L’ennesima replica al vescovo Antonio Staglianò
(Presidente della Pontificia Accademia Teologica)
Premessa: Il Monismo relativo non introduce nella teologia cristiana un’ontologia estranea alla tradizione, ma sviluppa una possibilità speculativa già presente in alcuni dei suoi maggiori pensatori. In particolare, Giovanni Scoto Eriugena e Nicolò Cusano consentono di mettere in discussione l’identificazione tra alterità reale e dualità ontologica, senza negare la distinzione tra Dio e creatura.
1. La non-dualità non è estranea alla tradizione cristiana
La critica che mons. Antonio Staglianò rivolge al post-teismo e alle mie prospettive di Monismo relativo muove da una preoccupazione teologicamente comprensibile: salvaguardare l’alterità di Dio, la consistenza ontologica della creatura, la libertà personale e il carattere dialogico dell’Alleanza. Secondo questa critica, ogni prospettiva monistica rischierebbe di dissolvere la distinzione tra Creatore e creatura, trasformando Dio in un principio impersonale e la storia della salvezza in una manifestazione necessaria dell’Assoluto. La Trinità rappresenterebbe allora la risposta cristiana definitiva a ogni forma di monismo, poiché nell’essere stesso di Dio l’unità sarebbe originariamente comunione di persone realmente distinte.
Ma è proprio questa contrapposizione tra Trinità e non-dualità che merita di essere riesaminata. Essa presuppone che la differenza reale richieda necessariamente una dualità ontologica, come se Dio e creatura, per essere realmente distinti, dovessero possedere due modalità di sussistenza reciprocamente “esteriori” e “irrelati”. Eppure, nella tradizione cristiana troviamo pensatori che hanno cercato di comprendere la distinzione ontologica tra Dio e mondo senza introdurre una separazione nel loro essere, anzi affermandone una identità.
Due testimonianze particolarmente significative provengono da Giovanni Scoto Eriugena e Nicola Cusano. Esse non costituiscono formulazioni già compiute del Monismo relativo, né autorizzano a cancellare le differenze tra i rispettivi sistemi filosofici. Mostrano tuttavia che la questione dell’unità dell’essere e della distinzione delle sue modalità appartiene alla storia stessa della metafisica cristiana.
Nicola Cusano, nel De dato Patris luminum (Il dono del Padre dei lumi), afferma:
«Ciò che è ottimo, in quanto ottimo, non è che uno, semplice e indivisibile. Non può pertanto donare se non se stesso. L’ottimo è diffusivo di se stesso, ma non parzialmente, dal momento che l’ottimo non può essere, se non ottimo. Esso, infatti, è tutto ciò che può essere. […] Si comunica senza alcuna diminuzione. Sembra pertanto che Dio e la creatura siano la stessa realtà, la quale è Dio secondo il modo di colui che dà, ed è creatura secondo il modo di ciò che è dato. Non vi sarà quindi che un’unica realtà, la quale riceve nomi diversi a seconda della diversità del modo» (n. 97).
L’affermazione è straordinariamente audace. Cusano non si limita a sostenere che Dio comunica qualcosa di sé alla creatura, ma afferma che, essendo l’Ottimo assolutamente semplice e indivisibile, non può comunicare altro che se stesso. Se Dio comunicasse qualcosa di diverso da sé, questo qualcosa dovrebbe possedere una consistenza ontologica indipendente dall’Assoluto (aliud), oppure Dio dovrebbe possedere una perfezione distinta dalla propria essenza, che potrebbe trasferire alla creatura. Entrambe le ipotesi comprometterebbero la semplicità divina. Il dono di Dio non è dunque qualcosa che Dio possiede, ma ciò che Dio è.
Ancora più importante è la conseguenza che Cusano ricava da questo principio: Dio e creatura possono essere considerati «la stessa realtà» (idem ipsum deus et creatura), distinta secondo il modo di colui che dona e il modo di ciò che viene donato. La differenza non viene eliminata, ma trasferita dal piano di una dualità ontologica a quello della modalità dell’essere (secundum modum).
Questa formulazione si avvicina in modo sorprendente alla tesi fondamentale del Monismo relativo (x = x + y). L’essere di Dio non è accanto/davanti all’essere del mondo; Dio e mondo non sono due esseri, ma la loro distinzione, tra l’essere assoluto nella modalità dell’auto-relazione e l’essere finito nella modalità della relazione-a-Dio, si dà nella relazione assoluta.
