La rosa e il nulla

Perché esiste qualcosa piuttosto che il nulla?

La risposta a questa domanda è data dal principio di ragion sufficiente, per la prima volta tematizzato in modo completo da Leibniz.

Tale principio afferma che tutto ciò che esiste ha una ragione per esistere e, soprattutto, per esistere in quel determinato modo. Ora, partendo da ciò, Leibniz è giunto alla prima conclusione che se il mondo esiste, se esiste l’essere, necessariamente ci sarà una ragione dalla quale tale esistenza dipende. Ma qual è? Ebbene, Leibniz afferma che la ragione dell’esistenza dell’essere non può trovarsi nell’insieme delle cose contingenti, cioè di quelle cose che hanno necessità di appoggiarsi ad altro per giustificare la propria esistenza. Sarebbe un assurdo se fosse così. Egli afferma dunque “Questa ragione ultima delle cose è ciò che chiamiamo Dio”.

Ciò che Leibniz non era riuscito a comprendere è che tutto ciò che è il finito e la mente finita fanno, è fatto per una ragione. Dalla prospettiva della mente finita ogni cosa ha una sua causa e un suo effetto.  C’è una ragione per tutto ciò che facciamo e la mente finita nella sua ignoranza “presume” che causa ed effetto appartengano anche alla mente infinita, cioè alla consapevolezza (divina).

Il finito pensa che ci debba essere una causa o una ragione per tutto ciò che esiste; dunque, anche per la creazione del finito. C’è prima la consapevolezza divina e poi la creazione. Tra l’una e l’altra ci deve essere un motivo, una ragione, e quindi una causa, perché l’essere piuttosto che il nulla.

Ma “prima” che la consapevolezza divina si manifesti nella e come “creazione”, non c’è nulla di manifesto. Ciò che appare, ovvero ciò che è creato, ha una causa ed un effetto, ovvero una ragione; ma ciò che “non-appare” o “non-manifesto” non ha né una causa, né una ragione, perché ci sia qualcosa piuttosto che il nulla.  Agostino nell’undicesimo capitolo (12.14) delle Confessioni così risponde alla questione che ci stiamo ponendo: “‘Cosa faceva Dio prima di fare il cielo e la terra?’ – ed egli risponde – ‘Non rispondo come quel tale […]: ,’Preparava l’inferno per chi scruta i misteri profondi’ […] Preferirei rispondere: ‘Dio, prima di fare il cielo e la terra, non faceva alcunché'”.

Propriamente non c’è una ragione, prima-che e perché ci sia il creato.

Il creato è l’emergere della relazione di “causa ed effetto”. Il creato è la manifestazione della ragione. Prima della ragione non c’è ragione. La creazione è “senza causa” e “senza perché”. La creazione fuoriesce, dunque ek-siste, spontaneamente dalla consapevolezza divina. La creazione manifesta la potenzialità infinita della mente infinita ma non lo fa per una ragione.

Poiché la categoria di causalità opera “dentro” la mente finita, questa categoria di ragione o causa è inapplicabile su ciò che non è finito e sull’accadere del finito. È improprio, quindi, dire che poiché tutto ciò che accade deve avere una ragione, anche l’accadere e l’apparire deve avere una ragione e una causa.

In questo modo la mente finita applica all’infinita consapevolezza le leggi che operano nel finito. Cioè la mente finita proietta nella consapevolezza infinita la propria natura finita e finisce per affermare che Dio ha bisogno di creare il mondo per conoscere se stesso o per rivelare se stesso.

Certamente si può affermare che Dio crea “per amore”. Ma qui “amore” è inteso come “spontaneità incondizionata e immotivata” e solo in questo senso si può dire che Dio crea “per amore”. La migliore risposta è che non c’è un motivo perché c’è qualcosa e non il nulla.  La creazione è senza causa e senza ragione dalla prospettiva della consapevolezza infinita. Se ci poniamo dalla prospettiva della mente finita, invece, la creazione si polarizza in una causa e in un effetto. Questa polarizzazione avviene in virtù del bisogno di dare una ragione o trovare un motivo perché ci sia il mondo. In questo senso preciso, allora si deve affermare che la ragione della creazione non è nell’infinito, ma è nel finito stesso e nella mente finita che lo pensa.

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