analogia del 10 permette di comprendere più precisamente questa struttura. Se il 10 rappresenta Dio, il 5 × 2 rappresenta una determinazione creaturale. Il 5 × 2 non aggiunge nulla al valore 10, perché è 10. Tuttavia, la sua determinazione operativa è differente dall’espressione immediata del numero. La “relazione-al-10” esprime analogicamente l’aspetto increato, mentre la moltiplicazione esprime l’aspetto creato. L’identità del valore non cancella la differenza della determinazione.

La formula x = x + y deve quindi essere interpretata insieme alla distinzione modale. Senza questa distinzione, essa potrebbe essere fraintesa come negazione della realtà creaturale. Con essa, invece, diventa possibile affermare simultaneamente l’identità dell’Essere e la realtà della differenza. L’Assoluto non si accresce nella molteplicità delle creature, ma le creature sono realmente differenti nella modalità della loro determinazione.

10. Meister Eckhart e il fondo increato della creatura

La distinzione tra relazione increata e determinazione creata permette di comprendere in modo nuovo anche alcune intuizioni della mistica di Meister Eckhart.

Eckhart distingue frequentemente tra l’essere umano nella sua condizione determinata e il fondo più originario dell’anima. Parlando dell’anima, Eckhart usa il termine “Bürglein”, cittadella, descrivendo la dimensione interiore nella quale vengono meno le differenze e le determinazioni che caratterizzano l’esistenza finita.

Questa concezione presenta una significativa affinità con la dottrina plotiniana della parte dell’anima che non è mai discesa dalla dimensione divina. Secondo Plotino una parte superiore dell’anima rimane sempre in relazione con il divino. L’ascesa spirituale non consiste quindi nel diventare qualcosa di completamente nuovo, ma nel riconoscere ciò che l’anima è già nella propria profondità. Il nostro vero sé è il sé di Dio.

La formulazione può essere reinterpretata alla luce del Monismo Relativo. L’essere umano, nella propria determinazione finita, è creatura; tuttavia, ciò per cui è, non è altro da Dio. Il fondo increato (Logos) non deve quindi essere pensato come una parte sostanziale della creatura che sarebbe rimasta separata dal processo creativo. È la “relazione-a-Dio” nella sua originaria inseparabilità da Dio.

La Gelassenheit, il distacco eckhartiano, non sarebbe allora semplicemente una rinuncia alle cose esteriori, ma il riconoscimento che nessuna determinazione finita esaurisce la verità dell’essente. L’essere umano non deve eliminare la propria creaturalità per diventare Dio; deve riconoscere che la propria creaturalità è una determinazione relativa del Logos e che, nella profondità del proprio essere, non è mai stato separato da Dio.

Questa interpretazione permette anche di superare una concezione esclusivamente ascensionale della mistica. Se la relazione-a-Dio costituisce originariamente l’essente, l’unione con Dio non è il risultato di un movimento attraverso il quale la creatura raggiunge una realtà precedentemente assente. È piuttosto il riconoscimento della non-separazione originaria. La contemplazione non produce l’unione con Dio (ἕνωσις, hénōsis), ma rende consapevoli dell’identità dell’essere nella differenza delle modalità.

11. Dalla Einheitsmetaphysik al Monismo Relativo

Il percorso da Plotino al Monismo Relativo può essere compreso come una trasformazione della metafisica dell’unità. In Plotino, l’unità costituisce il principio originario dal quale procede la molteplicità. La differenza viene pensata secondo una struttura gerarchica: quanto più aumenta la determinazione, tanto più diminuisce il grado di unità. Il ritorno all’Uno comporta pertanto il superamento progressivo delle determinazioni. Ogni ente finito è l’Uno stesso provvisto di differenze. L’unità non è semplicemente il principio remoto della molteplicità, ma ciò che costituisce interiormente ogni essente.

Il Monismo Relativo assume questa intuizione e la riformula attraverso la categoria della relazione. La differenza non viene più interpretata come una diminuzione dell’unità, ma come una modalità relativa dell’Essere. L’essente non è meno essere rispetto all’Essere, come se possedesse una quantità inferiore di realtà; è l’Essere secondo una modalità differente.

Questa trasformazione comporta un cambiamento fondamentale nel significato della trascendenza. La trascendenza non è più concepita come distanza ontologica, ma come incondizionatezza dell’autorelazione assoluta rispetto alla condizionatezza della relazione creaturale. L’Essere non è una realtà collocata oltre gli essenti, ma ciò senza di cui nessun essente sarebbe. La differenza tra Essere ed essenti non è una differenza ontologica, ma tra la modalità assoluta dell’Essere e la sua modalità relativa.

Il Monismo Relativo continua quindi la Einheitsmetaphysik neoplatonica, ma ne modifica il principio di intelligibilità. Non è più la gerarchia dei gradi dell’essere a spiegare la molteplicità, bensì la struttura relazionale delle determinazioni. L’unità non si oppone alla differenza, perché la differenza non costituisce un altro essere rispetto all’Essere. La differenza è reale precisamente come modalità relazionale dell’unità.

12. La differenza modale e il problema dell’asimmetria

Dio non dipende dalle creature per essere Dio, mentre le creature non possono essere senza Dio. L’identità dell’Essere non comporta quindi reciprocità nella relazione. Questa asimmetria è fondamentale per distinguere il Monismo Relativo da una concezione nella quale Dio (x) e mondo (y) si costituiscono reciprocamente (x = y). L’Assoluto è originario e incondizionato; le determinazioni finite sono reali, ma condizionate.

Rimane tuttavia necessario distinguere due significati della “relazione-a-Dio” (θεός). Nel Logos, essa è una modalità increata dell’Essere divino; nelle creature, essa si manifesta attraverso determinazioni finite. Per comprendere la differenza modale con cui si predica la “relazione-a-Dio” (πρὸς τὸν θεόν) del Logos e dei logoi, basta astrarre da questa. Infatti, senza la “relazione-a-Dio”, la creatura è nulla (y = 0). La “relazione-a-Dio” si predica della creatura in modo assoluto. Senza la “relazione-a-Dio”, invece, Dio non è nulla (come le creature), ma è Dio (x = x). La “relazione-a-Dio” si predica, infatti, di Dio in modo relativo, cioè come Logos. Questa distinzione impedisce di identificare il Logos increato con la totalità delle creature e, nello stesso tempo, impedisce di separare ontologicamente le creature dal Logos.

13. Conclusione. L’unico Essere e la pluralità delle sue determinazioni

Il percorso dalla metafisica plotiniana dell’Uno al Monismo Relativo conduce a una riformulazione del rapporto tra unità e molteplicità, tra Dio e mondo, tra Logos e logoi.

L’intuizione fondamentale della Einheitsmetaphysik consiste nel riconoscere che la molteplicità non possiede un principio autonomo rispetto all’unità. Tutto ciò che esiste procede dall’Uno e dipende da esso. Il Monismo Relativo radicalizza questa intuizione sostenendo che gli essenti non possiedono un essere diverso dall’Essere, perché nessun essere può esistere al di fuori dell’Essere stesso.

La differenza tra Dio e le creature non è quindi una differenza ontologica intesa come alterità tra due ordini di essere, ma una differenza modale. L’essere che fa essere Dio Dio è lo stesso essere che fa essere la creatura creatura. Differente è la modalità secondo cui l’unico Essere è: autorelazione assoluta in Dio, relazione-a-Dio nella creatura.

La cristologia del Logos permette tuttavia di precisare ulteriormente questa distinzione. La “relazione-a-Dio” non è necessariamente creaturale, perché il Logos stesso è πρὸς τὸν θεόν ed è θεός. Il Logos è dunque increato nella propria “relazione-a-Dio”, mentre i logoi sono creati in quanto determinazioni finite del Logos.

La creatura possiede pertanto due aspetti concettualmente distinguibili: l’aspetto increato della relazione-a-Dio, che esprime la sua inseparabilità dall’Essere divino, e l’aspetto creato della determinazione finita, che costituisce la sua specifica identità. Come il 5 × 2 è 10 quanto al valore, ma si distingue dal 10 quanto alla modalità della sua espressione, così la creatura è inseparabile dall’Essere divino quanto al proprio essere, ma è realmente distinta quanto alla modalità della propria determinazione.

Il Monismo Relativo può quindi essere compreso come una metafisica dell’unità nella differenza, nella quale la differenza non è negata, ma ricondotta alla propria struttura relazionale. L’Essere non viene moltiplicato dalla pluralità degli essenti, così come il valore 10 non viene moltiplicato dalla pluralità delle operazioni che lo esprimono.

La conclusione fondamentale è che non esistono due esseri, l’essere di Dio e l’essere delle creature; esiste l’unico Essere, assoluto nella propria autorelazione e relativo nelle determinazioni finite della relazione-a-Dio.

Questa prospettiva permette di pensare la creazione non come produzione di un essere estraneo a Dio, ma come determinazione relazionale dell’unico Essere; l’incarnazione non come ingresso di Dio in una realtà ontologicamente altra, ma come manifestazione storica del Logos nella finitezza; e la divinizzazione non come trasformazione della creatura in un essere diverso da quello che già la costituisce, ma come riconoscimento e compimento della sua originaria relazione-a-Dio.

In definitiva, il Monismo Relativo propone di sostituire alla metafisica della separazione una metafisica della differenza modale: l’Essere è uno, le sue determinazioni sono molteplici, e la molteplicità non aggiunge nulla all’Essere perché è l’Essere stesso nella modalità della relazione.

La questione decisiva non è più, allora, come due esseri radicalmente differenti possano entrare in relazione, ma come l’unico Essere possa essere assoluto nella propria autorelazione e manifestarsi nella pluralità delle determinazioni finite senza cessare di essere uno. È precisamente in questa domanda che la Einheitsmetaphysik neoplatonica trova, nel Monismo Relativo, una possibile prosecuzione filosofica e teologica.

Un corpo per amare

Vivere la omosessualità da credenti maturi

Introduzione

Che cosa rende moralmente buona una relazione sessuale? La conformità dell’atto alla struttura biologica degli organi genitali oppure la capacità della relazione di esprimere e realizzare un amore autenticamente umano? La questione dell’omosessualità, nella riflessione teologica contemporanea, conduce inevitabilmente a questa domanda fondamentale. Non si tratta semplicemente di stabilire se determinati comportamenti siano leciti o illeciti, ma di interrogarsi sul significato della corporeità, della differenza sessuale, dell’amore e della relazione nella costituzione della persona umana. La questione dell’omosessualità diventa così un luogo privilegiato per ripensare l’antropologia teologica cristiana e, più radicalmente, il rapporto tra natura e significato, tra funzione biologica e intenzionalità personale, tra identità e relazione.

Nel volume The Sexual Person: Toward a Renewed Catholic Anthropology (Georgetown University Press, 2008), Todd A. Salzman e Michael G. Lawler propongono una revisione della morale sessuale cattolica a partire da un’antropologia personalista e relazionale. Il settimo capitolo, dedicato all’omosessualità (pp. 214–235), costituisce una delle applicazioni più significative della loro proposta. La tesi centrale degli autori è che la moralità degli atti sessuali non possa essere dedotta esclusivamente dalla conformità alla struttura biologica maschio-femmina, ma debba essere valutata alla luce della totalità della persona e della qualità della relazione interpersonale. Una relazione omosessuale, pertanto, non può essere considerata moralmente disordinata per il semplice fatto di non realizzare una complementarità genitale eterosessuale. Occorre piuttosto domandarsi se essa manifesti amore, reciprocità, fedeltà, giustizia e capacità di promuovere la maturazione delle persone coinvolte.

Questa prospettiva, che gli autori definiscono attraverso la categoria di holistic complementarity, complementarità olistica, consente di sviluppare ulteriormente una riflessione sul corpo come realtà intrinsecamente relazionale. Il corpo non è semplicemente un organismo biologico dotato di funzioni predeterminate, ma il luogo concreto nel quale la persona si manifesta, comunica, riconosce l’altro e si lascia riconoscere. Non abbiamo soltanto un corpo attraverso il quale entriamo in relazione: siamo corporeamente costituiti nella relazione. La sessualità non rappresenta dunque una funzione separata dall’identità personale, ma una modalità fondamentale attraverso cui l’essere umano vive la propria apertura all’altro. La domanda decisiva diventa allora non soltanto quale sia la funzione biologica degli organi sessuali, ma quale significato essi possano assumere nella realizzazione di una comunione personale.

1. Scrittura, tradizione e storicità della conoscenza morale

La riflessione di Salzman e Lawler prende avvio da una questione metodologica. La teologia morale cattolica riconosce nella Scrittura, nella Tradizione, nella ragione e nell’esperienza umana fonti fondamentali del discernimento morale. Tuttavia, il rapporto tra queste fonti non può essere concepito come una semplice ripetizione di conclusioni elaborate in contesti storici differenti. La conoscenza morale si sviluppa attraverso l’approfondimento dell’esperienza umana, l’evoluzione delle conoscenze scientifiche e la reinterpretazione delle testimonianze della fede. Ciò non significa che ogni norma morale sia relativa al proprio tempo, ma che la formulazione storica di una norma può dipendere da presupposti antropologici che non possiedono necessariamente validità universale.

Questo principio assume particolare rilievo nell’interpretazione dei testi biblici tradizionalmente utilizzati per condannare gli atti omosessuali. Salzman e Lawler mostrano come sia necessario distinguere il significato storico di tali testi dalle questioni antropologiche contemporanee. La Bibbia conosce comportamenti sessuali tra persone dello stesso sesso, ma non possiede la nozione moderna di orientamento omosessuale come disposizione relativamente stabile dell’affettività e del desiderio. Gli autori biblici si muovono generalmente entro un orizzonte culturale nel quale l’eterosessualità viene presupposta come condizione comune e le relazioni sessuali sono profondamente condizionate da strutture patriarcali, gerarchie sociali e distinzioni di ruolo.

Il racconto di Sodoma (Gen 19), per esempio, non descrive una relazione omosessuale consensuale e stabile, ma una situazione di violenza, sopraffazione e violazione dell’ospitalità. Il tentativo di abuso sessuale contro gli stranieri rappresenta un gesto di dominio e umiliazione, non un’espressione di amore reciproco. Interpretare questo episodio come una condanna indistinta di ogni relazione omosessuale significa trasferire su un testo antico una problematica che esso non affronta direttamente. Anche i divieti del Levitico (18,22; 20,13) devono essere compresi nel quadro delle prescrizioni di santità e delle concezioni culturali relative alla distinzione dei ruoli sessuali. Il loro significato non può essere separato dall’organizzazione simbolica e sociale dell’antico Israele.

Una particolare attenzione merita Rom 1,26–27, dove Paolo parla di rapporti sessuali contrari alla natura. Salzman e Lawler osservano che l’argomentazione paolina si inserisce in una critica dell’idolatria e del disordine dei desideri. Paolo interpreta determinati comportamenti come un abbandono della condizione naturale, ma la sua comprensione della natura sessuale non contempla esplicitamente la possibilità che una persona sia stabilmente orientata verso individui dello stesso sesso. Ciò che viene descritto come abbandono della natura per una persona presumibilmente eterosessuale non può essere automaticamente applicato a una persona il cui orientamento affettivo e sessuale sia omosessuale. Analogamente, i termini malakoi e arsenokoitai, presenti rispettivamente in 1 Cor 6,9 e 1 Tm 1,10, presentano difficoltà lessicali e interpretative che impediscono di identificarli senza ulteriori argomentazioni con la totalità delle relazioni omosessuali contemporanee.

La conclusione esegetica degli autori non consiste nel dichiarare irrilevanti i testi biblici, ma nel contestare che essi possano essere utilizzati come prova immediata e definitiva dell’immoralità di qualsiasi relazione omosessuale. Il passaggio dalla Scrittura alla norma morale richiede un lavoro ermeneutico che tenga conto della distanza storica, delle conoscenze antropologiche e del significato complessivo del messaggio cristiano. La fedeltà alla Scrittura non coincide necessariamente con la ripetizione letterale delle sue prescrizioni, ma implica la capacità di comprenderne l’intenzionalità teologica e morale. Resta naturalmente aperto il confronto con interpretazioni esegetiche differenti, che attribuiscono ai divieti biblici una portata più generale. Il punto metodologico fondamentale è che tale portata deve essere argomentata e non semplicemente presupposta.

2. La legge naturale e il problema della differenza sessuale

Il secondo momento dell’argomentazione riguarda la legge naturale. Nell’insegnamento cattolico tradizionale, la condanna degli atti omosessuali si fonda principalmente sull’idea che essi contraddicano la struttura naturale della sessualità, ordinata all’unione dell’uomo e della donna e alla generazione della vita. La complementarità biologica maschio-femmina viene così considerata una condizione necessaria per il riconoscimento della moralità dell’atto sessuale. Salzman e Lawler contestano questo presupposto, osservando che esso tende a identificare la natura umana con una particolare configurazione anatomica, trascurando la complessità della persona sessuata.

La natura umana, infatti, non si presenta mai come un dato biologico completamente separato dall’interpretazione razionale e dall’esperienza personale. La corporeità appartiene certamente alla costituzione della persona, ma la persona non può essere definita esaustivamente attraverso la struttura dei suoi organi. Essa comprende dimensioni psicologiche, affettive, intenzionali, spirituali e relazionali che non si aggiungono dall’esterno alla biologia, ma concorrono a determinare il significato propriamente umano della sessualità. L’orientamento sessuale costituisce una di queste dimensioni e non può essere ignorato quando si cerca di comprendere ciò che è naturale per una determinata persona.

La differenza biologica tra maschio e femmina rimane reale e significativa. Non si tratta di negarla o di considerarla irrilevante, ma di interrogarsi sul suo statuto antropologico e normativo. Che due organi genitali possiedano una complementarità riproduttiva non significa necessariamente che soltanto attraverso tale complementarità possa realizzarsi una relazione personale autentica. La capacità biologica di generare una nuova vita rappresenta una possibilità fondamentale della sessualità umana, ma non ne esaurisce il significato. La stessa tradizione cattolica riconosce la bontà dei rapporti coniugali tra persone sterili o anziane, per le quali la generazione biologica non è concretamente possibile. È vero che l’insegnamento magisteriale distingue questi rapporti, considerati strutturalmente ordinati alla procreazione, dagli atti omosessuali. Tuttavia, tale distinzione richiede di dimostrare perché la struttura procreativa dell’atto debba essere una condizione necessaria della sua bontà morale, anche quando la procreazione non è possibile.

Il problema, dunque, non è scegliere tra natura e relazione, come se la prima fosse una realtà puramente materiale e la seconda una costruzione soggettiva. Si tratta piuttosto di comprendere la natura umana come natura personale e relazionale. La struttura biologica rende possibili determinate forme di azione, ma non determina da sola la totalità del loro significato morale. La differenza sessuale può essere una modalità significativa dell’incontro umano senza costituire necessariamente l’unico fondamento possibile della comunione personale.

3. La complementarità olistica: dall’anatomia alla persona

Il contributo più originale di Salzman e Lawler consiste nell’elaborazione della categoria di holistic complementarity. Gli autori distinguono la complementarità eterogenitale, fondata sulla corrispondenza anatomica degli organi sessuali maschili e femminili, dalla complementarità personale, che comprende l’incontro affettivo, psicologico, spirituale e relazionale tra due persone. A queste dimensioni aggiungono la complementarità dell’orientamento sessuale, riconoscendo che il desiderio e l’attrazione affettiva appartengono alla concreta costituzione della persona.