Il mondo è realmente altro da Dio quanto alla modalità del suo essere (secundum modum dati), ma non è altro rispetto all’essere che lo costituisce (secundum esse). La differenza modale non è una differenza illusoria: è precisamente il modo nel quale l’unità dell’essere si determina senza cessare di essere una (igitur id ipsum aeternum secundum modum datoris et temporale secundum modum dati eritque id ipsum factor et factum). Il testo di Cusano non deve naturalmente essere isolato dalla sua dottrina della contractio, mediante la quale egli pur distinguendo il massimo assoluto dalle realtà contratte, non sdegna di chiamare il mondo come deus sensibilis e l’uomo deus humanatus (De dato, n. 102). L’unità della comunicazione divina non comporta l’identità indifferenziata tra l’Assoluto e le sue manifestazioni.
2. Dio dona se stesso
La medesima intuizione, espressa con un linguaggio ancora più radicale, si trova in Giovanni Scoto Eriugena, che nel terzo libro del Periphyseon (De divisione naturae) scrive: «Deus igitur se ipsum fecit» (III, 674a). Letteralmente: «Dio dunque fece se stesso». Questa proposizione, se interpretata secondo una concezione ordinaria della causalità, appare contraddittoria. Dio non può produrre se stesso come se precedentemente non esistesse. Dio non può creare se stesso essendo Dio creatore. L’Assoluto non può essere il risultato di un processo che lo faccia passare dal non essere all’essere.
Eriugena non intende affermare che Dio sia causa della propria esistenza. La formula deve essere compresa nell’orizzonte della sua dottrina della manifestazione divina: Dio, che nella propria trascendenza eccede ogni determinazione e ogni conoscenza, si manifesta nelle realtà create. Il suo «farsi» non designa l’origine dell’essere divino, ma la sua apparizione nelle forme determinate della creazione. Ciò permette di comprendere la “creazione” non come produzione ex nihilo ma come relazione di dipendenza del mondo da Dio, così come l’apparire dipende dall’essere. La creazione può dunque essere interpretata come teofania, manifestazione dell’invisibile nel visibile, dell’indeterminabile nelle determinazioni, dell’ineffabile in ciò che può essere nominato. La portata ontologica di questa intuizione è decisiva. Se ciò che si manifesta nella creazione è l’essere stesso di Dio (x), allora la creazione non può essere concepita come un secondo essere che si aggiunge all’essere divino, ma la manifestazione finita di Dio (x + y) che, nella sua assolutezza, rimane infinito e inesauribile. Si comprende così l’equazione fondamentale del Monismo relativo:
x = x + y
L’equazione esprime simbolicamente che la creatura non costituisce un incremento ontologico o un’aggiunta all’Assoluto. Se Dio è l’Intero, non può esistere qualcosa che, aggiungendosi a lui, lo renda più grande o più completo, pena la contraddizione. Un Assoluto che ricevesse un incremento ontologico dal mondo non sarebbe più assoluto.
In questo senso, l’equazione implica “y = 0”: non nel significato che la creatura sia inesistente, ma nel senso che, considerata indipendentemente dalla relazione fondante con Dio, non possiede alcuna consistenza ontologica autonoma. La creatura è in-esistente ovvero nulla se privata della relazione-a-Dio, ma non che la creatura non sia reale, anzi quanto più è “relata-a-Dio” tanto più è se stessa. La sua realtà non consiste nell’essere qualcosa d’altro-da-Dio, ma nell’essere una sua determinazione relazionale finita. Qui Cusano ed Eriugena possono essere letti in reciproca illuminazione. Cusano afferma che Dio non può donare altro che se stesso; dunque, Dio creando, dona se stesso in forma finita. Eriugena afferma che Dio, manifestandosi, «fa se stesso». Dio crea se stesso. In entrambi i casi, la creazione non è pensata come l’aggiunta di un essere estraneo a Dio, ma come comunicazione e manifestazione dell’essere divino. È l’inevitabile conseguenza del concetto neoplatonico del bonum diffusivum sui che è fondamentale per comprendere la teologia medievale. Il Monismo relativo assume queste intuizioni e le rielabora attraverso una propria distinzione tra l’Intero incondizionato e la totalità condizionata delle determinazioni finite.
