Teismo e Monismo (relativo) a confronto

Nel volume Wie den Glauben begründen? Fundamentaltheologie zwischen Metaphysik und Metaphysikkritik Wie den Glauben begründen?- Fu… Christoph Böttigheimer affronta una questione decisiva per la teologia contemporanea: come sia possibile giustificare razionalmente la fede cristiana in un contesto segnato dalla crisi della metafisica, dal pluralismo culturale e dalla diffusa diffidenza verso ogni pretesa di verità assoluta. La sua indagine parte dalla convinzione che il cristianesimo, per sua natura, non possa rinunciare al proprio carattere razionale né al proprio universale preteso di verità e di salvezza. La fede cristiana non si comprende come irrazionale né come puro sentimento soggettivo; essa rivendica di essere pensabile, argomentabile e pubblicamente discutibile. Proprio per questo la teologia, intesa come riflessione critica sulla fede, è chiamata a misurarsi seriamente con le condizioni culturali della modernità e della postmodernità.

Böttigheimer ricostruisce anzitutto il ruolo che la metafisica ha svolto nella storia del pensiero occidentale e nella formazione della teologia cristiana. Fin dall’antichità greca, la metafisica ha cercato di pensare l’unità e il fondamento della realtà, interrogandosi sull’essere in quanto tale e sulla verità come corrispondenza tra pensiero e realtà. Il cristianesimo ha recepito e trasformato questo patrimonio concettuale: la distinzione tra creatore e creatura, l’idea di Dio come fondamento dell’essere, la comprensione della verità come dimensione universale e oggettiva sono state elaborate in dialogo con Platone e Aristotele e sistematizzate nella Patristica e nella Scolastica. Per secoli la teologia ha potuto contare su un orizzonte metafisico condiviso che rendeva plausibile parlare di Dio come principio e fine di tutto ciò che esiste.

Con la modernità, però, questo quadro si incrina progressivamente. La critica della metafisica, avviata già nel tardo medioevo e radicalizzata nell’Illuminismo e nel pensiero moderno, mette in discussione la possibilità stessa di una conoscenza oggettiva dell’assoluto. Kant delimita l’ambito della ragione teoretica; l’empirismo e il positivismo restringono la validità del sapere a ciò che è verificabile empiricamente; la critica della religione e le correnti postmoderne contestano le grandi narrazioni unificanti e la pretesa di una verità universale. In questo contesto, la teologia si trova di fronte a una sfida radicale: come giustificare l’affermazione che in Gesù Cristo si sia rivelata la verità definitiva e universale, se la nozione stessa di verità oggettiva e totalizzante è divenuta sospetta?

Böttigheimer sostiene che la teologia non possa semplicemente rinunciare alla metafisica, perché il cristianesimo implica necessariamente un riferimento al fondamento ultimo della realtà. Tuttavia, non è possibile tornare semplicemente alla metafisica classica. Occorre piuttosto ripensarla in modo rinnovato, tenendo conto della svolta antropologica della modernità e delle istanze critiche contemporanee. È qui che entra in gioco la proposta più originale dell’autore: un ripensamento della fondazione della fede a partire da un’antropologia relazionale, sviluppata mediante la teoria del riconoscimento.

Secondo Böttigheimer, l’essere umano è costitutivamente relazionale e strutturalmente orientato al riconoscimento. Fin dall’inizio della vita, l’identità personale si forma attraverso relazioni in cui si è riconosciuti e si riconosce l’altro. Il bisogno di riconoscimento non è un elemento accidentale, ma una dimensione fondamentale dell’esistenza umana. L’uomo desidera essere accolto, confermato e affermato in modo incondizionato. Questa struttura antropologica diventa il punto di accesso per comprendere razionalmente la proposta cristiana. La fede annuncia che in Dio, e in modo definitivo in Gesù Cristo, l’essere umano riceve un riconoscimento assoluto e incondizionato. La salvezza può essere interpretata come il compimento del desiderio radicale di riconoscimento, come il “sì” irrevocabile di Dio all’uomo. In questa prospettiva, la verità cristiana non è un possesso statico né una formula astratta, ma un evento relazionale che si realizza nell’incontro tra Dio e l’uomo.

Questa impostazione consente di articolare una metafisica rinnovata, che non si fonda su un sistema ontologico chiuso, ma su una comprensione relazionale dell’essere. Tuttavia, proprio qui emerge il confronto decisivo con il monismo nelle sue diverse forme (quindi anche quello che propongo come “relativo”), affrontato esplicitamente nella parte conclusiva dell’opera. Il monismo, nelle sue diverse varianti filosofiche e religiose, sostiene che tutta la realtà sia in ultima analisi una sola sostanza o principio, superando la separazione tra Dio e mondo. In alcune forme, esso identifica Dio con il tutto della realtà, configurandosi come panteismo o come visione immanentistica dell’assoluto. In altre forme, il monismo assume la forma di panenteismo. Tale concezione può apparire – secondo Böttigheimer – attraente perché promette unità, supera dualismi e sembra offrire una visione armonica dell’intero.

Böttigheimer prende però chiaramente le distanze dal monismo. La sua critica si fonda su due argomenti principali. Anzitutto, il monismo compromette la differenza ontologica tra Dio e mondo. Se Dio coincide con la totalità dell’essere, viene meno la libertà creatrice e la trascendenza divina. Il cristianesimo, invece, afferma un Dio che è distinto dal mondo, che lo crea liberamente e che non si esaurisce in esso. Senza questa distinzione non si può parlare propriamente di creazione, né di responsabilità, né di storia della salvezza.

In secondo luogo, e in modo ancora più decisivo, il monismo è incompatibile con la logica del riconoscimento. Il riconoscimento presuppone alterità reale: vi è riconoscimento solo se vi sono soggetti distinti che si rivolgono l’uno all’altro. Se Dio e uomo sono in fondo la stessa realtà, se la differenza è solo apparente, allora non può esserci un vero “altro” che riconosce e che è riconosciuto. L’esperienza cristiana della salvezza come incontro personale, come dialogo e come amore presuppone una differenza che non viene annullata, ma mantenuta e resa feconda. Il teismo relazionale che Böttigheimer difende insiste proprio su questo punto: Dio è il fondamento trascendente della realtà, ma la sua trascendenza non elimina la relazione; al contrario, la rende possibile.

Il confronto tra teismo e monismo mostra quindi la posta in gioco dell’intero progetto. Non si tratta di difendere una metafisica tradizionale per nostalgia, ma di salvaguardare le condizioni di possibilità della libertà, dell’amore e del riconoscimento. Una visione monistica rischia – secondo Böttigheimer – di dissolvere tutto in un’unità impersonale, nella quale le differenze si annullano. Il cristianesimo, invece, afferma un’unità che non sopprime la differenza, ma la assume e la porta a compimento nella relazione. Dall’altra parte, va detto che la logica del riconoscimento – a fondamento della filosofia di Hegel – è modello aporetico nel momento in cui viene applicato al rapporto tra Dio e creatura. Tale logica, infatti, implica che l’io diventa io attraverso il riconoscimento di un altro. Nel rapporto tra “servo e padrone” si deve appunto riconoscere che non è solo lo schiavo che dipende dal padrone, ma ancor più il padrone che ha bisogno e dipende dallo schiavo. La logica di riconoscimento è fondata sul presupposto di un modello di relazione che è “reciproca”. Ma tale tipo di relazione non può essere predicato tra increato e creato. Per questo, Böttigheimer ha bisogno di precisare che il riconoscimento non è mai totale tra i due.

Questi sono i limiti del teismo relazionale o aperto. Tale variante della teologia processuale intende superare i limiti del teismo classico con si suoi assiomi di immutabilità e impassibilità finisce per confondere il finito e l’infinito, l’increato con il creato. La relazione tra Dio e le creature – fondata sulla logica del riconoscimento – viene compresa come una relazione realmente mutua, volendo così seguire la testimonianza biblica e la struttura bilaterale dell’alleanza. Se l’amore divino è un amore creativo, allora Dio non è un principio puramente attivo e imperturbabile, ma anche un polo recettivo, capace di lasciarsi toccare, ferire, modificare dalle risposte delle sue creature. In questo senso Dio dipende dal loro feedback: non rimane indifferente a ciò che accade nel mondo, perché il potere con cui sostiene l’esistenza è lo stesso potere della vita che si espone, che si lascia influenzare da ciò che ha fatto emergere. Ma se l’autonomia delle creature è condizione della loro libertà e del loro amore, allora la stessa idea di creazione sembra contraddire la reciprocità dell’amore: un Dio che dà l’essere non può riceverlo, un Dio che fonda ogni relazione non può esserne trasformato.

La via più semplice sarebbe abbandonare la dottrina della creatio ex nihilo, ma il teismo relazionale di Böttigheimer non può accettarlo, perché significherebbe rinunciare a un nucleo essenziale della fede biblica. Resta allora irrisolta la tensione: come conciliare l’immutabilità divina con la rivelazione della sua mutabilità? E se Dio diventa Dio attraverso ciò che il mondo opera in Lui, come sostenere che è sempre Dio l’origine e all’origine del suo stesso darsi? Di fronte a queste difficoltà, la posizione del teismo classico appare più coerente e lineare, perché preserva insieme la trascendenza di Dio e la realtà della sua azione nel mondo senza far dipendere il suo essere da ciò che Egli stesso ha creato.

