
Una replica teologica ad Antonio Staglianò. Con un prologo
Prologo: Tulerunt mihi Deum meum et carnem eius
L’attuale recupero teologico della corporeità, dell’affettività e della ontologia trinitaria come categorie fondamentali per pensare il mistero di Dio rappresenta senza dubbio una delle acquisizioni più significative della riflessione contemporanea. In reazione a modelli metafisici percepiti come eccessivamente astratti o sostanzialistici, numerosi teologi – tra cui anche il nostro teologo Antonio Staglianò e la sua scuola di riferimento – hanno proposto di comprendere la vita trinitaria a partire dall’esperienza della comunione interpersonale, fino a riconoscere nella reciprocità amorosa un’analogia privilegiata dell’essere stesso di Dio.
Tuttavia, preferisco seguire altri teologi, tra i quali Origene ed Evagrio Pontico, e condividere la loro opinione circa questa operazione “incarnazionale” della teologia. Come loro, intravedo un rischio teologico fondamentale: quello di ricadere in una forma raffinata di antropomorfismo.
L’antropomorfismo combattuto dalla grande tradizione alessandrina non consisteva semplicemente nell’attribuire a Dio mani, volto o membra corporee. Più radicalmente, esso consisteva nel fare delle condizioni dell’esistenza creata la misura dell’essere divino. Per questo motivo, la controversia antropomorfita della fine del IV secolo conserva ancora oggi una sorprendente attualità.
Quando il patriarca Teofilo d’Alessandria e i monaci influenzati da Evagrio denunciarono la rappresentazione corporea di Dio diffusa in alcuni ambienti monastici egiziani, molti reagirono drammaticamente, percependo tale critica come una privazione del Dio della loro devozione. Giovanni Cassiano conserva il celebre grido del vecchio monaco Serapione:
Tulerunt mihi Deum meum, et quem teneam non habeo; quem adorem vel cui supplicem iam non invenio.
«Mi hanno portato via il mio Dio, e non ho più nessuno da tenere davanti a me; non trovo più colui che possa adorare o al quale possa rivolgere le mie preghiere»[1].
Il contesto è estremamente significativo. Serapione, un anziano monaco egiziano, aveva sempre pregato immaginando Dio in forma umana. Quando apprende dagli ambienti origeniani ed evagriani che Dio è incorporeo e trascende ogni immagine, scoppia in lacrime pronunciando queste parole. Per Cassiano l’episodio mostra il trauma spirituale provocato dal passaggio da una religiosità immaginativa alla contemplazione del Dio invisibile.
Da un punto di vista teologico, la frase può essere letta come il punto di scontro tra due modelli: l’antropomorfismo religioso, che ha bisogno di un’immagine concreta di Dio, e la teologia apofatica di Origene ed Evagrio, per la quale ogni immagine di Dio deve infine essere oltrepassata.
Un autore come Evagrio potrebbe vedere in certe teologie odierne una nuova versione del dramma di Serapione. Dietro al bisogno di un Dio con volto umano, può nascondersi una certa tendenza a proiettare nella comprensione teologica tutta una serie di categorie (umane?), quali la relazione affettiva o corporeità, cercando un Dio concepito secondo le forme dell’esperienza relazionale umana.
Da un lato è vero che noi conosciamo Dio a partire dall’umano e non c’è discorso su Dio che non sia “umanizzato”; tuttavia, è anche vero che tutte le nostre immagini – compresa quella dell’uomo – vanno trascese in Colui senza del quale nulla è.
Nella coscienza religiosa persiste sempre la tentazione di sostituire il mistero di Dio con un’immagine che possa essere afferrata dall’immaginazione e rassicurare il credente. Il monaco antropomorfita aveva bisogno di un Dio dotato di forma corporea, il teologo contemporaneo può (?) essere tentato di aver bisogno di un Dio definito attraverso le categorie della “reciprocità”, “affezione”, “affettività”, “intersoggettività”, “persona”, “carne” e “amore”. In entrambi i casi, il rischio consiste nel confondere il simbolo con la realtà che esso intende evocare. Confondere il dito con la luna.
Origene avrebbe probabilmente osservato che tutto il linguaggio teologico e scritturistico possiede una funzione pedagogica e analogica. La rivelazione parla di paternità, filiazione, sponsalità e amore non perché tali nozioni descrivano adeguatamente l’essenza divina, ma perché introducono progressivamente l’intelligenza umana al mistero di una realtà che eccede ogni concetto e ogni esperienza. Le immagini relazionali impiegate dalla Scrittura non autorizzano perciò a proiettare nella vita intradivina le forme della relazione umana. Esse indicano una verità che le supera infinitamente.
Evagrio radicalizzerebbe ulteriormente questa prospettiva. Per lui il fine della vita spirituale consiste precisamente nella liberazione del nous da ogni immagine. La preghiera pura è uno stato nel quale l’intelligenza non si rapporta più a rappresentazioni mentali del divino, ma viene trasformata dalla presenza ineffabile di Dio. In questo contesto, anche le categorie più elevate dell’esperienza umana rimangono inadeguate. Dio non è una versione infinitamente perfezionata delle relazioni umane; non è una società di individui che si amano secondo modalità analoghe a quelle della coscienza finita. Tutte queste immagini possiedono certamente un valore simbolico e mistagogico, ma cessano di essere legittime quando pretendono di definire ciò che Dio è in se stesso.
Naturalmente Origene ed Evagrio non avrebbero mai negato il significato teologico della carne. L’incarnazione del Verbo costituisce per entrambi il luogo decisivo della rivelazione e della salvezza. Tuttavia, proprio perché la carne è il luogo della manifestazione di Dio, essa non coincide con l’essenza divina. Così dicasi anche per la scienza.
Facciamo l’esempio del concetto di “materia” che è indispensabile per capire realmente cosa è la carne, la fisicità, la corporeità che i nostri cari teologi antropomorfiti invocano. Dal I secolo fino alla tarda antichità, la materia veniva generalmente pensata secondo il paradigma aristotelico come una potenzialità che riceve forma: essa non era anzitutto una “cosa”, ma il principio che rende possibile la determinazione degli enti corporei. La teologia medievale, soprattutto con Tommaso d’Aquino, assunse questa concezione ilemorfica, interpretando la materia come il polo della ricettività e della finitezza della creazione, in relazione alla forma che ne attualizza le possibilità.