Da questa prospettiva, la creatio ex nihilo non deve essere abbandonata, ma ripensata. Il nulla nel quale la creatura consiste non è una materia originaria né uno spazio ontologico esterno a Dio. Esprime l’assenza di un fondamento assoluto della creatura che non sia la “relazione-a-Dio”: ciò che il Prologo di Giovanni (1,1) indica con πρὸς τὸν θεόν. La creatura, considerata senza la relazione (che è il Logos, in cui tutto susiste), è nulla; mentre considerata nella “relazione-a-Dio”, è determinata. La creazione non pone dunque un altro essere accanto all’essere divino. Pone l’alterità della determinazione all’interno dell’unico essere che la rende possibile.
3. La Trinità e non-dualità
Alla luce di queste testimonianze, l’affermazione secondo cui il dogma trinitario avrebbe definitivamente superato ogni prospettiva non-duale appare filosoficamente discutibile. La Trinità supera certamente la rappresentazione di Dio come monarca solitario, ma non per questo richiede una metafisica della separazione tra Dio e mondo. Al contrario, la sua struttura relazionale può offrire il fondamento per comprendere come l’unità assoluta sia originariamente capace di differenziazione senza perdere la propria unità. La questione decisiva è il primato della relazione, intendendo con primato l’assoluta priorità della relatio sui relata e non la coesistenza di relatio-relata, così come vuole l’ontologia trinitaria a cui fa riferimento Staglianò.
Se Dio è comunione, la relazione non può essere considerata un accidente aggiunto a soggetti previamente costituiti. Essa appartiene all’identità stessa dell’essere divino. Il Monismo relativo radicalizza questa intuizione affermando che la relatio è absoluta, cioè “sciolta” dai suoi termini (relata). L’Assoluto non è una sostanza che successivamente si relaziona, ma è originariamente auto-relazione. Questa auto-relazione è comunicazione e diffusiva. L’Assoluto (ὁ θεός) è inseparabile dalla propria espressività (θεός), che il linguaggio cristiano riconosce nel Logos. Senza tale esprimibilità dell’Assoluto (= Logos) il creato (logoi- πρὸς τὸν θεόν) non sarebbero. Il Logos è l’infinito attuale del riferirsi-a-Dio, mentre i logoi sono le determinazioni potenzialmente infinite nelle quali questa espressività si manifesta. Si può allora distinguere una struttura articolata in tre momenti:
Auto-relazione increata → relazione-a-Dio increata → relazione-a-Dio creata.
La prima designa l’assolutezza originaria dell’essere divino (ὁ θεός). La seconda esprime l’eterna espressività del Logos (θεός). La terza indica le determinazioni finite che manifestano questa espressività senza esaurirla (θεοί). Questa struttura intende mostrare che la manifestazione del mondo trova la propria condizione di possibilità nell’originaria relazionalità divina. Il Logos non diventa più pieno attraverso i logoi, così come Dio non diventa più Dio attraverso la creazione. La manifestazione non aggiunge essere all’Assoluto, ma ne esprime la pienezza.
In questo senso, la creazione non è necessaria perché Dio abbia bisogno del mondo, ma la possibilità della manifestazione appartiene all’inesauribile espressività dell’Assoluto. Il Monismo relativo può sostenere, in una formulazione più forte, che questa espressività comporti necessariamente il manifestarsi, senza per questo rendere necessaria ciascuna determinazione finita nella sua configurazione concreta. Il Monismo relativo media dal teologo luterano Eberhard Jüngel la geniale espressione “più-che-necessario” per indicare la libertà espressiva dell’Assoluto che è amore.
Cusano offre qui un argomento particolarmente significativo: l’Ottimo, proprio perché è ottimo, è diffusivo di sé, così come per sua natura l’amore (ἀγάπη) si comunica. Non si comunica per colmare una mancanza (ἔρως), ma perché la comunicazione appartiene alla sua stessa pienezza. La Trinità può allora essere compresa non come l’alternativa cristiana alla non-dualità, ma come la rivelazione della struttura relazionale dell’Assoluto che non nega l’alterità “relativa”, perché sia la differenza che la identità sono rese possibili dall’originaria relazionalità di Dio.