La complementarità olistica non elimina la dimensione genitale, ma la integra nella totalità dell’esperienza personale. Gli organi sessuali non vengono considerati strumenti biologici indipendenti dal soggetto, bensì organi della persona nella sua interezza. Il loro significato umano dipende pertanto dal modo in cui partecipano alla relazione e contribuiscono alla crescita delle persone coinvolte. La complementarità non deve essere identificata esclusivamente con la differenza anatomica: può realizzarsi anche attraverso una relazione tra persone dello stesso sesso, nella misura in cui esse manifestano una reciprocità corporea, affettiva e spirituale autentica.

Questo passaggio consente di superare una concezione puramente funzionale della sessualità. Non è sufficiente domandarsi se un atto sessuale corrisponda alla funzione riproduttiva degli organi coinvolti; occorre chiedersi se esso favorisca o comprometta il bene integrale delle persone. Una relazione eterosessuale può essere biologicamente complementare e tuttavia moralmente distruttiva, quando sia caratterizzata da violenza, manipolazione, dominio o sfruttamento. Viceversa, una relazione omosessuale può essere priva di complementarità riproduttiva e tuttavia manifestare fedeltà, reciprocità, cura e responsabilità. La differenza anatomica, pertanto, non garantisce automaticamente la bontà morale della relazione, così come la sua assenza non dimostra automaticamente l’impossibilità di un amore autentico.

La complementarità olistica implica anche un ripensamento della fecondità. La generazione biologica costituisce una forma fondamentale della fecondità umana, ma non l’unica. Una relazione può essere feconda nella misura in cui genera vita attraverso la cura, l’ospitalità, il servizio, l’educazione, la solidarietà e il contributo al bene comune. La fecondità non coincide semplicemente con la capacità di produrre un nuovo organismo, ma comprende la capacità di promuovere l’esistenza e la crescita di altri esseri umani. Ciò non rende equivalenti tutte le forme di fecondità, ma impedisce di ridurre il valore di una relazione alla sua capacità riproduttiva.

4. Il corpo non è una somma di organi: funzione biologica e significato relazionale

La proposta di Salzman e Lawler permette di sviluppare una riflessione ulteriore, che non è formulata nei medesimi termini dagli autori, ma ne approfondisce le implicazioni antropologiche. Il problema fondamentale consiste nel distinguere la funzione biologica di un organo dal significato personale che esso può assumere nella relazione. Un organo corporeo possiede una determinata struttura fisiologica e svolge funzioni specifiche, ma la sua partecipazione alla vita personale non si esaurisce in tali funzioni. Il corpo umano è infatti una realtà biologica che diventa anche espressione, comunicazione e presenza.

Consideriamo la bocca. Essa è coinvolta nella nutrizione, nella respirazione e nell’articolazione del linguaggio. Tuttavia, quando due persone si baciano, la bocca assume un significato che non coincide con nessuna di queste funzioni fisiologiche. Il bacio non è una modalità di nutrizione, né può essere spiegato adeguatamente attraverso la funzione alimentare della bocca. È un gesto nel quale la corporeità diventa espressione di affetto, desiderio, riconoscimento e comunione. Nessuno ritiene che il bacio sia contrario alla natura perché la bocca viene utilizzata per un fine diverso dalla nutrizione. Al contrario, proprio il bacio manifesta la capacità del corpo umano di assumere significati che eccedono le sue funzioni biologiche immediate.

Lo stesso vale per le mani. Una mano può afferrare un oggetto, esercitare una forza, compiere un lavoro, colpire oppure accarezzare. La struttura anatomica rimane la stessa, ma il significato dell’azione cambia radicalmente secondo la relazione nella quale il gesto viene compiuto. Una carezza non può essere spiegata semplicemente attraverso la capacità fisiologica della mano di entrare in contatto con una superficie. Essa è un gesto propriamente umano perché manifesta una determinata intenzionalità relazionale. La mano che accarezza non è soltanto un organo che tocca, ma il corpo di una persona che riconosce e comunica con un’altra persona.

Questi esempi permettono di formulare un principio antropologico generale: la funzione biologica di un organo non esaurisce le sue possibilità di significazione personale. Il significato umano del gesto corporeo emerge dall’integrazione tra struttura fisiologica, intenzionalità e relazione. Ciò non significa che il corpo sia una materia neutra sulla quale la soggettività possa proiettare arbitrariamente qualsiasi significato. La struttura biologica possiede possibilità e limiti che precedono l’intenzione individuale. Tuttavia, essa non contiene già, in forma completa e definitiva, tutti i significati che possono realizzarsi nella vita personale.

Se la bocca può diventare nel bacio espressione di amore senza esercitare la propria funzione nutritiva, occorre almeno riconoscere la possibilità che altri organi corporei possano assumere significati relazionali diversi dalla loro funzione riproduttiva o escretoria. L’analogia non dimostra automaticamente la bontà morale di ogni pratica sessuale, perché la valutazione morale deve considerare anche le caratteristiche concrete del gesto, i suoi rischi, la libertà delle persone e le conseguenze della relazione. Essa mostra tuttavia l’insufficienza di un ragionamento che deduca immediatamente l’immoralità di un comportamento dal fatto che un organo venga coinvolto in un’attività diversa dalla propria funzione biologica primaria.

In questo senso, il corpo non è una somma di organi dotati ciascuno di un significato morale autonomo. È l’unità vivente della persona che si esprime attraverso una pluralità di gesti. La sessualità non può essere compresa adeguatamente isolando gli organi genitali dalla totalità della corporeità personale. Il significato dell’atto sessuale emerge dalla relazione nella quale esso si realizza e dalla capacità di tale relazione di promuovere il bene delle persone coinvolte.

5. Verso un’ontologia relazionale della corporeità

La distinzione tra funzione biologica e significato personale può essere approfondita attraverso un’ontologia relazionale. La questione non riguarda soltanto la possibilità che un organo venga utilizzato per scopi differenti, ma il modo stesso in cui si costituisce il significato del corpo umano. Se la persona non è un soggetto autosufficiente che entra successivamente in relazione, ma un essere la cui identità si realizza originariamente nella relazione, allora anche la corporeità deve essere compresa in termini relazionali. Il corpo non è anzitutto un oggetto posseduto da un soggetto, ma la modalità concreta attraverso la quale il soggetto esiste, incontra e viene incontrato.

Questa prospettiva permette di distinguere tra la determinazione biologica di un organo e la determinazione relazionale del suo significato. La prima riguarda la struttura e le funzioni fisiologiche; la seconda riguarda il modo in cui quella struttura partecipa alla costituzione di un’esperienza personale. La relazione non modifica necessariamente l’anatomia dell’organo, ma ne determina il significato nell’orizzonte dell’azione umana. Una mano che accarezza non cessa di essere biologicamente una mano; tuttavia, il significato della carezza non è contenuto nella struttura anatomica della mano considerata isolatamente. Esso emerge dalla relazione tra colui che accarezza e colui che viene accarezzato.

Si potrebbe obiettare che il significato relazionale venga semplicemente aggiunto dall’esterno a una struttura biologica già completamente determinata. Ma questa obiezione presuppone una concezione della corporeità come realtà autosufficiente, alla quale la relazione sopraggiungerebbe accidentalmente. In un’ontologia relazionale, invece, la struttura biologica costituisce una condizione reale dell’espressione corporea, mentre il significato propriamente personale si realizza attraverso l’atto relazionale. Non si tratta di negare la priorità temporale o la consistenza fisiologica del corpo, ma di riconoscere che la sua intelligibilità antropologica non può essere ricavata esclusivamente dall’anatomia.

La relazione, dunque, non si limita ad aggiungere un significato soggettivo a un gesto corporeo già interamente definito. Essa contribuisce a costituire il gesto come atto propriamente umano. Una carezza è tale perché realizza un determinato rapporto tra persone; separata da tale rapporto, rimane soltanto un movimento corporeo. Analogamente, il significato di un gesto sessuale non può essere compreso isolandone la configurazione anatomica dall’intenzionalità e dalla relazione che lo costituiscono. Il gesto corporeo è umano nella misura in cui esprime una soggettività incarnata che si rapporta a un’altra soggettività incarnata.

Questo principio non comporta che qualsiasi intenzione soggettiva sia sufficiente a rendere moralmente buono un comportamento. La relazione deve essere valutata anche attraverso criteri oggettivi, quali il riconoscimento della dignità dell’altro, la reciprocità, il consenso libero, l’assenza di violenza, la responsabilità e la promozione del bene personale. L’intenzione amorosa, da sola, non garantisce la bontà di un gesto. Tuttavia, neppure la conformità anatomica può garantirla. Il giudizio morale richiede di considerare l’azione nella sua totalità, evitando tanto il riduzionismo biologico quanto il soggettivismo intenzionalista.

In questa prospettiva, la differenza sessuale non viene cancellata, ma relativizzata nel senso più rigoroso del termine: viene compresa all’interno di una rete di relazioni che ne determina il significato personale. Essa rimane una differenza reale, ma non costituisce necessariamente il principio assoluto della complementarità umana. La persona non è definita soltanto dalla propria differenza anatomica rispetto a un’altra persona, bensì dalla capacità di realizzare attraverso il proprio corpo una relazione autenticamente umana. La complementarità non coincide pertanto con la semplice corrispondenza tra strutture biologiche differenti, ma con la possibilità che due persone, nella loro concreta identità corporea e affettiva, contribuiscano reciprocamente alla propria realizzazione.

6. L’amore trinitario e il fondamento teologico della relazione

A questo punto diventa possibile sviluppare un’ulteriore riflessione propriamente teologica. È importante precisare che Salzman e Lawler, nel settimo capitolo del loro volume, non elaborano una fondazione esplicitamente trinitaria della moralità delle relazioni omosessuali. La loro argomentazione rimane prevalentemente nell’ambito della teologia morale, dell’antropologia personalista e dell’interpretazione critica della legge naturale. Tuttavia, la centralità attribuita alla relazione consente di interrogarsi sul rapporto tra l’amore umano e il mistero trinitario.

La fede cristiana confessa che Dio è amore (1 Gv 4,8.16). Questa affermazione non significa semplicemente che Dio possieda la qualità morale dell’amore, ma che l’amore appartiene alla comprensione cristiana della sua stessa identità. La dottrina trinitaria esprime questa convinzione attraverso la comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Le persone divine non sono tre individui separati che successivamente stabiliscono rapporti reciproci, ma sussistono nella comunione delle relazioni che le distinguono. Nella tradizione teologica occidentale, in particolare in Tommaso d’Aquino, le persone divine sono comprese come relazioni sussistenti, pur nella distinzione delle relazioni di origine che caratterizzano la dottrina trinitaria classica.

Il dato fondamentale, per la presente riflessione, è che la comunione divina non si fonda sulla complementarità biologica. La distinzione tra le persone divine non è una distinzione sessuale, anatomica o riproduttiva. I nomi di Padre e Figlio appartengono al linguaggio analogico della rivelazione e non implicano che la generazione divina debba essere compresa secondo le modalità biologiche della riproduzione umana. La fecondità divina, espressa nella generazione eterna del Figlio, non coincide con la procreazione corporea. Essa manifesta una relazione di origine e una comunione di vita che trascendono le categorie della sessualità biologica.

Questo dato permette di formulare una domanda antropologica fondamentale: se la perfezione dell’amore divino consiste nella comunione delle persone e non nella complementarità sessuale, per quale ragione la differenza anatomica dovrebbe essere considerata una condizione assolutamente necessaria della perfezione dell’amore umano? Naturalmente, non è possibile dedurre direttamente dalla vita trinitaria una norma morale relativa ai comportamenti sessuali. Le relazioni intratrinitarie non sono relazioni erotiche e la distinzione tra Dio e creatura impedisce qualsiasi identificazione immediata. Tuttavia, l’analogia trinitaria può svolgere una funzione critica nei confronti di ogni antropologia che identifichi la comunione personale esclusivamente con la complementarità biologica.

Se l’essere umano è creato a immagine di Dio, tale immagine non può essere ricondotta semplicemente alla configurazione anatomica maschile o femminile. Gen 1,27 afferma che Dio creò l’essere umano a propria immagine, maschio e femmina. Il testo riconosce certamente la differenza sessuale come dimensione della condizione umana, ma non impone necessariamente di interpretare l’immagine divina come risultato della complementarità genitale. L’immagine di Dio riguarda l’essere umano nella sua totalità e può essere riconosciuta nella capacità di relazione, di libertà, di conoscenza, di responsabilità e di amore. La differenza sessuale appartiene alla manifestazione storica e corporea dell’umanità, ma non esaurisce il significato dell’immagine divina.

In questa prospettiva, anche una relazione omosessuale potrebbe manifestare analogicamente qualcosa dell’amore divino, nella misura in cui realizza una comunione fondata sulla reciprocità, sulla fedeltà e sulla donazione di sé. Non perché la relazione omosessuale riproduca la struttura della Trinità, ma perché ogni autentico amore umano può essere compreso teologicamente come partecipazione all’amore che ha in Dio il proprio fondamento. Il criterio della partecipazione non è la somiglianza anatomica o sessuale con le relazioni divine, ma la capacità di rendere presente nella storia una comunione che supera l’isolamento individuale e apre la persona al bene dell’altro.

Una simile prospettiva permette di comprendere la sessualità non come una realtà estranea alla vita spirituale, ma come una delle modalità attraverso cui l’essere umano può vivere la propria vocazione all’amore. L’eros non si identifica automaticamente con l’agape, ma può essere trasformato e integrato in un amore capace di gratuità, responsabilità e donazione. La maturità cristiana non consiste nella negazione della corporeità, bensì nella sua integrazione in una vita orientata al bene. Il corpo, in questa prospettiva, non rappresenta un ostacolo alla comunione con Dio, ma può diventare luogo concreto della sua manifestazione.

7. Il sensus fidelium, l’esperienza e il discernimento della coscienza credente

La riflessione di Salzman e Lawler attribuisce un ruolo importante anche all’esperienza dei credenti e al sensus fidelium. Il problema non consiste semplicemente nel constatare che molti cattolici non condividono l’insegnamento ufficiale sugli atti omosessuali. Il dissenso sociologico, infatti, non costituisce automaticamente un criterio di verità teologica. Il punto più profondo riguarda la possibilità che l’esperienza vissuta dei credenti contribuisca a una comprensione più adeguata della persona umana e, conseguentemente, a un approfondimento della dottrina morale.

La tradizione cristiana riconosce alla coscienza un ruolo essenziale nella vita morale. Il Concilio Vaticano II, in Gaudium et spes 16, descrive la coscienza come il luogo più segreto e il sacrario dell’essere umano, nel quale egli si trova solo con Dio. Questa affermazione non autorizza a identificare la coscienza con una preferenza soggettiva o con la semplice autonomia individuale. La coscienza è chiamata a cercare la verità, a confrontarsi con la Scrittura, con la tradizione ecclesiale, con la ragione e con l’esperienza, assumendo responsabilmente le conseguenze delle proprie decisioni.

Nel caso delle persone omosessuali credenti, il discernimento morale non può ridursi alla contrapposizione tra obbedienza alla norma e soddisfazione del desiderio. Esso coinvolge la comprensione della propria identità, la capacità di vivere relazioni autentiche, il riconoscimento della propria dignità e la ricerca del bene concretamente possibile. Una persona omosessuale può vivere la propria fede non malgrado la propria corporeità, come se questa rappresentasse una realtà da sopportare o da neutralizzare, ma attraverso un processo di integrazione nel quale la propria identità affettiva e sessuale viene assunta responsabilmente nell’orizzonte della sequela di Cristo.

Questo non significa che l’orientamento sessuale, in quanto tale, determini automaticamente la bontà di qualsiasi comportamento. Come ogni persona, anche la persona omosessuale è chiamata a discernere tra desideri, possibilità e scelte, riconoscendo che non tutto ciò che è desiderabile è necessariamente buono. La maturità della coscienza consiste precisamente nella capacità di distinguere tra la semplice soddisfazione immediata e il bene autentico della relazione. L’amore non è soltanto un sentimento che giustifica le proprie manifestazioni, ma una disposizione responsabile a promuovere il bene dell’altro.

Qui emerge una distinzione fondamentale tra il bene e la scelta. Non è la scelta individuale a creare dal nulla il bene morale. La scelta avviene sempre all’interno di un orizzonte di beni possibili, che la coscienza è chiamata a riconoscere e valutare. L’amore, la giustizia, la fedeltà, la reciprocità e il rispetto non diventano beni perché una persona decide arbitrariamente di considerarli tali. Sono valori che orientano la libertà e ne rendono possibile la maturazione. La libertà autentica non consiste semplicemente nella possibilità di scegliere qualsiasi comportamento, ma nella capacità di determinarsi concretamente per il bene riconosciuto.

Applicato alle relazioni omosessuali, questo principio significa che il discernimento cristiano non può limitarsi a verificare la corrispondenza di un comportamento a una norma formulata astrattamente, ma deve interrogarsi sulla qualità morale della relazione concreta. La domanda non è soltanto se due persone siano dello stesso sesso, ma se la loro unione realizzi una comunione giusta, libera, responsabile e capace di promuovere la loro maturazione umana e spirituale. Una relazione fondata sulla manipolazione, sull’egoismo o sulla violenza non diventa buona perché accompagnata da sentimenti intensi. Analogamente, una relazione caratterizzata da fedeltà, cura e donazione non può essere dichiarata priva di qualsiasi valore umano semplicemente sulla base dell’identità sessuale dei partner.

Il discernimento della coscienza credente deve dunque evitare due estremi: da una parte, l’eteronomia di una norma applicata senza considerare la concretezza della persona; dall’altra, l’autonomia assoluta di una soggettività che considera moralmente buono tutto ciò che desidera. La coscienza matura è una coscienza relazionale, capace di ascoltare la tradizione, confrontarsi con la realtà, riconoscere il bene e assumere responsabilmente le proprie decisioni.

8. La singolarità cristiana dell’amore: non basta desiderare, occorre servire

Il riferimento alla maturità cristiana permette di introdurre un ulteriore criterio evangelico. Nella predicazione di Gesù, la verità della relazione con Dio non viene misurata soltanto dall’adesione formale a una norma religiosa, ma dalla capacità di compiere la volontà del Padre attraverso gesti concreti di amore e di giustizia. In Mt 7,21 Gesù afferma che non chiunque dice «Signore, Signore» entrerà nel regno dei cieli, ma chi compie la volontà del Padre. In Mt 25,31–46, il giudizio finale viene rappresentato attraverso il riconoscimento del Cristo nei piccoli, negli affamati, negli stranieri, nei malati e nei prigionieri. Il criterio decisivo è il servizio concretamente prestato all’altro.

Questa centralità evangelica della prassi non rende irrilevanti le norme morali, ma impedisce di separarle dalla loro finalità: la realizzazione dell’amore. Il comandamento dell’amore non costituisce un’aggiunta sentimentale alla morale cristiana, bensì il suo principio fondamentale. Gesù stesso afferma che tutta la Legge e i Profeti dipendono dall’amore di Dio e del prossimo (Mt 22,37–40). Paolo, analogamente, sostiene che l’amore è il pieno compimento della Legge (Rm 13,10). Ogni norma morale deve pertanto essere interpretata alla luce della sua capacità di custodire e promuovere la comunione umana.

Una relazione sessuale non diventa cristiana semplicemente perché i partner professano la stessa fede, così come non diventa moralmente buona per il solo fatto di corrispondere a una determinata configurazione biologica. Essa deve manifestare nella concretezza della vita i tratti dell’amore cristiano: pazienza, benevolenza, assenza di dominio, capacità di perdono, ricerca del bene dell’altro. Il celebre inno paolino alla carità (1 Cor 13) non offre una descrizione della complementarità genitale, ma della qualità delle relazioni personali. L’amore è autentico nella misura in cui supera l’autoreferenzialità e diventa disponibilità al bene dell’altro.