La proposta di Böttigheimer si presenta come un tentativo rigoroso e consapevole di fondare razionalmente la fede cristiana nel contesto contemporaneo, evitando sia il dogmatismo metafisico del passato sia il relativismo postmoderno, e mostrando che la pretesa universale del cristianesimo può essere pensata oggi a partire dalla struttura relazionale dell’esistenza umana. Tuttavia, adottando la logica del riconoscimento – cioè il modello “reciproco” di relazione – giunge ad esiti aporetici.

Verso la svolta cosmologica

1. Introduzione

La tradizione cristiana ha riconosciuto nella Scrittura un principio normativo e fondativo della propria identità. Tuttavia, tale fondamento può essere inteso solamente in senso ecclesiale: la Scrittura è “fondante” per coloro che, all’interno di una comunità di fede, la riconoscono come tale. Questo dato, lungi dal relativizzarne l’autorità, ne chiarisce la collocazione teologica.

Se la Chiesa, nel corso del XX secolo, ha progressivamente superato una lettura esclusivista dell’assioma extra ecclesiam nulla salus, riconoscendo che la salvezza di Dio non è circoscrivibile ai confini visibili dell’istituzione, oggi si impone un analogo discernimento nei confronti di un implicito parallelo: un possibile extra verbum dei scriptum nulla salus. L’identificazione pratica tra rivelazione e testo scritto rischia infatti di comprimere la ricchezza dell’autocomunicazione divina entro i limiti della testimonianza canonica.

Il presente saggio intende mostrare come, alla luce della tradizione cristologica e degli sviluppi teologici contemporanei, sia possibile articolare una comprensione della Parola di Dio che, pur mantenendo la normatività della Scrittura, ne oltrepassi la riduzione testuale, aprendo a una svolta cosmologica del Logos.

2. Le tre forme della Parola

La tradizione cristiana distingue implicitamente tre modalità della Parola:

  1. La Parola eterna: il Logos preesistente presso Dio.
  2. La Parola incarnata: l’evento storico di Gesù di Nazaret.
  3. La Parola scritta: la testimonianza canonica della comunità apostolica.

Il Prologo del Vangelo secondo Giovanni offre il fondamento biblico di questa articolazione: il Logos è principio originario, mediatore della creazione e, nella pienezza dei tempi, si fa carne. La Scrittura, in questa prospettiva, non è il Logos in sé, ma testimonianza ispirata dell’evento del Logos. Il Verbo che si è fatto carne (Gv 1,14), è divenuto uno “in nobis” (in greco: ἐσκήνωσεν ἐν ἡμῖν). Non solo “tra” di noi, ma “in” noi, nell’umanità di tutti noi.

Ne consegue che la Scrittura è solo “un modo” in cui è presente la Parola di Dio, non coincide con la rivelazione in senso pieno; essa è memoria normativa dell’evento Cristo, non il suo sostituto. L’autorità del testo deriva dall’evento che testimonia. L’ordine è dunque cristologico prima che bibliologico.

3. La svolta antropologica

Nel XX secolo, la riflessione teologica ha conosciuto una significativa trasformazione attraverso quella che è stata definita “svolta antropologica”. In tale contesto, Karl Rahner ha elaborato una concezione trascendentale della rivelazione, secondo la quale l’essere umano è strutturalmente apertura all’autocomunicazione di Dio. L’uomo è “uditore della Parola” non soltanto perché ascolta un messaggio esterno, ma perché la sua stessa struttura ontologica è orientata al Mistero.

In questa prospettiva, la rivelazione non si limita a un deposito oggettivo consegnato al passato, ma si attualizza nell’esperienza trascendentale del soggetto. La Parola non è soltanto davanti all’uomo (coram), ma in qualche modo già inscritta nella sua condizione di possibilità (in nobis).

La svolta antropologica non relativizza l’unicità di Cristo; al contrario, universalizza la possibilità dell’incontro con il Verbo. Tuttavia, essa rimane ancora centrata sull’umano. La domanda successiva diventa inevitabile: se la struttura antropologica è luogo della Parola, perché non potrebbe esserlo anche la struttura cosmica?

4. Verso una svolta cosmologica

Negli sviluppi teologici più recenti si profila una nuova direzione: una svolta cosmologica che amplia ulteriormente l’orizzonte della rivelazione.

4.1. Cristo e l’evoluzione

Pierre Teilhard de Chardin ha proposto una visione nella quale il Cristo non è semplicemente redentore dell’uomo, ma principio e fine del processo evolutivo. Il “Punto Omega” rappresenta la convergenza dell’evoluzione cosmica nel Cristo glorioso. In tale prospettiva, il Logos non interviene dall’esterno nel mondo, ma lo attrae dall’interno verso una crescente complessità e coscienza.

La creazione appare così intrinsecamente orientata al Cristo; il cosmo è strutturalmente cristogenetico.

4.2. Deep Incarnation

Le teologie della “Deep incarnation” radicalizzano questa intuizione: nell’incarnazione il Verbo assume non soltanto la natura umana astrattamente intesa, ma la concreta carne evolutiva, condividendo la vulnerabilità biologica dell’intera rete della vita. L’incarnazione riguarda la trama materiale del cosmo.

La salvezza non è allora soltanto antropologica, ma cosmica.

4.3. Teologia del processo

La teologia del processo, ispirata alla filosofia di Alfred North Whitehead e sviluppata teologicamente, tra gli altri, da John B. Cobb Jr., interpreta Dio come dinamicamente coinvolto nel divenire del mondo. Il Logos agisce come principio di relazione e di attrazione verso forme più alte di armonia e intensità.

In questa visione, il cosmo non è soltanto oggetto di redenzione, ma luogo di rivelazione continua.

5. Oltre l’“extra verbum dei scriptum”

Alla luce di queste prospettive, diventa possibile articolare un superamento dell’implicito extra verbum dei scriptum nulla salus. Se il Logos è principio della creazione e compimento dell’evoluzione, la sua presenza non può essere confinata nel testo scritto. La Scrittura non coincide con la rivelazione in senso pieno. Il senso pienamente realizzato è dato a livello cosmologico quando Dio sarà tutto in tutti (cfr. 1 Cor 15,28).

Ciò non implica la relativizzazione della Scrittura. Piuttosto, la Scrittura va compresa come:

  • memoria normativa dell’evento Cristo;
  • criterio ermeneutico per discernere la presenza del Logos nella storia e nel cosmo;
  • luogo privilegiato, ma non esclusivo, della Parola.

Si delinea così una progressione storica e teologica:

  1. Superamento dell’esclusivismo ecclesiale.
  2. Riconoscimento della pluralità delle forme della Parola.
  3. Svolta antropologica: la Parola nella struttura dell’uomo.
  4. Svolta cosmologica: la Parola nella struttura del reale.

6. Questioni critiche

Una teologia cosmologica del Logos ripensa così la singolarità storica di Gesù come anticipazione prolettica della trasformazione escatologica di tutto il creato. in competizione in un principio cosmico indifferenziato. Il Logos che si manifesta nel cosmo è lo stesso che si è fatto carne in Gesù e che è testimoniato nella Scrittura. Non tre realtà parallele, ma tre modalità di un’unica autocomunicazione.

Nel capitolo “The New Story” di The Dream of the Earth, Thomas Berry sostiene che la crisi del mondo contemporaneo nasce dal fatto che non possediamo più una storia condivisa capace di dare senso alla vita . Le società tradizionali vivevano dentro una narrazione religiosa che spiegava l’origine del mondo, il ruolo dell’essere umano, il significato del bene e del male e la direzione della storia. Questa storia forniva orientamento, coesione sociale e significato esistenziale. Oggi però quella visione non funziona più come fondamento culturale universale, mentre la narrazione scientifica moderna, pur offrendo una spiegazione potente e dettagliata dell’universo, non riesce a fornire un orizzonte morale e spirituale adeguato. Ci troviamo così “tra due storie”: una religiosa che non riesce più a integrare la conoscenza contemporanea e una scientifica che manca di profondità simbolica e valoriale.

La frattura tra queste due prospettive è iniziata dal tardo Medioevo, quando la comunità cristiana in Occidente ha sviluppato sempre più una dottrina centrata sulla redenzione e sulla salvezza dell’anima, spesso a scapito dell’interesse per la creazione e per la Terra, e dall’altro una comunità scientifica e secolare si è smarcata dalla religione e si è orientata al controllo e alla comprensione tecnica del mondo materiale. Le chiese hanno finito così per concentrarsi quasi esclusivamente sulla dimensione spirituale e ultraterrena, mentre la scienza ha interpretato l’universo come un processo evolutivo regolato da dinamiche fisiche, senza però riconoscere un significato interiore o spirituale a tale processo. Questa separazione ha prodotto una cultura frammentata, incapace di generare valori condivisi e di affrontare in modo integrale la crisi ecologica e sociale.

È in atto una svolta cosmologica – centrata sull’evoluzione e sulle scoperte della fisica quantistica – che stanno sempre più divenendo una nuova grande narrazione. L’universo, dalla formazione delle galassie alla nascita della vita e della coscienza umana, viene interpretato come un processo dinamico di emergenza e crescente complessità. L’essere umano non è un elemento estraneo o accidentale, ma il momento in cui l’universo diventa consapevole di sé. In questa prospettiva, la dimensione materiale e quella spirituale non sono separate: la coscienza emerge dall’interno del processo cosmico e ne rivela la profondità interiore. La storia dell’universo diventa così una storia sacra, capace di unire conoscenza scientifica e senso del mistero.