Con la rivoluzione scientifica moderna e la fisica classica, la materia divenne invece una realtà composta da corpi e successivamente da atomi e particelle elementari dotati di proprietà misurabili, estensione e massa, concepiti come i mattoni ultimi della realtà. Nel XX secolo, tuttavia, la fisica quantistica e la teoria quantistica dei campi hanno profondamente trasformato questa visione: ciò che chiamiamo “particelle” appare oggi come manifestazione locale di campi fondamentali estesi, mentre la materia non è più pensata come una sostanza solida e auto-sussistente, ma come un complesso di processi, relazioni ed eccitazioni di campi. Si è così passati da una concezione sostanziale della materia a una comprensione dinamica e relazionale, nella quale ciò che esiste emerge più da configurazioni di interazione che da entità isolate e permanenti.
Tulerunt mihi Deum meum, dicevano gli antropomorfiti di allora. Tulerunt mihi materiam meam, potrebbero dire i teologi dell’affezione dei nostri tempi. Come intendere incarnazione, risurrezione e ascensione della materia (certamente s’intende quella singolare e unica di Gesù Cristo!) nel 2026? Non siamo più tolemaici, ma nemmeno monaci egiziani alla stregua di Serapione.
La corporeità, la carne e la relazione sono vie autentiche verso Dio, ma come ci invita Papa Francesco nel suo Motu proprio del 1° novembre 2023 rivolto alla Pontificia Accademia Teologica di cui il vescovo Antonio Staglianò è Presidente, queste vanno pensate avvalendoci – come teologi – «di categorie nuove elaborate da altri saperi, per penetrare e comunicare le verità della fede».
Per questo motivo, di fronte a quelle teologie che assumono la corporeità, la carne e la relazione come paradigma normativo dell’essere divino, rimane l’invito a continuare ad ascoltare il monito del Motu proprio, così anche i saggi suggerimenti di Origene ed Evagrio, i quali ci ricordano che la trascendenza non è il residuo di una metafisica superata, ma la condizione stessa della possibilità della rivelazione.
Se Dio fosse interamente pensabile attraverso le strutture dell’esperienza umana, non sarebbe più il mistero (l’intrascendibile trascendimento di ogni immanenza) dal quale tutte le cose provengono e verso il quale tutte tendono. La vera conoscenza di Dio non consiste nel moltiplicare le immagini, ma nel lasciarsene progressivamente spogliare. Solo allora la coscienza può passare dall’idolo al mistero, dalla rappresentazione al Dio vivente che nessun concetto, nessuna immagine e nessuna relazione creata possono contenere.
1. Il problema non è smaterializzare Dio, ma superare una concezione oggettivante della trascendenza
Il latente antropomorfismo raffinato e dotto dei monaci egiziani è presente nei cinque contributi dedicati al mio pensiero, pubblicati tra il 18 settembre e il 22 ottobre 2026, dal vescovo Antonio Staglianò, Presidente della Pontificia Accademia Teologica.
- https://www.sudefuturi.it/2026/09/18/la-vertigine-culturale-del-post-teismo-che-cerca-di-smaterializzare-dio/
- https://www.sudefuturi.it/2026/10/05/il-cristo-cosmico-e-il-destino-della-materia-oltre-il-dogma-della-separazione/
- https://www.sudefuturi.it/2026/10/07/la-risurrezione-ha-ancora-bisogno-del-corpo/
- https://www.sudefuturi.it/2026/10/19/dio-e-la-fisica-quantistica-la-scienza-puo-davvero-dettare-i-confini-della-fede/
- https://www.sudefuturi.it/2026/10/22/la-preghiera-da-richiesta-magica-a-danza-di-relazioni/
In tali interventi intraprende un confronto critico con la proposta del post-teismo e del Monismo relativo, così come vengono sviluppati nei miei volumi Deus DuepuntoZero (Gabrielli 2022), Il post-teismo è ancora cristiano? (Morcelliana 2026) e Pensare Dio altrimenti (Queriniana 2026). Ringrazio Staglianò per l’attenzione riservata alla mia ricerca e, soprattutto, per aver riconosciuto la necessità di “aggiornare” il linguaggio della fede. Per Staglianò, rendendolo più “pop”; per me – invece – attraverso un paziente e faticoso dialogo tra tradizione e contemporaneità. Qui sta la ragione del nostro dissenso che formulerei così: la miopia di molta teologia contemporanea consiste nell’assenza di teoria (cfr theorein, visione e sguardo di Dio)
Staglianò teme che il post-teismo, nel tentativo di liberare la fede dall’immagine di un Dio interventista, finisca per dissolvere la trascendenza nell’immanenza, la persona nella relazione, l’incarnazione nella cosmologia, la risurrezione in una semplice esperienza soggettiva e la preghiera in una generica sintonia con il cosmo. In sintesi, la sua obiezione è che, nel voler superare il teismo, si rischi di perdere il cristianesimo stesso.
È una preoccupazione che merita di essere presa sul serio. Tuttavia, ritengo che questa critica muova da un’alternativa che è precisamente ciò che la mia proposta intende superare: o Dio è realmente altro dal mondo, oppure Dio si confonde con il mondo; o Cristo è identificato esclusivamente con la singolarità storica di Gesù di Nazareth, oppure diventa un principio cosmico impersonale; o la risurrezione è un evento fisicamente accaduto al cadavere di Gesù, oppure si riduce a un’esperienza psicologica dei discepoli; o la preghiera è rivolta a un Dio personale distinto dall’orante, oppure non è più autenticamente cristiana.
Queste alternative non sono necessarie e non dicono la “cattolicità” (l’intero) della fede. Anzi, una parte significativa della tradizione cristiana ha cercato di pensarne il superamento. Mi riferisco in particolare a Origene, Massimo il Confessore, Giovanni Scoto Eriugena e, in epoca contemporanea, Pierre Teilhard de Chardin e Karl Rahner. Non si tratta di autori che abbiano formulato una medesima dottrina, ma di pensatori nei quali è possibile riconoscere un’intuizione fondamentale: il mistero di Cristo non può essere circoscritto alla sola individualità storica di Gesù di Nazareth, perché in Cristo si manifesta il fondamento, la consistenza e il compimento dell’intera creazione.
Questa convinzione non indebolisce la cristologia. Al contrario, permette di comprenderne la portata propriamente universale. Il problema non è dunque scegliere tra il Gesù storico e il Cristo cosmico, tra materia e spirito, tra immanenza e trascendenza. Il problema è comprendere come queste dimensioni siano differenti senza essere separate, e unite senza essere confuse.