In questo senso, vivere l’omosessualità da credenti maturi non significa cercare una giustificazione religiosa per qualsiasi forma di desiderio o comportamento, ma assumere la propria corporeità e il proprio orientamento nell’orizzonte di una vocazione all’amore responsabile. La maturità cristiana implica la capacità di trasformare il desiderio in relazione, l’attrazione in riconoscimento, l’intimità in responsabilità, la reciprocità in apertura al bene comune. La sessualità non viene così assolutizzata, ma integrata nella totalità dell’esistenza credente.

La fecondità di una relazione può allora essere riconosciuta anche nella sua capacità di generare forme concrete di servizio. Due persone che si amano possono contribuire alla vita della comunità attraverso l’ospitalità, la cura dei più fragili, l’impegno sociale, la solidarietà e la testimonianza di una fedeltà vissuta nel tempo. Queste forme di fecondità non sostituiscono semplicemente la generazione biologica, ma manifestano che la vita umana può essere promossa in molteplici modalità. La domanda evangelica fondamentale non riguarda soltanto ciò che una relazione è biologicamente capace di produrre, ma ciò che essa effettivamente genera in termini di umanità, giustizia e amore.

9. Una possibile obiezione: il significato relazionale può contraddire la natura del corpo?

Una delle obiezioni più serie alla prospettiva qui proposta sostiene che il significato personale di un gesto non possa essere separato dalla struttura biologica dell’organo attraverso il quale esso viene realizzato. Secondo questa posizione, la corporeità possiede una propria intelligibilità teleologica: gli organi non sono strumenti indifferenti, ma manifestano un ordine naturale che la libertà umana è chiamata a riconoscere e rispettare. La differenza maschio-femmina non costituirebbe pertanto una semplice caratteristica anatomica, ma l’espressione corporea di una complementarità iscritta nella natura stessa della persona. La relazione sessuale, per essere autenticamente umana, dovrebbe rispettare tale struttura, anziché attribuire agli organi significati indipendenti dalla loro finalità biologica.

Questa obiezione merita attenzione, perché ricorda giustamente che il corpo non è una materia neutra e che la libertà non può attribuirgli arbitrariamente qualsiasi significato. Tuttavia, essa diventa problematica quando identifica la finalità biologica primaria con l’unica finalità moralmente legittima. Il corpo umano è caratterizzato da una pluralità di funzioni e possibilità che non possono essere ridotte a un unico principio operativo. La bocca non perde il proprio significato naturale quando viene coinvolta nel bacio, così come la mano non contraddice la propria struttura quando diventa strumento di una carezza. Il significato relazionale non distrugge la funzione biologica, ma ne manifesta una possibilità di integrazione nella vita personale.

L’argomento non consiste nel sostenere che tutte le funzioni biologiche siano moralmente intercambiabili. Esso afferma piuttosto che la finalità di un organo non può essere determinata esclusivamente attraverso l’osservazione della sua funzione fisiologica. Occorre distinguere tra la finalità dell’organo, la finalità dell’azione e il bene della persona. Questi tre livelli sono connessi, ma non necessariamente coincidenti. Un gesto corporeo può essere fisiologicamente non riproduttivo e tuttavia possedere una finalità personale moralmente significativa. La questione decisiva è stabilire se tale finalità sia compatibile con il bene integrale della persona e con il rispetto della corporeità propria e altrui.

A questo proposito, la semplice analogia tra il bacio e l’intimità genitale non è sufficiente a risolvere tutte le questioni morali. Il rispetto della corporeità comprende anche la tutela della salute, l’assenza di coercizione e la responsabilità verso il partner. Tuttavia, riconoscere queste differenze non comporta che il significato morale di ogni gesto sessuale debba essere dedotto esclusivamente dalla funzione biologica dell’organo coinvolto. Una morale sessuale adeguata deve integrare le conoscenze biologiche in un giudizio antropologico più ampio.

La questione più profonda riguarda quindi il rapporto tra natura e relazione. Se la natura umana è compresa come una realtà statica, già completamente definita attraverso le sue strutture biologiche, la relazione potrà soltanto conformarsi a significati precedentemente stabiliti. Se invece la natura umana è compresa come natura personale, storica e relazionale, allora la relazione appartiene al processo attraverso il quale le possibilità della corporeità acquistano significato umano. La seconda prospettiva non nega la natura, ma rifiuta di identificarla con la sola funzionalità organica.

10. Vivere l’omosessualità da credenti maturi: dall’accettazione di sé alla responsabilità dell’amore

La riflessione sviluppata permette di comprendere in modo nuovo l’espressione «vivere l’omosessualità da credenti maturi». La maturità non consiste semplicemente nell’accettare psicologicamente il proprio orientamento sessuale, né nel rivendicare il diritto di esprimerlo senza limiti. Essa implica un processo di integrazione nel quale la persona riconosce la propria identità corporea e affettiva come dimensione della propria esistenza e la orienta responsabilmente verso il bene. La fede cristiana non chiede alla persona di diventare estranea a se stessa, ma di assumere la propria vita come luogo concreto di discernimento, conversione e amore.

In questa prospettiva, l’omosessualità non deve essere considerata necessariamente come un ostacolo alla maturazione spirituale. La persona omosessuale, come ogni altra persona, è chiamata a confrontarsi con la complessità del desiderio, con le esigenze della fedeltà, con la vulnerabilità dell’intimità e con la responsabilità della relazione. Nessun orientamento sessuale garantisce automaticamente la maturità affettiva, così come nessun orientamento determina da solo l’incapacità di amare. La qualità morale della vita dipende dal modo in cui la persona integra la propria sessualità nella ricerca del bene.

Il corpo, in questo processo, non è semplicemente ciò che deve essere disciplinato o controllato, ma ciò attraverso cui l’amore può diventare concreto. La corporeità manifesta la vulnerabilità della persona, il suo bisogno di riconoscimento, la sua capacità di donazione e la sua apertura all’altro. L’intimità sessuale può esprimere questa comunione, ma non la produce automaticamente. Essa acquista un significato autenticamente umano quando è inserita in una relazione che riconosce l’altro come persona e non come oggetto di soddisfazione. La maturità consiste nel comprendere che il desiderio non trova il proprio compimento nel semplice possesso dell’altro, ma nella possibilità di condividere con lui una vita.

Da questo punto di vista, la fedeltà assume un significato particolarmente importante. Essa non è soltanto la permanenza formale di un vincolo, ma la capacità di custodire nel tempo una relazione, attraversando trasformazioni, fragilità e conflitti. La reciprocità non consiste nella perfetta simmetria dei desideri, ma nel riconoscimento della pari dignità dei partner. La fecondità non coincide esclusivamente con la generazione biologica, ma comprende la capacità di rendere la relazione generatrice di bene anche oltre se stessa. Questi valori non sono specificamente omosessuali o eterosessuali: appartengono alla struttura morale di ogni autentica relazione umana.

Il credente maturo non è dunque colui che ha eliminato ogni tensione tra la propria esperienza e la tradizione ecclesiale, ma colui che affronta tale tensione con responsabilità, senza rinunciare né alla ricerca della verità né alla propria dignità. La fedeltà ecclesiale non esclude il discernimento critico, così come il discernimento personale non autorizza a ignorare la tradizione. La coscienza credente è chiamata a mantenere aperto questo dialogo, nella convinzione che la verità della fede non possa essere estranea alla verità dell’esperienza umana.

Conclusione

La riflessione di Salzman e Lawler sull’omosessualità costituisce un contributo significativo al rinnovamento dell’antropologia teologica cattolica. Il suo valore fondamentale consiste nell’aver mostrato l’insufficienza di una morale sessuale che deduca direttamente il giudizio etico dalla conformità anatomica degli organi genitali. Attraverso la categoria di complementarità olistica, gli autori propongono di comprendere la sessualità nella totalità della persona, integrando corporeità, orientamento, affettività, intenzionalità e relazione. La bontà morale di un gesto sessuale non viene identificata con la sua possibilità riproduttiva, ma con la capacità di realizzare una comunione giusta, responsabile e amorevole.

Questa prospettiva può essere ulteriormente approfondita attraverso un’ontologia relazionale della corporeità. Il corpo umano non è un insieme di organi i cui significati siano completamente determinati dalle rispettive funzioni biologiche. È la modalità concreta dell’esistenza personale, il luogo nel quale l’essere umano incontra l’altro e realizza la propria capacità di amare. Come la bocca può diventare nel bacio espressione di comunione senza esercitare la propria funzione nutritiva, così gli organi genitali possono assumere significati personali che non si esauriscono nella riproduzione. La relazione non cancella la struttura biologica, ma contribuisce a costituirne il significato propriamente umano.

Il riferimento alla fede trinitaria consente di riconoscere nell’amore relazionale una dimensione fondamentale della vocazione cristiana. La comunione divina non si fonda sulla complementarità sessuale, ma sull’unità e sulla distinzione delle persone nella relazione. Pur rispettando la distanza analogica tra Dio e l’essere umano, questa prospettiva invita a non identificare la perfezione dell’amore umano esclusivamente con la differenza anatomica. L’immagine di Dio si manifesta nella capacità della persona di vivere relazioni di riconoscimento, reciprocità e donazione, senza che la corporeità venga negata o ridotta a semplice funzione riproduttiva.

L’essere umano non possiede un corpo destinato esclusivamente a svolgere funzioni biologiche, ma esiste corporalmente come soggetto capace di relazione. La procreazione è una possibilità fondamentale e preziosa della sessualità, ma non ne esaurisce il significato. La corporeità umana è anche luogo di tenerezza, desiderio, riconoscimento, intimità, cura e comunione. Una morale cristiana che voglia essere fedele alla centralità evangelica dell’amore non può prescindere da questa pluralità di significati.

Vivere l’omosessualità da credenti maturi significa allora riconoscere che la propria identità corporea e affettiva non deve necessariamente essere vissuta come una contraddizione rispetto alla vocazione cristiana all’amore. Essa può diventare il luogo concreto nel quale la persona impara a riconoscere l’altro, a superare l’egoismo, a esercitare la fedeltà, a vivere la responsabilità e a generare bene. Ciò non elimina l’esigenza del discernimento morale, ma la colloca nel suo orizzonte propriamente evangelico: non la semplice conformità a una funzione biologica, bensì la realizzazione di un amore autenticamente umano.

La domanda decisiva, in definitiva, non è soltanto se un gesto sessuale corrisponda alla funzione riproduttiva degli organi coinvolti, ma se attraverso quel gesto due persone realizzino una relazione che le renda più capaci di amare. Non è il desiderio, da solo, a fondare il bene; è il bene dell’amore che orienta, misura e trasforma il desiderio. E non è la semplice differenza anatomica a garantire la comunione, ma la capacità di riconoscere nell’altro una persona da amare e non un oggetto da possedere.

Il corpo umano non è soltanto un corpo capace di generare biologicamente un’altra vita. È un corpo capace di donare la propria vita nell’amore. E proprio in questa capacità di donazione può manifestarsi, nella concretezza della storia, qualcosa dell’amore di Dio.

Riferimenti bibliografici essenziali

Salzman, Todd A., e Michael G. Lawler, The Sexual Person: Toward a Renewed Catholic Anthropology, Georgetown University Press, Washington, D.C., 2008. In particolare, cap. 4, pp. 124–161, e cap. 7, «Homosexuality», pp. 214–235.

Aristide Fumagalli, L’amore possibile. Persone omosessuali e morale cristiana, Cittadella Editrice, Assisi 2020.

Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, nn. 16, 24, 47–52.

Congregazione per la Dottrina della Fede, Persona humana. Dichiarazione circa alcune questioni di etica sessuale, 1975, n. 8.

Congregazione per la Dottrina della Fede, Homosexualitatis problema. Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 1986.

Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I, q. 29, a. 4; I, q. 40, aa. 1–2, sulla nozione di persona e sulle relazioni divine.

Benedetto XVI, Deus caritas est, 2005, nn. 2–8, sul rapporto tra eros e agape.

L’intero e la totalità

La verità dell’essere in Severino e il confronto con il Monismo Relativo

Il saggio “Ritornare a Parmenide”, pubblicato da Emanuele Severino nel 1964, propone una revisione radicale della comprensione occidentale dell’essere. La sua tesi fondamentale è che l’opposizione tra essere e nulla non possa essere limitata ai momenti nei quali una cosa esiste: ciò che è non può mai diventare nulla. Questa impostazione conduce all’affermazione dell’eternità di ogni essente e alla comprensione dell’intero come totalità immutabile del positivo. Il confronto con il Monismo Relativo prende avvio da una convergenza particolarmente precisa: il mondo non costituisce un incremento ontologico rispetto all’intero. La convergenza non elimina, tuttavia, la differenza tra concepire l’intero come totalità concreta degli essenti e concepirlo come relazione assoluta che costituisce la totalità dei relata. L’analisi seguente riguarda il testo del 1964 di Emanuele Severino “Ritornare a Parmenide”[1].

Per Severino, il significato dell’essere è inseparabile dalla sua opposizione al nulla. La proposizione di Parmenide secondo cui l’essere è e il nulla non è esprime questa opposizione originaria. Il pensiero posteriore avrebbe però introdotto una restrizione decisiva: una cosa necessariamente è quando è, ma può non essere prima della sua nascita o dopo la sua distruzione. Ciò vale in modo particolare per il principio di creazione, secondo cui coram deo gli essenti non sono prima di essere creati, ma lo sono quando voluti da Dio.

Questa comprensione, che trova una formulazione esplicita in Aristotele, appare rispettosa del principio di non contraddizione, perché esclude che lo stesso sia e non sia contemporaneamente. Secondo Severino, tuttavia, essa ammette già la contraddizione più radicale, consentendo che un positivo sia nulla in un tempo diverso da quello della sua esistenza. La successione temporale non rende legittima l’identificazione degli opposti. Dire che un essente non è più significa, nell’argomentazione severiniana, attribuire il nulla a ciò che, in quanto essente, è precisamente il non-nulla.

Il ritorno a Parmenide non comporta una semplice restaurazione dell’eleatismo. Severino attribuisce allo stesso Parmenide una responsabilità nell’oblio dell’essere, nella misura in cui le differenze del mondo vengono escluse dalla positività autentica. A Platone riconosce invece un’acquisizione irrinunciabile: il non-essere come diversità non coincide con il nulla. Un albero non è una casa, ma il suo essere altro dalla casa non ne annulla la realtà. L’errore del pensiero successivo consiste nel ricondurre le differenze nell’essere continuando a ritenerle capaci di non essere. Occorre conservare insieme la positività delle determinazioni e l’impossibilità del loro annientamento. L’essere non è dunque un’unità indeterminata che esclude il molteplice, bensì l’intero concreto di ogni positività determinata. L’essere è la totalità delle determinazioni.

Da questa impostazione discende l’eternità di ogni essente. Essa non compete soltanto all’essere universale o a una realtà suprema, ma a ogni singolarità: un albero, una penna, un colore, una sfumatura della vita interiore. Non è soltanto l’idea universale di una cosa a essere sottratta al nulla; lo è la sua individualità irripetibile. Severino contesta così la riduzione della permanenza ontologica alla sola universalità. Qualunque determinazione sia realmente positiva deve essere eternamente custodita nell’essere. L’eternità non è una proprietà concessa ad alcuni enti: è la conseguenza della loro irriducibilità al nulla. Poiché le cose sono, esse non possono non essere eterne.

L’esperienza del divenire costituisce l’aporia centrale del saggio. Le cose compaiono e scompaiono, mentre il discorso sull’essere esclude che esse possano annientarsi. Nel testo del 1964 Severino distingue l’essere in quanto immutabile dall’essere manifesto come diveniente e chiama questa distinzione autentica differenza ontologica. Tutto il positivo che attraversa il divenire è eternamente compreso nella totalità immutabile. La dimensione temporale non è dichiarata nulla, ma non possiede una positività ulteriore rispetto all’intero. Non si tratta di salvare soltanto un nucleo delle cose abbandonandone il resto alla distruzione: ogni loro determinazione positiva deve essere compresa nell’eterno. Questa costruzione richiede di pensare insieme la realtà della manifestazione temporale e la sua incapacità di incrementare o impoverire l’essere. Il problema dell’articolazione tra queste dimensioni rimane un punto decisivo sul quale valutare la proposta.

Anche la critica della teologia razionale dipende da questo principio. Le dimostrazioni tradizionali dell’esistenza di un essere necessario prendono avvio da enti contingenti, pensati come capaci di essere e di non essere. Per Severino, il punto di partenza ammette già ciò che dovrebbe essere escluso: la possibilità che un positivo sia nulla. La necessità non può essere aggiunta all’essere mediante una mediazione causale, perché appartiene originariamente al suo significato. Nemmeno il principio secondo cui dal nulla non viene nulla raggiunge, da solo, la radicalità richiesta. Prima della questione circa la produzione dell’essere dal nulla si pone l’impossibilità che l’essere sia nulla. Il ricorso a una causa non può correggere una comprensione iniziale che abbia reso l’essere indifferente alla propria esistenza.

La forza di questa posizione viene approfondita mediante l’élenchos, cioè il rilevamento che la negazione dell’opposizione tra positivo e negativo presuppone ciò che intende negare. Per essere una negazione determinata, un discorso deve distinguere il proprio significato da altri significati. La negazione dell’opposizione può quindi costituirsi soltanto esercitando l’opposizione stessa. Severino non si limita a denunciare formalmente una contraddizione, ma mostra la dipendenza della negazione dal suo fondamento negato. Tale argomento intende stabilire l’incontrovertibilità dell’opposizione. La discussione della sua applicazione all’eternità degli essenti richiede inoltre di valutare il passaggio dall’impossibilità dell’identificazione tra essere e nulla all’impossibilità che un essente non sia.

Severino identifica Dio con l’essere nella sua immutabile pienezza. Il divino non viene raggiunto come un ente privilegiato aggiunto agli altri, ma viene riconosciuto nell’intero del positivo, pensato nell’impossibilità della sua inesistenza. Il testo può così affermare che tutto ciò che è nel mondo è eternamente in Dio e che il mondo «è nulla come novità o incremento rispetto a Dio»[2]. La negazione riguarda l’incremento, non la realtà del mondo. Questa formulazione costituisce il punto di contatto più diretto con il Monismo Relativo: la positività degli enti (= il mondo) non è una quantità esterna che, sommata a Dio, produca una totalità ontologicamente maggiore (Dio + mondo = Dio).

L’equazione del Monismo Relativo, “x = x + y”, esprime questa negazione dell’additività, se “x” indica Dio come intero e y il mondo come totalità degli enti. Qualora “y” aggiungesse una positività indipendente a “x”, “x” non sarebbe già l’intero. L’equazione deve tuttavia essere letta come formalizzazione analogica di una tesi ontologica. Nell’aritmetica ordinaria essa comporta “y = 0”; nella sua interpretazione filosofica, lo zero indica l’assenza di incremento ontologico rispetto all’Assoluto, non l’inesistenza della creatura. Il mondo è reale, ma non dispone di un essere autonomo che possa accrescere l’essere divino. L’equazione non dimostra da sola questa concezione: ne rende esplicita una conseguenza, il cui fondamento deve essere chiarito ontologicamente.

Precisamente a questo livello emerge la differenza tra le due prospettive. Nel saggio di Severino l’intero (x) è la totalità concreta del positivo (y): ogni essente, nella propria determinatezza, appartiene eternamente alla pienezza dell’essere (x = y). È possibile parlare di autosussistenza dell’intero, purché il termine indichi l’assenza di un fondamento esterno e non l’indipendenza reciproca dei suoi termini. La totalità non è da concepirsi come elementi isolati e privi di nessi. Anche le relazioni sono essenti della totalità determinata.