Senza una narrazione integrale, le nuove generazioni rischiano di non percepire il proprio posto nell’universo e di non sviluppare la responsabilità necessaria verso la Terra. Riprendendo la metafora della natura come Libro, metafora questa che nasce nell’antichità mesopotamica, dove il cielo era letto come una scrittura, ma trova il suo sviluppo più ricco nel pensiero cristiano, grazie al legame tra Parola divina e cosmo già presente nell’ebraismo, è necessario ripensare il libro della Natura e quello della Bibbia non in competizione o l’uno completamento dell’altro, ma in pericoresi, così come già avevano fatto autori diversissimi, da Atanasio ad Agostino, da Massimo il Confessore a Eriugena, da Ugo di San Vittore a Bonaventura, da Paracelso a Galileo, da Boyle a Cartesio fino al pensiero contemporaneo. Extra verbum dei scriptum, appunto, c’è il cosmo come Libro di Dio.

7. Conclusione

La Scrittura è fondante per la comunità che la riconosce come tale. Cristo è fondante per l’umanità. Il Logos è fondante per il cosmo. In questa svolta cosmologica si gioca la teologia del nostro tempo: non una riduzione del cristianesimo a religione ecclesiale o spirituale, ma un ampliamento della cristologia fino alle dimensioni dell’universo. La Parola non si esaurisce nel testo che la testimonia. Il Verbo precede, attraversa e supera la Scrittura. La svolta cosmologica non sostituisce la rivelazione storica: la integra.

Secondo tale svolta cosmologica, anche il concetto di “natura” (nel senso più filosofico) e i suoi “valori” devono essere ripensati. Non derivano più da un ordine statico e immutabile, ma emergono dalla partecipazione consapevole al processo creativo della realtà. Ogni essere possiede una propria interiorità e dignità, e la distruzione della natura rappresenta una violazione dell’ordine profondo del cosmo. La missione del nostro tempo consiste quindi nel passare da una logica di dominio e sfruttamento a una logica di comunione con la comunità terrestre e cosmica. Il nuovo cristianesimo – come lo chiama Teilhard de Chardin – è chiamato non solo a integrare scienza e spiritualità, ma a leggere da entrambi i libri (Bibbia e Natura) per saper così orientare l’umanità verso un futuro sostenibile e dotato di significato e studiare le religioni non solo dal punto di vista antropologico, sociologico o psicologico, ma di collocarle dentro una cosmologia: una visione dell’universo come processo evolutivo irreversibile. La novità decisiva della coscienza contemporanea è infatti l’esperienza dell’universo non come realtà statica o ciclicamente rinnovata, ma come processo di cosmogenesi in sviluppo continuo, conosciuto attraverso le scienze empiriche.

Nel capitolo “The Cosmology of Religions” di The Sacred Universe, Thomas Berry afferma che l’universo stesso è la comunità sacra primaria e che ogni espressione religiosa umana deve essere intesa come partecipazione alla dimensione religiosa dell’universo. Se la svolta antropologica aveva permesso di comprendere la grammatica del divino nell’umano, con la svolta cosmologica, questo stesso umano non è più inteso come esterno al processo cosmico di cristogenesi: è una realtà partecipativa, membro della comunità cosmica.

La storia dell’universo — dalla formazione delle galassie alla nascita della Terra, della vita e infine della coscienza umana — costituisce la storia sacra primordiale. L’universo è stato fin dall’inizio una realtà sia fisica sia spirituale; i grandi momenti di trasformazione cosmica sono anche momenti di intensità numinosa. Tuttavia, la teologia contemporanea è rimasta in gran parte indifferente a questa nuova comprensione, concentrandosi su questioni interne alla tradizione religiosa e trascurando il mondo naturale come fonte primaria della coscienza religiosa.

Se compresa in profondità, l’impresa scientifica può diventare una disciplina spirituale capace di rivelare il significato religioso del processo evolutivo. Le religioni tradizionali, nate in un contesto di coscienza prevalentemente spaziale e ciclica, faticano a integrare una visione temporale e sviluppista dell’universo. Per questo è necessario riconoscere che l’universo stesso è il portatore primario dell’esperienza religiosa e che l’ordine cosmico costituisce il riferimento ultimo della comprensione umana.

La nuova cosmologia offre un contesto per il futuro delle religioni. La storia dell’universo è insieme scientifica, mitica e mistica: è il racconto più semplice e insieme più grandioso delle origini. Partecipare a questa storia significa riconoscere che ogni individuo porta in sé l’intera sequenza delle trasformazioni cosmiche, dagli elementi formati nelle supernovae fino all’emergere della coscienza riflessiva. L’universo è, in questo senso, il “sé più ampio” di ogni persona.

Come afferma Berry, questo richiederà anche un rinnovamento liturgico: non solo celebrare i cicli stagionali o eventi storici, ma i grandi momenti di trasformazione cosmica — l’emergere dell’universo, la formazione degli elementi, la nascita della vita, la fotosintesi, l’apparizione dell’essere umano. Solo una ritualizzazione di questi eventi può radicare la spiritualità nella storia evolutiva della Terra e dell’universo.

Occorre – in definitiva – passare dall’idea che l’universo partecipi alla vita religiosa umana alla consapevolezza che è l’essere umano a partecipare alla vita religiosa dell’universo. Solo sviluppando una cosmologia integrale che celebri la dipendenza dell’uomo dal processo cosmico sarà possibile affrontare la crisi ecologica e spirituale del nostro tempo. Il libro della Natura e la Parola di Dio sono riunificati nel canto del Paradiso XXXIII (85-90). Nel profondo dell’essenza divina il volume del cosmo e al centro della luce trinitaria la nostra effigie dipinta. Con le parole di Dante Alighieri:

Nel suo profondo vidi che s’interna,

legato con amore in un volume,

ciò che per l’universo si squaderna:

sustanze e accidenti e lor costume

quasi conflati insieme, per tal modo

che ciò ch’i’ dico è un semplice lume!

(Par. XXXIII, 85-90)

In resurrectionem carnis


La risurrezione della carne non coincide con la rianimazione di un cadavere, perché ciò che risorge non è il corpo abbandonato alla terra, ma la persona nella sua interezza: non un’anima disincarnata, bensì la coscienza personale nella sua unità vivente, quella che Dio accoglie e trasfigura. Il cadavere resta nel mondo dei processi naturali; la persona, invece, attraversa la morte senza essere ridotta ai suoi resti biologici. Per questo le narrazioni bibliche non vanno lette come cronache fisiche, ma come iconografie, immagini che tentano di dire l’indicibile attraverso simboli: il sepolcro vuoto non è la prova materiale di un ritorno alla vita organica, ma la figura di una presenza che non appartiene più alla logica dello spazio e della decomposizione. La risurrezione è così il nome di un passaggio: non il ritorno del corpo, ma la continuità della persona oltre il corpo, nella forma nuova che Dio le dona.

Gesù in quanto “persona” non poteva rimanere nel sepolcro. Nella tomba fu deposto solo il suo corpo, ma non la sua persona. L’immersione definitiva nella vita di Dio avviene già nella morte stessa. E avviene con tutto ciò che siamo diventati: con l’intera esperienza corporea e personale maturata nel corso della vita. Non è necessario attendere una restituzione del “vecchio” corpo, i cui atomi da tempo sono dispersi nel cosmo. La risurrezione non può dunque essere il semplice ripristino della nostra precedente vita fisica. Le discussioni della Chiesa antica, talvolta sorprendentemente fantasiose, mostrano quanto fosse difficile liberarsi da una concezione troppo materialistica; e non è escluso che vi affiorassero anche interessi di controllo religioso, come la possibilità di rendere più concreta e minacciosa l’idea di un castigo eterno.

La risurrezione significa piuttosto la piena e definitiva accoglienza della nostra persona da parte di Dio. Egli ha stabilito un’alleanza irrevocabile con l’umanità e, proprio per questo, “ci rialza” anche nella morte. Non un ritorno indietro, ma un essere accolti e innalzati. Per questo è maggiormente evangelica la tesi della “risurrezione nella morte” e non “dalla morte”.  Nella prima formula, la persona nella sua totalità, non il corpo inteso come semplice organismo biologico, è assunta “in” Dio e “nel” cosmo. Con la seconda, invece, si rischia di identificare l’anima con la persona e il corpo diventa un aggiunta che risorgerà alla fine dei tempi.

