
Oltre l’alternativa tra contemplazione e azione
L’affermazione secondo cui, nella vita spirituale, l’azione avrebbe in ultima istanza il primato sulla contemplazione contiene un’intuizione importante, ma rischia di presupporre una separazione che occorre mettere in discussione. In un suo recente post (https://www.facebook.com/VitoMancuso2023/posts/ges%C3%B9-nel-discorso-della-montagna-afferma-non-chiunque-mi-dice-signore-signore-en/1034004273021582/), Vito Mancuso comprende contemplazione e azione secondo una gerarchia: prima si contempla, ma alla fine ciò che veramente conta sarebbe l’azione.
A mio parere, invece, contemplazione e azione non sono due momenti esteriormente collegati, ma due dimensioni interne di un unico atto spirituale. La stessa parola “contempl-azione” può diventare quasi una cifra di questa unità.È certamente vero che la contemplazione non può diventare rifugio nell’interiorità, evasione dalla storia o indifferenza nei confronti della giustizia. Tuttavia, da questo non consegue che l’azione debba essere considerata il compimento esterno e superiore della contemplazione. Occorre piuttosto domandarsi se contemplazione e azione siano realmente due atti separabili.
La contemplazione autentica possiede già una struttura pratica e l’azione autenticamente spirituale possiede già una intenzionalità contemplativa. Non si tratta dunque di passare dalla contemplazione all’azione, come se la prima fosse incompleta e la seconda la portasse finalmente a compimento. Si tratta piuttosto di comprendere che la contemplazione genera intrinsecamente una forma dell’agire e che l’azione manifesta esteriormente una forma del vedere.
1. Il problema del «primato del fare»
Mancuso richiama giustamente Mt 7,21: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio». Da qui egli ricava il primato della prassi. Ma il testo non contrappone propriamente contemplazione e azione. Contrappone piuttosto la professione puramente verbale — «Signore, Signore» — al fare la volontà del Padre. Dire «Signore, Signore» non equivale affatto a contemplare. Il bersaglio di Gesù è una religiosità dichiarativa/esteriore che non trasforma l’esistenza. Bisognerebbe chiedersi: come si può «fare la volontà del Padre» senza essere interiormente orientati verso di essa? L’azione evangelica non è semplicemente produzione di opere buone. È un agire che nasce da una determinata relazione con Dio, con sé stessi e con gli altri.
Ancora più interessante è Gv 3,21: «Chi fa la verità viene verso la luce». A prima vista l’espressione sembra confermare il primato dell’azione. In realtà, proprio la formula giovannea «fare la verità» dissolve l’alternativa. La verità normalmente si conosce. Giovanni, invece, dice che la verità si «fa». Conoscere e fare vengono così reciprocamente implicati. Il vero conoscere biblico non è osservazione distaccata dell’oggetto. È partecipazione, essere coinvolti. Se vedo veramente l’altro come fratello, questa visione modifica necessariamente il mio comportamento verso di lui. E se agisco veramente verso di lui come fratello, la mia azione diventa a sua volta una forma concreta di conoscenza.
Il bene, quando è realmente contemplato, possiede una forza intrinseca che muove necessariamente la volontà all’azione: non è oggetto neutro, ma principio dinamico che trasforma l’agente e lo conduce ad agire secondo ciò che ha visto. Ogni uomo è, in senso profondo, gravido del bene che porta in sé: la contemplazione autentica è già un concepire, un lasciarsi fecondare dalla verità.
Per questo non agire ciò che si è contemplato è un abortire, è interrompere la gestazione del bene, è tradire la verità che si è mostrata. La sola contemplazione non basta, poiché è essa stessa che spinge ad incarnarsi, ad agire. Ma allora sorge la domanda decisiva: come si feconda l’anima? Cosa la rende gravida del bene che poi necessariamente muove all’azione? La risposta è la stessa che Sant’Ignazio di Loyola dà negli Esercizi (nn. 15, 330), parlando del contatto diretto di Dio con l’anima che si chiama grazia.
L’anima è fecondata dal Bene stesso, cioè da Dio. Non è l’uomo a rendersi gravido: non basta la conoscenza, non basta la visione del meglio. La fecondazione è un atto che viene dall’alto, un dono, una grazia, una irruzione del Bene nell’interiorità. Il Bene, quando è realmente incontrato, non è un “oggetto” contemplato, ma è Dio stesso, quella forza generativa della Presenza. Dio non si limita a mostrarsi, ma emerge dal di dentro come lava di un vulcano, che tocca mente, cuore e corpo, trasformandoci e generandoci a figli/e di Dio.