La questione fondamentale è ontologica: siamo davvero costretti a pensare la differenza attraverso la separazione? Oppure possiamo pensare la differenza attraverso la relazione? La mia proposta del Monismo relativo si colloca precisamente in questa seconda prospettiva.
2. Teilhard de Chardin: oltre la separazione tra Gesù e il cosmo
Il punto centrale della mia replica riguarda la cristologia cosmica di Pierre Teilhard de Chardin. Nel secondo contributo, Staglianò teme che l’estensione cosmica dell’incarnazione finisca per dissolvere l’unicità di Gesù di Nazareth, trasformandolo in un semplice esemplare particolarmente riuscito dell’evoluzione religiosa dell’umanità. In questa prospettiva, il Cristo cosmico diventerebbe una struttura impersonale, mentre Gesù perderebbe la propria singolarità salvifica.
Il genio del mio confratello gesuita, Pierre Teilhard de Chardin mostra che questa alternativa è teologicamente insufficiente. Nella sua riflessione cristologica, soprattutto negli scritti dedicati al Cristo universale, Teilhard avverte la necessità di pensare, accanto alla natura divina e alla natura umana di Cristo, una dimensione cosmica, che egli arriva a evocare come una sorta di terza natura. Non si tratta di travisare il dogma di Nicea e di Calcedonia, che confessa l’unica persona di Cristo in due nature, divina e umana. Si tratta piuttosto di riconoscere che il mistero dell’incarnazione possiede una profondità cosmica che la formulazione dei due concili, concentrata sull’unione ipostatica, non riusciva ancora a intuire.
Il Cristo di Teilhard non è semplicemente il Gesù storico proiettato simbolicamente sull’universo. È il Cristo totale, il Cristo che raccoglie in sé il processo evolutivo della materia, della vita e della coscienza, orientandolo verso il suo compimento. Il Cristo è il principio di consistenza e di convergenza dell’universo, ciò in cui tutte le cose sussistono e verso cui tutte tendono. La cristologia non può dunque limitarsi a interrogarsi su come la natura divina e quella umana siano unite nella persona storica di Gesù; deve anche domandarsi quale relazione sussista tra il Logos incarnato e l’intera realtà cosmica. La cristologia è grammatica dell’unione di creato e increato. La questione decisiva è questa: se Cristo è il principio in cui tutto è stato creato, come potrebbe la sua realtà essere circoscritta alla sola esistenza biologica e storica di Gesù?
La lettera ai Colossesi afferma che tutte le cose sono state create in Cristo, per mezzo di lui e in vista di lui (Col 1,16-17). Il prologo giovanneo dichiara che tutto è stato fatto per mezzo del Logos (Gv 1,3). Paolo annuncia il compimento escatologico nel quale Dio sarà «tutto in tutti» (1Cor 15,28). Queste affermazioni non descrivono soltanto l’identità individuale di Gesù, ma attribuiscono al Cristo una dimensione ontologica universale.
Occorre pertanto distinguere senza separare il Logos eterno, la sua manifestazione storica in Gesù e la sua epifania cosmica. Gesù di Nazareth non è un episodio marginale ed eccezionale nella storia cosmica del Logos. È la manifestazione storica decisiva nella quale la relazione filiale con Dio diventa esistenza umana, parola, gesto, libertà, amore e dono di sé. Ma la singolarità di Gesù non implica che la realtà del Cristo sia esaurita dalla sua individualità storica. La formula che propongo è semplice: Gesù è il Cristo, ma il Cristo non si esaurisce in Gesù. Non perché esistano due Cristi, uno storico e uno cosmico, ma perché l’unico Logos, manifestatosi nella storia di Gesù, è anche il fondamento e il compimento dell’intera creazione. In questo senso, la cosiddetta terza natura di Cristo, evocata da Teilhard, può essere interpretata come la dimensione cosmica dell’unione tra Dio e il creato. Non una terza sostanza, ma l’estensione universale della cristificazione.
3. Origene, Massimo il Confessore ed Eriugena: una cristologia epifanica.
Questa prospettiva non nasce dal nulla. Essa riprende, con categorie moderne, intuizioni presenti nella grande tradizione patristica. In Origene, il Logos non è soltanto il soggetto dell’incarnazione storica, ma il principio eterno della razionalità e della partecipazione delle creature alla vita divina. Nel Commento al Vangelo di Giovanni e nel De principiis, il rapporto tra Logos, creazione e salvezza assume una dimensione universale. Il cosmo è estensione dell’incarnazione del Logos. L’opera del Logos non comincia con la nascita di Gesù e non termina con la sua morte. L’incarnazione storica manifesta nella storia un mistero la cui portata è anteriore e superiore alla storia stessa. La prospettiva origeniana della ricapitolazione finale, pur con le sue tensioni e i suoi aspetti controversi, testimonia questa esigenza di pensare la salvezza come compimento universale della creazione.
In Massimo il Confessore questa intuizione acquista una particolare profondità ontologica. Nella dottrina dei logoi delle creature, soprattutto negli Ambigua, ogni realtà creata possiede il proprio principio intelligibile nel Logos. Il Logos è uno, mentre i logoi sono molteplici; la molteplicità delle creature non costituisce una realtà estranea al Logos, ma trova in esso la propria ragione di essere. Massimo può così pensare il movimento dell’universo come una progressiva unificazione delle differenze, il cui compimento è cristologico.
Questo significa che l’incarnazione non è soltanto un evento che interessa un individuo umano, per quanto unico, ma riguarda il destino dell’intera creazione. In Cristo si manifesta il principio secondo cui le differenze non devono essere abolite per essere unite. La distinzione tra Dio e mondo non esige una separazione ontologica; la loro unione non comporta necessariamente la confusione.
Ancora più radicale appare la prospettiva di Giovanni Scoto Eriugena. Nel Periphyseon, la creazione viene pensata come manifestazione divina, una teofania. Dio non è un ente che si aggiunge agli enti, ma il fondamento trascendente che si manifesta nella molteplicità delle creature. La processione e il ritorno di tutte le cose trovano nel Logos la propria unità. La cristologia di Scoto Eriugena assume pertanto una dimensione universale: Cristo è il principio nel quale la molteplicità del creato viene ricondotta all’unità senza che questa unità debba essere intesa come semplice annullamento delle differenze.