È inevitabile che l linguaggio incontra il proprio limite, quando si tratta di descrivere la soglia tra il tempo e l’eterno, il qui e l’ovunque. Ogni immagine si arresta davanti al mistero: con categorie terrene non possiamo descrivere adeguatamente la realtà trascendente di Dio. Ed è proprio questo mistero — invisibile ai nostri occhi ma attestato dal destino di Gesù — che celebriamo a Pasqua. La morte non è “vinta” nel senso che cessi di esistere o che restituisca materialmente coloro che ha inghiottito. È vinta perché, nella fede nel Crocifisso, le viene tolto il suo pungiglione (cfr. Os 13,14; 1 Cor 15,55). Per questo l’annuncio dell’angelo presso il sepolcro distoglie lo sguardo dalla tomba: «Non è qui; è risorto»; «Perché cercate il vivente tra i morti?» (Mt 28,6; Mc 16,6; Lc 24,5s). Il messaggio non invita a ispezionare un miracolo fisico, ma a comprendere che la vita non si trova nel luogo della dissoluzione. Non è Dio che deve svuotare miracolosamente le nostre tombe. Siamo noi, nel lavoro del lutto, a dover riconoscere che ciò che riposa e si dissolve nel sepolcro non coincide più con la persona. Le persone amate non “giacciono” nella tomba.

In questo senso le narrazioni pasquali dicono simbolicamente la verità: sì, la tomba di Gesù è vuota. Perché fin dall’inizio vi era stato deposto solo il suo cadavere, non lui stesso. E qui sta la differenza decisiva: Cristo è veramente — non illusoriamente — risorto.

Verso cosa mi abbandoni?

Il disegno progettuale di Johann Baptist Fischer von Erlach, originario di Graz, trovò la sua realizzazione nell’altare maggiore di Mariazell, realizzato tra il 1698 e il 1704.

Al centro di un arco trionfale si trova Gesù crocifisso in controluce, verso il quale il suo Dio, dal quale si sentiva abbandonato nel suo grido di morte, sembra chinarsi drammaticamente, proveniente dalla sua gloria celeste. L’arco è incorniciato da una robusta doppia fila di colonne, che si uniscono a semicerchio, incastrate nella cornice. Il dramma del Cristo morto diventa il dramma della Trinità: sopra l’arco del portale, in mezzo a una violenta nube circolare in cui si agitano numerosi putti, appare la colomba dello Spirito Santo.

Il gesto di Dio Padre è in realtà, nella storia dell’arte, un trono di grazia dissolto, dove Egli accetta il “sacrificio della croce”. Il motivo dell’immagine si sviluppa soprattutto nell’iniziale “Te-Igitur” del canone romano della Messa, dove all’inizio della preghiera eucaristica si dice: “Te igitur – Ma a te, Padre misericordioso, chiediamo…”. E dopo la consacrazione si continua: “Il tuo santo angelo porti questa offerta al tuo altare celeste davanti alla tua divina gloria”.

Nel crocifisso di Mariazell sembra piuttosto che sia Dio stesso che scende in volo: i suoi piedi sono ancora visibili in controluce. L’immagine di un Dio che è soddisfatto del sacrificio del suo Figlio sulla croce e quindi ha accettato tale offerta, è ben lontana in questa raffigurazione di Mariazell. Non è stato pagato alcun prezzo per l’offesa ricevuta (la teologia dell’espiazione in Sant’Anselmo di Aosta).

Se si guarda bene, il Padre sta porgendo la mano al Figlio. Il Figlio è tutto proteso a dare la mano Padre. “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato” (Mc 15,34). Ebbene, il greco εἰς τί ⸂ἐγκατέλιπές με significa “perché mi hai abbandonato” traducendo il greco l’aramaico lammà, “a che scopo”.

Abbiamo letto la passione come se si concludesse con l’abbandono da parte di Dio, ma non è così. Il Salmo 22 è una preghiera che si conclude con l’abbandono a Dio. Dio non lascia mai Gesù solo. Il Padre è presente fino alla fine. Gesù è inchiodato, sì, ma non è passivo. Gesù è radicalmente attivo. Con la sua ultima domanda, Gesù esprime l’ultima sua certezza: εἰς τί – alla lettera – verso cosa mi hai abbandonato? In cosa mi abbandono, se non in Te. “Nelle tue mani affido il mio Spirito” (Lc 23,46).

Non è l’agnello pasquale macellato. Abbiamo esaltato la sofferenza e spostato male gli accenti. Gesù ha vissuto per ben 33 anni: non può essere che il senso della sua vita sia ridotto alle 18 ore in cui ha sofferto. È sempre il rischio di confondere “il culmine” o “l’ apice”con l’esclusivo, il compimento di qualcosa con il tutto della cosa, mentre vanno ben distinti. È la fiducia fondamento di tutta la vita di Gesù: il suo abbandono fiducioso nel Padre e l’immagine che Gesù aveva di Dio come Abbà, un Dio misericordioso, affidabile e non goloso di sangue e geloso della sua divinità.

Il grido di Gesù sulla croce esprime l’affidamento, l’abbandono. Nel dipinto di Mariazell, Gesù afferra la mano che il Padre gli protende. È un’immagine della risurrezione. Non serve immaginare la rianimazione di un cadavere, ma basta credere che nella morte cadiamo nelle mani di Dio. Più in profondità di quella mano non si cade.

Potremo richiamare – a questo punto – l’immagine di due trapezisti che dopo un volteggio nell’aria, si afferrano l’uno all’altro. Questo numero del circo – perché sia portato a compimento – ha bisogno tuttavia di molta esperienza, familiarità e affiatamento tra i due acrobati. Tutto questo implica: conoscenza, fiducia, sintonia, armonia e una buona dose di allenamento. È un bellissimo “Tandem” di reciproco affidamento e comunione. Una fiducia che cresce giorno per giorno, nella buona e cattiva sorte, fino al compimento finale che rivelerà l’essenza e il fondamento di quel Tandem. “Io sono nel Padre e il Padre è in me” (Gv 14,10).

Padre, nelle tue mani affido il mio spirito. E Dio non ha abbandonato Gesù – come non abbandonerà noi – nella corruzione della morte e della disperazione.

Gustare il bene

Prima di leggere questo testo, va a prendere un oggetto che tu possa gustare assaporandolo. Poi ritorna. Ora ti invito a sederti comodamente per pochi istanti. Contatta il tuo respiro. Inizia a spezzettare il frutto o cioccolato, lentamente, gustando e prestando attenzione alla fragranza di questo oggetto. Fai attenzione. Resta per qualche istante ancora seduto. Adesso riflettiamo insieme.

Se gusto una cosa per quello che è, senza fretta e senza volerla subito piegare a me, comincio a spostarmi da una logica di consumo a una logica di presenza. Il gusto lento mi obbliga a restare, a non afferrare, a non ridurre ciò che ho davanti alla mia utilità. In questa attenzione paziente qualcosa cambia: la cosa non è più un oggetto per me, ma una realtà che ha una propria consistenza, una propria dignità. Gustandone l’essenza, scopro che ciò che la rende preziosa non nasce dal fatto che mi serve, ma dal fatto che è. E proprio perché è, eccede me. In quel momento non me ne approprio, ma la riconosco. Il riconoscimento è il punto decisivo: non trattengo, non inglobo, non trasformo in possesso ciò che ha una portata che supera il mio interesse. Il piacere non sparisce, ma si purifica; non è più esclusivo, non è più predatorio. Diventa partecipazione a qualcosa che vale anche per altri, che non si esaurisce nel mio godimento.

Se questo movimento diventa stabile, diventa etica. L’azione morale non nasce da un divieto esterno, ma da uno sguardo trasformato. Ciò che ho riconosciuto nella sua essenza non posso più trattarlo come mezzo. Non perché una regola me lo impedisca, ma perché tradirei ciò che ho visto e gustato. Ogni realtà – una persona, una cosa, un’esperienza – porta in sé un valore che non coincide con il mio vantaggio o svantaggio. Mi piace o non mi piace. “Agire bene” significa muoversi in modo che ciò che incontro non venga impoverito dal mio passaggio. Se il mio modo di godere distrugge, consuma, svuota, allora non era vero gusto ma appropriazione.

Nei rapporti umani questo diventa esigente. Gustare una persona per ciò che è significa ascoltarla senza volerla modellare, amarla senza trasformarla in risposta ai miei bisogni, riconoscere la sua libertà come parte della sua essenza. L’altro non è un completamento della mia mancanza, né uno strumento per la mia sicurezza e benessere. È una persona, centro di valore che mi precede e mi supera. Se lo riconosco davvero, non posso dominarlo, manipolarlo o possederlo senza contraddire ciò che ho contemplato. Amare, in questa prospettiva, è lasciare che l’altro sia, e desiderare il suo bene anche quando non coincide con il mio controllo. È accettare che la relazione non sia appropriazione ma incontro, non fusione ma reciprocità tra libertà.

Questa etica non elimina il desiderio, ma lo educa. Non cancella il piacere, ma lo sottrae alla logica del possesso. Mi chiede di rallentare – etica del slow food – prima di prendere; di contemplare, prima di usare; di riconoscere il valore, prima dell’utilità; di ascoltarmi, prima di reagire. Mi chiede anche il coraggio di perdere qualcosa: l’illusione del controllo, la sicurezza del dominio, la comodità di ridurre l’altro a funzione. Ogni altro/a ridotta a funzione (di me), diventa una finzione, e avvia l’inevitabile samsara di una comunicazione violenta fatta di stereotipi, insulti, epiteti, etichette. Comunicazione sì, ma ideologica.

Uscire dalle nebbie dell’illusione e della “fu(i)nzione” è indispensabile per chi medita. È il test per verificare (far verità su di sé) se la meditazione è stata egocentrica o invece centrica. Solo in questo secondo caso si assapora la gioia vera, quella che nasce dal partecipare a un bene che non è solo mio. Vivere così significa passare dal consumare il mondo al custodirlo, dal trattenere al condividere, dall’appropriarsi al riconoscere. E questo riconoscimento, quando diventa stabile, è già il fondamento di un’etica del Sé.