La contemplazione autentica è già concepimento: l’anima riceve ciò che vede, e ciò che riceve diventa principio di azione. Socrate lo vede con lucidità: molti ascoltano il logos, ma non concepiscono nulla, non perché il logos sia debole, ma perché l’anima non è stata resa gravida. La contemplazione, da sola, non genera; la volontà, da sola, non genera; la ragione, da sola, non genera; l’azione, da sola, non genera. Serve un principio che precede l’uomo, che lo tocca, lo apre, lo rende capace di ricevere.
La tradizione cristiana (charis) e altre tradizioni spirituali (tariki, anugraha e kṛpā) rispondono che è Dio/il Sé che feconda l’anima, è il Bene stesso che genera il bene nell’uomo, è la Verità che rende vero colui che la contempla. L’uomo non diventa gravido del bene per sforzo, ma per partecipazione: la fecondazione è un atto di Dio, e l’agire buono è la gestazione di ciò che Dio ha posto nell’interiorità. Ecco perché l’uomo vede il meglio e fa il peggio: perché ha visto, ma non ha concepito; ha contemplato, ma non è stato fecondato; ha riconosciuto il bene, ma non lo porta dentro come principio generativo. La sterilità morale nasce dalla mancanza di fecondazione. Il bene contemplato muove necessariamente all’azione solo se è stato concepito; l’uomo è gravido del bene solo se il Bene lo ha toccato; non agire ciò che si è contemplato è abortire ciò che Dio ha iniziato. Socrate vede la gravidanza dell’anima, ma non sa chi la genera; la teologia risponde: la feconda Dio, il Bene stesso, la Verità vivente.
La contemplazione autentica è dunque performativa: trasforma colui che contempla. Tutto dipende da che cosa intendiamo per contemplazione. Se contemplare significa semplicemente essere mentalmente presenti, allora l’obiezione di Mancuso è fondata: la presenza mentale non basta. Si può essere perfettamente presenti mentre si compie un’ingiustizia. Ma la contemplazione cristiana non coincide con la semplice mindfulness. Contemplare significa imparare a vedere la realtà in Deo et sicut Deus, nello sguardo di Dio. “In Dio e come Dio”. Così come insegna la tradizione mistica (Origene, Gregorio di Nissa, Dionigi, Eckhart), indicando la partecipazione nella realtà divina e secondo il modo proprio di Dio.
L’altro non appare più semplicemente come qualcuno che si trova davanti a me, che mi guarda (vis-à-vis), ma come qualcuno che mi ri-guarda, mi concerne. La contemplazione conduce così, dall’interno, alla responsabilità. Se contemplo veramente il volto dell’affamato, non posso limitarmi a contemplarlo. Se contemplo veramente la sofferenza, essa diventa appello. Se contemplo veramente l’unità del vivente, cambia il mio rapporto con la natura. Se contemplo veramente Dio in tutte le cose, tutte le cose diventano luogo della mia responsabilità davanti a Dio.
2. L’azione senza contemplazione
Occorre però rovesciare anche l’obiezione. Non soltanto la contemplazione senza azione rischia di essere sterile. Anche l’azione senza contemplazione rischia di diventare cieca.
Il fare, preso in sé stesso, non possiede automaticamente un valore spirituale. Si può agire moltissimo per bisogno di affermazione, narcisismo, ideologia, paura, ricerca del consenso o volontà di potenza. Non basta quindi chiedere: Che cosa fai? Occorre chiedere: Da quale sguardo nasce ciò che fai? L’azione ha bisogno della contemplazione perché ha bisogno di vedere. La contemplazione ha bisogno dell’azione perché ciò che vede deve assumere forma nell’esistenza. Ogni autentica contemplazione modifica l’agire; ogni autentico agire modifica il modo di contemplare.
Non esiste un «ultimo momento» nel quale l’azione finalmente vince sulla contemplazione. Esiste piuttosto una pericoresi di contemplazione e azione. La prassi di Gesù testimonia questa qualità contemplativa della sua azione messianica. Gesù guarisce, incontra, annuncia, libera, mangia con gli esclusi; ma continuamente si ritira, prega, cerca la solitudine, vive la relazione con il Padre. La sua azione nasce da questa relazione intima con la Sorgente della sua Vita.