Certamente questi tre autori non sono post-teisti ma intravedono qualcosa del “magis” di Dio. Sarebbe anacronistico attribuire loro direttamente le nostre categorie teologiche. Tuttavia, mostrano che la tradizione cristiana possiede risorse speculative – di carattere carsico, appaiono e poi scompaiono – assai più ampie di quelle consentite da una contrapposizione rigida tra il Cristo storico e il Cristo cosmico.
La domanda che rivolgo a Staglianò è dunque questa: perché interpretare l’estensione cosmica del Cristo come una diminuzione della sua singolarità storica, anziché come il dispiegamento della sua universalità? Se Cristo è il Logos nel quale tutto sussiste, la sua manifestazione in Gesù non può significare che il Logos abbia cessato di essere il principio di tutte le cose. Al contrario, proprio in Gesù diventa storicamente riconoscibile il significato di quella relazione universale. La singolarità e l’unicità di Gesù non è l’esclusione degli altri ma l’inclusione (uni-cum) delle creature nella sussistenza del Verbo. Come dice Scoto Eriugena: Verbum omnia est.
4. Il Monismo relativo: il primato della relazione
Staglianò individua nell’equazione del Monismo relativo, x = x + y, il rischio di una trascendenza senza alterità. Se Dio è l’intero e la creatura non aggiunge nulla alla sua pienezza, sembrerebbe che la creatura perda la propria consistenza e che la creazione diventi una necessaria emanazione dell’Assoluto. Ma questa interpretazione presuppone precisamente ciò che il Monismo relativo mette in discussione: che la differenza debba essere fondata nella separazione.
L’equazione “x = x + y” è un modello simbolico per descrivere una relazione ontologica asimmetrica. Se “x” rappresenta l’Assoluto e “y” il creato, la soluzione “y = 0” significa che la creatura, considerata indipendentemente dalla relazione che la fonda, non possiede alcuna autosufficienza ontologica e il mondo non aggiunge nulla a Dio. Non significa che la creatura sia inesistente, illusoria o priva di realtà. La creatura è reale proprio in quanto relazione. Non è prima una sostanza autonoma che successivamente entra in relazione con Dio. È originariamente costituita dalla relazione-a-Dio.
Qui si colloca il principio che considero fondamentale: non è la negazione a fondare la determinazione delle creature nel loro essere totalmente Altro da Dio, ma la relazione originaria di tutte le creature nel Logos. La differenza non nasce anzitutto dal fatto che A non è B, ma dal modo in cui A si determina nella relazione con B. La relazione non interviene tra identità già compiute; contribuisce a costituire le identità stesse.
Applicato alla cristologia, questo principio permette di distinguere il Logos increato dai logoi creati senza concepirli come totalmente altro. Il Logos è la pienezza increata della relazione-a-Dio; i logoi sono le determinazioni finite attraverso le quali quella pienezza si manifesta. La creatura non è una parte di Dio né un secondo assoluto: è la determinazione finita di una relazione il cui fondamento è infinito.
In questa prospettiva, la differenza tra Dio e creatura non viene abolita, ma compresa come differenza di modalità relazionale e non come separazione tra due sostanze autosufficienti.
Come conciliare – mi chiede Staglianò – l’espressività del Logos con la gratuità della creazione? La mia risposta distingue la pienezza originaria dell’Assoluto, che non dipende da alcuna creatura, dalle determinazioni finite della sua manifestazione. L’espressività appartiene alla pienezza del Logos; nessuna particolare configurazione del mondo può tuttavia pretendere di essere necessaria per completare Dio. Per esempio: se con “10” intendo Dio, e con le molteplici operazioni le creature (5×2, 30:3, 12-2, 8+2, etc…), affermando che “5×2 = 10” intendo dire che ogni creatura è veramente Dio e non solo qualcosa di Dio o quasi Dio, benché non totalmente Dio, per il fatto che anche 30:3 è 10 e tutte le altre operazioni. Anzi in ciascuna sono presenti tutte le altre operazioni in virtù della loro identità divina. Il punto decisivo è che l’Assoluto non diventa più assoluto creando. La creazione non incrementa Dio, ma manifesta la sua pienezza.
5. La risurrezione: un evento escatologico.
Il terzo contributo di Staglianò, dedicato alla risurrezione, pone una questione ancora più delicata. Egli teme che interpretare la risurrezione come evento escatologico significhi trasformarla in un’esperienza interiore dei discepoli, privandola della sua realtà corporea e storica. La sua preoccupazione è che la Pasqua venga ridotta alla sopravvivenza del messaggio di Gesù, mentre il corpo del Crocifisso rimarrebbe definitivamente consegnato alla morte. Questa obiezione – tuttavia – confonde due questioni che devono essere rigorosamente distinte: la realtà dell’evento pasquale e la sua oggettivabilità storica.
Affermare che la risurrezione è un evento escatologico non significa negare che sia reale. Significa riconoscere che essa appartiene a un ordine di realtà che trascende le condizioni ordinarie della verificabilità storica. La risurrezione non è un evento semplicemente collocabile accanto e tra gli altri eventi della biografia di Gesù (nascita, vita e morte). Non è un ritorno alla vita biologica precedente, come nel caso di Lazzaro. È il compimento definitivo della sua esistenza nella vita di Dio.
Proprio per questo la risurrezione (di Gesù e nostra) è tangente alla storia: non si lascia racchiudere nelle coordinate spazio-temporali della storia, ma la raggiunge, la attraversa e la trasforma. «Noi tutti non moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio [ἐν ἀτόμῳ, ἐν ῥιπῇ ὀφθαλμοῦ]» (1Cor 15,51-52). Si tratta, infatti, di una risurrezione nella morte e non dopo la morte.
La crocifissione appartiene alla storia empiricamente ricostruibile. La risurrezione appartiene all’eschaton, al compimento ultimo (non cronologico nel tempo ma ontologico) della relazione tra Dio e il creato. La risurrezione è un istante che incrocia l’ontologico (l’istante dei tempi) e il fenomenologico (il corso dei tempi) La storia non può produrre né contenere questo compimento, ma può riceverne gli effetti.