L’amore, allora, non è appropriazione ma custodia; non è fusione che annulla, ma relazione che lascia spazio. Se nel mio modo di amare l’altro si restringe, si spegne o perde autonomia, non sto amando: sto consumando. Se invece la mia presenza permette all’altro di essere più pienamente se stesso, allora il mio desiderio è diventato etico.

Lo stesso vale per l’amicizia, per il lavoro, per l’esercizio del potere. Ogni volta che entro in relazione posso scegliere se afferrare o contemplare, dominare o riconoscere. L’etica contemplativa non elimina il piacere, non elimina il desiderio, non elimina l’azione; li trasforma. Li orienta dall’ego al . Il piacere diventa gratitudine, il desiderio diventa cura, l’azione diventa servizio al valore che ho riconosciuto. Vivere così significa accettare di perdere una parte di controllo, ma guadagnare una forma più alta di libertà: la libertà di non dover possedere ciò che amo. Come dice egregiamente Timothy Radcliffe in un testo Amare nella libertà: “Noi dobbiamo amare le persone in modo che essere siano libere di amare gli altri più di noi”. In questa libertà il bene non è più qualcosa che trattengo, ma qualcosa a cui partecipo insieme agli altri in abbondanza. E ce n’è abbastanza per tutti.

Dal Carnevale alla Quaresima

Il titolo che ho voluto dare a questo percorso è “Dal sosia all’immagine”. Non è soltanto un’espressione suggestiva, ma una direzione precisa: un cammino che ci conduce dentro il mistero più profondo che ci abita. Noi siamo immagine di Dio. Siamo il figlio amato, la figlia amata. Eppure, tra ciò che siamo e ciò che viviamo c’è spesso una distanza, una frattura sottile, quasi impercettibile, che ci porta a vivere come altro da noi stessi.

È un percorso a tappe. Due settimane fa abbiamo celebrato il Carnevale, ora siamo immersi nella Quaresima. Non si tratta semplicemente di un passaggio liturgico, ma di una cesura simbolica: dal tempo della maschera al tempo del volto, dal travestimento alla verità, dal sosia all’immagine. Entrare nel gioco dell’immagine significa lasciarci introdurre anche nel senso del digiuno, che non è mortificazione sterile, ma spazio che si apre perché emerga l’essenziale. Il cuore dell’invito pasquale, che riceviamo nel Battesimo, è radicale: non sono più io che vivo. È un lasciare il sosia, lasciare la maschera, per entrare nella realtà più profonda del nostro essere figli e figlie di Dio.

Questo è un cammino di trasfigurazione, un passaggio dalla maschera alla persona, dall’io costruito all’io vero. Saremo invitati a pregare nella luce del Tabor, lasciando che anche alcune parole centrali della grammatica cristiana, come “sacrificio”, vengano illuminate dall’interno. Non per negarle, ma per purificarle. La salvezza con o senza sacrificio non è una provocazione teorica, ma una domanda che tocca il nostro modo di intendere Dio e noi stessi. È un richiamare la grammatica cristiana lasciandola trasfigurare.

E poi l’ultima tappa allargherà lo sguardo: dall’io al tutto. Come direbbe Teilhard de Chardin, verso il punto Omega. Paolo parla di una creazione che geme nelle doglie del parto. Di che cosa? Di questo stesso passaggio: dal sosia all’immagine di Dio. Non siamo solo noi a essere chiamati a questa trasformazione, ma l’intera creazione. La meta, attraversando anche l’esperienza della croce, è scoprire che viviamo e ci muoviamo in Cristo, fino a poter dire: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.

Il Carnevale richiama la maschera. In tante parti del mondo l’umano celebra il travestimento: c’è un desiderio quasi universale di indossare un volto altro. Ma la Quaresima è il tempo in cui la maschera viene deposta. E questo dinamismo non riguarda solo il calendario liturgico, riguarda la vita quotidiana. Non c’è giorno in cui non siamo tentati di indossare una maschera per piacere, per difenderci, per essere accettati. A volte sono gli altri a chiederla: la famiglia, il lavoro, la comunità. Ma spesso siamo noi stessi a imporcela. Nel fondo c’è una convinzione che ci accompagna silenziosamente: non sono abbastanza.

Eppure, “basta” etimologicamente non rinvia a mancanza, ma a pienezza. Quando un bicchiere è colmo, diciamo con la mano: basta. È pieno. Nella tradizione degli Esercizi spirituali di Sant’Ignazio, questa parola è decisiva: la preghiera del “Suscipe” termina con “questo solo mi basta”. Cioè l’amore e la grazia di Dio. È la scoperta dell’abbastanza. Il Carnevale è il gioco delle maschere. Il bisogno di mettersi la maschera nasce dall’esperienza del “non sono abbastanza”. La Quaresima è l’invito a entrare in dialogo con queste maschere, senza demonizzarle ma senza lasciarsi governare da esse.

A volte non indossiamo solo maschere, ma costruiamo dei veri e propri sosia. La letteratura antica già lo raccontava con l’Anfitrione di Plauto: il doppio, l’altro me stesso. Oggi lo chiameremmo avatar. Il sosia è la parte luminosa di noi, senza ombra, senza fragilità. È l’idea sublime di me stesso senza crepe che voglio che gli altri incontrino di me. Ma quando da noi stessi separiamo luce e ombra, qualcosa si spezza in noi. È la stessa dinamica che troviamo in tante narrazioni moderne, come nel racconto di dottor Jekyll e Mr. Hyde: una scissione che non porta libertà, ma distruzione. La Quaresima allora pone una domanda semplice e radicale: chi sono quando non recito più?

Nel Vangelo di Marco (1,12-13), dopo il Battesimo, Gesù ascolta una voce: tu sei il Figlio mio, l’amato. Questa è l’esperienza dell’abbastanza. Subito dopo lo Spirito lo conduce nel deserto. Nel deserto le maschere si rivelano. Gesù è tentato ad indossarle, ma egli resta con le bestie selvatiche. È un’immagine potente: stare con l’ira, con la paura, con i bisogni impulsivi con tutto ciò che abita la nostra interiorità e che spesso ci spinge a indossare maschere per sopravvivere ai nostri occhi, agli occhi degli altri e nasconderci a Dio. Gesù non fugge da tutto questo. Non mette la maschera. Gesù “sta” con le bestie selvatiche. E il testo dice che gli angeli lo servivano. L’abbastanza non si costruisce, si riceve. Non è frutto di uno sforzo eroico, ma di una relazione abitata.

La preghiera quotidiana è questo: abitare l’abbastanza. Restare nel deserto senza scappare, lasciando che il silenzio diventi luogo di verità. Non siamo perfetti, e questo ci pesa. Non siamo come vorremmo essere, e a questo disagio spesso aggiungiamo il malessere del confronto con gli altri. Così ci scontriamo con l’immagine ideale che pensiamo Dio vuole che noi siamo. Ma la meditazione è il luogo in cui possiamo restare, semplicemente restare, e lasciare che la luce tocchi anche le nostre bestie selvatiche.

All’origine della frattura tra la luce e l’ombra c’è il dubbio: “è vero che Dio ha detto?” (Gen 3). È la sfiducia che incrina la consapevolezza di essere già amati. La Quaresima riapre questa consapevolezza. Un racconto chassidico dice che nel mondo che verrà non ci sarà chiesto perché non siamo stati Mosè o Davide, ma perché non siamo stati noi stessi. È una parola esigente. Il tempo che ci è dato non serve a diventare qualcun altro, ma a diventare ciò che siamo.

Thomas Merton parlava di un punto verginale al centro del nostro essere, una scintilla intatta che appartiene a Dio, un diamante puro che risplende di luce profonda. Se potessimo vedere questa luce in ogni persona, ogni oscurità perderebbe forza. La Quaresima è un ritorno a quel punto. Non per costruire qualcosa di nuovo, ma per togliere ciò che vela tale diamante luminoso e indistruttibile. Non per diventare abbastanza, ma per accorgerci che ciò che basta è pienezza. Quello che siamo. Figlio e figlia di Dio.

Per la settimana, può essere utile sostare su Isaia 43, lasciando che una parola del brano risuoni nel silenzio, oppure tornare al testo del battesimo e della tentazione nel Vangelo di Marco e chiedersi quali sono le nostre bestie selvatiche che ci abitano e con quali maschere le copriamo. Restare una decina di minuti, semplicemente, con una parola. Lasciare che l’angelo ci serva nel silenzio. Non si tratta di fare di più, ma di smettere di fingere. Di lasciare andare il sosia. Di ritornare a riconoscersi come diamante.

Vorrei qui offrire alcune riflessioni su alcuni fraintendimenti riguardo la Quiete, per poter così superare quella che chiamerei spiritualizzazione della rimozione del conflitto.

Qualcuno afferma. La trasformazione avviene per risonanza, non per urto. È vero: molte trasformazioni autentiche nascono per attrazione, non per forzatura. Ma c’è nella vita spirituale anche la tendenza a escludere quasi del tutto il valore dell’attrito. E qui si apre una questione importante.