A questo punto vorrei soffermarmi su una parte del saggio di Severino per evidenziare meglio quel principio che costituisce secondo il Monismo Relativo la verità dell’intero.

«Nell’opposizione originaria, ogni essere (e la totalità dell’essere) si volge verso più direzioni – si trova cioè in una pluralità di rapporti. Ad esempio: l’albero non è il monte, o questo positivo non è questo suo negativo; l’albero non è il monte, la casa e tutto ciò che è altro dall’albero. Ma quando l’essere, ogni essere, si rivolge verso quella direzione, lungo la quale si lega al suo “è” (questo rivolgersi è la “via verace”, ἀληθὴς ὁδός, di cui parla Parmenide) – quando cioè dell’albero non si dice (soltanto) che non è il monte, ma si dice che è e che non può accadere che non sia, allora ogni essere prende volto divino. In quanto questo albero, con questa sua forma e colori, è e non può accadere che non sia, già questo albero è θεῖον, se ὁ θεός è l’essere nella sua immutabile pienezza. L’essere, tutto l’essere, visto come ciò che è e non può non essere, è Dio. E quando l’essere parla di sé, dice appunto: Ego sum qui sum (ἐγώ εἰμι ὁ ὤν, Esodo, III); che è la più alta espressione speculativa del testo sacro. A Dio non si arriva; non si giunge a guardarlo dopo un esilio o una cecità iniziali: appunto perché Dio è l’essere, di cui il logo originario dice che è e non può non essere; ossia è il contenuto della verità originaria, nella misura in cui questa si costituisce come affermazione che l’essere è.

Se l’essere, che compare in questa affermazione originaria (la quale non è risultato di dimostrazione o mediazione) è Dio, se quindi Dio è contenuto della verità originaria, in quanto essa è logo originario, d’altra parte l’intero dell’essere, in quanto immutabile, trascende la manifestazione originaria dell’essere, trascende l’esserci. La verità originaria è l’intreccio del logo originario e della manifestazione originaria dell’essere (orizzonte del φαίνεσθαι, orizzonte fenomenologico). Dio non si dimostra, non già nel senso che se ne dia immediata esperienza, ossia appartenga al contenuto originariamente manifesto, ma nel senso che l’affermazione che l’essere è costituisce l’immediatezza, l’originarietà del logo. Questa affermazione immediata (nel senso dell’immediatezza del logo) dice che l’essere esiste (= è; non è nulla) e non può non esistere; ma l’essere di cui qui si parla è appunto Dio, giacché con questa parola si intende l’intero del positivo, pensato nel suo esistere e nella impossibilità della sua inesistenza, ossia si intende l’essere che compare nell’affermazione: “L’essere è”. In quanto la negazione che l’essere non sia (e cioè l’affermazione che l’essere è) è individuazione dell’opposizione universale del positivo e del negativo, e in quanto è tenuta ferma nella sua concreta relazione all’universale, essa partecipa dell’originarietà del logo – se per logo si intende appunto l’opposizione del positivo e del negativo. Nell’opposizione originaria, ogni essere (e la totalità dell’essere) si volge verso più direzioni – si trova cioè in una pluralità di rapporti. Ad esempio: l’albero non è il monte, o questo positivo non è questo suo negativo; l’albero non è il monte, la casa e tutto ciò che è altro dall’albero. Ma quando l’essere, ogni essere, si rivolge verso quella direzione, lungo la quale si lega al suo “è” (questo rivolgersi è la “via verace”, ἀληθὴς ὁδός, di cui parla Parmenide) – quando cioè dell’albero non si dice (soltanto) che non è il monte, ma si dice che è e che non può accadere che non sia, allora ogni essere prende volto divino. In quanto questo albero, con questa sua forma e colori, è e non può accadere che non sia, già questo albero è θεῖον, se ὁ θεός è l’essere nella sua immutabile pienezza. L’essere, tutto l’essere, visto come ciò che è e non può non essere, è Dio. E quando l’essere parla di sé, dice appunto: Ego sum qui sum (ἐγώ εἰμι ὁ ὤν, Esodo, III); che è la più alta espressione speculativa del testo sacro. A Dio non si arriva; non si giunge a guardarlo dopo un esilio o una cecità iniziali: appunto perché Dio è l’essere, di cui il logo originario dice che è e non può non essere; ossia è il contenuto della verità originaria, nella misura in cui questa si costituisce come affermazione che l’essere è.

Se l’essere, che compare in questa affermazione originaria (la quale non è risultato di dimostrazione o mediazione) è Dio, se quindi Dio è contenuto della verità originaria, in quanto essa è logo originario, d’altra parte l’intero dell’essere, in quanto immutabile, trascende la manifestazione originaria dell’essere, trascende l’esserci. La verità originaria è l’intreccio del logo originario e della manifestazione originaria dell’essere (orizzonte del φαίνεσθαι, orizzonte fenomenologico). Dio non si dimostra, non già nel senso che se ne dia immediata esperienza, ossia appartenga al contenuto originariamente manifesto, ma nel senso che l’affermazione che l’essere è costituisce l’immediatezza, l’originarietà del logo. Questa affermazione immediata (nel senso dell’immediatezza del logo) dice che l’essere esiste (= è; non è nulla) e non può non esistere; ma l’essere di cui qui si parla è appunto Dio, giacché con questa parola si intende l’intero del positivo, pensato nel suo esistere e nella impossibilità della sua inesistenza, ossia si intende l’essere che compare nell’affermazione: “L’essere è”»[3].

La densità di questo testo può essere così espressa: «Ciò che l’essere nega (il non-essere) è ciò con cui l’essere si lega, non come nulla, ma come essente». Questa affermazione racchiude un’intuizione ontologica fondamentale: la negazione non deve essere intesa necessariamente come esclusione, ma come relazione. Ciò che l’essere nega non è semplicemente ciò che viene espulso dall’essere, ma ciò che, proprio nella sua differenza, viene posto in relazione con esso. La negazione, in questa prospettiva, non produce il nulla, bensì rende intelligibile la determinazione dell’essente. L’essere non si oppone all’essente come a una realtà estranea, ma si rapporta a esso proprio attraverso quella differenza che la negazione esprime.

La questione rinvia alla celebre proposizione di Spinoza, omnis determinatio est negatio, secondo la quale ogni determinazione implica una negazione. Determinare qualcosa significa distinguerlo da ciò che non è. Un essente è questo e non quello; è delimitato da una differenza che ne costituisce l’identità. Tuttavia, se interpretiamo la negazione esclusivamente come privazione, rischiamo di concepire l’essente come una negazione o diminuzione dell’essere, quasi fosse una porzione sottratta alla sua pienezza. È invece possibile rovesciare questa interpretazione: la negazione non sottrae l’essente all’essere, ma lo costituisce come una sua determinazione relazionale. Il non-essere della differenza non nega l’essere dell’ente ma lega l’essente all’essere.

La distinzione tra il non-essere assoluto (nulla) e il non-essere relativo (ἕτερον, l’altro) deve essere ricondotta ad affermare la priorità della relatio sui relata. Il nulla non possiede alcuna consistenza ontologica e non costituisce un termine reale di relazione. Se l’essere – in quanto non è non-essere – significa che è relato a null’altro-che-a-sé, vuol dire che l’originaria opposizione del non-essere non fa altro che rivelare la relazione come prioritaria nella identità immediata dell’essere assoluto. Dire che l’essente non è l’essere non significa affermare che esso sia nulla, ma riconoscere che è ciò in cui si nega l’essere nella sua assolutezza. L’essente non è l’essere assoluto, ma non è neppure “altro” dall’essere e dell’essere. È l’essere stesso nella modalità della sua determinazione relativa. L’identità è auto-identificazione (A = A), poiché l’altro-da-A , non è nulla (non-A) ma altro-di-A, quindi determinazione di A: ciò a cui A si lega e non ciò in cui A si nega in quanto A. Ne segue che i molteplici (non-A come B, C, D, E, F, G, H, etc…) sono impliciti in A. La parola “implicito” deriva dal latino implĭcĭtu(m), participio passato del verbo implicāre («avvolgere, intrecciare, coinvolgere»), a sua volta composto dal prefisso in- («dentro») e dal verbo plicāre («piegare»). Le determinazioni di A che fanno sì che A sia A sono implicite in A. Queste sono le relazioni di A come identità. Affermare che che A è A significa, pertanto, che A non-è non-A nel modo della esclusione. Non in quanto è riferito a nulla, ma in quanto è riferito-a-null’altro-che-a-sé. In quell'”altro” vi sono latenti tutte le determinazioni di “A” (Logos/logoi).

I logoi (= le determinazioni) appaiono come “altre” rispetto a “A” – quindi separtae – solamente nell’apparire del tempo. Infatti il tempo – dalla radice indoeuropea temp- rimanda al greco τέμνω (témnō), che significa “tagliare”, “dividere” o “separare”: Il tempo “discorre”, “allunga”, “estende” o “distende” ciò che è tutto unito e implicito. Nell’apparire temporale – dunque – si danno esplicitamente le determinazioni dell’Uno, gli essenti dell’Essere in quella separazione che è del passaggio dal nulla all’essere e dall’essere al nulla.

Qui emerge il significato più profondo della formula iniziale. Ciò che l’essere nega, è l’identità intesa come vuota o sterile: pura coincidenza. L’identità, invece, è possibile come relativa, ovvero l’essere è, poiché l’essente è relativo all’essere.  La negazione diviene pertanto il luogo della relazione. Non si tratta di due operazioni successive, come se l’essere dapprima negasse qualcosa e successivamente si legasse a ciò che ha negato. Si tratta piuttosto di un unico movimento ontologico, nel quale la differenza e la relazione si costituiscono reciprocamente. La negazione dell’identità assoluta è simultaneamente l’affermazione della relazione costitutiva.

Questa prospettiva permette di ripensare anche la dialettica hegeliana. In Hegel, la negazione determinata non conduce al puro nulla, ma costituisce un momento essenziale del divenire concettuale. Tuttavia, nell’orizzonte del Monismo Relativo, la negazione può essere interpretata ancora più radicalmente come espressione della struttura relazionale dell’essere. Non è anzitutto la contraddizione a generare il movimento, ma la relazione a rendere possibile la differenza. La relatio precede logicamente i relata, non perché esista temporalmente prima di essi, ma perché costituisce la condizione ontologica della loro determinazione. Con linguaggio di Severino, si può dire che la relatio assoluta appartiene all’orizzonte dell’essere eterno, mentre i relata e la relatio in quanto reciproca, appartengono all’orizzonte dell’apparire (φαίνεσθαι). L’essente è tale in quanto è riferito all’essere, e non è prima un’entità autosussistente che successivamente (discorsivamente e non logicamente) entra in relazione con esso.

In questa prospettiva acquista particolare rilievo anche il nonaliud di Niccolò Cusano. L’essere non è altro dall’essente, pur non identificandosi semplicemente con nessuna delle sue determinazioni finite. Il nonaliud permette di pensare una differenza che non si trasforma né in separazione, né in pura illusione. L’essente è altro dall’essere quanto alla sua determinazione, ma non è altro dall’essere quanto al fondamento del suo esistere. Così come il 5×2 è altro dal 10 quanto alla sua determinazione di moltiplicazione, ma non è altro dal 10 quanto al suo valore.

La formula fondamentale del Monismo Relativo, x = x + y, acquista qui una nuova intelligibilità. Se “x” rappresenta l’essere assoluto e “y” l’essente nella sua determinazione relativa, l’espressione y = 0, ricavata formalmente dalla precedente, non significa che l’essente sia nulla, ma che esso non aggiunge alcun essere all’Assoluto. L’essente è reale, ma la sua realtà non è “altro” che si aggiunga all’essere. È la determinazione relazionale dell’unico essere.

Si comprende allora perché la negazione non debba essere pensata come un atto di annientamento. L’essere, negando che l’essente sia l’Assoluto, non nega l’essente, ma afferma la relatività costitutiva dell’Assoluto). In altri termini, l’essere nega nell’essente soltanto una (falsa) pretesa dell’Assoluto di essere senza gli essenti. Questo è ben espresso nell’equazione del Monismo Relativo affermare: “x = x + y” anziché “x + y” oppure “x = y”. È proprio questa negazione a rendere possibile la positività dell’essente come relazione. La finitezza dell’essente non è pertanto una caduta dall’essere (eterno e divino), ma la modalità determinata nella quale l’essere (di Dio) si manifesta senza esaurirsi in alcuna delle sue manifestazioni (gli eterni divini degli essenti).

Ne deriva una conseguenza teologica decisiva. Se Dio è pensato come relatio absoluta, la creazione non deve essere concepita come produzione di essenti “fuori” di Dio che si aggiungono a Dio per volontà arbitraria. Il creato può essere compreso come la totalità delle determinazioni relative che non possiedono il proprio fondamento in se stesse ma nell’essere (eterno) dell’Assoluto. Dio non si oppone (non-è) al mondo (non-Dio) come un ente a un altro ente, né il mondo è semplicemente identico a Dio, ma si lega al mondo (non-Dio), essendo questo il suo proprio essere: “Venne tra i suoi (εἰς τὰ ἴδια ἦλθεν), e i suoi non l’hanno accolto (καὶ οἱ ἴδιοι αὐτὸν οὐ παρέλαβον)” (Gv 1,11) . La differenza creaturale consiste precisamente nell’essere costitutivamente riferita all’Assoluto. In tal modo, la trascendenza divina non è separazione dal mondo, ma irriducibilità dell’Assoluto a qualsiasi determinazione relativa.

Si può dunque formulare il principio conclusivo in questi termini: l’essere non nega l’essente, ma nega che l’essente sia  assoluto senza l’essere; e proprio attraverso questa negazione lo costituisce come essente in relazione. La negazione non è il contrario della relazione, ma il modo in cui la relazione custodisce la differenza. Ciò che è negato come assoluto è affermato come relativo. Il non-essere, inteso non come nulla assoluto ma come non-identità, non costituisce allora il limite esterno dell’essere, bensì la condizione intelligibile della sua determinazione.

Non è la negazione a fondare la relazione, ma è la relazione originaria a rendere possibile la negazione come differenziazione. In tal modo il primato ontologico non appartiene né all’identità astratta né alla differenza isolata, bensì all’atto originario del riferirsi, nel quale identità e differenza acquistano simultaneamente il proprio significato. Infatti, il riferirsi dell’essente a null’altro che all’essere costituisce l’essente in quanto essere. L’atto del riferirsi – ciò che costituisce il logos – è prioritario rispetto all’essente ovvero l’atto del riferirsi è la determinazione originaria dell’essente.

La differenza tra la prospettiva di Severino e quella del Monismo Relativo consiste nell’identificare l’intero con la relazione. Per Severino, invece, l’intero è la totalità concreta del positivo: tutto ciò che non è nulla appartiene eternamente alla pienezza dell’essere. Ogni essente vi è compreso nella propria determinatezza, insieme alle relazioni che lo connettono agli altri essenti. Se “x” indica l’intero e “y” questa totalità concreta, “x = y” sintetizza tale coincidenza. L’intero è auto-sussistente perché non può avere un fondamento esterno: qualunque realtà chiamata a fondarlo sarebbe essa stessa un positivo e, pertanto, apparterrebbe già all’intero.

Il Monismo Relativo sposta l’attenzione dalla totalità di ciò che è all’atto in virtù del quale ogni essente è. Il punto decisivo è che l’essente – distinguendosi dal non essere che non è – rivela che il suo riferirsi all’essere costituisce il suo stesso essere. La relazione è ciò senza di cui quell’essente non sarebbe. L’espressione «riferirsi a null’altro che all’essere» significa, in questo contesto, che l’essente è interamente in questo atto di riferimento. Dire che la relazione è originaria significa quindi che essa appartiene alla costituzione dell’essente. Questa originaria relazione – intesa come opposizione – è a fondamento del pensiero di Severino, già nel suo saggio del 1964: «l’essere è appunto ciò che si oppone al nulla, è appunto questo opporsi»[4]. Da qui deriva la distinzione tra intero e totalità. Nel Monismo Relativo, l’intero indica l’assolutezza di questo atto di relazione, mentre la totalità indica tutti le determinazioni dei relata. La relazione assoluta indica l’atto fondativo nel quale ogni essente è. Dire che l’intero non coincide con la totalità dei relata significa pertanto distinguere l’atto costitutivo dai termini costituiti.

Gli essenti sono relata costituiti nell’atto relazionale. Il primato della relazione è fondativo. Parlare di atto del riferirsi richiede quindi di non presupporre un soggetto già costituito che eserciti la relazione come un’attività ulteriore. La proposta riguarda la costituzione stessa dei termini, non soltanto i rapporti che essi intrattengono una volta costituiti. In questa prospettiva l’intero non coincide con la totalità dei relata. L’intero indica l’atto relazionale (relatio absoluta); la totalità designa tutte le determinazioni (relata) degli essenti.

Anche la non additività riceve così una spiegazione differente. Per Severino nessun positivo incrementa l’intero perché ogni positivo è eternamente compreso nella sua pienezza immutabile. Per il Monismo Relativo nessun relatum incrementa l’Assoluto perché la sua positività è costituita nella relazione assoluta.

Per quanto riguarda il divenire, anche per il Monismo Relativo il sorgere e il cessare delle determinazioni relative sono reali senza costituire un venire dal nulla e un ritornare nel nulla: una produzione ex nihilo o una distruzione in nihilum. «Dunque, l’essere non esce dal nulla e non ritorna nel nulla, non nasce e non muore, non c’è un tempo, una situazione in cui l’essere non sia. Se era nel nulla, non era; se ritornasse nel nulla, non sarebbe»[5]. Non si dà alcun incremento ontologico del fondamento. Quando si afferma che “y = 0” non si intende “annullare” il mondo, ma solo rinviare all’atto relazionale fondativo immanente gli essenti. Il Monismo Relativo accoglie così la provocazione di Severino di predicare degli essenti l’eternità; tuttavia, di pensarla in quella relazione assoluta nella quale ogni determinazione trova il proprio essere.


[1] Emanuele Severino, «Ritornare a Parmenide», Rivista di Filosofia Neo-Scolastica, 56, n. 2, marzo-aprile 1964, pp. 137–175.

[2] Ibid., 174.

[3] Ibid., 173.

[4] Ibid., 138.

[5] Ibid., 146.

Il Bene tra scelta e adesione

L’oscurità del bene e il compimento della libertà

Introduzione

Che cosa significa essere liberi? La risposta più diffusa nella cultura moderna identifica la libertà con la capacità di scegliere tra alternative, compresa la possibilità di scegliere il male. In questa prospettiva la libertà coincide con l’indifferenza: tanto più è libero un soggetto, quanto più è equidistante dalle opzioni che ha davanti. La tradizione agostiniano-tomista, e con essa una parte rilevante del pensiero cristiano contemporaneo, propone una concezione diversa. La libertà non è anzitutto indifferenza, ma adesione al bene resa possibile dalla sua presenza.

Questo saggio sviluppa la tesi in cinque passaggi: l’attrattiva del bene presente, l’origine del rifiuto nell’oscurità del bene, il compimento escatologico nella parusia, il rapporto tra adesione e necessità, infine le obiezioni a cui la tesi deve rispondere.

1. La libertà si realizza alla presenza del bene

Il punto di partenza è che la volontà è, per sua natura, un appetito del bene. Ciò che essa vuole, lo vuole sub ratione boni, sotto l’aspetto del bene. Nessuno sceglie il male in quanto male: lo sceglie perché, in qualche modo, lo percepisce come un bene, apparente o parziale. Ne segue una conseguenza decisiva: quando il bene si manifesta realmente come bene, la volontà non ha motivo di rifiutarlo. Rifiutarlo significherebbe volere il male in quanto male, cosa che nessuna libertà fa.