È qui che acquistano significato le esperienze pasquali dei discepoli. Esse non devono essere interpretate come semplici stati psicologici o proiezioni soggettive. Sono esperienze dello Spirito, nelle quali la realtà del Risorto si comunica alla storia e produce una trasformazione effettiva dell’esistenza. Questa avvengono come conversioni, rilettura delle scritture sacre di Israele, esperienze paranormali (del tipo delle esperienze di premorte o corpi arcobaleno). La distinzione è fondamentale: la risurrezione non è prodotta dalla fede dei discepoli ma è l’apparire definitivo dell’identità Logos/logoi. Tale teofania è la realtà escatologica del Cristo che in Gesù di Nazareth si dà come già compiuta. Tale compimento viene co-vissuta dai discepoli e dalle prime comunità cristiane (cfr. i discepoli di Emmanu) come cristificazione nell’unico corpo di Cristo, verso i cieli e la terra nuova (cfr 2Pt 3,13).
Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, parla del corpo risorto come sōma pneumatikon, corpo spirituale (1Cor 15,44). L’espressione non significa corpo immateriale, ma corporeità trasformata e vivificata dallo Spirito. Il corpo della risurrezione non coincide semplicemente con la struttura biologica precedente, pur conservando la continuità personale e relazionale con l’esistenza storica. Non si tratta del corpo individuale ma della realtà personale del Cristo cosmico di cui parla Teilhard de Chardin. La questione non è dunque se Gesù sia risorto realmente, ma quale concetto di realtà sia adeguato alla risurrezione. Staglianò comprende in maniera statica e sostanzialistica la risurrezione (nonostante tutti gli slanci retorici rivolti all’ontologia relazionale e trinitaria).
Se si pretende che il reale coincida con ciò che è empiricamente oggettivabile, allora la risurrezione diventa necessariamente un problema per la scienza. Ma è la stessa scienza che non è più fisicista come la considera Staglianò. Se si riconosce che il reale eccede l’oggettivabile e calcolabile – inviterei in tal senso Staglianò a prendersi in mano il testo di Metafisica concreta (Adelphi 2023) di Massimo Cacciari – per comprendere che la singolarità della risurrezione può essere compresa come un evento pienamente reale (proprio nella sua singolarità compiuta) senza dover essere descritta come una trasformazione fisico-chimica verificabile del cadavere.
Basterebbe per tale scopo l’attento studio di Karl Rahner (cfr. A proposito dello «stato intermedio», in Teologia dall’esperienza dello Spirito. Nuovi Saggi VI, Edizioni Paoline, Roma 1977, pp. 557-570, qui p. 565). Il teologo gesuita afferma: «Oggi nessun teologo (che pensa in maniera metafisica) affermerà […] che l’identità del corpo glorificato con il corpo terreno è salvaguardata con sicurezza solo qualora una qualche particella materiale del corpo terreno si ritrovi ancora nel corpo glorificato».
L’identità del singolo – secondo Rahner – non è determinata dalla identità materiale riscontrabile tra chi siamo e ciò che siamo (le nostre molecole), neppure durante la nostra esistenza terrena, a causa del continuo metabolismo. La moderna comprensione della materia rende problematica una simile concezione del corpo come aggregato di parti sostanziali rigidamente delimitate. «Che giovamento ne verrebbe all’identità tra corpo terreno e corpo glorificato dal fatto che qualcuna di tali parti materiali, che prima era appartenuta al corpo terreno, venga pensata come presente nel corpo della resurrezione? Semplicemente oggi non è più possibile immaginare e pensare una cosa del genere».
Rahner prosegue individuando il fondamento dell’identità personale non nella continuità delle particelle materiali, ma nell’identità del soggetto spirituale e libero. Ed è precisamente questa prospettiva a condurlo a un’affermazione particolarmente importante: «Perciò neppure l’esperienza empirica del cadavere nel sepolcro può più costituire un argomento per dire che la “resurrezione” non ha ancora avuto luogo. Ma allora perché non dovremmo collocarla nel momento in cui la storia della libertà dell’uomo giunge al suo compimento, cioè alla sua morte?».
Questa riflessione è di grande rilevanza teologica. Rahner non nega la corporeità della risurrezione, ma contesta che essa debba essere interpretata secondo un modello di continuità materiale tra il corpo terreno e quello glorificato. L’identità del Risorto non dipende dalla conservazione o dalla trasformazione di determinate particelle fisiche. Dipende dalla continuità e dal compimento definitivo della sua identità personale.
Il corpo, in questa prospettiva, non è semplicemente un insieme di elementi materiali. È la modalità concreta attraverso cui la persona esiste, si esprime e si relaziona al mondo. La risurrezione non consiste pertanto nel recupero di una determinata configurazione biologica, ma nel compimento definitivo della persona nella totalità delle sue relazioni.
Il passaggio più significativo riguarda però il rapporto tra risurrezione e morte. Rahner si domanda perché non si debba collocare la risurrezione nel momento stesso in cui la storia della libertà raggiunge il proprio compimento, cioè nella morte. In tal modo, la risurrezione viene compresa non come un secondo evento cronologicamente successivo alla morte, ma come il suo compimento escatologico.
Questo non significa che la morte produca automaticamente la risurrezione, né che l’evento pasquale venga ridotto a un processo naturale. Significa che il compimento escatologico della persona non deve necessariamente essere pensato secondo la successione temporale che caratterizza gli eventi della nostra esperienza storica.
Qui emerge quella distinzione decisiva che avevo già fatto notare. La risurrezione è reale senza essere un evento empiricamente oggettivabile; è corporea senza essere riducibile alla continuità delle particelle materiali; è personale senza essere confinata nella precedente individualità biologica; è escatologica senza essere estranea alla storia.
È precisamente questa la distinzione che ritengo assente nella critica di Staglianò. Egli teme che, sottraendo la risurrezione alla verificabilità fisica, si finisca per negarne la realtà. Rahner mostra che il problema è mal posto. Se nemmeno le attuali categorie della fisica quantistica concepiscono in modo così atomistico (direi: antropomorfico) la materia, quanto più la teologia dovrebbe lasciarsi aiutare dalla fisica quantistica per comprendere lo stato della materia nella condizione risorta.