L’idea che la verità non provoca è un’affermazione affascinante. Ma è davvero così?

Guarda a Gesù di Nazaret: quando dice ai farisei “sepolcri imbiancati”, quando rovescia i tavoli nel Tempio, quando chiede al giovane ricco di vendere tutto, quello non è solo “restare veri”. È un atto che mette pressione, che espone, che destabilizza. Non è manipolazione, ma è confronto diretto.

Dire che la verità non provoca rischia di renderla troppo compatibile con il nostro equilibrio. E la verità, a volte, è incompatibile con le nostre difese.

Qui c’è il pericolo di una pedagogia solo “materna”. La visione spirituale che valorizza l’essere “tenuti”, non “essere messi alla prova”, è preziosa, ma è insufficiente. Ogni crescita umana ha due poli: accoglienza e frizione.

Solo accoglienza può produrre dipendenza sottile.

Solo frizione può produrre trauma.

La maturità nasce dall’integrazione di entrambi.

Se si elimina quasi totalmente la provocazione, si rischia di creare un ambiente spirituale molto sicuro… ma poco trasformativo per chi è profondamente attaccato alle proprie illusioni.

È il rischio dell’anestesia elegante. La prudenza verso la provocazione può nascondere — non necessariamente, ma potenzialmente — una paura dell’esposizione. Paura di uscire fuori, di scontrarsi con la realtà.

La provocazione autentica non è umiliazione. È rivelazione. “La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Ebrei 4,12).

Un maestro che non scuote mai può essere timoroso di perdere il legame con il discepolo oppure inconsciamente complice del comfort del discepolo.

La provocazione se è unilaterale certamente alimenta l’ego spirituale del maestro, ma lo stesso avviene quando il maestro vuole evitare ogni forma di provocazione per non ferire il discepolo. Alimenta così il suo ego possessivo che vuol quanti più discepoli sotto di sé. E non perdere i “like”.

L’assenza di urto non è automaticamente purezza. Senza urto non c’è vita. La vita stessa provoca. La malattia provoca. La perdita provoca. Il fallimento provoca. La realtà non è solo risonanza. È anche collisione.

Se un maestro non provoca mai, rischia di preparare poco alla realtà il discepolo. Perché la realtà non sempre “chiama dolcemente”: a volte abbatte.

Solo se la provocazione viene usata costantemente diventa sospetta. Quando diventa una strategia continua, rischia di tradursi in manipolazione mascherata.

La vera questione non è “provocare o no”. Ma da dove nasce quell’atto di provocazione. Se nasce dal bisogno di destabilizzare il discepolo per renderlo così impotente da assoggettarlo meglio al maestro, allora è espressione dell’ego gonfiato.  Un atto di potere. Ma se nasce da lucidità e amore, può essere chirurgia. Un chirurgo taglia. Non perché ama il taglio, ma perché ama la guarigione.

La provocazione non può essere una tecnica, ma può essere un atto necessario in certe circostanze. La provocazione, etimologicamente significa “chiamare fuori, in avanti (pro)”, stana, sveste, sposta le zolle del terreno, mette in crisi. E qui entra il discernimento. Tendere ad una spiritualità della quiete è bello e nobile. Ma la quiete può diventare il contesto in cui invece di morire per nascere, l’io non muore più e si putrefa.

A volte l’io muore quando viene contraddetto. Dalle persone, situazioni, dai testi sacri, dalla Vita. L’Io senza Non-Io non diventa Sé. La sola quiete dell’Io – senza tempesta – come annota saggiamente Meister Eckhart diventa acqua stagnante, impuzzolisce la vita e fa morire tutto. “Che un uomo abbia una vita tranquilla e quieta in Dio è bene; che sopporti con pazienza una vita piena di affanni, è meglio; ma la cosa migliore di tutte è avere pace negli affanni” (Meister Eckhart).

Se un maestro vedesse nel discepolo un autoinganno profondo che il discepolo non vuol vedere, dovrebbe attendere che emerga da solo nel silenzio oppure nominare direttamente ciò che vede? Il vero maestro attiva entrambi i modi.  

Cercare nella provocazione la pace è il mezzo sicuro perché lo stagno diventi lago vitale.

Dell’originaria identità nel Monismo Relativo

Quando diciamo A è A, affermiamo l’identità: A coincide con se stessa, si raccoglie nella propria forma, si determina. Ma questa determinazione implica immediatamente un secondo movimento: A è A solo negando tutto ciò che non è A. A non-è B, C, D, E, etc… Tuttavia, la negazione del non‑A non è un gesto di separazione (alienante o alterante), bensì il modo in cui A si distingue, si profila, prende contorno. A si distingue ma non si separa da tutto ciò che non è A.

Il non‑A non è un “fuori” assoluto: è ciò attraverso cui A si manifesta come Sé. In questo senso, la negazione non è esclusione, ma relazione originaria. A non si chiude in un isolamento autosufficiente; al contrario, porta in sé il riferimento a ciò che non è, perché solo attraverso questa differenza può essere identico a se stesso. L’identità non è un blocco immobile, ma un equilibrio dinamico tra autoaffermazione e differenza: A è se stesso proprio perché si rapporta, in forma di negazione, a ciò che non è. Tuttavia, va tenuto presente che il riferimento dell’identità (A) a ciò che non è (non-A) non sopravviene all’identità ma struttura originariamente l’identità. È qualcosa che l’identità porta intimamente in sé. Infatti, è la relazione nel suo atto di riferimento che struttura l‘identità e la differenza. La relazione è dunque la struttura nascosta dell’identità, il suo respiro interno, la condizione che permette ad A di essere A.

Applicando la logica dell’identità all’Assoluto che chiamiamo “Dio”, si comprende che dire “Dio è Dio” implica una distinzione immediata tra l’Assoluto e ciò che non è Assoluto, cioè il mondo: “Dio è non-Dio”. Ma questa distinzione non crea un esterno a Dio, perché nulla può essere realmente fuori dall’Assoluto. La negazione del non‑Dio non è un atto di esclusione, bensì il modo in cui l’Assoluto si manifesta come tale: Dio è Assoluto proprio perché il mondo è non‑Assoluto, e il mondo è non‑Assoluto proprio perché Dio è Assoluto. La differenza tra Dio e il mondo non è un dualismo, ma una relazione originaria. La negazione del non‑Dio non è un atto di esclusione, ma è atto del relazionarsi: il modo in cui l’Assoluto si manifesta come tale. Il mondo, in quanto non‑Dio, è la differenza interna attraverso cui l’Assoluto appare come Assoluto, senza essere limitato da ciò che ne è distinto. Così, l’identità divina non elimina la relazione, ma la contiene, in quanto da questa fondata:  l’Assoluto è se stesso non isolandosi dal non‑Assoluto, ma includendo la differenza come momento della propria auto‑manifestazione come relazione assoluta.

Applicando questa struttura dell’Assoluto al Monismo Relativo, ne segue che Dio (x) è (=) la sua relazione al mondo (x + y). Tale relatività dell’Assoluto (genitivo soggettivo) afferma l’identità assoluta dell’Assoluto con se stesso (x = x). Ma questa identità implica immediatamente la distinzione da ciò che non è Dio, cioè y, il mondo. Questa distinzione non crea un “fuori” da Dio, perché nulla può essere realmente esterno all’Assoluto. Il mondo, in quanto “non‑Dio”, è “nulla” (y = 0) se considerato “fuori” da Dio. Tuttavia, il mondo “è”, poiché tutto l’essere del mondo consiste nella differenza dall’Assoluto che è data dalla sua relatività, e non dall’Alterità.  Infatti, la differenza del mondo è tale da permettere all’Assoluto di manifestarsi come Assoluto, senza costituire un secondo principio accanto a lui. Il “nulla” del mondo (y = 0) non è esclusione, ma relazione interna: il mondo è il momento di alterità attraverso cui Dio appare come identico a se stesso.

Così, nell’equazione del Monismo Relativo, “x = x + y”, si manifesta che la negazione dell’Assoluto (genitivo soggettivo) non separa il mondo da Dio, bensì inscrive il mondo nell’Assoluto come sua differenza immanente. Tale differenza immanente è possibile poiché l’identità divina (Dio è Dio) non annulla la relazione (Dio e il mondo): la contiene, la fonda e la trasfigura, mostrando che il mondo non limita Dio, ma è il modo in cui l’Assoluto si lascia pensare e manifestare come tale. Dio “è” il mondo (panteismo o monismo) nel modo della relazione: Dio “e” mondo (monismo relativo).  

Vanno e vengono, ogni tanto si fermano

Così dice la poesia “Nuvole” di Fabrizio de André. “E quando si fermano, sono nere come il corvo. Sembra che ti guardano con malocchio. Certe volte sono bianche. E corrono. E prendono la forma dell’airone o della pecora. O di qualche altra bestia. Ma questo lo vedono meglio i bambini. Che giocano a corrergli dietro per tanti metri”

Ma cosa sono mai le “nuvole”? Ci richiamano l’acqua che una delle realtà più semplici e, allo stesso tempo, più profonde che possiamo osservare. La tocchiamo ogni giorno, la beviamo, la vediamo scorrere nei fiumi e sollevarsi in vapore. Eppure, proprio nella sua semplicità, essa custodisce una metafora potente dell’essere stesso.