Di fronte al bene pienamente evidente, dunque, la scelta non è un’alternativa aperta ma un’adesione che si compie. Questo non è un limite imposto dall’esterno alla libertà. È il modo in cui la libertà raggiunge ciò a cui tende. Una libertà che restasse indifferente davanti al bene pienamente presente non sarebbe più libera, ma semplicemente cieca o inerte rispetto a ciò che la costituisce.

Se è così, come si spiega l’esperienza quotidiana del rifiuto? Gli esseri umani rifiutano di fatto beni che riconoscono, almeno in parte, come tali. La spiegazione sta nel modo in cui il bene appare nella condizione presente. Esso non si dà mai nella sua piena luce: viene colto in modo parziale, confuso, mescolato ad altri beni apparenti che lo concorrenziano. Il bene si presenta, per così dire, in una luce chiaroscurale.

È questa oscurità a rendere possibile il non sceglierlo. La possibilità di dire «no» dipende dunque dal limite della conoscenza, e non da una potenza positiva della libertà. Il rifiuto non è l’esercizio più alto della libertà, ma il sintomo del fatto che il bene non si è ancora mostrato per intero. Si tratta di un’inversione rispetto all’immaginario moderno: il peccato non rivela la grandezza della libertà, ne rivela la finitezza e la ferita.

Su questo punto l’intuizione agostiniana è illuminante. Agostino distingue il posse non peccare, la capacità di non peccare propria della condizione presente, dal non posse peccare, l’impossibilità di peccare propria della condizione beata. Quest’ultima non è una perdita di libertà ma la sua forma più alta: la libertas piena rispetto al semplice liberum arbitrium, che è libertà ancora esposta al pericolo di smarrirsi.

La dimensione escatologica della tesi emerge qui. Se l’oscurità è ciò che rende possibile il rifiuto, il suo venir meno rende l’adesione piena. Nella parusia, cioè nella manifestazione definitiva del Cristo e del bene in lui, ciò che ora si vede «come in uno specchio, in modo confuso» (1Cor 13,12) sarà visto «faccia a faccia». Quando il bene apparirà senza ombre, non ci sarà più alcuna oscurità a giustificare l’esitazione o il rifiuto.

La tradizione teologica ha espresso questo punto nella dottrina della visione beatifica. Tommaso d’Aquino sostiene che la volontà vuole necessariamente il fine ultimo in generale, la beatitudine, ma non è necessitata rispetto ai beni particolari, nessuno dei quali esaurisce il bene. Solo chi vede l’essenza divina, cioè il bene nella sua totalità e senza alcuna ombra, aderisce a Dio in modo necessario, perché in lui non c’è più nulla che possa apparire come non-bene (cfr. Summa Theologiae, I-II, q. 10, a. 2). L’adesione è totale perché la manifestazione è totale.

L’obiezione più immediata è che un’adesione che «non può non» avvenire somigli a una necessità e dunque annulli la libertà. La risposta dipende dalla distinzione tra due tipi di necessità. C’è una necessità coattiva, che viene dall’esterno e contrasta l’inclinazione del soggetto: questa è incompatibile con la libertà. E c’è una necessità che nasce dal compimento stesso dell’inclinazione: chi ama non è costretto ad amare quando l’amato è finalmente presente, e il suo aderire non è meno libero, ma più libero.

Ciò che sembrerebbe una necessità è in realtà la libertà nella sua forma perfetta: non più divisa, non più esposta all’ambiguità, ma finalmente libera di aderire a ciò per cui è fatta. Da qui segue una tesi che può sembrare paradossale ma è coerente: la capacità di scegliere il male, nella condizione presente, è segno di imperfezione della libertà e non della sua essenza. Un Dio che non può volere il male non è meno libero di noi, lo è di più. Analogamente, i beati non sono meno liberi dei viatori, ma ne sono il compimento.

In questa prospettiva anche la libertà presente trova un criterio. È tanto più libera quanto più il bene le si fa presente e quanto più essa vi aderisce. La libertà non cresce allontanandosi dal bene per mantenere intatta la propria neutralità, ma lasciandosi attrarre da esso. Di qui l’importanza decisiva di ciò che rende il bene visibile e credibile nell’esistenza: l’esperienza, l’incontro, la testimonianza. Don Giussani, tra i molti autori che hanno sviluppato questo punto, insiste sul fatto che la libertà si risveglia davanti a una presenza che la corrisponde, e non davanti a un’astratta possibilità di scelta.

Prima obiezione. Se il bene presente non può non essere scelto, come si spiega il peccato di chi ha una conoscenza elevata del bene, come gli angeli o i progenitori? La tradizione ha risposto distinguendo il bene conosciuto in astratto dal bene considerato in concreto hic et nunc. Anche chi conosce il bene può, per un atto di attenzione selettiva, distogliere lo sguardo dalla sua pienezza e fissarsi su un bene parziale, perdendo di vista ciò che rende quest’ultimo inferiore. In questo senso l’oscurità non è sempre semplice ignoranza, ma può essere in parte volontaria. Il mistero del peccato resta, però, in qualche misura irriducibile a una spiegazione: la tradizione parla non a caso di mysterium iniquitatis.

Seconda obiezione. La tesi appare intellettualistica, perché subordina la volontà all’intelletto. La corrente volontarista, da Duns Scoto in poi, ha sottolineato la capacità autonoma della volontà di determinarsi. La risposta deve riconoscere che la questione resta dibattuta, ma può osservare che la tesi qui esposta non riduce l’adesione a un puro atto conoscitivo: ciò che l’apparire del bene produce non è un assenso teorico, bensì un’attrazione, cioè un movimento affettivo e volitivo. Si tratta di un’adesione integrale della persona e non di una mera deduzione.

Terza obiezione. Se la libertà presente è imperfetta perché capace di male, la responsabilità morale viene meno? Non necessariamente. L’imperfezione della libertà non la annulla: nella condizione presente l’oscurità non è mai tale da cancellare del tutto la presenza del bene, e la volontà risponde di come si pone di fronte a ciò che le è dato di vedere. La responsabilità nasce proprio dal fatto che il bene, anche in modo parziale, si fa presente e chiede di essere seguito.

La tesi qui sostenuta capovolge l’immagine più comune della libertà. Essa non consiste nella neutralità davanti al bene, ma nell’adesione resa possibile dalla sua presenza. Il rifiuto, nella condizione presente, non è prova di libertà ma effetto dell’oscurità in cui il bene appare. Nella parusia, quando il bene si manifesterà senza ombre, la libertà sarà finalmente liberata dall’esitazione e potrà aderirvi pienamente.

In una formula: la libertà raggiunge la sua pienezza non quando può scegliere tra bene e male, ma quando il bene, apparendo senza ombre, la libera dall’oscurità che la rendeva esitante e le permette di aderirvi pienamente.

2. Libertà e determinazione: dalle neuroscienze a Spinoza e Severino

La libertà umana viene generalmente concepita come capacità di scegliere tra possibilità alternative: posso compiere il bene oppure il male, agire in un modo oppure in un altro. Essere liberi significherebbe, in questa prospettiva, non essere interamente determinati da cause precedenti. Tuttavia, tanto le neuroscienze contemporanee quanto alcune importanti tradizioni filosofiche, in particolare quelle di Spinoza ed Emanuele Severino, mettono radicalmente in discussione questa concezione. La questione fondamentale diventa allora: la libertà consiste nell’indeterminazione della volontà oppure nella capacità di realizzare consapevolmente ciò che siamo determinati a essere?

2.1. Le neuroscienze: la scelta è davvero libera?

Le neuroscienze hanno progressivamente messo in discussione l’idea che le nostre decisioni nascano da un soggetto cosciente capace di iniziare autonomamente una catena causale. I celebri esperimenti di Benjamin Libet, negli anni Ottanta, mostrarono che l’attività cerebrale preparatoria di un movimento volontario può precedere di alcune centinaia di millisecondi la consapevolezza soggettiva della decisione. Successive ricerche, come quelle di John-Dylan Haynes e collaboratori, hanno individuato segnali cerebrali che permettono di prevedere, con un’accuratezza superiore al caso ma tutt’altro che assoluta, alcune semplici decisioni prima che il soggetto ne diventi cosciente.

Questi risultati non dimostrano definitivamente l’inesistenza del libero arbitrio, anche perché riguardano prevalentemente decisioni motorie elementari. Essi suggeriscono tuttavia che la coscienza non sia necessariamente l’origine assoluta della scelta. Ogni decisione emerge da una complessa rete di processi neurali, disposizioni affettive, memorie, esperienze e condizionamenti biologici e sociali.

La libertà potrebbe allora essere compresa non come assenza di determinazioni, ma come capacità dell’organismo umano di integrare consapevolmente le proprie determinazioni, valutare le conseguenze delle azioni e modificare progressivamente i propri comportamenti. In questo senso, essere determinati non equivale necessariamente a essere costretti. Anche la riflessione, l’educazione e l’autocontrollo sono processi causalmente efficaci.

2.2. Spinoza: la libertà non è indeterminazione, ma comprensione della necessità

Nell’Etica, Spinoza propone una delle più radicali critiche del libero arbitrio. Gli esseri umani si credono liberi perché sono consapevoli delle proprie azioni, ma ignorano le cause che li determinano (Etica, II, proposizione 35, scolio). La volontà non costituisce un potere assoluto, indipendente dall’ordine della natura. Ogni desiderio, pensiero e decisione appartiene alla concatenazione necessaria delle cause.

Ciò non significa, tuttavia, che la libertà sia un’illusione priva di significato. Spinoza distingue la libertà dalla costrizione: è libero ciò che agisce secondo la necessità della propria natura, mentre è costretto ciò che viene determinato dall’esterno ad agire in un certo modo (Etica, I, definizione 7). In senso assoluto soltanto Dio, ossia la Natura, è libero, perché esiste e agisce per la sola necessità della propria natura. L’essere umano, in quanto modo finito, può invece diventare più libero nella misura in cui passa dalla passività delle passioni all’attività della ragione.

La libertà non consiste dunque nella possibilità indifferente di scegliere il bene oppure il male, ma nella crescente capacità di agire secondo una comprensione adeguata di sé e della realtà. Quanto più comprendiamo le cause che ci determinano, tanto meno siamo dominati dalle passioni e tanto più diventiamo attivi.

Si potrebbe affermare che la libertà non è libertà dalla necessità, ma libertà nella necessità. Il bene non è una possibilità arbitrariamente selezionata tra alternative equivalenti: è ciò che favorisce realmente la nostra potenza di esistere e di agire. La libertà consiste nel diventare capaci di riconoscerlo e realizzarlo.

2.3. Emanuele Severino: l’impossibilità ontologica del libero arbitrio

La critica di Emanuele Severino è ancora più radicale, perché non nasce da una teoria delle cause naturali, ma dalla sua concezione dell’essere. Per Severino, ogni essente è eterno: nulla può provenire dal nulla e nulla può ritornare nel nulla. Il divenire non consiste nella produzione o nell’annientamento degli essenti, ma nel loro apparire e scomparire dall’orizzonte dell’esperienza.

La concezione tradizionale del libero arbitrio presuppone invece, secondo Severino, che l’essere umano possa decidere quale realtà far esistere tra diverse possibilità. La volontà si rappresenta come una potenza capace di far essere ciò che ancora non è e di impedire che sia ciò che potrebbe essere. In questo senso, il libero arbitrio appartiene alla medesima interpretazione nichilistica del divenire che considera gli essenti oscillanti tra l’essere e il nulla.

Se ogni essente è eterno e appartiene necessariamente alla totalità dell’essere, anche la decisione umana, il desiderio e l’azione sono eterni. Non esiste un soggetto che, ponendosi al di fuori della necessità del tutto, possa decidere autonomamente ciò che deve accadere.

Bisogna però distinguere Severino da Spinoza. In Spinoza la necessità è principalmente quella dell’ordine causale della Natura; in Severino è la necessità ontologica dell’essere e del destino della verità. L’eternità di ogni essente, inoltre, non significa che ogni evento sia sempre manifesto, né consente di ridurre semplicemente il destino severiniano al determinismo causale.

La libertà, nel senso tradizionale di potere di scegliere indifferentemente tra alternative realmente possibili, viene pertanto radicalmente negata. Rimane però la possibilità di pensare una liberazione diversa: non il dominio della volontà sull’essere, ma il superamento dell’isolamento della terra e dell’illusione che l’uomo sia il produttore sovrano della realtà. La liberazione è connessa all’apparire della verità del destino, non all’arbitrio individuale.

3. Due concezioni della libertà

Il confronto tra neuroscienze, Spinoza e Severino permette di distinguere due concezioni profondamente diverse della libertà. La prima identifica la libertà con l’indeterminazione della volontà: il soggetto sarebbe libero perché, davanti al bene e al male, potrebbe scegliere indifferentemente l’uno oppure l’altro. La seconda concepisce invece la libertà come capacità di autodeterminarsi al bene: il soggetto è tanto più libero quanto più è capace di realizzare ciò che riconosce come vero e buono.

Questa distinzione ha conseguenze decisive anche per la teologia cristiana. Nella tradizione agostiniana e tomista, la libertà non raggiunge la propria perfezione nella possibilità di peccare, ma nell’impossibilità di essere distolta dal bene. Dio è sommamente libero, eppure non può volere il male. Analogamente, la libertà dei beati non consiste nel poter scegliere nuovamente il peccato, ma nella piena adesione al bene. La possibilità del male non costituisce dunque una perfezione della libertà, bensì il segno della sua condizione ancora imperfetta.

Si può pertanto formulare una distinzione fondamentale: il libero arbitrio è la possibilità di scegliere tra bene e male; la libertà pienamente realizzata è la capacità di volere il bene senza esserne distolti. L’indeterminazione non è necessariamente una ricchezza: può essere anche il segno di una volontà non ancora pienamente determinata dalla verità del bene.

Questa prospettiva consente di reinterpretare il rapporto tra determinazione e libertà. Non ogni determinazione è una limitazione. Essere determinati dalla paura, dall’ignoranza o dalla violenza significa subire una costrizione; essere determinati dalla conoscenza, dall’amore e dal bene può invece costituire il compimento della libertà. La differenza non riguarda semplicemente l’esistenza o l’assenza di cause, ma la qualità delle determinazioni che costituiscono il soggetto e il suo agire.

Naturalmente, questa conclusione non coincide integralmente con le posizioni dei tre interlocutori. Spinoza non identifica il bene con un valore morale trascendente, ma con ciò che accresce la potenza di agire; Severino non propone una teoria della libera autodeterminazione al bene, poiché nega radicalmente che la volontà possa determinare autonomamente il corso degli eventi; le neuroscienze, infine, non stabiliscono quale sia il bene morale, ma indagano i processi attraverso cui le decisioni vengono elaborate. Il loro confronto permette tuttavia di mettere in questione il presupposto secondo cui la libertà richiederebbe necessariamente l’indeterminazione.

La questione decisiva non è dunque se siamo determinati oppure liberi, ma se la libertà debba essere pensata come assenza di determinazione oppure come una forma superiore di determinazione. Se la libertà fosse essenzialmente indeterminazione, un soggetto perfettamente orientato al bene sarebbe meno libero di un soggetto continuamente oscillante tra bene e male. Ma questa conclusione appare paradossale: dovremmo considerare meno libero chi ama pienamente rispetto a chi è ancora capace di tradire, meno libero chi conosce la verità rispetto a chi rimane nell’incertezza.

La prospettiva alternativa permette di rovesciare il problema. Non siamo liberi perché possiamo scegliere il male, ma siamo tanto più liberi quanto più diventiamo capaci di non sceglierlo. La libertà non consiste nell’indifferenza davanti alle possibilità, ma nella progressiva coincidenza della volontà con il bene riconosciuto.

In una prospettiva teologica relazionale, si potrebbe allora compiere un ulteriore passo: la libertà non sarebbe una proprietà originaria di un soggetto autosufficiente, ma una capacità che si costituisce nella relazione. Non è necessario essere indipendenti da ogni determinazione per essere liberi. Al contrario, la libertà potrebbe consistere nell’essere pienamente determinati dall’amore, senza che tale determinazione si trasformi in costrizione. L’amore, infatti, non annulla la volontà, ma la rende capace della sua più autentica realizzazione.

Resta tuttavia una questione fondamentale: come distinguere una determinazione liberante da una determinazione alienante? La risposta richiede di riconoscere che non basta essere determinati al bene dall’esterno; occorre che il bene diventi principio interiore dell’agire. La libertà compiuta non è dunque né arbitrio indifferente né obbedienza meccanica, ma piena partecipazione consapevole al bene.

In questa prospettiva, il contrario della libertà non è la necessità, ma l’alienazione. E il vertice della libertà non è poter scegliere qualsiasi cosa, bensì non poter più volere ciò che contraddice il bene, perché il bene è diventato la forma stessa del proprio essere.

4. La scelta crea il bene oppure lo riconosce?

Nell’esperienza quotidiana siamo continuamente chiamati a scegliere. Decidiamo che cosa fare, come comportarci, quali relazioni coltivare, quali responsabilità assumere. Ma dietro ogni decisione si nasconde una questione filosofica fondamentale: è bene ciò che scelgo oppure scelgo ciò che è bene? In altri termini, una cosa diventa buona perché la scelgo oppure posso sceglierla perché essa mi appare già, in qualche modo, come buona? Il bene è il risultato della libertà oppure la condizione che rende possibile il suo esercizio?

Le due prospettive sembrano inizialmente molto vicine, ma implicano due concezioni radicalmente differenti dell’essere umano. Nella prima, il bene è costituito dalla decisione: non esiste un bene originario che preceda e orienti la volontà, ma è il soggetto stesso che, scegliendo, conferisce valore alle possibilità che incontra. Nella seconda, invece, la scelta presuppone una manifestazione originaria del bene. Il soggetto non crea il bene attraverso la propria decisione, ma riconosce come eleggibile ciò che, in una determinata situazione, gli appare come una possibile realizzazione del bene.

La differenza può essere espressa attraverso due proposizioni: «È bene perché lo scelgo» e «Lo scelgo perché è bene». La prima attribuisce alla volontà una priorità costitutiva rispetto al valore; la seconda riconosce al bene una priorità rispetto alla volontà. Nel primo caso la libertà è fondamentalmente creatrice di valori; nel secondo è capacità di riconoscere e realizzare un bene che la precede.

Tuttavia, il problema si complica quando consideriamo che nessuna scelta avviene al di fuori dell’esperienza concreta. Non scegliamo mai il bene in generale, ma sempre qualcosa che ci appare buono qui e ora. La questione decisiva diventa allora comprendere se questo apparire del bene sia già una forma di rivelazione del valore oppure soltanto una proiezione del desiderio e della decisione del soggetto.

4.1. La storia di Andrea

Immaginiamo un uomo di nome Andrea. Un giorno Andrea decide di compiere un esperimento radicale sulla propria libertà. Vuole dimostrare a se stesso che nessun bene precede la sua decisione e che soltanto la scelta può conferire valore alle cose.

Davanti a lui si presentano due possibilità: aiutare un amico in grave difficoltà oppure ignorare la sua richiesta e trascorrere la giornata dedicandosi ai propri interessi. Andrea decide di non interrogarsi su quale comportamento sia migliore. Una simile domanda, infatti, presupporrebbe che esista già un criterio di bene indipendente dalla sua volontà. Egli vuole invece scegliere in maniera assolutamente originaria, senza lasciarsi determinare da alcun valore precedente.

«Non aiuterò il mio amico», decide. «E proprio perché ho scelto di non aiutarlo, questa decisione sarà il mio bene. Non esiste un bene che io debba riconoscere: il bene nasce dalla mia scelta».