4. L’alterità di Dio
L’obiezione più ricorrente contro il Monismo relativo sostiene che, se Dio e mondo non costituiscono due realtà ontologicamente separate, allora scomparirebbe l’alterità necessaria all’amore e all’Alleanza. Tale obiezione identifica impropriamente l’alterità con l’esteriorità. Perché l’altro sia realmente altro non è necessario che possieda un essere indipendente dalla relazione che lo costituisce. È necessario che la sua determinazione non sia riducibile a quella di un altro. La persona umana è realmente distinta da Dio, ma non è separata dall’essere divino che la fonda. È altra da Dio nella modalità del proprio essere (secundum modum creaturae), perché è una determinazione della “relazione-a-Dio”, così come il 5×2 (creatura) non è altro dal 10 (Logos). Il testo di Cusano permette di esprimere questa distinzione con particolare precisione: la stessa realtà è eterna secondo il modo di colui che dona e temporale secondo il modo di ciò che è donato. L’eternità e la temporalità non sono qui due sostanze contrapposte, ma due modalità radicalmente differenti. Il carattere modale della differenza non significa che la creatura sia un’apparenza o una finzione. Significa che la sua identità è integralmente relazionale.
Da questo punto di vista, l’Alleanza non viene eliminata. Viene compresa in una profondità ontologica maggiore. Dio non entra in relazione con una creatura che esisterebbe già indipendentemente da lui. La creatura esiste perché è originariamente costituita nella relazione con Dio. L’Alleanza storica manifesta questa relazione costitutiva attraverso la libertà, la coscienza e la responsabilità personale. Non siamo prima esistenti e poi chiamati da Dio. Esistiamo perché siamo originariamente chiamati.
L’amore non è dunque soltanto un rapporto che sopraggiunge tra due soggetti già compiuti. È la relazione originaria che rende possibile l’esistenza stessa dei soggetti. Per questo il Monismo relativo non dissolve l’Io e il Tu, ma cerca di comprenderne il fondamento. Il dialogo presuppone la differenza, ma la differenza non presuppone la separazione ma la relazione. Dio può essere realmente il nostro Tu ma lo è nel modo di Colui senza del quale nulla è, nemmeno la relazione dialogica tra me e Dio. La trascendenza divina non è garantita dal nostro essere “fuori” di Dio, ma nell’essere “in” Dio come sua determinazione finita. Dio trascende il mondo proprio perché nessuna sua manifestazione esaurisce la pienezza dell’Assoluto. La non-dualità non nega dunque la trascendenza. Ne rifiuta l’identificazione con l’assoluta differenza ontologica (Dio totalmente altro).
5. La preghiera cristiana
Questa comprensione della relazione tra Dio e creatura permette anche di rispondere all’accusa secondo cui la contemplazione non-duale trasformerebbe la preghiera in un monologo interiore. La preghiera cristiana non richiede necessariamente la rappresentazione di Dio come un interlocutore ontologicamente esterno al soggetto. Richiede invece il riconoscimento della reale differenza tra la creatura e il suo fondamento. Ciò che esprime l’equazione del Monismo relativo, “y = 0”, è l’esperienza di molti mistici e uomini/donne di preghiera, i quali ad un tempo affermare di essere “nulla” davanti a Dio e allo stesso tempo di “essere Dio” (Meister Eckhart, Santa Caterina da Siena, Santa Caterina da Genova). Anche Gesù si riconosce radicato totalmente in questa “relazione-a-Dio” (cfr. Gv 5,19; 5,30; 8,28; 14,10). È nulla davanti a Dio e al Padre si rivolge come a un Tu, ma nello stesso tempo afferma: «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30). L’unità non annulla il dialogo, così come il dialogo non implica separazione ontologica. La preghiera di Gesù manifesta la relazione filiale che costituisce la sua e la nostra identità (πρὸς τὸν θεόν). Questa relatio fidei non è un privilegio esclusivo di Gesù, ma è diffusiva sua agli altri esseri umani. Nel Vangelo di Giovanni, Gesù prega affinché tutti siano uno, come il Padre è in lui ed egli è nel Padre (Gv 17,21). L’oggetto della fede dei cristiani non è propriamente Gesù ma trasformarsi in ciò che Gesù è diventato, cioè il Cristo. La contemplazione cristiana può essere compresa come il riconoscimento di questa identità di increato e creato (idem ipsum sit deus et creatura). Essa non consiste nella dissoluzione dell’io nell’indifferenziato, ma nel superamento dell’illusione di un io autosufficiente, separato dal proprio fondamento, così come la kénosis di Gesù ha fatto sì che il suo “ego” è diventato uno con l’Io-Sono, il nome che è più alto di ogni altro nome (cfr Fil 2,10).