L’acqua si manifesta in tre stati: solido, liquido e gassoso. È sempre acqua, e tuttavia cambia forma, consistenza, comportamento. Nel ghiaccio è rigida, definita, stabile. Nel liquido è fluida, mobile, adattabile. Nel vapore è impalpabile, invisibile, capace di espandersi e avvolgere ogni cosa. Non sono tre sostanze diverse, ma tre modi di darsi della stessa realtà.

Se vogliamo leggere in questa triplice modalità una chiave simbolica, possiamo vedere nel solido la materia, nel liquido la vita e nel gassoso la mente. Il ghiaccio ha contorni, occupa uno spazio con precisione: è la forma, la struttura, ciò che resiste e delimita. Il liquido scorre, nutre, collega: è il principio vitale, il movimento, la relazione. Il vapore si espande, si eleva, diventa quasi invisibile: è l’immagine della coscienza, del pensiero, dell’intenzione.

Eppure, dietro queste differenze, l’acqua resta una. Così possiamo dire che l’acqua rappresenta lo spirito che si dà in tre modi. Non tre spiriti, ma uno solo che si manifesta come materia, come vita e come mente. Lo spirito non è una cosa tra le altre: è l’Essere stesso, ciò grazie a cui qualcosa è. L’Essere non è un oggetto, ma il fondamento di ogni oggetto.

Gli enti non sono cose individui, ma eventi di relazione: gli intrecci, i nodi di questi tre stati. Ogni realtà concreta è una combinazione di materia, vita e mente in proporzioni diverse. Una rete di relazioni. Una pietra partecipa soprattutto della solidità; una pianta manifesta la vita; un essere umano rende evidente la mente. Ma in ciascuno c’è, in qualche modo, la stessa acqua che assume forme differenti. Gli enti non sono altro che configurazioni temporanee dello spirito.

Per comprendere più a fondo questa visione, possiamo ricorrere a un’immagine ancora più ampia: quella del cielo e delle nuvole.

Il cielo è la realtà dell’Essere, la uni-totalità. Non è un oggetto tra gli oggetti: è lo sfondo che rende possibile ogni apparizione. È vasto, silenzioso, sempre presente. In questa analogia, il cielo rappresenta lo spirito di Dio: non come un oggetto nel cielo, ente supremo tra gli altri, ma come la totalità in cui tutto appare. L’Essere che appare.

Le nuvole sono gli enti. Si formano, prendono forma, si trasformano, poi si dissolvono. Nascono dal “nulla” e tornano nel “nulla”. Così ci sembra. Ma se osserviamo attentamente, quel nulla non è un vuoto assoluto: è il cielo stesso. Le nuvole non vengono da fuori del cielo, né vanno altrove quando scompaiono. Sono semplicemente configurazioni temporanee dell’umidità nell’aria, modi in cui il cielo si mostra.

Allo stesso modo, gli enti emergono dall’Essere e nell’Essere si dissolvono. Non escono mai dall’Essere, perché non esiste un “fuori”. Quando diciamo che qualcosa viene dal nulla, intendiamo che non aveva ancora una forma riconoscibile. Ma il suo “nulla” è la potenza indistinta dell’Essere, come il cielo limpido è la condizione delle nuvole.

Possiamo parlare di creazione dal nulla? Sì, ma intendendo con “nulla” il “ni-ente” dello Spirito, il vuoto originario dello sfondo, l’apertura del cielo. Le cose sono create da questo nulla che è Dio: “creatio ex nihilo” è infatti “creatio ex sese”, cioè creazione da Sé di Dio. Le nuvole – cioè gli enti – sono emanazioni dei modi dell’unica sostanza che è il cielo, lo spirito. Il cielo è sostanza (hypostasis, sub-stans) in quanto Assenza, Vuoto, Nulla (come ni-ente, cioè ESSERE); mentre le nuvole sono l’Essenza, la Presenza. In tedesco, infatti, “essenza” si dice Wesen dal proto-indo-europeo *wes– che significa “dimorare”, “abitare”. Il sostantivo tedesco Wesen (essenza, creatura) deriva dall’antico alto tedesco wesan, che corrisponde al gotico wisan e all’anglosassone wesan, verbi che significano sempre “essere”, “dimorare”, “rimanere”. Da cui il nome Vesta che non è solo la dea del fuoco, ma la dea del focolare, inteso come centro della casa, luogo dove si abita, si trova calore e protezione. Gli enti, dunque, sono le Vestali, dell’apparire del cielo .

Questa visione dissolve l’idea di una frattura radicale tra Dio e il mondo, tra l’Assenza e l’Essenza, tra l’Essere e l’Apparire. Come il cielo non è separato dalle nuvole, così l’Essere non è separato dagli enti. E tuttavia non si identifica con una singola nuvola: le trascende tutte, perché è ciò in cui tutte si danno.

L’acqua nei suoi tre stati, il cielo e le nuvole: sono immagini che ci aiutano a pensare l’unità nella molteplicità. Lo spirito è uno, ma si manifesta come materia, vita e mente. Gli enti sono le sue configurazioni temporanee. E ciò che chiamiamo nascita e morte non è altro che il passaggio di forma, come il ghiaccio che si scioglie o la nuvola che si dissolve.

Guardare il mondo in questo modo significa riconoscere che nulla è davvero isolato. Ogni cosa è un modo dell’Essere. Ogni ente è una nuvola nel cielo infinito. E il cielo — l’unitotalità — non viene mai meno, anche quando le forme cambiano.

In fondo, ciò che siamo non è una nuvola separata, ma il cielo che per un momento ha preso quella forma.

Natura senza fine?

La questione del finalismo nella natura attraversa la storia del pensiero come un fiume carsico: riaffiora, scompare, ritorna sotto nuove forme. Ogni volta che osserviamo l’ordine del vivente, la sua capacità di generare forme complesse, la sua apparente direzione, siamo tentati di leggerci un disegno. Ma la scienza contemporanea, soprattutto nella sua declinazione evoluzionistica, ha imparato a diffidare di questa tentazione. Telmo Pievani, filosofo della biologia e interprete rigoroso del darwinismo contemporaneo, insiste su un punto essenziale: l’evoluzione non ha scopi. Non procede verso un fine, non custodisce un progetto, non tende a un esito necessario. È un processo storico, fatto di variazioni cieche, selezioni locali, vincoli strutturali e contingenze irripetibili. La natura non mira a nulla; siamo noi a cercare un senso nei suoi esiti.

Per comprendere questa posizione occorre distinguere tre modi diversi di pensare la finalità. La teleologia, erede della tradizione aristotelica e di molte cosmologie religiose, attribuisce alla natura fini intrinseci: la ghianda tende alla quercia, l’occhio tende alla visione, l’evoluzione tende alla complessità. È una visione forte, che vede nella natura un orientamento interno, una direzione necessaria. La biologia moderna l’ha abbandonata, perché i meccanismi evolutivi non mostrano alcuna intenzionalità.

La teleonomia, invece, è la risposta che la scienza contemporanea ha elaborato per spiegare l’apparente finalità degli organismi senza ricorrere a scopi. Gli esseri viventi sembrano progettati, ma non lo sono: le loro funzioni emergono da processi selettivi privi di intenzione. L’ala non “vuole” volare; è il risultato di una lunga storia di variazioni, selezioni e adattamenti. La finalità è solo apparente. La natura produce ordine senza volerlo e la complessità è il frutto di iterazioni storiche, non di un disegno.

Esiste però una terza via, più sfumata: il finalismo debole. Non afferma che la natura abbia un fine, ma riconosce che l’evoluzione non è un puro gioco di caso. Ci sono vincoli, convergenze, tendenze ricorrenti: alcune soluzioni compaiono più volte in modo indipendente, come se la natura avesse “vie preferenziali”. Non un progetto, ma una struttura di possibilità che rende certi esiti più probabili di altri. È una forma di direzionalità senza scopo, una trama di necessità che si intreccia con il caso.

In questo paesaggio teorico si colloca la figura singolare di Stuart Kauffman. Egli non accetta la teleologia, ma non si accontenta della teleonomia classica. Per lui la selezione naturale non basta a spiegare l’emergere dell’ordine. La natura, sostiene, possiede una propensione intrinseca all’auto-organizzazione: sistemi chimici, biologici e ecologici tendono spontaneamente a generare strutture ordinate, attrattori dinamici, nuove possibilità. L’evoluzione non è diretta da un fine, ma è sospinta da una sorta di creatività interna, un’espansione continua del “possibile adiacente”. Non c’è un telos, ma c’è una tendenza: non un progetto, ma una spinta verso la complessità. È un finalismo debole ampliato, un emergentismo che vede nella natura una sorgente inesauribile di novità.

Tra la contingenza radicale e l’emergenza strutturale, si disegna una tensione che attraversa il pensiero contemporaneo: la natura non ha scopi, e tuttavia non è un caos. Non è guidata da un fine, e tuttavia non è priva di direzioni. È un campo di possibilità che si apre, si richiude, si reinventa. Un processo senza progetto, ma non senza forma. Un divenire che non sa dove va, ma che non smette di generare mondi.