La relazione verticale (Gesù nel Padre) e quella orizzontale (Gesù con gli ultimi degli ultimi) non costituiscono due momenti indipendenti. L’una accade nell’altra. Gesù incontra il Padre nell’atto stesso in cui si dona agli altri e incontra gli altri a partire dalla propria relazione con il Padre. Il cristianesimo non chiede quindi di scegliere tra mistica e prassi. Così si esprime Sant’Ignazio di Antiochia nella Lettera agli Efesini: «È meglio tacere ed essere, che dire e non essere. È bello insegnare se chi parla opera. Uno solo è il maestro e ha detto e ha fatto e ciò che tacendo ha fatto è degno del Padre. Chi possiede veramente la parola di Gesù può avvertire anche il suo silenzio per essere perfetto, per compiere le cose di cui parla o di essere conosciuto per le cose che tace. Nulla sfugge al Signore, anche i nostri segreti gli sono vicino. Tutto facciamo considerando che abita in noi templi suoi ed egli il Dio (che è) in noi, come è e apparirà al nostro volto amandolo giustamente» (15,1-2). Medesimo insegnamento è ripreso nella Lettera ai Cristiani di Magnesia: «C’è un solo Dio che si è manifestato per mezzo di Gesù Cristo suo Figlio, che è il suo Verbo uscito dal silenzio e che in ogni cosa è stato di compiacimento a Lui che lo ha mandato» (8,1-2)
Il testo di Mt 25,31-46 — «ho avuto fame e mi avete dato da mangiare» — contiene qualcosa di sorprendente. I giusti domandano: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato…?». Essi non sapevano di vedere Cristo. Facevano il bene senza vedere il Cristo, ma vedendo il fratello e la sorella. Simile prospettiva è presente in Lc 10,30-37, quando Gesù narra la parabola del Buon Samaritano. Il sacerdote e il levita vedono ma passano oltre/accanto (ἀντιπαρῆλθεν), mentre il Samaritano gli passa accanto, lo vide e ne ebbe compassione (ἰδὼν ἐσπλαγχνίσθη). Qui contemplazione e azione raggiungono una singolare coincidenza. Nel gesto con cui il Samaritano fascia le ferite e si prende cura di lui (ἐπεμελήθη), si rende presente l’intima connessione tra azione e contemplazione. Infatti, il verbo μέλω (mélō) significa “essere oggetto di cura”, “stare a cuore” o (al medio) “aver cura, darsi pensiero”. L’in/at-tenzione del cuore struttura l’azione delle mani. L’azione diventa contemplazione senza necessariamente sapersi tale.
La “contempl-azione” indica un unico movimento, perché la contemplazione è vera, quando tende intrinsecamente all’azione e l’azione è liberante quando è sciolta-dall’ego (cioè assoluta, ab-soluta, slegata, svincolata dai propri interessi e frutti). Il Samaritano, infatti, non lascia un promemoria o un bigliettino per il malcapitato che aveva curato. Si preoccupa solo dell’albergatore. «Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno». Il Samaritano ha agito liberamente (senza voler vincolare a sé con la gratitudine o un compenso) verso il destinatario della sua azione.
Sono anch’io del parere – come Vito Mancuso – che una spiritualità che non produce giustizia, cura e responsabilità rimane incompiuta. Ma da ciò non segue il primato dell’azione sulla contemplazione. Segue piuttosto l’impossibilità di una contemplazione autentica che non divenga azione, e di un’azione che sia liberante, se contemplazione e azione non stanno intimamente insieme. L’azione spirituale non è semplicemente un «fare il bene»: è il bene che nasce da un certo modo di vedere la realtà.
Il vertice della vita spirituale non consiste dunque nel passaggio dalla contemplazione all’azione, ma nel punto in cui non sappiamo più separarle: si contempla agendo e si agisce contemplando. In termini cristiani, si potrebbe condensare tutto in una formula ancora più semplice: Contemplare è vedere Dio in tutte le cose. Agire è trattare tutte le cose secondo ciò che abbiamo visto. La seconda non supera la prima. È la prima che prende corpo. Non significa alternare preghiera e attività, ma acquisire uno sguardo capace di trovare Dio nell’atto stesso dell’agire.