Meister Eckhart esprime questa trasformazione con l’invocazione: «Prego Dio che mi liberi da Dio». Non chiede di essere liberato dalla realtà divina, ma dalle rappresentazioni attraverso le quali il soggetto pretende di possedere Dio come un oggetto del proprio pensiero e del proprio desiderio. L’Orazione di Quiete non nega la preghiera dialogica. Ne riconosce la profondità originaria. Quando diciamo «Padre nostro», non ci rivolgiamo semplicemente a un essere lontano e differente, ma riconosciamo, attraverso il linguaggio dell’invocazione, che la relazione che ci costituisce nel più intimo è la stessa identità di Dio (divinizzazione). L’incontro non viene abolito. Viene liberato dall’immagine di due soggetti ontologicamente separati che dovrebbero successivamente raggiungersi. In questa prospettiva, il silenzio contemplativo non è l’assenza di relazione, ma il riconoscimento della relazione che precede ogni parola.
Nella Vita di Santa Caterina da Genova si leggono queste sue righe autobiografiche che esprimono nella sua visione (theoria) del mistero quanto il Monismo relativo intende affermare nella “theoria”, consapevole di nominare il mistero di ciò che unisce l’anima a Dio, il creato all’increato. Aldilà di ogni miopia.
«Se tuttavia capita che sia necessario parlare di me, lo faccio a causa del mondo, che non mi capirebbe se mi nominassi in modo diverso da come si nominano gli uomini. Ma dentro di me dico: il mio io è Dio, e non conosco altro io fuori del mio Dio.
«E ugualmente, quando parlo dell’essere, dico: tutte le cose che hanno l’essere lo hanno dall’essenza di Dio, per sua partecipazione. Ma l’amore puro non può fermarsi a contemplare questa partecipazione generale che viene da Dio, né a considerare se esso stesso, in quanto creatura, la riceva allo stesso modo delle altre creature, che partecipano di Dio in misura maggiore o minore. L’amore puro non può sopportare un simile paragone. Esclama anzi, con grande impeto d’amore: il mio essere è Dio, non per sola partecipazione, ma per una vera trasformazione e un annientamento del mio proprio essere».
(St. Catherine of Genoa, The Life and Doctrine of Saint Catherine of Genoa, Grand Rapids, MI: Christian Classics Ethereal Library, p. 31)
6. Cristo, il Logos e la manifestazione universale dell’essere divino
L’affermazione di Eriugena secondo cui Dio «fece se stesso» nella manifestazione creaturale permette infine di approfondire la dimensione cosmica della cristologia. Se la creazione è manifestazione dell’essere divino, e se il Logos è il principio eterno di questa manifestazione, allora il rapporto tra Dio e mondo possiede originariamente una struttura cristologica. Il Prologo di Giovanni afferma che tutto è stato fatto mediante il Logos (Gv 1,3). La Lettera ai Colossesi dichiara che tutte le cose sono state create in Cristo e che in lui tutte sussistono (Col 1,16-17). Questi testi non permettono di ridurre Cristo alla sola esistenza storica di Gesù di Nazaret. Il Logos nel quale tutto è stato creato precede e oltrepassa la sua manifestazione storica, senza che quest’ultima perda la propria singolarità.
Gesù è la manifestazione storica nella quale la relazione filiale con Dio raggiunge la sua piena espressione umana. Ma ciò che in lui si manifesta appartiene alla verità originaria di ogni creatura. In questo senso, l’unicità di Gesù non deve essere interpretata come esclusione degli altri dalla figliolanza divina, ma come rivelazione e compimento della vocazione universale alla comunione con Dio. «Infatti, la tua natura umana e la sua non sono diverse, sono una: ciò che essa è nel Cristo, lo è in te. […] ed io sono davvero il Figlio unigenito e il Cristo» (Meister Eckhart, Sant Paulus sprichet: intuot iu inniget iu Kristum).
La cristologia cosmica, sviluppata nella tradizione da Origene e Massimo il Confessore e ripresa in modo originale da Teilhard de Chardin, non dissolve Gesù nell’universo. Al contrario, riconosce nella sua singolarità storica la manifestazione di una verità che riguarda l’intera creazione. Il Cristo cosmico non è un’alternativa al Cristo storico. È la dimensione universale del Logos che si manifesta storicamente in Gesù. Teilhard de Chardin parlerebbe della terza natura di Cristo, oltre a quella divina e umana.
La Pasqua, in questa prospettiva, non è ridotta a un simbolo. È il compimento escatologico della relazione filiale, nel quale si manifesta che la creatura non trova la propria verità ultima nell’autosussistenza, ma nella comunione con l’Assoluto. La risurrezione non consiste semplicemente nel ripristino delle condizioni biologiche precedenti alla morte. Essa manifesta una modalità di esistenza che trascende le determinazioni spazio-temporali della vita mortale, senza per questo annullare l’identità personale. La stessa logica che permette di comprendere la creazione come manifestazione dell’essere divino consente dunque di pensare il compimento escatologico come piena realizzazione della relazione-a-Dio.