La natura non procede verso un fine prestabilito. L’evoluzione non custodisce un progetto, non segue un disegno, non tende a un esito necessario. La finalità che spesso attribuiamo agli organismi è un riflesso della nostra mente, non una proprietà intrinseca del mondo. L’occhio non “vuole” vedere, l’ala non “vuole” volare: sono forme che hanno funzionato, sopravvissuto, lasciato discendenti. La natura non mira a nulla; siamo noi a cercare un senso nei suoi esiti. Tuttavia, l’evoluzione non è un puro gioco di caso. Esistono convergenze, tendenze ricorrenti, vincoli fisici e chimici che rendono alcuni esiti più probabili di altri. Non c’è un fine, ma una direzione; non un progetto, ma una struttura di possibilità. La natura non è orientata verso un obiettivo.

L’emergentismo vede nell’universo una capacità intrinseca di generare novità. L’ordine non è imposto dall’alto, ma sorge dal basso; la complessità non è programmata, ma tende a manifestarsi quando le condizioni lo permettono. Sistemi chimici, biologici e sociali mostrano una sorprendente propensione all’auto-organizzazione: da interazioni locali emergono proprietà nuove, livelli superiori di organizzazione, forme di ordine che non erano contenute nelle parti. L’universo tende a generare strutture sempre più ricche, come se la materia stessa custodisse una creatività latente.

L’emergentismo affronta il problema mente-cervello dando priorità al cervello: secondo questa prospettiva, è proprio dalla crescente complessità della materia cerebrale che nasce la coscienza. Vi sono correnti idealiste contemporanee, come quelle proposte da Bernardo Kastrup o da Federico Faggin, che contrastano questa visione. La coscienza non è un prodotto dell’evoluzione, ma la sua fonte. La materia non genera la mente: è la mente a generare la materia. L’universo diventa così un processo di auto-espressione o di auto-conoscenza della coscienza stessa. Gli individui sono centri di esperienza attraverso cui la coscienza si esplora, si differenzia, si riconosce. In questa prospettiva, la complessità non è un accidente, ma un veicolo; la vita non è una possibilità tra le altre, ma un’espressione necessaria; la coscienza non è un’emergenza, ma un destino. È una visione teleologica, anche quando evita il linguaggio del fine: la realtà si muove da un principio originario verso una forma più alta di sé.

L’emergentismo, al contrario, non postula alcun principio superiore, alcuna intenzione cosmica, alcuna direzione intrinseca verso la consapevolezza. La coscienza, in questa prospettiva, è una proprietà emergente di sistemi sufficientemente complessi, non il fondamento dell’essere. La natura non evolve per conoscere se stessa, ma genera conoscenza come uno dei suoi possibili esiti. La complessità non è un fine, ma una possibilità che si realizza quando le condizioni lo permettono. La vita non è necessaria, ma possibile; la mente non è inscritta nella materia, ma nasce dalla sua dinamica.

Così, tra l’emergentismo e le visioni idealiste contemporanee, si apre una frattura profonda. Da un lato, una natura senza scopi, ma ricca di tendenze; dall’altro, una natura che è manifestazione di un principio cosciente. Da un lato, un universo che genera ordine senza volerlo; dall’altro, un universo che si ordina per conoscersi. Nel primo caso, la complessità è un esito; nel secondo, è un senso. Nel primo, la direzione è una probabilità; nel secondo, è un destino.

E tuttavia, entrambe le visioni condividono un’intuizione: che la natura non sia un meccanismo inerte, ma un processo vivo, creativo, capace di generare forme sempre nuove. Che l’universo non sia una macchina, ma una storia. Che la realtà non sia un dato, ma un divenire. La differenza sta nel modo in cui interpretiamo questo divenire: come una tendenza senza scopo, o come un cammino verso la consapevolezza. In questa tensione si gioca una delle grandi domande del nostro tempo: se la natura sia un processo cieco che genera luce, o una luce che si nasconde nella materia per potersi ritrovare.

L’emergentismo e l’idealismo sono due modelli con cui si osserva la natura. Entrambi cercano di spiegare come sia possibile che l’universo generi complessità, vita, interiorità, ma lo fanno a partire da presupposti radicalmente diversi. L’emergentismo nasce dall’osservazione che la natura, quando raggiunge certi livelli di organizzazione, produce proprietà nuove che non erano presenti nelle parti: l’ordine emerge dal disordine, la complessità dalla semplicità, la vita dalla chimica, la coscienza dalla vita. È una filosofia del “più che nasce dal meno”, una visione in cui la materia, attraverso dinamiche non lineari e processi di auto-organizzazione, dà origine a forme sempre più ricche. Non c’è un fine, non c’è un progetto, non c’è un principio ordinatore esterno: la natura non sa dove va, ma tende a generare novità. Questa tendenza non è teleologica, ma strutturale: è inscritta nelle leggi fisiche, nei vincoli chimici, negli attrattori dinamici dei sistemi complessi. L’universo, in questa prospettiva, è una sorgente spontanea di ordine, un processo “quasi” creativo senza intenzione.

Eppure, questa visione, pur elegante, porta con sé una difficoltà filosofica profonda: come può il “più” emergere dal “meno”? Come può la qualità nascere dalla quantità, l’interiorità dall’esteriorità, l’unità dalla frammentazione, il senso dal non-senso? Se la materia è pura estensione, puro determinismo, pura causalità cieca, da dove proviene la coscienza? L’emergentismo descrive il come, ma fatica a spiegare il perché. La complessità può generare nuove forme, ma può generare interiorità? Può un sistema puramente esterno produrre un dentro? È qui che molti filosofi vedono una contraddizione logica nell’emergentismo: il meno non può dare ciò che non ha. Se la coscienza emerge dalla materia, allora la materia deve già contenere la coscienza in potenza; e se la contiene in potenza, allora la coscienza è originaria. Questa è la tesi del panpsichismo coniugata all’emergentismo, nel tentativo di introdurre una forma implicita di finalismo: la materia sembra “tendere” alla coscienza, ma questa è già presente come proto-mente nella materia. Non si tratterebbe di “novità” ma di realizzazione di qualcosa già potenzialmente contenuto. Il rischio, in tale emergentismo panpsichista, è che scompaia la novità dalla natura e si riduca tutto a materia e fisicalità.

L’idealismo contemporaneo, nelle sue forme più raffinate, affronta questa difficoltà alla radice. La coscienza non è un prodotto dell’evoluzione e nemmeno un proto-elemento accanto alla materia, ma il suo principio. Non è la materia a generare la mente, ma la mente a generare la materia. L’universo non è una struttura che produce interiorità, ma un processo attraverso cui la coscienza si manifesta, si differenzia, si riconosce. La complessità non dà origine alla coscienza: la esprime. La vita e ancor più la coscienza non è un accidente della materia, ma sono modalità della coscienza di emergere a sé. Non si tratta di coscienza individuale. Si tratta di coscienza cosmica. L’evoluzione non è un processo cieco, ma un cammino di auto-rivelazione di questa consapevolezza universale. In questa prospettiva, il “più” non nasce dal “meno”: il più è originario, e il meno è una sua forma limitata. La materia è una condensazione della coscienza, non il suo fondamento. La materia è spirito condensato e lo spirito è materia realizzata. Entrambi – materia e spirito – esprimono evolutivamente e dialetticamente lo Spirito creatore che si rivela nella natura creata. L’universo tende alla consapevolezza, passando dalla materia allo spirito, perché la pura consapevolezza è la sua origine e il suo fondamento.

Questa visione è teleologica, ma non nel senso ingenuo di un progetto esterno o di un architetto cosmico. È una teleologia immanente: la realtà si muove verso forme più alte di sé perché ciò che è in potenza tende naturalmente all’atto. La coscienza o spirito, essendo originaria, non può che manifestarsi; e la manifestazione, essendo parziale, non può che cercare la propria pienezza. L’universo diventa così un processo di auto-conoscenza, una storia della coscienza che si fa mondo per potersi ritrovare. La direzione non è imposta dall’esterno, ma scaturisce dall’interno dell’essere stesso.

Il confronto tra emergentismo e idealismo, allora, non è solo una disputa teorica: è una scelta metafisica tra due modi di intendere il rapporto tra essere e apparire. L’emergentismo vede la realtà come un divenire senza fondamento, una creatività senza origine, un processo che genera senso senza averlo. L’idealismo vede la realtà come un fondamento che si fa divenire, una pienezza che si fa forma, una coscienza che si fa mondo. Nel primo caso, la complessità è un esito; nel secondo, è un’espressione. Nel primo, la direzione è una probabilità; nel secondo, è un destino. Nel primo, la natura è un processo cieco che genera luce; nel secondo, è una luce che si nasconde nella materia per potersi ritrovare. Il Monismo Relativo assume questa visione idealista della coscienza.

E tuttavia, entrambi i modelli condividono un’intuizione comune: che la natura non sia un meccanismo inerte, ma un processo vivo, creativo, capace di generare forme sempre nuove. Che l’universo non sia una macchina, ma una storia. Che materia e mente non sono radicalmente due ma momenti di un unico processo. Che la realtà non sia un dato, ma un divenire. La differenza sta nel modo in cui interpretiamo questo divenire: come una tendenza senza scopo, o come un cammino verso la consapevolezza. Nel Monismo Relativo la contraddizione fondamentale dell’emergentismo, secondo cui il più emerge dal meno, ex nihilo fit aliquid, è superata, pur mantenendo una visione processuale della realtà dove materia e spirito sono uno. Creator spiritus.