Il giorno successivo, però, Andrea incontra l’amico, che gli racconta di aver attraversato da solo un momento di grande sofferenza. Andrea prova disagio. Si domanda se avrebbe dovuto comportarsi diversamente. Ma subito si corregge: «Non posso dire che avrei dovuto scegliere diversamente, perché ciò significherebbe ammettere che esisteva un bene precedente alla mia scelta. E invece sono io a creare il bene scegliendo».

Qualche giorno dopo, Andrea decide di aiutare un’altra persona. Questa volta afferma: «Aiutare è bene perché ho deciso di farlo». Ma si accorge che la sua spiegazione è identica a quella con cui aveva giustificato il comportamento opposto. Prima non aiutare era bene perché lo aveva scelto; ora aiutare è bene per la stessa ragione.

A questo punto Andrea si trova davanti a una difficoltà. Se qualsiasi decisione diventa buona semplicemente perché viene scelta, che cosa distingue una scelta buona da una cattiva? Se il bene coincide integralmente con l’atto di scegliere, non sembra più possibile valutare criticamente la scelta stessa.

Andrea comprende allora che, per distinguere tra due decisioni, deve riferirsi a qualcosa che non coincida semplicemente con il fatto di averle compiute. Deve poter dire non soltanto «ho scelto questo», ma anche «ho scelto questo perché vi ho riconosciuto qualcosa di buono».

L’esperimento di Andrea non dimostra che la libertà sia inesistente. Mostra piuttosto la difficoltà di concepirla come una potenza capace di creare il bene dal nulla, senza alcun riferimento a un valore che preceda la decisione.

La storia, naturalmente, è una radicalizzazione filosofica e non una rappresentazione fedele dell’intera posizione di Sartre. Serve a mettere in evidenza il problema che emerge quando si identifica senza ulteriori precisazioni la costituzione del valore con il semplice fatto della scelta.

4.2. Sartre davanti all’esistenza quotidiana

La posizione di Jean-Paul Sartre costituisce uno dei tentativi più radicali di pensare la libertà come originaria rispetto a ogni determinazione essenziale. Nella celebre conferenza L’esistenzialismo è un umanismo (1945), Sartre afferma che, per l’essere umano, l’esistenza precede l’essenza. Non esiste una natura umana previamente definita che stabilisca ciò che ciascuno deve diventare. L’uomo esiste, si trova gettato nel mondo e soltanto successivamente si definisce attraverso le proprie scelte.

In questa prospettiva, la libertà non consiste nel realizzare un’essenza già data, ma nel costituire se stessi attraverso l’azione. L’essere umano non possiede un’identità morale completamente determinata prima di agire: diventa ciò che sceglie di essere. La decisione assume pertanto un significato costitutivo.

Sartre rifiuta l’idea che esistano valori morali oggettivi, garantiti da Dio o da un ordine metafisico, capaci di prescrivere anticipatamente le decisioni umane. In assenza di un fondamento trascendente, l’uomo deve assumersi la responsabilità di ciò che considera valido. Non può appellarsi a una natura umana prestabilita o a una volontà divina per sottrarsi alla responsabilità della propria decisione.

Un esempio particolarmente significativo compare proprio nella conferenza sull’esistenzialismo. Sartre racconta di un giovane che, durante la Seconda guerra mondiale, deve scegliere se partire per unirsi alle forze francesi libere oppure rimanere accanto alla madre, che vive una situazione di profonda solitudine. Entrambe le possibilità sembrano sostenute da ragioni morali. Da un lato vi è il dovere di contribuire alla liberazione del proprio paese; dall’altro la responsabilità concreta verso la madre.

Nessuna regola morale generale, secondo Sartre, può determinare univocamente quale decisione sia giusta. Il giovane deve scegliere, e scegliendo conferisce un significato concreto ai valori ai quali intende rimanere fedele. Non scopre semplicemente una soluzione già scritta nell’ordine delle cose, ma assume la responsabilità di una decisione che nessun principio universale può prendere al suo posto.

È importante, tuttavia, non banalizzare questa posizione. Sartre non sostiene semplicemente che qualsiasi capriccio diventi moralmente buono perché viene scelto. La sua concezione della libertà implica responsabilità, impossibilità di sottrarsi alla scelta e consapevolezza che, scegliendo per sé, l’uomo propone anche una certa immagine dell’umanità. Il valore non è riducibile a un’etichetta arbitrariamente applicata dopo la decisione: emerge all’interno del progetto fondamentale attraverso cui il soggetto dà senso alla propria esistenza.

Rimane tuttavia una differenza decisiva rispetto a una concezione trascendentale della libertà come determinazione originaria al bene. Per Sartre, non esiste un Bene assoluto che costituisca previamente l’orientamento della volontà. La libertà è originaria rispetto ai valori determinati che essa assume. Per la prospettiva qui proposta, invece, la libertà è resa possibile da una relazione originaria al bene che non dipende dalla decisione del soggetto.

4.3. Perché qualcosa diventa oggetto della scelta?

La critica più profonda a una concezione radicalmente costitutiva della libertà non consiste semplicemente nell’affermare che l’uomo dovrebbe rispettare valori oggettivi. Occorre interrogare la struttura stessa dell’atto di scegliere.

Ogni scelta è scelta di qualcosa. Ma affinché qualcosa possa essere scelto, deve anzitutto apparire come una possibilità dotata di un qualche significato per il soggetto. Non tutte le possibilità si presentano indistintamente alla volontà. Una possibilità diventa effettivamente eleggibile quando viene riconosciuta come desiderabile, significativa, preferibile o almeno degna di essere presa in considerazione.

Questa osservazione introduce una distinzione fondamentale tra possibilità ed eleggibilità. Una cosa può essere astrattamente possibile senza essere concretamente eleggibile. Posso immaginare innumerevoli comportamenti, ma soltanto alcuni si presentano alla mia volontà come possibilità reali di azione. L’eleggibilità presuppone dunque una relazione tra il soggetto e il valore che egli riconosce, o crede di riconoscere, nella possibilità considerata.

Da questo punto di vista, la domanda «Perché scelgo questo?» non può ricevere come unica risposta «Perché lo scelgo», senza rischiare di trasformarsi in una tautologia. La scelta deve poter essere compresa attraverso qualcosa che la renda intelligibile, anche quando le ragioni non sono pienamente esplicite o razionalmente fondate.

Si potrebbe allora sostenere che non è la scelta a rendere originariamente eleggibile il bene, ma è l’apparire del bene a rendere possibile la scelta.

Questa affermazione non significa che il soggetto possieda una conoscenza infallibile del bene. Ciò che appare buono può rivelarsi illusorio, parziale o addirittura distruttivo. Ma anche in questo caso la struttura fondamentale rimane invariata: il soggetto sceglie ciò che gli appare come bene sotto un determinato aspetto. Non sceglie il male in quanto male, ma qualcosa che, pur essendo realmente cattivo, gli appare desiderabile.

Occorre però distinguere tra la priorità fenomenologica dell’apparire come bene e la priorità ontologica del Bene. Il fatto che ogni scelta presupponga qualcosa di desiderabile non dimostra, da solo, l’esistenza di un Bene assoluto. Per passare dalla prima alla seconda affermazione è necessario un ulteriore argomento metafisico. La prospettiva trascendentale qui proposta sostiene precisamente che l’orizzonte dell’eleggibilità non è prodotto integralmente dalla volontà, ma rinvia a un’apertura originaria al bene che costituisce la volontà stessa.

5. La libertà trascendentale precede la libertà categoriale

La distinzione tra libertà trascendentale e libertà categoriale permette di superare l’alternativa tra una libertà che crea arbitrariamente i valori e una libertà che si limita a eseguire passivamente un ordine morale prestabilito.

La libertà trascendentale consiste nell’originaria determinazione al bene. Essa non è ancora la scelta di un bene particolare, ma la condizione che rende possibile riconoscere qualcosa come bene e quindi come eleggibile. La libertà categoriale è invece l’atto concreto attraverso cui il soggetto sceglie una determinata possibilità e ne assume le conseguenze.

La relazione tra i due livelli non deve essere interpretata cronologicamente, come se prima avvenisse un’esperienza separata del Bene assoluto e soltanto successivamente si producesse la decisione. Si tratta di una priorità ontologica: l’orientamento al bene è già operante nell’atto stesso attraverso cui il soggetto riconosce una possibilità come desiderabile.

La scelta concreta non costituisce dunque il bene in quanto tale, ma ne determina la modalità storica di realizzazione. Il bene è originariamente rivelato nella struttura trascendentale della libertà, ma deve ancora essere riconosciuto e attuato nelle situazioni particolari.

Qui emerge un aspetto essenziale. Il bene originario non prescrive automaticamente quale scelta compiere in ogni circostanza. Non elimina il discernimento, il conflitto tra beni diversi o l’incertezza morale. La libertà categoriale conserva pertanto un’autentica funzione creativa, ma si tratta di una creatività realizzativa, non di una creazione assoluta del valore.

Si potrebbe dire che il soggetto non crea il bene dal nulla, ma crea forme storiche nuove attraverso cui il bene può manifestarsi. Un gesto di perdono, una decisione di giustizia, un atto di solidarietà non producono la bontà come tale, ma ne costituiscono realizzazioni originali, irripetibili e storicamente determinate.

Questa distinzione permette di riconoscere il contributo positivo dell’esistenzialismo senza accettarne necessariamente il presupposto ontologico. Sartre ha ragione nel sottolineare che nessun principio astratto può sostituire integralmente la responsabilità della decisione concreta. Ma da ciò non segue che la decisione debba costituire originariamente il valore del bene.

5.1. La scelta come veri-fica del bene originario

Se il bene precede la scelta come condizione della sua possibilità, la decisione assume un significato diverso da quello attribuitole da una concezione radicalmente volontaristica. Essa non è l’atto mediante il quale il soggetto conferisce arbitrariamente valore a una possibilità, ma il luogo in cui il valore riconosciuto diventa realtà vissuta.

È qui che acquista particolare significato il concetto di veri-fica, inteso come il farsi vero del bene nell’esistenza concreta. La scelta non rende vero il bene nel senso che ne produce la verità. Il bene è già originariamente manifestato nell’orientamento trascendentale della libertà. Tuttavia, questa verità non è ancora pienamente realizzata nella storia del soggetto.

Quando scelgo il bene, ciò che era originariamente riconosciuto come valore diventa una determinazione effettiva della mia esistenza. Il bene passa dalla dimensione della possibilità riconosciuta a quella della realtà vissuta. La scelta costituisce dunque la verifica storica della libertà trascendentale.

La differenza tra le due prospettive può essere espressa in termini particolarmente chiari. Nella concezione volontaristica radicale, la scelta produce il valore: «È bene perché l’ho scelto». Nella concezione trascendentale, il valore rende possibile la scelta: «Lo scelgo perché mi si è manifestato come bene». Ma questa seconda formulazione richiede un completamento: «Scegliendolo, faccio sì che il bene riconosciuto diventi vero nella mia esistenza».

La libertà non è pertanto semplice riconoscimento passivo di un valore, ma partecipazione attiva alla sua realizzazione. Essa non crea il bene, ma contribuisce a farlo essere storicamente nella forma concreta dell’agire.

La libertà non può essere adeguatamente compresa né come semplice indeterminazione della volontà né come esecuzione necessaria di un bene già completamente definito nelle sue manifestazioni storiche. Essa è piuttosto la capacità di riconoscere e realizzare concretamente un bene che la precede e la costituisce.

La domanda iniziale — «È bene ciò che scelgo oppure scelgo ciò che è bene?» — trova così una risposta articolata. Non è il semplice fatto della scelta a rendere buona una possibilità. Al contrario, una possibilità diventa eleggibile perché si manifesta al soggetto sotto un qualche aspetto di bene. Tuttavia, questa manifestazione non coincide necessariamente con la conoscenza adeguata del bene reale. Per questo la libertà richiede discernimento, responsabilità e capacità di correggere le proprie decisioni.

La scelta non crea il bene dal nulla, ma ne costituisce una realizzazione storica. Il bene non è il nome che attribuisco arbitrariamente a ciò che ho scelto; è ciò che, manifestandosi come desiderabile e degno di essere realizzato, rende possibile la scelta stessa. La decisione non determina il bene nella sua verità originaria, ma determina il modo in cui esso diventa effettivo nella mia esistenza.

La libertà trascendentale precede dunque la libertà categoriale, non come una decisione già compiuta, ma come l’originaria apertura al bene che rende possibile ogni decisione. La libertà categoriale costituisce il luogo della verifica, nel quale ciò che è originariamente vero diventa storicamente reale.

Non è bene ciò che scelgo semplicemente perché lo scelgo. Scelgo ciò che mi appare come bene perché il bene mi ha già reso capace di riconoscerlo come eleggibile. Ma soltanto scegliendolo posso realizzare, qui e ora, il bene che originariamente mi rende libero. Si potrebbe condensare l’intera proposta in una formula conclusiva: il Bene non è il prodotto della libertà, ma la libertà è il dono originario del Bene; e la scelta è la veri-fica attraverso cui questo dono diventa storia.

Anche Sartre potrebbe riconoscere che non scegliamo mai qualcosa che non abbia per noi un significato o un valore. Ma potrebbe rispondere che siamo noi, attraverso il nostro progetto esistenziale, a conferire quel significato alla situazione. Perciò non basta dimostrare che ogni scelta presuppone qualcosa che appare desiderabile. Occorre mostrare perché l’apparire del bene non sia interamente costituito dalla libertà stessa.

Qui si trova il passaggio decisivo della tua proposta: se il soggetto non è originariamente auto-sussistente, ma è costituito dalla relazione, allora anche la sua capacità di attribuire valore presuppone una relazione fondativa che non ha scelto. Il soggetto può interpretare, riconoscere e realizzare il bene, ma non può essere l’origine assoluta della propria capacità di riconoscerlo.

La questione più radicale, dunque, non è soltanto se la scelta preceda il bene, ma se la libertà possa precedere la relazione che la costituisce. Se la risposta è negativa, il primato ontologico del Bene sulla scelta non appare più come una limitazione della libertà, bensì come la condizione della sua possibilità.

5.2. La scelta come discernimento del maggior bene possibile

La scelta non fonda il bene, ma presuppone un orizzonte originario di bene entro il quale si manifestano molteplici beni possibili. La libertà trascendentale consiste precisamente nell’essere originariamente determinati dal Bene, che rende possibile il riconoscimento dei diversi beni categoriali come eleggibili. Questi ultimi non sono creati dalla volontà, ma si manifestano come possibilità concrete di realizzazione del Bene nell’esistenza storica.

La libertà categoriale interviene precisamente a questo livello: non decide che cosa sia il bene in quanto tale, ma discerne, confronta e preferisce, tra i diversi beni che si presentano, quello o quelli che possono realizzare più pienamente il Bene nella situazione concreta. La scelta non è dunque un atto di creazione del valore, bensì un atto di determinazione pratica del bene possibile qui e ora. In questa prospettiva assume particolare significato il principio ignaziano del magis, che non indica semplicemente il fare di più, ma il riconoscere e realizzare ciò che, tra le possibilità effettivamente disponibili, costituisce il maggior bene possibile. Il magis non è una misura puramente quantitativa, ma qualitativa e relazionale: riguarda ciò che, in una determinata situazione, realizza più autenticamente l’amore, la giustizia, la verità e il bene delle persone coinvolte. La libertà non si esercita pertanto nell’indifferenza tra bene e male, ma nel discernimento tra beni possibili, alcuni dei quali possono essere preferiti ad altri in ragione della loro maggiore capacità di realizzare il Bene originario. Ciò non significa che il soggetto possa conoscere infallibilmente quale sia il maggior bene in assoluto, ma che è chiamato a riconoscere responsabilmente il maggior bene concretamente possibile alla luce delle circostanze e delle proprie capacità. La scelta rimane quindi storica, situata, fallibile e sempre aperta a una comprensione più profonda del bene. Il Bene determina trascendentalmente la libertà, mentre la libertà determina categorialmente quale bene realizzare, secondo la misura del magis.

Si chiarisce così anche il significato della veri-fica: scegliendo il maggior bene possibile qui e ora, la libertà non rende buono ciò che sceglie, ma rende concretamente vero, nella propria esistenza, il Bene che originariamente la costituisce. La libertà raggiunge pertanto la sua autenticità non quando può scegliere indifferentemente qualsiasi cosa, ma quando diventa capace di preferire, tra i beni che le si manifestano, quello che realizza più pienamente il Bene. In questo senso, il magis è la misura categoriale della fedeltà alla determinazione trascendentale al Bene.

6. Il confronto con il monismo relativo

La prospettiva delineata acquista ulteriore profondità se viene interpretata nell’orizzonte del monismo relativo. Se l’essere della creatura non costituisce un’aggiunta ontologica all’Assoluto, ma consiste nella relazione costitutiva con esso, anche la libertà non può essere concepita come una potenza autosufficiente capace di produrre il bene indipendentemente dal proprio fondamento. La tesi fondamentale del monismo relativo, espressa dalla formula x = x + y, dove “x” indica l’Assoluto e “y” la creatura, significa che la creatura non aggiunge essere all’Assoluto. Analogamente, l’azione buona della creatura non aggiunge bontà al Bene assoluto, ma ne costituisce una manifestazione storicamente determinata.

Si potrebbe applicare questa intuizione alla libertà affermando che il Bene assoluto non attende la scelta umana per diventare bene. Esso precede ontologicamente ogni decisione e costituisce la condizione trascendentale della sua possibilità. La scelta umana non produce il bene dal nulla, ma realizza una determinazione finita del bene originario.

La differenza rispetto alla posizione sartriana è allora particolarmente significativa. Mentre l’esistenzialismo ateo di Sartre rifiuta un fondamento divino dei valori e attribuisce alla libertà umana la responsabilità di costituire il senso della propria esistenza, il monismo relativo interpreta la libertà come una modalità relazionale attraverso cui il Bene assoluto si manifesta nella finitezza. Non si tratta, tuttavia, di negare l’autonomia del soggetto. Al contrario, l’autonomia viene compresa come capacità di realizzare personalmente ciò che rende possibile la propria esistenza. La relazione fondativa con il Bene non annulla la libertà, ma la costituisce. L’essere umano non è libero malgrado la propria determinazione al bene, ma precisamente in virtù di essa.

Questa concezione permette inoltre di evitare un equivoco frequente: identificare la dipendenza ontologica con la costrizione morale. Essere costituiti dal Bene non significa essere obbligati meccanicamente a compiere il bene. Significa possedere originariamente la capacità di riconoscerlo e realizzarlo, pur nella possibilità storica di contraddirlo.

La scelta del male non rappresenta pertanto la manifestazione di una libertà alternativa, capace di costituire autonomamente un valore opposto al bene. Essa esprime piuttosto una realizzazione deficitaria della libertà, nella quale il soggetto assume come bene qualcosa che non realizza adeguatamente la propria determinazione originaria.

Riferimenti essenziali: Spinoza, Etica, I, definizione 7; II, proposizioni 35 e 48–49; IV, prefazione; V. Emanuele Severino, Destino della necessità (1980), specialmente per il rapporto tra necessità, divenire e libertà. Per le neuroscienze: Benjamin Libet et al., «Time of Conscious Intention to Act in Relation to Onset of Cerebral Activity», Brain 106 (1983); Dominik, Mele, Schurger e Maoz, «Libet’s Legacy: A Primer to the Neuroscience of Volition» (2024); Agostino d’Ippona, De correptione et gratia; De civitate Dei, XXII; Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I, q. 82, a. 1-2; I-II, q. 5; I-II, q. 10, a. 1-2.