Conclusione
Alla luce delle qui presenti riflessioni, vorrei formulare una domanda fondamentale a Staglianò: se Dio è l’Assoluto, come potrebbe esistere qualcosa che possiede un essere realmente altro e indipendente rispetto all’essere divino? Se Dio comunica soltanto se stesso, come afferma Cusano, e se la creazione è manifestazione dell’essere divino, come suggerisce Eriugena, allora la distinzione tra Creatore e creatura non può essere semplicemente identificata con la separazione tra due esseri. La differenza deve essere pensata all’interno dell’unità originaria dell’essere, in quella identità di creato e increato centrale nella teologia dei Padri da Origene fino a Nicolò Cusano. Questa è precisamente la proposta del Monismo relativo.
Dio è l’Intero incondizionato, mentre la creazione è la totalità condizionata delle sue determinazioni relazionali. La totalità non coincide con l’Intero, ma non possiede neppure un essere indipendente da esso. La creatura è realmente altra da Dio quanto alla modalità del proprio essere, ma non è altro dall’essere divino che la costituisce.
Non si tratta di negare la distinzione tra Creatore e creatura, ma di comprenderla senza introdurre una dualità ontologica originaria. Qui si radica la non-dualità del Monismo relativo. La Trinità non viene per questo negata, ma interpretata come la profondità relazionale dell’Assoluto, la cui auto-relazione è inseparabile dall’eterna espressività del Logos. La creazione non è qualcosa che si aggiunge a Dio, ma la manifestazione finita (logoi) della sua inesauribile pienezza (deus diffusivum sui). La preghiera non è il tentativo di raggiungere un Dio altro, ma l’espressione consapevole della comunione originaria che ci precede e ci avvolge. Il Monismo relativo non propone dunque di sostituire il Dio personale con un Assoluto impersonale. Propone di liberare la personalità divina dalla sua rappresentazione antropomorfica e psicologica, riconoscendo nella relatio absoluta il fondamento di ogni relazione personale.
La critica di Staglianò pone giustamente la domanda su come salvaguardare l’alterità, la libertà e l’amore. Ma la risposta non può consistere semplicemente nel riaffermare la distinzione ontologica tra Dio e mondo, come se questa fosse l’unica condizione possibile della relazione. La questione è più radicale: se Dio è veramente l’Assoluto, l’alterità della creatura deve essere pensata come un altro essere accanto a Dio (coram deo), oppure come una modalità realmente distinta dell’unico essere che Dio comunica (panenteismo)? Cusano ed Eriugena mostrano che la seconda possibilità non è estranea alla tradizione cristiana. Il Monismo relativo intende svilupparla fino alle sue conseguenze ontologiche e cristologiche.
Dio non crea donando qualcosa che non sia Dio, perché l’Assoluto non possiede altro da comunicare che se stesso. Ma comunicando se stesso, non produce né un altro Dio (contraddizione), né un altro da Dio che non è Dio. Altro da Dio, è nulla. Cusano ed Eriugena – e il Monismo relativo – affermano che il creato è nonaliud e ciò che distingue Dio dalla creatura non è l’essere (increato) ma la modalità dell’essere: infinita e finita. La creatura non è nel modo di essere-Dio di Dio, ma il suo essere non è altro dall’essere di Dio. In questa prospettiva, la creazione non diminuisce l’unità dell’Assoluto e la trascendenza non viene compromessa dall’immanenza. L’Intero rimane infinitamente più della totalità delle sue determinazioni. La formula più adeguata per esprimere il mistero cristiano non è che Dio e mondo siano due realtà che l’amore successivamente unisce, ma che l’amore è l’unità originaria nella quale la differenza diventa possibile senza trasformarsi in separazione. Dio non è un altro essere. È l’Altro che, comunicando se stesso, rende possibile ogni altro. La creatura non è fuori di Dio, ma è realmente se stessa proprio perché il suo essere consiste nell’essere-in-Dio, senza essere Dio secondo la modalità assoluta dell’auto-relazione. La distinzione modale tra infinito e finito non equivale alla differenza ontologica tra essere increato ed essere creato. «Dio secondo il modo di colui che dà, e creatura secondo il modo di ciò che è dato» (Cusano).