Anche il rapporto tra Cristo e il cosmo acquista una nuova profondità. In un testo di preghiere e riflessioni sulla passione e la Pasqua, Rahner ricorre a un’immagine di straordinaria potenza teologica: «La sua risurrezione è come l’eruzione di un vulcano, la quale dimostra che nell’interno dell’universo arde già il fuoco di Dio, che avvamperà tutte le cose con la sua luce. Cristo è risorto per mostrare che tutto questo è già cominciato. Dal centro dell’universo, nel quale è disceso morendo, già agiscono le nuove forze di una terra trasfigurata, già nell’intimo della realtà è stata vinta la vanità, il peccato e la morte e c’è solo bisogno di quel breve intervallo di tempo che noi chiamiamo storia post Christum natum, perché si manifesti dappertutto e non solamente nel corpo di Gesù ciò che è propriamente accaduto». (K. Rahner, Croce e risurrezione. Preghiere e riflessioni sulla passione e la Pasqua, San Paolo, Cinisello Balsamo 2000).
Rahner non descrive la risurrezione come un intervento esterno di Dio che modifica eccezionalmente le leggi della natura per restituire la vita a un cadavere. La descrive come l’irruzione, nel cuore stesso dell’universo, di una realtà escatologica già operante. L’immagine del vulcano è eloquente: l’eruzione manifesta all’esterno un fuoco che arde già nelle profondità. Analogamente, la risurrezione manifesta una trasformazione che riguarda l’intera realtà cosmica.
L’affermazione più importante è quella conclusiva: deve ancora manifestarsi dappertutto ciò che è propriamente accaduto nel corpo di Gesù. La risurrezione di Cristo non costituisce dunque un evento isolato, circoscritto a un singolo corpo e separato dal destino della creazione. È l’anticipazione escatologica di ciò che riguarda l’universo intero.
Qui Rahner si avvicina sorprendentemente alla cristologia cosmica di Teilhard de Chardin. Se per Teilhard il Cristo possiede una dimensione cosmica che non può essere esaurita dalla sola individualità storica di Gesù, per Rahner la risurrezione di Gesù rende visibile – quella teofania che si dà a conoscere nelle esperienze nello Spirto post-pasquali – una trasformazione che non rimane confinata al corpo individuale del Crocifisso, ma investe la profondità stessa del reale. La risurrezione non è semplicemente un evento che accade in un pezzo di cosmo ma è una realtà già in corso dentro l’universo: è l’evento nel quale si manifesta il destino escatologico dell’universo.
Questa prospettiva permette di comprendere meglio anche il significato della cosiddetta “terza natura” cosmica di Cristo, evocata da Teilhard. Non si tratta di introdurre una terza natura accanto a quella divina e umana, ma di riconoscere che l’unione tra Dio e l’umano, manifestata storicamente in Gesù, possiede una destinazione universale. Il Cristo risorto non abbandona la materia, ma ne manifesta il compimento in Dio. Se la risurrezione è, come afferma Rahner, l’eruzione di un fuoco divino che arde già nell’universo, allora la Pasqua non può essere interpretata soltanto come il destino eccezionale di un individuo. Essa è la manifestazione anticipata della trasfigurazione cosmica.
La risurrezione di Gesù è singolare perché in lui questo compimento si manifesta in modo decisivo e pieno; è universale perché ciò che in lui si manifesta riguarda il destino di tutte le creature. Gesù in quanto primo dei risorti è diventato Cristo; noi che lo seguiamo e veniamo trasformati in Cristo, saremo anche noi trasfigurati con tutte le altre creature.
La prospettiva di Teilhard e quella di Rahner convergono dunque su un’intuizione fondamentale: il Cristo risorto è inseparabile dal destino dell’universo. Non perché Gesù venga dissolto in una generica energia cosmica, ma perché il mistero pasquale manifesta il compimento della relazione tra Dio e l’intera creazione.
Vorrei pertanto rivolgere a Staglianò una domanda precisa: se Karl Rahner può affermare che la continuità materiale del cadavere non costituisce il fondamento dell’identità del Risorto, e che la risurrezione può essere pensata come compimento escatologico della libertà nella morte, perché una prospettiva analoga dovrebbe essere considerata una smaterializzazione post-teista della fede cristiana?
Il problema non è sottoporre la fede alla fisica quantistica (come mi accusa!), ma evitare che la fede venga identificata con una determinata rappresentazione fisicistica della corporeità. Rappresentazione né scientifica, né biblica. Rahner e Teilhard ci invitano a una comprensione più radicale: la Pasqua non è l’eccezione miracolosa che interrompe dall’esterno il corso dell’universo, ma la manifestazione escatologica del suo destino ultimo in Dio.
La risurrezione non significa che un cadavere è tornato a vivere come prima, ma che nel Cristo crocifisso e risorto è già cominciata la trasfigurazione definitiva di tutta la realtà. Non è meno reale perché non è oggettivabile; è più radicalmente reale perché riguarda il fondamento e il compimento dell’essere stesso.
Anche il significato dei racconti della tomba vuota e delle apparizioni deve essere compreso in questa prospettiva. Non è necessario considerarli semplici invenzioni simboliche, ma neppure è corretto trasformarli automaticamente in cronache documentaristiche. Vorrei chiedere, infatti, a Staglianò: quando nel Vangelo di Matteo (27,52) si narra prima ancora che Gesù risorgesse dai morti (cfr. 28, 2) che «i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti», sono apparizioni autentiche oppure è questo un linguaggio metaforico-apocalittico? Oppure sono testimonianze pasquali, nelle quali la comunità esprime, attraverso forme narrative corporee e storicamente situate, la realtà dell’incontro con il Vivente che non è mai individuale ma corporativo. La risurrezione significa che nulla di ciò che costituisce autenticamente la nostra esistenza è destinato a essere definitivamente perduto: né le esperienze vissute e tanto meno la nostra comunione con tutti gli altri esseri.
In un testo significativo di Rahner sulla teologia della morte così si esprime il gesuita teologo: «Nella morte [l’anima] non diverrà acosmica, ma cosmico-universale, se così possiamo dire. […] se si pensa che già in vita il corpo informato da un’anima spirituale è una struttura aperta verso il mondo, che dal punto di vista della filosofia naturale non è tanto semplice delimitare il corpo dell’uomo proprio con la sua pelle; se si pensa che l’anima spirituale attraverso la sua corporeità si è sempre fondamentalmente aperta a tutto il mondo, che quindi non è mai chiusa monade, senza finestre, ma comunica sempre con la totalità del mondo, allora non si potrà respingere a priori come impensabile un simile rapporto cosmico-universale dello spirito al mondo» (K. Rahner, Sulla teologia della morte, Morcelliana 2008, 22).