Il banchetto di nozze (Mt 22,1-14)

Alcuni di noi avranno forse fatto l’esperienza dei preparativi per un matrimonio. Chi ha fatto questa esperienza sa bene che non si può improvvisare. Quasi un anno prima, a volte due, bisogna cercare innanzitutto il luogo dove portare gli invitati. Poi viene l’idea di cercare una chiesa che sia accogliente e secondo i propri gusti, per celebrare il matrimonio. E poi, come sa bene chi ha vissuto questa preparazione, ci sono tutti gli altri dettagli, che sono innumerevoli.

Lo stesso vale per qualsiasi grande evento: una prima messa, un anniversario importante della propria congregazione religiosa, della famiglia, del lavoro. Quando celebriamo qualcosa di grande, un “evento”, come si dice adesso, sono necessari lunghi e continui preparativi, non soltanto in generale ma fin nei più piccoli dettagli. E chi di voi lo ha fatto sa che ci sono inevitabilmente imprevisti e modifiche: bisogna risistemare, per esempio, la disposizione dei posti a tavola, fino all’ultimo dettaglio.

«Tutto è pronto», ci dice il Vangelo di oggi. Riascoltiamo sotto questa parola: tutto è pronto. Quanta fatica ci vuole, perché tutto sia pronto. Sant’Ignazio, negli Esercizi, conclude la quarta settimana con la contemplatio ad amorem. Questa contemplazione è come quando si contempla un tappeto dal lato dell’esposizione, per così dire, non dal di sotto, dove ci sono tutti i nodi, tutti gli agganci. Ignazio dice che nella quarta settimana tu vedi il tappeto nel suo diritto, ma sotto il tappeto si rivela la fatica di una lunga preparazione.

Ce lo ricordava la colletta di oggi, la preghiera con cui abbiamo iniziato questa liturgia: «Ci preceda e ci accompagni sempre la tua grazia». Se oggi sei qui, è l’esito di una lunga, meticolosa, attenta, amorevole preparazione della grazia. Chi ti ha portato oggi, qui e ora, a sederti su quella panca? È stata la grazia. Tutto è pronto. Tutto è stato preparato.

Se potessimo gustare e sentire profondamente, ogni volta che ci sediamo, per la meditazione, per la lectio divina o come in questo momento a Messa, nello spirito della quarta settimana degli Esercizi, la bellezza e la connessione di tutti i fili intrecciati che fanno il tappeto della mia vita: «Il Signore è il mio pastore, nulla mi manca». Vedere l’opera di Dio. «Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo», dice Giacobbe nel capitolo 28 della Genesi. Oppure Paolo, nel suo discorso all’Areopago di Atene: «In lui viviamo, ci muoviamo e siamo».

Si sente questa meraviglia dell’apostolo Paolo nella seconda lettura che abbiamo ascoltato: «So vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza». È la visione del tappeto dal lato del diritto: la tessitura della mano di Dio, che collega e connette tutto, perché tutto concorre al bene. Ed è questo il velo che viene strappato. Quando il velo viene tolto avviene la rivelazione: il tappeto comincia a vedersi nella sua interezza, nei suoi innumerevoli intrecci di grazia.

Il testo della parabola ci parla anche di persone che non vengono dette cattive, ma occupate. Chi ha il proprio campo, chi ha i propri affari, chi pensa a fare carriera: sono quei servi che vogliono prendere il posto del figlio. È un po’ il nostro atteggiamento quando ci stacchiamo dalla consapevolezza della profonda connessione con la grazia di Dio, che ci precede e ci accompagna, che ci prepara fino alla fine di tutte le cose, cioè di diventare figli e figlie di Dio. Quando ci sganciamo da questo sguardo contemplativo, perché siamo occupati in ciò che devo fare nei campi, nelle cose che devo accumulare, divento distratto.

«Marta, Marta, ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una sola c’è bisogno»: sentiamo l’eco delle parole di Gesù a Marta. Ed è bello che il verbo greco “perispao” indica questo affannarsi riporti, nella sua etimologia, l’immagine di qualcuno che vive sempre in movimento circolare: di qua e di là, su e giù, in una stanza e nell’altra, apre un cassetto, guarda, consulta il cellulare, esce, compra, ritorna; gira e rigira, girando attorno e dimenticando il centro. Così facendo Marta dimentica di essere soggetto e diventa soggetta a tante cose. Quando succede questo non siamo più signori della nostra vita, ma ne diventiamo succubi. Allora emerge il «devo sopravvivere», oppure, come dicono alcuni, «tiriamo a campare».

Il re della parabola chiama tutti. La parabola lo sottolinea specialmente nella parte dell’invito: chiama tutti, «cattivi e buoni». In questa settimana abbiamo ricordato, e la Santa Sede lo ha sottolineato con un simposio, i dieci anni di Amoris laetitia, l’enciclica, o meglio l’esortazione, di Papa Francesco. C’è un numero che voglio ripetere, perché dentro questo meraviglioso documento contiene la perla preziosa della colletta di oggi: «Ci preceda e ci accompagni sempre la tua grazia». Cosa dice il numero 301 di Amoris laetitia? Papa Francesco dice che non si può affermare che chi vive in una situazione irregolare sia privo della grazia. La grazia precede e accompagna todos, todos, todos: continuamente prepara il banchetto per tutti.

E ciascuno di noi, ripensando un po’ alla propria vita, sa come la grazia sa trasformare perfino i nodi in possibilità … scioglibili, con l’abbandono alla grazia. Quanto è meraviglioso il Signore!

Il Vangelo di oggi vorrei riassumerlo con una breve riflessione di Thomas Merton. Ti invito a chiudere gli occhi ora, mentre la leggo, e a sentire e gustare profondamente, nelle sue parole, questa grazia che ti precede e ti accompagna. Così dice Thomas Merton:

«Nel nucleo più intimo del nostro essere esiste un punto, piccolo come un nulla, che il peccato e l’illusione non possono toccare. È un punto di pura verità, un punto o una scintilla che appartiene interamente a Dio. Noi non possiamo disporre di questo punto, ma Dio modella la nostra vita a partire da esso. Non può essere raggiunto dalle fantasie della nostra mente, non può essere conquistato dalla nostra volontà violenta. Questo piccolo punto di nulla e di assoluta povertà è il punto della pura gloria di Dio in noi».

Dall’immagine alla somiglianza

Una rilettura della controversia degli Isochristoi alla luce di una cristologia relazionale

Introduzione

La controversia degli Isochristoi, sviluppatasi nel monachesimo origenista palestinese del VI secolo, solleva una questione cristologica di persistente attualità: la piena partecipazione escatologica di tutti gli esseri umani alla vita divina comporta il superamento della singolarità di Cristo oppure ne costituisce il compimento? Attraverso una rilettura del rapporto tra Origene, Evagrio Pontico e gli origenisti palestinesi, il presente contributo propone di interpretare tale questione mediante la distinzione biblico-patristica tra immagine e somiglianza di Dio. L’ipotesi sostenuta è che l’essere immagine di Dio costituisca la condizione ontologica originaria di ogni creatura umana, mentre la somiglianza designi la realizzazione storica ed escatologica di tale relazione costitutiva. In Gesù di Nazaret la somiglianza avrebbe raggiunto la propria pienezza, mentre nell’umanità essa rimane in fieri. Se il Logos esprime l’“immagine di Dio”, il Cristo indica – invece – la “somiglianza”. La singolarità di Gesù viene così compresa non come esclusività ontologica di una creatura con il Logos, ma come realizzazione piena e anticipatrice della vocazione cristica universale. In questa prospettiva, il Cristo totale (totum Christi) designa la pienezza dell’incarnazione del Logos nell’umanità riconciliata, senza che la molteplicità delle creature comporti un incremento ontologico dell’Assoluto.

1. La questione degli Isochristoi e il problema della singolarità di Cristo

La controversia degli Isochristoi, sviluppatasi nel VI secolo all’interno del monachesimo palestinese di ispirazione origenista, costituisce uno degli episodi più significativi e, per certi aspetti, meno esplorati della storia della cristologia antica. Al di là delle circostanze storiche e delle condanne dottrinali che ne determinarono l’esito, essa pone una questione fondamentale: se il destino ultimo dell’umanità consiste nella piena comunione con Dio, quale differenza permane tra Gesù Cristo e coloro che raggiungono la medesima comunione? In altri termini, l’unicità di Cristo deve essere intesa come una condizione ontologica esclusiva, irriproducibile nelle altre creature, oppure come la realizzazione piena di quella relazione con Dio alla quale ogni essere umano è originariamente destinato?

La questione emerge con particolare evidenza nella distinzione tra due correnti dell’origenismo palestinese, gli Isochristoi (ἰσόχριστοι) e i Protoktistoi (πρωτόκτιστοι). Come ricostruisce Josip Knežević, riprendendo soprattutto gli studi di Antoine Guillaumont e Lorenzo Perrone, la controversia riguardava essenzialmente la condizione di Cristo all’interno della concezione origenista della preesistenza degli esseri razionali e della loro restaurazione finale. Gli Isochristoi sostenevano che, nell’apocatastasi, tutte le intelligenze sarebbero divenute uguali a Cristo, raggiungendo la medesima condizione di unione con Dio. I Protoktistoi, invece, intendevano salvaguardare il primato di Cristo, il quale, a differenza delle altre intelligenze, non aveva mai abbandonato l’unione originaria con Dio. La loro posizione veniva accusata dagli avversari di introdurre una quarta realtà accanto alla Trinità, da cui la denominazione polemica di tetraditi (Knežević, 2018, 1005).

Il problema non riguardava dunque semplicemente l’estensione universale della salvezza, ma la possibilità che la restaurazione escatologica comportasse una piena uguaglianza delle creature con Cristo. Se tutte le intelligenze raggiungono la stessa perfezione della comunione divina, che cosa distingue ancora Cristo dalle altre creature? E se la sua differenza consiste nell’essere rimasto fedele alla contemplazione divina mentre le altre intelligenze se ne sono allontanate, non si deve forse riconoscere che tale differenza è relativa alla realizzazione della comunione con Dio, piuttosto che a una diversa costituzione ontologica?

La questione acquista un significato particolare se viene sottratta al quadro cosmologico della preesistenza delle anime, nel quale era originariamente formulata, e ricondotta a un’antropologia teologica fondata sulla relazione costitutiva tra l’essere umano e il Logos. La proposta che qui si intende sviluppare consiste precisamente nel reinterpretare l’intuizione fondamentale degli Isochristoi attraverso la distinzione tra immagine e somiglianza del Verbo. Se il Logos è l’“immagine di Dio”, il Cristo ne è – invece – la “somiglianza”. Si tratta di comprendere come Gesù di Nazaret e ogni essere umano condividano la medesima condizione originaria di essere immagine di Dio in quanto sussistenti nel Logos, mentre differiscono quanto alla realizzazione della somiglianza. In Gesù tale somiglianza ha raggiunto la propria pienezza. Per questo di lui si può affermare che è il Cristo (totus Christus); dell’umanità, invece, si deve dire che il processo rimane ancora incompiuto. La cristificazione universale (totum Christi) non sarebbe pertanto l’acquisizione di una condizione ontologica estranea alla creatura, ma il compimento della sua identità più originaria.

2. Da Origene a Evagrio: la cristologia della comunione con il Logos

Per comprendere la portata teologica della controversia è necessario distinguere il pensiero di Origene dalle successive sistematizzazioni dell’origenismo. Come hanno sottolineato Henri Crouzel e Antoine Guillaumont, molte delle ipotesi avanzate da Origene nel De principiis possedevano un carattere esplorativo, che non può essere identificato senza ulteriori precisazioni con le dottrine sostenute dai monaci palestinesi del VI secolo. La trasformazione di alcune intuizioni origeniane in un sistema cosmologico ed escatologico più definito avviene soprattutto attraverso Evagrio Pontico, i cui Kephalaia Gnostica esercitarono un’influenza decisiva sulla tradizione origenista successiva.

Nella ricostruzione di Evagrio, gli esseri razionali sono originariamente costituiti come intelligenze create, unite tra loro e con Dio nella contemplazione. La loro condizione primordiale è caratterizzata da un’unità (henade) che precede la differenziazione cosmica. Il termine utilizzato dall’origenismo è quello di “enade” che deriva dal greco ἑνάς (henás, genitivo ἑνάδος, henádos) che significa “unità” o “monade”. Le anime razionali (cfr. logoi fanno tutt’uno con il Logos). La caduta consiste nell’abbandono della contemplazione divina, provocato dalla negligenza della libertà creaturale. La differenziazione degli esseri e la costituzione del mondo corporeo sono comprese come conseguenze di questo allontanamento. Il mondo sensibile assume tuttavia una funzione terapeutica e pedagogica: attraverso di esso gli esseri razionali possono progressivamente ritrovare la conoscenza di Dio e ritornare alla comunione originaria.

In questa concezione, Cristo occupa una posizione singolare. Egli è l’intelletto (nous) che non ha abbandonato la contemplazione e che è rimasto perfettamente unito al Logos. La sua singolarità deriva dalla permanenza in quella comunione dalla quale le altre intelligenze si sono allontanate. Cristo diviene così il mediatore del ritorno universale, colui attraverso il quale gli esseri razionali possono recuperare la propria condizione originaria. La sua funzione salvifica non consiste semplicemente nel riparare dall’esterno una condizione di peccato, ma nel rendere possibile il compimento della vocazione originaria delle creature alla comunione divina.

Il punto più delicato di questa cristologia riguarda il rapporto tra Cristo e Logos. Nei Kephalaia Gnostica IV,18, Evagrio distingue l’unzione spirituale, identificata con la conoscenza della Monade, da colui che viene unto. Cristo è colui che rimane unito a Dio mediante tale conoscenza, mentre il Logos appartiene alla realtà divina increata. Ne deriva una distinzione tra il Logos eterno e il Cristo inteso come intelletto creato, distinzione che la cristologia successiva giudicherà problematica. Essa permette tuttavia di comprendere lo sviluppo della posizione isocristica: se la condizione cristica è caratterizzata dalla perfetta unione con Dio, e se tale unione costituisce il destino ultimo di tutti gli esseri razionali, allora la pienezza escatologica può essere interpretata come una universale partecipazione alla condizione di Cristo.

Knežević osserva opportunamente che il termine Isochristoi non compare negli scritti di Evagrio, benché l’idea che ne sostiene la dottrina possa essere ricondotta ad alcune implicazioni della sua cristologia (Knežević, 2018, 1006–1007). Sarebbe pertanto storicamente improprio attribuire direttamente a Evagrio tutte le formulazioni dei monaci isocristi. È invece possibile riconoscere una continuità problematica tra la concezione evagriana della restaurazione universale e l’affermazione isocristica dell’uguaglianza finale con Cristo.

Occorre tuttavia evitare un equivoco. La prospettiva degli Isochristoi non può essere trasferita immediatamente nella cristologia contemporanea senza una revisione delle sue premesse cosmologiche. L’idea di una condizione precosmica delle intelligenze, della loro caduta e del successivo ritorno all’unità divina appartiene a un universo concettuale che non coincide con quello di una teologia della creazione intesa come relazione originaria e permanente con il Logos. La questione che merita di essere ripresa non è dunque la preesistenza delle anime, ma il significato della differenza tra Cristo e gli esseri umani in rapporto alla loro comune destinazione alla vita divina.

3. Immagine e somiglianza: il fondamento ontologico della cristificazione

Una possibile risposta a tale questione emerge dalla distinzione biblica tra immagine e somiglianza di Dio. In Gen 1,26, la creazione dell’essere umano viene espressa attraverso i termini ṣelem e demût, tradotti nella versione greca dei Settanta con eikōn e homoiōsis. Sebbene l’esegesi contemporanea non consideri generalmente i due termini come indicativi di due condizioni ontologiche nettamente distinte, la tradizione patristica ha sviluppato a partire da essi una significativa interpretazione dinamica dell’esistenza umana. In particolare, in alcune elaborazioni di Ireneo e Origene, l’immagine viene associata alla condizione originaria dell’essere umano, mentre la somiglianza viene interpretata come il compimento della sua vocazione alla perfezione divina o divinizzazione. Tale distinzione non deve essere assunta come il significato letterale necessario del testo della Genesi, ma come una sua feconda interpretazione teologica.

La distinzione acquista un significato più radicale quando viene riletta in prospettiva cristologica. Se il Logos è l’immagine (θεός) del Dio invisibile (ὁ θεός, il Dio) come afferma Col 1,15, l’essere umano, creato a immagine di Dio, può essere compreso come immagine nell’Immagine (θεοί), ossia come espressione creaturale e partecipazione del Logos (enade di Logos/logoi). L’immagine non designa allora semplicemente una somiglianza esteriore o una qualità spirituale posseduta dall’essere umano, ma la sua stessa costituzione ontologica. Essere immagine di Dio significa che l’identità della creatura è originariamente determinata dalla sussistenza nel Logos in quanto il Logos è relazione-a-Dio (πρὸς τὸν θεόν). L’essere umano non esiste prima di questa relazione, come se fosse una sostanza autonoma che soltanto successivamente entrasse in rapporto con Dio. È invece costituito come creatura precisamente in quanto sussiste come relazione nel Logos.

La somiglianza designa il compimento di questa relazione originaria che è la stessa del Logos. Non è una realtà ontologica che si aggiunge dall’esterno all’immagine, ma la progressiva realizzazione della sua verità costitutiva. L’immagine esprime ciò che la creatura è in virtù della propria origine; la somiglianza esprime ciò che essa diviene mediante l’attuazione storica della propria relazione con Dio. Si tratta pertanto di due dimensioni inseparabili, ma non coincidenti, dell’esistenza creaturale. L’immagine (relazione-a-Dio) costituisce la possibilità ontologica della somiglianza (risurrezione), mentre la somiglianza rappresenta la piena manifestazione dell’immagine.

Questa impostazione permette di superare una concezione estrinseca della divinizzazione. Se la creatura è originariamente immagine di Dio, la sua partecipazione alla vita divina non consiste nell’acquisizione di qualcosa che le sarebbe ontologicamente estraneo. Essa consiste piuttosto nella realizzazione di ciò che è già implicato nella sua costituzione. La divinizzazione non sopprime la creaturalità, ma ne porta a compimento la verità. L’essere umano non deve cessare di essere creatura per partecipare alla vita divina, perché proprio la sua creaturalità è costituita dalla relazione-a-Dio in quanto sussistente nel Logos.

La somiglianza non può tuttavia essere ridotta alla semplice presa di coscienza di una condizione già pienamente realizzata. Essa implica una trasformazione effettiva dell’esistenza, della libertà, della conoscenza e dell’agire. La sussistenza nel Logos è originaria, ma la sua epifania storica è incompiuta, può essere contraddetta o oscurata. Il passaggio dall’immagine alla somiglianza è dunque un processo reale, non perché introduca una nuova sostanza nell’essere umano, ma perché realizza progressivamente le possibilità implicate nella sua identità relazionale.

In questo senso, la cristificazione può essere definita come il compimento esistenziale ed escatologico dell’essere immagine di Dio. Non diventiamo immagine di Dio nel Verbo perché abbiamo raggiunto la somiglianza; possiamo diventare somiglianti precisamente perché ne siamo già immagine di Dio nel Logos.

4. Gesù di Nazaret: la pienezza della somiglianza e la singolarità del Cristo

La distinzione tra immagine e somiglianza consente di riformulare la questione della singolarità di Gesù. Se ogni essere umano è originariamente immagine di Dio, anche Gesù di Nazaret, nella sua concreta umanità, condivide questa condizione creaturale. Anche lui come noi e con noi, sussiste nel Logos, la sua umanità non appartiene a un ordine ontologico separato da quello delle altre creature umane. Gesù è realmente uomo, partecipe della condizione storica, corporea e relazionale dell’umanità. La sua singolarità non può pertanto essere ricercata nella negazione o nella diminuzione della sua creaturalità. La sua singolarità, pertanto, è unica: nel senso di “uni-cum”.