6. Preghiamo «a Dio», ma anche «in Dio».
L’ultimo contributo di Staglianò riguarda la preghiera. Egli riconosce che la preghiera cristiana non può essere interpretata come un tentativo di modificare magicamente la volontà divina, e propone di comprenderla all’interno della comunione trinitaria, come partecipazione alla relazione d’amore tra Padre, Figlio e Spirito Santo.
Su questo punto la convergenza è significativa. Ma proprio questa intuizione trinitaria, se sviluppata fino alle sue conseguenze ontologiche, conduce oltre il modello teistico di un soggetto umano che si rivolge a un altro soggetto, Dio, collocato di fronte a lui.
La preghiera cristiana non è originariamente un movimento dell’essere umano verso un Dio assente o distante. È la partecipazione dell’essere umano al movimento eterno dello Spirito. Paolo lo afferma con straordinaria chiarezza: «Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili» (Rm 8,26). E ancora: «Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà! Padre!» (Gal 4,6).
Questi testi permettono di compiere un passaggio decisivo. Non siamo semplicemente noi a pregare Dio con l’aiuto dello Spirito. È lo Spirito che prega in noi, rendendoci partecipi della relazione filiale del Figlio con il Padre. Il soggetto originario della preghiera non è dunque l’io isolato, ma lo Spirito che costituisce l’io come soggetto filiale. Il soggetto originario della preghiera è quell’“Io non più io” di cui parla Papa Benedetto XVI nella sua Omelia della Vigilia di Pasqua del 2006. Quando preghiamo, non produciamo una relazione che prima non esisteva. Prendiamo coscienza, nella libertà e nella storia, della relazione che ci costituisce originariamente. Per questo propongo di dire che non preghiamo soltanto a Dio, ma soprattutto “in” Dio.
Le due espressioni non sono equivalenti. Pregare «a Dio» sottolinea la dimensione intenzionale e dialogica della preghiera. Pregare «in Dio» ne esprime il fondamento ontologico. La seconda non elimina la prima, ma la rende possibile. È qui che si dà quella dimensione trans-personale del mistero divino di cui faccio sovente accenno nei miei testi.
Possiamo rivolgerci al Padre perché siamo già, nello Spirito, coinvolti nella relazione filiale del Logos. Possiamo dire «Abbà» perché lo Spirito del Figlio grida in noi. Possiamo amare Dio perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo (Rm 5,5). La preghiera non è allora un colloquio tra due sostanze separate, ma l’emergere cosciente di una relazione originaria. Tale relazione originaria che siamo è il Logos/Figlio.
Questa prospettiva permette di comprendere anche la contemplazione, il silenzio e l’orazione di quiete. Nel silenzio della preghiera non si tratta di moltiplicare parole rivolte a un interlocutore lontano, ma di lasciare emergere la presenza dello Spirito che già opera nella profondità della nostra esistenza. Il silenzio non è assenza di relazione. È la possibilità di riconoscere la relazione che precede ogni nostra parola.
La preghiera diventa così il luogo nel quale il soggetto umano cessa di concepirsi come un io autosufficiente e si riconosce costituito da una relazione più originaria di sé stesso. Non perde la propria identità, ma la ritrova nella sua verità più profonda.
Se Staglianò riconosce che Dio è comunione trinitaria e che la preghiera è partecipazione a tale comunione, allora la proposta di pregare «in Dio» non rappresenta una negazione della preghiera cristiana. Ne costituisce, piuttosto, una radicalizzazione pneumatologica.
7. La fisica quantistica non fonda la fede, ma l’aiuta.
Nel quarto contributo Staglianò solleva un’obiezione metodologica importante: la teologia non deve subordinare la Rivelazione alle teorie scientifiche contemporanee. Su questo principio concordo. Nessuna teoria fisica può diventare il criterio ultimo della verità cristiana. La meccanica quantistica non dimostra la Trinità, l’entanglement non prova il panenteismo e la cosmologia evolutiva non costituisce una dimostrazione scientifica del Cristo cosmico.
Utilizzare categorie provenienti da altri sapere – come ci ricorda il Motu proprio Ad theologiam promovendam – non significa subordinare la fede alla scienza. Significa riconoscere che la comprensione umana del mondo cambia e che questi cambiamenti non possono non interpellare anche il linguaggio teologico.
La teologia cristiana ha sempre compiuto questa operazione. Le categorie di sostanza, natura, persona, ipostasi e relazione non sono cadute dal cielo. Sono state elaborate nel confronto con le culture filosofiche dell’antichità. La teologia trinitaria e cristologica dei primi concili non avrebbe potuto svilupparsi senza questo lavoro di trasformazione concettuale.
Perché allora dovremmo considerare legittimo il confronto con la metafisica greca e sospetto quello con le scienze contemporanee? La questione non è dunque se la scienza debba dettare i confini della fede, ma se la teologia possa continuare a pensare il rapporto tra Dio e mondo come se la nostra comprensione della materia, dello spazio, del tempo, della vita e della coscienza non fosse radicalmente cambiata.
Il riferimento alla fisica quantistica non costituisce il fondamento del Monismo relativo. Il primato ontologico della relazione trova le proprie radici nella riflessione filosofica e teologica, dalla dottrina trinitaria delle relazioni alla metafisica della partecipazione, dalla tradizione neoplatonica alla mistica cristiana. La scienza contemporanea, in particolare la fisica quantistica, offre in alcune sue teorie una comprensione della relazione che possono aitare la teologia a compiere “meglio” il suo compito di ratio in fidem. La stessa cristologia cosmica di Teilhard non deriva semplicemente dall’evoluzionismo biologico. Nasce dall’incontro tra una visione evolutiva dell’universo e l’affermazione cristologica secondo cui tutto è stato creato in Cristo e in vista di Cristo. La teologia non deve essere colonizzata dalla scienza, ma neppure deve immunizzarsi nei confronti delle trasformazioni della conoscenza. Il metodo della trans-disciplinarietà insegna a intendere il rapporto tra “fede e scienza”, ciascuna con le proprie caratteristiche, ma entrambe rivolte a quel Mistero, a quella sapienza divina che comprende entrambe.
8. Karl Rahner: il cristiano è un vero e radicale agnostico
Vorrei concludere questa replica richiamando una riflessione di Karl Rahner, particolarmente significativa per il confronto con Staglianò. Nel saggio Motivazione della fede in un mondo agnostico, Rahner giunge ad affermare, in senso teologico rigoroso, che il cristiano è un vero e radicale agnostico.