Ciò che distingue Gesù è che nella sua esistenza l’essere immagine di Dio ha raggiunto la pienezza della somiglianza. In lui la sussistenza nel Verbo non rimane una possibilità incompiuta, ma diventa piena trasparenza della vita divina. Per questo Gesù è riconosciuto come “Figlio di Dio”. La sua esistenza manifesta senza riserve ciò che significa essere umani nella comunione con Dio. Per questo Gesù è il Cristo: non perché la sua umanità sia estranea alla condizione comune degli esseri umani, ma perché in essa si realizza pienamente la verità alla quale ogni umanità è destinata.

Una simile concezione permette di distinguere la singolarità storica di Gesù da una comprensione dell’esclusività ontologica della condizione cristica come viene tradizionalmente intesa nella dottrina dell’unione ipostatica. La singolarità storica è irripetibile, nessuno è uguale ad un altro: nessun altro essere umano può essere Gesù di Nazaret, con la sua storia, la sua libertà, la sua relazione con il Padre e la sua concreta vicenda di vita, morte e risurrezione. Ma da questa irripetibilità e unicità esclusiva non consegue necessariamente l’intima comunione delle creature tra di loro nel Logos. La pienezza della comunione con Dio non è esclusivamente di Gesù. Al contrario, se Gesù manifesta la verità dell’essere umano come immagine di Dio in quanto sussiste nel Logos, la sua singolarità acquista significato universale precisamente perché rende visibile ciò che ogni essere umano è chiamato a diventare. Gesù è il Logos come lo possiamo essere anche noi. Dall’enade di Logos/logoi ciascuno a suo modo è immagine di Dio e Figlio di Dio.

Gesù è pertanto il Cristo già pienamente manifestato, mentre l’umanità è ancora in cammino verso la realizzazione della propria somiglianza.  La differenza non riguarda il fondamento ontologico della relazione con Dio, ma il suo compimento storico ed esistenziale. In Gesù l’immagine ha raggiunto la propria piena espressione; negli altri esseri umani essa permane in una condizione di incompiutezza. Tale differenza è reale e teologicamente decisiva, ma non implica che Gesù e l’umanità siano costituiti da due differenti relazioni originarie con il Verbo: una ipostatica (quella di Gesù come unigenito Figlio di Dio) e un’altra di divinizzazione (quella delle creature in quanto figli adottivi)

Questa interpretazione trova un significativo punto di riferimento nella cristologia paolina. Quando Paolo afferma che coloro che Dio ha conosciuto sono predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli (Rm 8,29), presenta la conformazione a Cristo come il destino dell’umanità. La primogenitura di Cristo non viene contrapposta alla partecipazione degli altri alla sua condizione filiale, ma ne costituisce il principio. Analogamente, in 2Cor 3,18, la trasformazione dei credenti nella medesima immagine, di gloria in gloria, viene descritta come un processo dinamico. La somiglianza cristica non è dunque un privilegio statico, ma la destinazione verso la quale tende l’esistenza credente.

In questa prospettiva, Gesù non è Cristo in modo tale da impedire che anche gli altri diventino pienamente partecipi della sua condizione. Egli è piuttosto la manifestazione anticipatrice della cristificazione universale (totum Christi). La sua pienezza non costituisce il limite della vocazione umana, ma ne rivela la possibilità e il compimento.

Occorre tuttavia riconoscere la portata di questa proposta rispetto alla cristologia dogmatica tradizionale. La definizione calcedonese afferma l’identità personale del Figlio eterno con Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo. La cristologia qui delineata, attribuendo alla distinzione tra immagine e somiglianza un ruolo determinante nella comprensione della singolarità di Gesù, non può semplicemente presupporre di aver conservato immutato il significato dell’unione ipostatica. Essa propone una sua reinterpretazione relazionale, nella quale l’identità di Gesù come Cristo viene compresa a partire dalla piena manifestazione storica del Logos nella sua esistenza umana. La questione non è secondaria: occorre chiarire se la piena somiglianza costituisca soltanto la manifestazione dell’unione del Logos con Gesù oppure se essa diventi il criterio stesso per comprendere tale unione. La seconda possibilità, qui esplorata, rappresenta una revisione sostanziale della formulazione cristologica classica e richiede di essere riconosciuta come tale.

5. La cristificazione universale: oltre l’alternativa tra esclusività e identificazione

La distinzione tra immagine e somiglianza permette di recuperare l’intuizione fondamentale degli Isochristoi senza riprodurre necessariamente le loro premesse cosmologiche. L’uguaglianza escatologica con Cristo non deve essere intesa come la moltiplicazione di individui identici a Gesù di Nazaret, né come l’assorbimento delle singole persone in una indistinta unità divina. Essa può essere compresa come il raggiungimento universale della pienezza della somiglianza con il Logos.

In questo senso, tutti diventeranno Cristo non perché ciascuno assumerà l’identità storica di Gesù, ma perché in ciascuno si realizzerà pienamente la relazione costitutiva con Dio nel medesimo Verbo. La cristificazione non elimina la pluralità delle esistenze personali; elimina piuttosto la loro incompiutezza rispetto alla comunione divina. La differenza tra le persone non costituisce un ostacolo alla pienezza della vita divina, poiché l’unità del Logos non esige l’uniformità delle sue manifestazioni creaturali.

Questa concezione permette anche di distinguere tra identità ontologica della relazione fondativa e differenza delle sue realizzazioni. Gesù e gli altri esseri umani non sono uguali come soggetti storici, né possiedono necessariamente la medesima condizione esistenziale. Essi condividono tuttavia la medesima relazione originaria a Dio, in quanto sussistono  nel Logos, che costituisce la possibilità della loro piena comunione con Dio. La differenza tra Gesù e noi riguarda quindi la realizzazione della somiglianza, non l’origine della nostra capacità di partecipare alla vita divina.

Il problema degli Isochristoi viene così riformulato. Non si tratta più di chiedersi se gli esseri razionali possano raggiungere una condizione originariamente riservata a Cristo, ma se la condizione cristica non rappresenti precisamente la pienezza di ciò che ogni essere umano è già in quanto immagine di Dio. L’uguaglianza escatologica non comporta allora l’annullamento della singolarità di Gesù, ma il compimento universale di ciò che in lui si è manifestato anticipatamente.

La cristificazione assume inoltre un significato che supera la dimensione esclusivamente individuale. Se il Logos è il principio nel quale tutte le cose sono state create e nel quale tutte sussistono (Col 1,16-17), il compimento della somiglianza non può essere concepito come un evento estraneo alla totalità delle relazioni che costituiscono il mondo. L’incarnazione del Logos possiede una dimensione cosmica, perché l’intera creazione è originariamente riferita a Dio nel Verbo. L’umanità, nella sua pluralità storica e personale, partecipa a questo processo come luogo nel quale la relazione a Dio può diventare consapevole, libera e pienamente realizzata.

L’espressione Cristo totale (totum Christi) acquista qui un significato particolare. Essa non designa semplicemente Gesù considerato insieme alla comunità dei credenti (il Corpo mistico), ma la pienezza escatologica dell’incarnazione del Logos nell’intera umanità riconciliata e nel creato (Cristo cosmico). Gesù è la realizzazione storica anticipatrice di questa pienezza; l’umanità è il luogo del suo progressivo compimento. In tal modo, l’incarnazione non viene ridotta a un evento isolato, ma viene compresa nella sua capacità di rivelare e attuare il destino universale della creazione.

Questa prospettiva può essere posta in dialogo con l’intuizione paolina del corpo di Cristo. In 1Cor 12,12, Paolo afferma che, come il corpo è uno pur avendo molte membra, così è anche Cristo. L’identità cristica viene dunque espressa mediante una pluralità relazionale che non compromette l’unità. Analogamente, Ef 1,10 presenta il disegno divino come ricapitolazione di tutte le cose in Cristo. Il Cristo totale può essere interpretato come il compimento di questa unità, nella quale la molteplicità delle creature non viene abolita, ma ricondotta alla pienezza della propria sussistenza costitutiva nel Logos.

6. Il monismo relativo e l’ontologia relazionale dell’incarnazione

La prospettiva delineata trova un possibile fondamento ontologico nel monismo relativo. Il suo presupposto fondamentale è che l’Assoluto non debba essere concepito come un ente separato, al quale le creature si aggiungano come realtà ontologicamente indipendenti. Dio è la realtà assoluta nella quale ogni essere creaturale trova la propria possibilità e il proprio fondamento. La creatura è reale, ma non possiede un essere auto-sussistente che possa essere sommato all’essere divino. La sua realtà consiste nella determinazione relazionale dell’Assoluto, senza che tale determinazione comporti un incremento dell’essere assoluto.

Applicata alla cristologia, questa impostazione permette di comprendere il Logos come fondamento increato di tutte le sue manifestazioni creaturali. Il Logos non è una realtà che diviene progressivamente divina attraverso l’incarnazione, né acquista una maggiore pienezza ontologica attraverso la cristificazione dell’umanità. Esso è già pienamente ciò che è: enade di Logos/logoi. Ciò che diviene è la creatura, nella quale la relazione a Dio assume forme storiche differenti e può raggiungere una manifestazione sempre più piena.

Gesù di Nazaret rappresenta la realizzazione piena di questa manifestazione del Logos nella storia umana. La sua identità cristica non richiede che la sua umanità venga sottratta alla condizione creaturale, ma che tale condizione venga compresa nella sua radicale apertura e trasparenza a Dio. In lui la relazione a Dio costituisce la verità stessa della sua esistenza. La somiglianza pienamente realizzata manifesta ciò che significa essere creatura quando la relazione fondativa con Dio non viene più oscurata da alcuna forma di separazione.

Negli altri esseri umani la medesima relazione costitutiva è reale, ma non ancora pienamente manifestata. La differenza tra Gesù e noi può pertanto essere interpretata come differenza tra pienezza e incompiutezza della manifestazione, non come differenza ontologica tra Figlio di Dio (per natura) e figli di Dio (per grazia).  La somiglianza è il processo mediante il quale l’immagine diventa progressivamente trasparente al proprio fondamento. Il fondamento tanto di Gesù che nostro è il Logos eterno.

Una simile concezione permette di evitare due esiti opposti. Da un lato, impedisce di pensare la divinizzazione come trasformazione della creatura in una seconda divinità, poiché l’Assoluto rimane uno e non viene moltiplicato dalle sue manifestazioni. Dall’altro, impedisce di concepire la creatura come una realtà puramente apparente, destinata a dissolversi nell’unità divina. La creatura possiede una realtà autentica proprio in quanto determinazione relazionale (logoi), e la sua singolarità non viene annullata dal compimento della comunione con Dio (Logos/logoi).

In questa prospettiva, la nondualità tra Dio (x) e creatura (y) non equivale alla loro indistinzione (x = y). Il Verbo increato (Logos) e le sue manifestazioni create (logoi) non sono semplicemente intercambiabili. La differenza permane, ma non deve essere concepita come separazione sostanziale. Seguendo l’equazione del monismo relativo (x = x + y), si deve affermare una differenza di modalità ontologica tra il Logos increato (x) e i logoi creati (y): il Logos è la relazione assoluta e fondativa (πρὸς τὸν θεόν), mentre la creatura è relazione derivata, dipendente e determinata del Logos. Se da un lato l’essere “immagine di Dio” (x + y) dice dell’assolutezza di Dio (x = x), dall’altro lato non dice dell’assolutezza della creatura (y = x) ma del suo nulla (y = 0). La creatura, infatti, è null’altro-che-relazione-a-Dio. La creatura sussiste tutta nel Logos in quanto sua determinazione. La possibilità di affermare allo stesso tempo l’assolutezza di Dio (x = x) e il nulla della creatura (y = 0) è dato dall’identità relativa (x = x + y) che asserisce l’eternità dell’enade di Logos/logoi. Senza Logos, infatti, avremmo panteismo (x = y); senza logoi, avremmo dualismo (x ½ y).

In altre parole, Dio (x) e creatura (y) non sono due realtà separate, ma questo non significa che siano la stessa cosa. Tra il Logos increato (x) e i logoi creati (y) c’è una differenza modale e non sostanziale. Il Logos è la relazione assoluta che fonda tutto (“presso Dio”, πρὸς τὸν θεόν). La creatura è una relazione che viene dal Logos, dipende da lui e ha una forma determinata. Essere “immagine di Dio” (x + y) dice due cose: da un lato, che Dio è assoluto e non dipende da nulla (x = x); dall’altro, che la creatura non è assoluta (non è vero che y = x), ma in sé è nulla (y = 0). La creatura, infatti, non è altro che relazione a Dio, e vive interamente nel Logos, come una sua determinazione. Se togliessimo il Logos, avremmo il panteismo (x = y). Se togliessimo i logoi, avremmo il dualismo (x½y).

La cristificazione universale non aggiunge dunque qualcosa alla divinità, ma porta a compimento la manifestazione della vita divina nella pluralità delle creature. L’escatologia non rappresenta l’incremento dell’Assoluto, bensì la pienezza della sua espressione creaturale.

7. L’apocatastasi come compimento della somiglianza

La rilettura della cristificazione universale permette infine di reinterpretare l’apocatastasi. Nell’origenismo antico essa viene generalmente associata al ritorno degli esseri razionali alla condizione originaria dalla quale si erano allontanati. La storia cosmica assume così la forma di un movimento dalla comunione alla separazione e dalla separazione alla restaurazione. Una simile concezione dipende tuttavia dalla dottrina della preesistenza e della caduta precosmica, che non è necessario conservare per riconoscere il significato teologico della restaurazione universale.

Se la relazione-a-Dio costituisce originariamente ogni creatura in quanto ogni creatura sussiste nel Logos, l’apocatastasi può essere interpretata non come ritorno a una condizione cronologicamente anteriore, ma come compimento escatologico della relazione che fonda l’esistenza creaturale. Il fine non consiste nel recuperare uno stato perduto prima della storia, bensì nel realizzare pienamente ciò che la creatura è chiamata a essere fin dalla propria origine.

L’apocatastasi diviene allora il compimento universale della somiglianza. L’essere umano, creato a immagine di Dio, raggiunge la pienezza della propria identità quando la sua esistenza diventa pienamente conforme alla vita divina. In Gesù tale compimento è già manifestato; negli altri esseri umani esso rimane aperto alla realizzazione storica ed escatologica. La salvezza non introduce una nuova relazione con Dio, ma porta a pienezza la relazione originaria che costituisce la creatura.

La prospettiva paolina di 1Cor 15,28, secondo la quale Dio sarà «tutto in tutti», può essere interpretata come espressione di questa pienezza. Non si tratta semplicemente dell’assoggettamento esteriore di tutte le creature a un potere divino, ma della realizzazione universale della comunione con Dio. Il compimento escatologico non è la scomparsa delle creature nell’Assoluto, ma il superamento di ogni forma di separazione che impedisce loro di manifestare pienamente il Logos.

Questa interpretazione consente anche di comprendere in modo nuovo il rapporto tra Cristo e l’umanità. Se Gesù è colui nel quale l’immagine di Dio ha raggiunto la perfetta somiglianza, l’apocatastasi rappresenta l’estensione universale di tale compimento. Non nel senso che l’evento storico di Gesù debba essere ripetuto indefinitamente, ma nel senso che la sua verità cristica diventa la verità pienamente realizzata di ogni creatura umana.

Rimane naturalmente aperta la questione della libertà. Se la somiglianza implica la realizzazione personale della sussistenza nel Logos, il suo compimento non può annullare la libertà creaturale. Una teologia dell’apocatastasi deve pertanto chiarire in quale senso la destinazione universale alla comunione divina possa essere affermata senza trasformare la libertà in un’apparenza. La prospettiva qui proposta consente di affermare che la libertà non è originariamente estranea alla relazione con Dio, ma si costituisce all’interno di essa. La sua piena realizzazione non consiste nella possibilità di separarsi dal proprio fondamento, bensì nella capacità di esprimere la verità relazionale dell’esistenza. In questa prospettiva, la restaurazione universale non coincide con la soppressione della libertà, ma con il suo compimento. La somiglianza con il Logos è infatti la realizzazione della libertà creaturale nella comunione con il proprio fondamento.

Conclusione. La singolarità di Gesù come anticipazione della cristificazione universale

La controversia degli Isochristoi, riletta al di fuori delle sue premesse cosmologiche originarie, permette di individuare una questione cristologica di fondamentale importanza: la singolarità di Gesù deve essere concepita come esclusione delle altre creature dalla sua condizione oppure come manifestazione anticipatrice del loro destino universale? La distinzione tra immagine e somiglianza consente di proporre una risposta che non sacrifica né la singolarità storica di Gesù né l’universalità della vocazione umana alla vita divina.

Ogni essere umano è originariamente immagine di Dio, poiché la sua identità creaturale è costituita dalla relazione a Dio che è il Verbo. Tale condizione non è il risultato di una conquista spirituale, ma il fondamento stesso dell’esistenza. La somiglianza rappresenta invece la realizzazione storica ed escatologica di questa relazione. Essa non aggiunge alla creatura una nuova identità ontologica, ma porta a compimento ciò che è già implicato nel suo essere immagine di Dio.

Gesù di Nazaret condivide la condizione creaturale dell’umanità, ma in lui la somiglianza ha raggiunto la propria pienezza. Per questo egli è il Cristo. La sua singolarità non consiste nel possedere un’esclusiva identità ipostatica con il Logos estranea agli altri esseri umani, ma nell’aver realizzato pienamente, nella propria esistenza storica, la comunione divina alla quale ogni creatura è destinata. Gesù è già ciò che l’umanità è chiamata a diventare.

La cristificazione universale non implica pertanto la moltiplicazione di Gesù di Nazaret, né l’abolizione delle differenze personali. Essa designa il compimento della somiglianza con il Logos in tutte le creature. Il Cristo totale può essere compreso come il Logos incarnato nella pienezza della sua manifestazione umana: Gesù e l’intera umanità ricondotta alla perfetta comunione con Dio. Non si tratta di una somma di realtà ontologicamente indipendenti, ma della piena espressione creaturale dell’unico Logos.

L’intuizione degli Isochristoi può così essere ripresa e reinterpretata. L’uguaglianza finale con Cristo non deve essere intesa come abolizione della singolarità di Gesù, ma come universalizzazione della condizione cristica da lui pienamente manifestata. La differenza tra Gesù e noi non riguarda l’essere immagine del Verbo, ma il compimento della somiglianza. In Gesù tale compimento è già avvenuto; in noi è ancora in fieri.

Si può allora formulare la tesi conclusiva: non siamo destinati a diventare somiglianti al Logos per poter essere sua immagine, ma siamo destinati a diventare pienamente somiglianti al Logos proprio perché ne siamo già immagine. Gesù di Nazaret è il Cristo perché in lui questa somiglianza si è realizzata nella sua pienezza; noi siamo chiamati alla medesima pienezza in virtù della stessa relazione originaria al Verbo. L’incarnazione non è pertanto soltanto la manifestazione della singolarità di Gesù, ma anche la rivelazione del destino cristico dell’intera umanità.

La salvezza, in ultima analisi, non consiste nel diventare ontologicamente altro da ciò che siamo, ma nel diventare pienamente ciò che siamo in virtù della nostra relazione costitutiva nel Logos. La cristificazione è il compimento dell’immagine nella somiglianza, e l’apocatastasi è la pienezza universale di questo compimento. In tale prospettiva, la singolarità di Gesù non si oppone all’universalità del Cristo, ma ne costituisce la manifestazione storica anticipatrice.