L’affermazione è volutamente paradossale. Non significa che il cristiano non creda in Dio o che la fede sia priva di conoscenza. Significa piuttosto che il credente riconosce l’incomprensibilità radicale del mistero divino e rinuncia a trasformare Dio in un oggetto posseduto dalla propria conoscenza.
L’agnosticismo cristiano di Rahner non è l’indifferenza di chi sospende ogni giudizio su Dio. È il riconoscimento credente che Dio rimane mistero assoluto anche nella sua autocomunicazione. La Rivelazione non elimina l’incomprensibilità divina, ma ci introduce in essa. Questa intuizione offre una risposta decisiva al timore di Staglianò che il post-teismo renda Dio evanescente, impersonale o irriconoscibile.
Non è la rinuncia a oggettivare Dio che lo rende evanescente. È piuttosto la pretesa di circoscriverlo entro immagini e categorie determinate che rischia di ridurre il mistero divino a un oggetto religioso.
Il Dio cristiano non è meno reale perché non è oggettivabile. Non è meno personale perché trascende il concetto umano di persona. Non è meno presente perché non interviene come una causa particolare accanto alle altre cause del mondo. La trascendenza di Dio non consiste nella sua distanza spaziale o ontologica dal creato, ma nell’inesauribilità della sua presenza.
La prospettiva di Rahner permette inoltre di chiarire un aspetto fondamentale del Monismo relativo. Se l’equazione ontologica “x = x + y” esprime la radicale dipendenza della creatura dall’Assoluto, possiamo formularne una corrispondente versione epistemologica: “y = y + x”, dove “y” rappresenta il sé umano e “x” Dio.
La formula non deve essere letta come un’ordinaria addizione quantitativa. Essa intende esprimere che Dio non è un oggetto che si aggiunge dall’esterno alla coscienza, come un contenuto ulteriore accanto agli altri contenuti. La relazione al mistero divino appartiene alla costituzione trascendentale del soggetto, pur senza che il soggetto possa identificarsi con Dio o comprenderlo esaustivamente.
In questo senso, il sé non conosce Dio come un oggetto esterno, ma si scopre originariamente aperto al mistero che rende possibile ogni conoscenza. La soluzione epistemologica non consiste dunque nell’annullare Dio nella coscienza, ma nel riconoscere che Dio non può essere posseduto come un oggetto distinto e disponibile. L’Assoluto è ciò verso cui la coscienza è sempre già orientata, senza poterlo mai esaurire. La fede non consiste nel possesso di un sapere oggettivante su Dio, ma nell’affidamento al mistero che si comunica nella profondità dell’esistenza.
Da questa prospettiva diventano comprensibili anche i tre temi fondamentali della presente replica. Il Cristo cosmico non è un oggetto religioso collocato nell’universo, ma il Logos nel quale la creazione trova la propria consistenza e il proprio compimento. La risurrezione non è un fatto disponibile all’osservazione empirica, ma l’evento escatologico che si comunica alla storia attraverso lo Spirito. La preghiera non è anzitutto un discorso rivolto a un Dio esterno, ma la partecipazione consapevole alla relazione divina che già ci costituisce. In tutti e tre i casi, il superamento dell’oggettivazione non comporta la perdita della realtà, ma l’apertura a una comprensione più profonda del reale. È questa, a mio avviso, la lezione più importante di Rahner: il cristiano non è colui che possiede Dio, ma colui che si lascia possedere dal mistero di Dio.
Conclusione. Non meno Cristo, ma un Cristo più grande
La questione che attraversa i cinque contributi di Staglianò non è marginale. Essa riguarda il modo stesso di comprendere il cristianesimo in un mondo nel quale le categorie tradizionali della metafisica e della cosmologia non possono più essere semplicemente presupposte.
Ritengo che il confronto debba continuare, ma a partire da una distinzione essenziale: superare il teismo non significa superare il cristianesimo. Significa interrogarsi sulla possibilità di esprimere il nucleo cristologico e trinitario della fede attraverso categorie che non riproducano necessariamente la separazione tra Dio e mondo, trascendenza e immanenza, spirito e materia, eternità e storia.
La tradizione di Origene, Massimo il Confessore ed Eriugena, la cristologia cosmica di Teilhard de Chardin e la teologia trascendentale di Rahner mostrano, ciascuna a proprio modo, che questa ricerca non è estranea alla storia del pensiero cristiano.
Il Cristo cosmico non cancella Gesù di Nazareth, ma impedisce di ridurre il mistero di Cristo ai confini della sua individualità storica. La risurrezione escatologica non cancella la realtà della Pasqua, ma impedisce di ridurla a un evento fisico oggettivabile. La preghiera nello Spirito non cancella il dialogo con Dio, ma ne manifesta il fondamento trinitario. Il Monismo relativo non cancella la differenza tra Dio e creatura, ma cerca di pensarla come differenza relazionale, senza trasformarla in separazione sostanziale.
Non si tratta, dunque, di avere meno Cristo, meno risurrezione, meno preghiera o meno trascendenza. Si tratta di riconoscere che il mistero cristiano è più grande delle immagini attraverso le quali abbiamo cercato di comprenderlo.
Teilhard aveva intuito che il cristianesimo non avrebbe potuto annunciare adeguatamente Cristo al mondo contemporaneo senza riconoscere la dimensione cosmica della sua presenza. Rahner aveva compreso che la fede non possiede il mistero, ma vive della sua inesauribile autocomunicazione.
Vorrei perciò concludere con una domanda rivolta a Staglianò: non corriamo forse il rischio di difendere la singolarità storica di Gesù in un modo che finisce per restringere l’universalità del Cristo? Il Cristo che confessiamo non è soltanto colui che ha vissuto in Palestina duemila anni fa. È il Logos nel quale tutte le cose sono state create, il Crocifisso risorto che si comunica nello Spirito e il compimento escatologico nel quale Dio sarà tutto in tutti. Il cristianesimo non perde la propria identità quando riconosce che Cristo è più grande delle nostre rappresentazioni di Gesù. La ritrova nella sua profondità originaria: il Logos si è fatto carne perché tutta la carne possa essere trasfigurata nella vita di Dio.
[1] Ioannes Cassianus, Collationes Patrum, X, 3, in Jean Cassien, Conférences, éd. E. Pichery, Sources Chrétiennes 54, Paris, Cerf, 1958.







